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I miracoli dei benedettini

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di Mariano Fresta 

La religiosità popolare è senza dubbio un fenomeno molto complesso da analizzare, spiegare e capire, perché in essa convivono elementi culturali diversi e spesso inconciliabili tra di loro, tanto che né la teologia né l’antropologia, quando ne cercano l’essenza, riescono a trovare risposte concordanti e accettabili per entrambe. La teologia, infatti, vorrebbe trovare nella religione popolare una tendenza alla spiritualità che nel culto abituale viene sostituita generalmente da una pratica devozionale legata sia ai bisogni sociali e materiali della gente, sia ad un rapporto con la divinità basato molto spesso sul do ut des. L’antropologia, dal canto suo, nello studiare il fenomeno non ha lo scopo di giudicarne le manifestazioni: prende atto di quello che vede e lo registra, eventualmente ne spiega le origini e ne ricostruisce i percorsi storici che hanno portato alla situazione che si presenta al momento dell’indagine.

D’altra parte, la teologia è nata per dimostrare ciò che non è visibile ai nostri occhi, cioè l’esistenza di Dio, è da considerarsi come verità assoluta, dalla quale si possono ricavare solo risposte univoche; nello stesso tempo la teologia affronta i problemi relativi ai rapporti tra Dio e gli uomini, le cui azioni devono ispirarsi a questa verità assoluta. La metafisica, invece, non appartiene all’antropologia che studia i rapporti umani, quelli domestici e quelli pubblici, i comportamenti, il linguaggio, le credenze, ecc., che formano la complessa e reale condizione esistenziale dell’umanità.

Anche la teologia, tuttavia, non nega che la fede religiosa nella quotidiana pratica cultuale possa assumere comportamenti che poco hanno a che fare con la spiritualità con cui si deve manifestare il sentimento religioso. Una possibile soluzione di questa aporia è stata individuata nella presenza della pietas, cioè in quel sentimento dell’animo umano che conduce alla devozione reverenziale nei confronti di ciò che è o che è considerato sacro; tale pietas permetterebbe di porre in secondo piano tutte quelle manifestazioni lontane da una corretta professione di fede.

Qualche anno fa papa Francesco addirittura aveva indicato la “pietà popolare” come il sistema immunitario della Chiesa; prima di lui, negli anni ‘60 del secolo scorso, anche Paolo VI aveva individuato nella pietas popolare una forte difesa della fede, ma aveva avvertito che essa deve essere “ben orientata”, affinché le interpretazioni del “popolo semplice” non contrastino con gli insegnamenti della Chiesa. Basta, però, osservare cosa accade durante una festa patronale, come quella di sant’Agata a Catania, o come si svolge la Settimana santa a Taranto, per ritenere che la pietas popolare sia più una meta da raggiungere che una effettiva realtà.

Lucia Mondello

Lucia Mondello

Per avere un’idea di come possa configurarsi questa pietas possiamo ricorrere ad un personaggio creato da un autore cattolico come Alessandro Manzoni, che nei Promessi sposi ha raffigurato in Lucia la purezza della devozione religiosa, immune dagli aspetti non ortodossi circolanti nella mentalità della gente. Ma nonostante l’eccelsa bravura dello scrittore, la giovane donna, presentata come l’icona del perfetto cristiano, rimane solo una finzione letteraria che non trova riscontro nella realtà; tanto che critici letterari e comuni lettori hanno sempre ritenuto che Lucia, tra i personaggi del romanzo, risulta la meno credibile, quasi un corpo estraneo nel mondo storico e realistico così ben affrescato dall’Autore. Più credibile e verisimile è fra Galdino, un personaggio molto minore del romanzo, perché questi, oltre a possedere un sentimento religioso genuino, crede, come tutti i popolani, nei miracoli, come quello delle noci.

Il Manzoni, infatti, si guarda bene dal parlare di miracoli quando è in scena il personaggio di Lucia; la stessa conversione dell’Innominato, grazie alla quale lei riacquista la libertà, è raccontata dallo scrittore non come un fatto prodigioso, ma come un travagliato percorso psicologico: certamente reso più sincero e drammatico dal contatto con Lucia e con la sua aureola di innocenza. I miracoli, anche per il Manzoni, non fanno parte della fede; egli lo afferma a prescindere dalla sua giovanile formazione giansenista. Il miracolo raccontato da fra Galdino non ha niente di prodigioso, perché tutte le piante alternano annate povere di frutti ad annate di abbondanza: ma per saperlo occorre qualche conoscenza, anche empirica, di botanica. 

Dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha eliminato molti riti ereditati da credenze arcaiche, là dove le è possibile è diventata assai attenta nel controllo di feste religiose patronali durante le quali si manifestano fenomeni di idolatria e comportamenti che nulla hanno a che fare con la fede religiosa.  È diventata, inoltre, molto più prudente nel valutare le periodiche lacrimazioni della Madonna, ma non è riuscita a separare il concetto di miracolo dal culto e dalla fede religiosa delle masse popolari. La credenza dei miracoli appartiene, infatti, alla mentalità del popolo sia perché esso non ha avuto, e talora anche adesso non ha gli strumenti per capire molti fenomeni naturali, sia perché spesso le condizioni di vita difficili e certe malattie del corpo appaiono insuperabili senza l’aiuto e l’intervento di enti soprannaturali, identificati nelle varie divinità religiose o nella “dea” fortuna, quando si tratta di scommesse e di lotterie.

Su questo concorda Luca Ceriotti che, nel suo libro, Cose che fanno miracoli, affronta questi temi relativi a pratiche religiose in cui prevale l’aspetto del prodigioso [1]. L’Autore ci propone i risultati di un’accurata ricerca archivistica su alcuni autorevoli rappresentanti dei monaci benedettini e sulle vicende di quella parte dell’ordine indicata come ”cassinese”, che, tra la fine del 1500 e i primi anni del 1600, fu protagonista della scena religiosa popolare, in quanto, nell’amministrare santuari e altri luoghi di culto, fu autrice di interventi per noi oggi impensabili ma che ebbero allora l’approvazione delle autorità ecclesiastiche: la loro opera, infatti, fu quella di agevolare e soprattutto giustificare teologicamente e con la pratica cultuale la propensione popolare a credere nei miracoli dei santi e nelle capacità di facilitare miracoli insita nelle “cose” appartenute a personaggi ritenuti degni del paradiso.

Tali vicende assumono per noi un aspetto sorprendente se pensiamo che proprio in quel periodo si accendevano roghi per combattere le stregonerie, si continuavano tra un’interruzione e l’altra i lavori del Concilio tridentino e, in Europa, protestanti e, circa un trentennio prima, perfino cattolici come Erasmo da Rotterdam, muovevano guerra contro una Chiesa che favoriva la credenza nei miracoli, che affermava la sacralità delle immagini dei santi nonché il potere miracoloso delle loro reliquie. In un contesto simile è quanto meno strano che i benedettini potessero operare con tale libertà, soprattutto perché la loro attività sarebbe potuta e dovuta entrare in conflitto con l’insegnamento ufficiale della Chiesa. Scrive a proposito Ceriotti: «allora [seconda metà del ‘500] ai religiosi che popolavano i chiostri benedettini, [riuscì] facile credere nello stesso tempo sia al progredire della scienza medica, sia alla possibilità di un intervento di agenti posti al di fuori della natura». Perché, aggiunge: «naturale e soprannaturale erano concetti in opposizione ma non ancora in reciproca contraddizione» (ivi: 17).

Militello, Abbazia di S. Benedetto, XVII secolo

Militello, Abbazia di S. Benedetto, XVII secolo

Stando così le cose, non desta sorpresa il fatto che proprio in quegli anni sia stata progettata e realizzata la fondazione a Militello, in Sicilia, di un convento cui fu dato in dote da Giovanna d’Austria un “tesoretto” costituito da un gruppo di varie reliquie, buone per evocare eventuali miracoli. Il convento fu assegnato ai benedettini cassinesi per la loro capacità di gestire i miracoli e soprattutto l’uso degli oggetti che secondo loro li avrebbero facilitati. Un secolo dopo la fondazione del convento, però, non risultava che a Militello fossero avvenuti miracoli (ivi: 131). 

Potremmo dire a questo punto che l’ambiguità odierna con cui la Chiesa segue le manifestazioni religiose popolari ha una storia lunga e diventa del tutto ovvio il perché non ci sia una condanna decisa di quelle pratiche presenti soprattutto nel Meridione d’Italia che suonerebbe come una clamorosa ritrattazione di un millennio di storia ecclesiastica. Se la situazione è questa, quindi, la disattenzione della Chiesa nei confronti di tali manifestazioni religiose potrebbe essere dettata dal timore che un brusco capovolgimento delle pratiche cultuali provocherebbe l’abbandono di molti fedeli. Per non dire che ne sarebbero quanto meno turbati i tanti sacerdoti provenienti dai ceti popolari che condividono, magari inconsapevolmente, la cultura dei loro parrocchiani. Oggi non ci sono sacerdoti e frati che propagandano la religiosità come fosse un bene commerciale, anzi c’è un silenzio prudente e qualche provvedimento cautelare preso all’insaputa della massa dei credenti [2].

Ceriotti, nel raccontare le vicende paradossali che sfociano nei miracoli spesso ha toni ironici, ma nell’introduzione ha cercato di fornire spiegazioni serie e plausibili a questo stato di cose, per capirlo e non per giustificarlo: 

«Questa materialità delle cose che portano al miracolo costituisce forse il piano più elementare di un sentimento della fede che spesso si interseca con le sopravvivenze del magico e con la superstizione, facendoci capire in che misura ancora tra Cinque e Seicento una pur rinnovata civiltà dei costumi religiosi seguitasse a convivere con una dimensione arcaica dell’approccio al soprannaturale» (ivi: VII). 

2Poi aggiunge: c’è «la sopravvivenza di una concezione parascientifica … che, invece di espungere l’idea di miracolo, la ingloba nel proprio racconto della realtà osservabile» (ivi: VIII). Mi sembra che queste considerazioni oltre ad essere valide per i secoli XVI e XVII possono spiegare anche molti comportamenti poco ortodossi presenti oggi nel manifestare le proprie convinzioni religiose. 

I miracoli, dunque, e le attrezzature che, secondo i cassinesi, ne sono il tramite, costituiscono un fil rouge che tiene insieme la narrazione delle biografie di teologi, di scrittori e di personaggi che in un modo o in un altro hanno calcato le scene della religiosità tra 1500 e 1600. Vediamo adesso quali sono le “cose che fanno i miracoli”: qui se ne dà un breve elenco, dopodiché mi soffermerò su quelle legate a personaggi e vicende che offrono l’opportunità di formulare qualche considerazione. Tra le “cose” più importanti ci sono i liquidi: acqua, saliva, sangue; l’acqua può essere di sorgente o derivata dalla condensa che si forma nei luoghi umidi, come in genere sono i sepolcri, e che diventa liquida per i cambiamenti termici, oppure può rivelarsi in forma di manna, ovvero una secrezione di pietre particolari. Tra quelle solide, ovviamente, al primo posto sono le ossa dello scheletro del santo, dal singolo dito agli arti, al cranio, ma anche la polvere e la terra del sepolcro sono tramiti miracolosi.  Al binomio acqua-terra o acqua-polvere era attribuita una forza nascosta, perché ambedue gli elementi erano ritenuti “tramite tra il santo e il soprannaturale”. Nell’introduzione Ceriotti premette che dietro questa credenza, “rappresentata come spontanea” c’erano interessi che la manovravano: di ciò, però, non riporta prove dimostrative.

Tra i liquidi c’è anche l’olio: oltre a quello consacrato ed usato per l’estrema unzione, c’era quello di Badia (FI), un ritrovato medicamentoso messo a punto da un tale padre Gomezio, portoghese, per combattere i vermi intestinali dei bambini, ma poi applicato per tanti malanni, una specie di panacea. La storia dell’olio portoghese è stata raccontata dal pesciatino Puccinelli, autore da cui Ceriotti riprende molte notizie relative ad altre vicende miracolose.

Anche le icone dei santi sono “cose” prodigiose: statue nelle chiese e immagini riprodotte, grazie alla stampa, in migliaia di copie da portare in tasca o da appendere alle pareti di casa, erano invocate a suscitare miracoli. L’immagine di Maria, chiaramente, era la più diffusa e la più invocata. E poi c’era la preghiera e, accostate a pratiche di magia antecedenti all’età cristiana, c’erano le segnature, cioè l’apporre, mentre si recitavano formule magiche e preghiere, un segno di croce sulla persona malata o sulle sue parti malate.

Il libro di Ceriotti è come una summa in cui si trovano tutte o quasi tutte le pratiche nelle quali si mescolano sentimenti di fede autentici, superstizioni e credenze magiche. È, inoltre, la storia di luoghi sacri, di santi e di personaggi semisconosciuti di cui qui sarebbe troppo lungo occuparsi; tra questi ci sono anche Cicerone, che guarisce certe malattie degli occhi, san Giovanni da Parma che nasce con un parto cesareo dal ventre della madre, morta già da qualche giorno; e poi l’agiografo benedettino Tornamira che, tra l’altro, racconta dell’attività di esorcista di Carlo Arminio, flagellum daemonum; e ancora è ricordata la cassetta degli attrezzi miracolosi di san Mauro simile a quella conservata nel convento di Militello. Tra le vicende spicca quella di san Colombano il quale, mentre le attività dei cassinesi erano andate diminuendo e avevano perso di popolarità, riuscì a rivitalizzare il fenomeno dei prodigi in pieno Settecento quando si profilava la vittoria del razionalismo illuminista. Tra tutte queste cose non manca la citazione di un poema in ottava rima di un tale Passero che illustra in versi le facoltà miracolose delle acque. 

Vediamo adesso alcuni dei personaggi di cui sono narrate la vita e le opere. Prima di introdurre la figura di Costantino de Notari, un benedettino che ebbe tanta influenza tra i correligionari, Ceriotti ci ricorda che molte credenze di carattere magico erano attecchite tra i monaci cassinesi, tra le quali «… l’idea che una forza soprannaturale promanasse dalle reliquie era un assioma tenuto al di sopra di ogni discussione» (ivi: 35); e poi, come una giustificazione, aggiunge che lo stesso Giordano Bruno, che derideva i genovesi perché veneravano una coda secca di un’asina ritenendola essere quella dell’asino cavalcato da Gesù la domenica delle palme, credeva nel potere nascosto delle cose, senza però riconoscere una loro sacralità.

Donna Maria Caterina Brugnera venerabile

Donna Maria Caterina Brugnera venerabile

In una situazione culturale del genere, il Notari, teologo e studioso, che aveva una concezione tradizionalista della religione, poteva scrivere, senza remore, il breve saggio Delle prodigiose e stravagantissime proprietà d’alcune acque. In esso racconta che in Beozia le pecore che bevono l’acqua di un fiume hanno il vello nero e altre che, invece, bevendo l’acqua di un altro fiume, sono ricoperte di lana bianca. Aggiunge poi che l’acqua di alcuni fiumi procura ubriachezza a chi la beve, altre fanno impazzire gli animali. Ci sono acque che possono prendere fuoco, altre che oggi sono dolci e il giorno appresso amare, altre ancora che danno durezza di roccia a qualsiasi cosa vi venga immersa. Ceriotti, commentando questo scritto del Notari, fa notare che noi ancora oggi crediamo nell’effetto salutare di certe acque e così molti passano le loro vacanze presso le stazioni termali, come Montecatini, Salsomaggiore, ecc., e spendiamo un mucchio di quattrini per dissetarci con le acque oligominerali in bottiglie di plastica anziché bere quella del rubinetto di casa. Poi, ripensandoci, corregge il tiro: 

«… i miracoli attribuiti all’acqua santa di Messina o all’olio santo di Adria, sanno anche essere minuscoli, quasi banali, e persino confondersi con gli effetti di una normale pratica igienica o di un’appropriata attenzione sanitaria. In fin dei conti, è la disposizione a credere, cioè la fede, che fa la differenza» (ivi: 43). 

Le segnature non sono mai passate di moda ed anche oggi sono diffuse e praticate in molte regioni d’Italia [3]. Esse erano lo strumento che la monaca Maria Caterina Brugora adoperava per operare le guarigioni. In questo caso si trattava di un gesto simbolico, quello di segnare, imporre cioè il segno della Croce al sofferente, sfiorandone una o più volte le membra colpite dall’ingiuria o dalla malattia. Non importa se chi segna sia un santo o una persona proposta alla canonizzazione come la Brugora, importante è che si tratti di una figura caratterizzata da una grande capacità di trasmissione del proprio ‘potenziale miracoloso’. Nel processo di beatificazione della Brugora, le consorelle del convento furono chiamate a testimoniare sui miracoli effettuati: dal loro resoconto si ricava il fatto che esse erano partecipi e consapevoli che l’atto del segnare e gli oggetti (gli abiti, parti del corpo, la terra del sepolcro, una crocetta di una collana) fossero tramiti dei miracoli. Morta la proprietaria degli oggetti, il suo stesso corpo si trasforma in una reliquia (una badessa guarisce dal mal di denti appoggiando a quelli del sofferente un dente estratto dal teschio della beata).

4Le pagine più interessanti del libro mi sembrano quelle in cui si tratta di bambini non battezzati e del fenomeno del répit. Ne aveva già parlato in precedenza lo storico Adriano Prosperi [4], adesso Ceriotti ci fornisce altre notizie particolari. Per conoscere e capire il fenomeno, dobbiamo riandare indietro nel tempo quando le condizioni economiche della maggioranza della popolazione erano miserevoli e non c’era la possibilità di controllare le nascite, né era del tutto osservato l’obbligo del battesimo. Succedeva così che molti bambini morivano senza essere stati battezzati, o perché vittime di infanticidio, o per le malattie infantili o per negligenza dei genitori; in tal caso la Chiesa sembra essere stata meno pietosa di Dante, che si era inventato il Limbo (sempre però collocato nei pressi dell’Inferno), in quanto essa non riconosceva loro nessun diritto ad avere riti funebri e, spesse volte, anche bambini di cinque/sette anni non battezzati finivano sepolti in un campo qualsiasi, in una fossa anonima. Nacque così il fenomeno del répit, della “resurrezione provvisoria”: il termine è francese e significa “tregua”, ma se in italiano si traduce con l’espressione “attimo di respiro” si capisce meglio cosa effettivamente volesse dire. I genitori, in sostanza, chiedevano “un attimo di tregua, di respiro”, per poter battezzare i figli: i bambini, cioè, dovevano tornare in vita per qualche minuto.

Il fenomeno era così diffuso che si trovavano sempre persone disposte a testimoniare che il bambino era «resuscitato», giusto per il tempo necessario a ricevere il sacramento. Così è stato possibile per molti bambini, nati morti o deceduti dopo qualche tempo dalla nascita, essere sepolti in terra consacrata. Si trattava, dunque, di una pratica piuttosto ampia tanto che le autorità ecclesiastiche, ufficiosamente, misero a disposizione dei richiedenti un santuario, quello di Tirano, e una divinità, la Madonna addirittura. Alla gestione del santuario furono chiamati i benedettini cassinesi. C’è da dire, per amore di verità, che la Madonna di Tirano operava «puramente miracoli della parola», cioè miracoli invocati solo con preghiere e che i cassinesi svolsero soprattutto il compito di «stabilire un confine dei miracoli mariani per evitare eccessi» (ivi: 61). 

Santuario madonna di Tirano

Santuario madonna di Tirano

Nell’ultimo capitolo Ceriotti si chiede perché non si parla di miracoli in monasteri molto più importanti di quelli da lui ricordati nel libro. Padova, per esempio, notevole centro benedettino, e Montecassino non registrano miracoli, anche se quest’ultima sede, osserva Ceriotti, è “miracolosamente” risorta dopo i feroci bombardamenti alleati durante la Seconda guerra mondiale. Al miracolo si gridò pure quando, nella ricostruzione del monastero, furono ritrovati i sepolcri di san Benedetto e santa Scolastica. L’Autore non si dà una risposta, ma non saremmo molto lontani dal vero se dicessimo che i luoghi sacri piccoli erano più vicini alle genti di campagna ancora fortemente attaccate ai riti di arcaiche religiosità e soprattutto più inclini ad accettare i miracoli. Ma anche questa ipotesi andrebbe dimostrata.

Alla fine del suo denso saggio, Ceriotti tira le sue conclusioni: «Guardando a queste testimonianze non si può fare a meno di osservare come … non di rado anche coloro che vestivano un abito ecclesiastico portassero una tabella votiva al santuario. Fu un’usanza alla quale parteciparono sacerdoti secolari, frati, monaci e monache, e persino un papa, Giulio II» che così ringraziò la Vergine per avergli concesso la vittoria militare della Mirandola. 

Il titolo che l’Autore ha dato al suo lavoro trova solo in piccola parte corrispondenza con il testo: ci si aspetterebbe, infatti, che il tema delle “cose che fanno miracoli” fosse svolto in maniera estesa e dettagliata, con molti esempi tratti da quella tendenza popolare che sente la religiosità come un fatto magico. Ci troviamo, invece, in presenza di un testo dottissimo e ricchissimo di informazioni che riguardano la vita e le opere di importanti personaggi membri della congregazione dei benedettini cassinesi, che raccontano le vicende di chiese, abbazie, santuari e monasteri nati e diventati importanti grazie al culto di qualche santo miracoloso e, infine, di dotti monaci che credevano, oltre alla potenza divina, anche in cose che funzionavano da tramite o veicolo del miracolo. Il libro andrebbe dunque recensito come opera di storia dell’ordine benedettino e come storia del pensiero religioso tra antichità e modernità. Ciononostante può essere letto e valutato da chi è interessato alla cultura tradizionale e alla religiosità popolare.

Se i benedettini che erano indottrinati teologicamente pensavano che certi oggetti (le reliquie di qualsiasi tipo) e i fenomeni naturali (come le acque termali) avessero il potere di facilitare i miracoli, possiamo immaginare cosa passasse per la testa dei pievani, dei sacerdoti a capo delle parrocchie di campagna, che non avevano frequentato il seminario, come poi avrebbe prescritto il Concilio tridentino, e che condividevano la cultura dei contadini, composta di un misto di pregiudizi, di empirismo superficiale, di credenze magiche. 

«Di fronte alla malattia e alla speranza, gli uomini sembrano muoversi sempre con le stesse movenze, indipendentemente dal fatto che la guarigione venga impetrata alla divinità, oppure sia l’iniziativa di un uomo di Dio a renderla possibile, oppure, ancora, più semplicemente, che il prodigio della cura dipenda dall’azione di un medico o dai suoi farmaci» (ivi: 113). 

Può darsi che Ceriotti abbia ragione, ma riconoscere che la nostra vita sia in mano ad altri mi sembra una triste conclusione che va rifiutata e combattuta, per quanto possibile, con le energie e l’intelligenza proprie dell’uomo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Note 
[1] Cose che fanno miracoli. Il potere degli oggetti nell’immaginario benedettino della prima età moderna, Olschki, Firenze 2025]
[2] Per aiutare i sacerdoti a verificare l’ortodossia di certi comportamenti religiosi, la Chiesa ha emanato un Direttorio su pietà popolare e liturgia, Città del Vaticano 2002.
[3] Si veda: Angela Puca, La tradizione delle segnature. Magia popolare e guaritori (non più) di campagna, «Civiltà e Religioni», n. 7, Ed. Studium 2021, 187-211, rivista on-line).
[4] Si veda il capitolo Battesimo e identità cristiana, in Adriano Prosperi, ll lato sinistro, Mauvais Livres, Roma 2021.

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Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadinoLo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003.  Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. É stato edito nel 2023 dal Museo Pasqualino il volume, Incursioni antropologiche. Paesi, teatro popolare, beni culturali, modernità.

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