di Alessandro Perduca
Ara mateix enfilo aquesta agulla / amb el fil d’un propòsit ben clar:
que la paraula sigui l’eina / per construir un futur més humà [1].
La dominazione araba in Catalogna, sebbene storicamente circoscritta tra l’VIII e l’inizio del IX secolo, costituisce un capitolo rilevante di storia culturale del Mediterraneo occidentale e merita di essere rivalutata alla luce delle sue implicazioni culturali e linguistiche. Gli studi sull’influenza linguistica araba si sono tradizionalmente concentrati sul castigliano, a causa della lunga durata e dell’estensione territoriale della presenza islamica in Andalusia. Questa centralità ha tuttavia oscurato il valore dell’influsso arabo sul catalano, che, pur derivando da un contatto temporaneamente più breve, si rivela altamente significativo se considerato all’interno di una cornice mediterranea più ampia.
Occorre, in tal senso, accantonare definitivamente modelli storiografici superati (ma ancora presenti nella didattica più inconsapevole o in certe coniugazioni della public history) come quello di Henri Pirenne, il quale, nella sua celebre tesi sulla «fine dell’antichità», attribuiva alla conquista islamica del VII–VIII secolo una funzione di cesura netta tra il mondo classico e l’Europa medievale, ponendo l’Islam come fattore di isolamento del mondo europeo. Allo stesso modo, più recentemente, Bernard Lewis, in molti suoi lavori, ha descritto la civiltà arabo-islamica in chiave antagonistico-comparativa rispetto all’Occidente cristiano, enfatizzando il conflitto piuttosto che la comunicazione. Queste letture hanno contribuito a una visione ideologica e deterministica dell’influenza islamica, spesso ridotta a un fenomeno esterno, temporaneo e privo di reale continuità, se non quella testimoniata dalla presa d’atto della filologia.
Tuttavia, è essenziale rimarcare che anche adottando una prospettiva più dinamica e relazionale, il fenomeno del prestito linguistico non comporta ovviamente una fusione tra le lingue in contatto. Le differenze morfosintattiche tra l’arabo e le lingue romanze restano profonde e strutturali, e ogni elemento lessicale introdotto si integra secondo i parametri interni della lingua ricevente. Ciò che emerge, dunque, è che la complessità dello scambio linguistico e culturale non può essere ridotta a una mera descrizione filologica dei termini adottati: essa rinvia piuttosto a un orizzonte più ampio, in cui la lingua è il riflesso di relazioni sociali, economiche e simboliche. Anche laddove le fonti scritte non rendano completamente accessibili le modalità quotidiane del contatto, è proprio in questa zona d’ombra della documentazione che si rende necessaria una visione antropologica del fatto linguistico, capace di leggere nella circolazione del lessico i segni di interazioni complesse, di convivenze prolungate e di mutue esigenze comunicative che sfuggono a un’interpretazione storico-linguistica rigida.
Come osservano Sarah G. Thomason e Terrence Kaufman «Contact-induced change is mediated by the sociocultural context in which languages meet and speakers negotiate their identities and communicative needs» [2] sottolineando come il prestito lessicale avviene in contesti di contatto sociolinguistico attivo, non semplicemente in situazioni di subordinazione. Parallelamente, Federico Corriente ha mostrato come gli arabismi nelle lingue iberiche vadano analizzati non solo per via etimologica, ma anche in termini di adattamento strutturale e funzione comunicativa [3]. Il prestito non implica così modificazioni profonde della struttura grammaticale, ma si limita a occupare spazi compatibili legati all’incontro e allo scambio umano nella lingua ricevente. Tali contributi convergono nell’affermare che l’analisi linguistica, per essere realmente significativa, deve dialogare con una prospettiva culturale e antropologica che tenga conto della complessità delle reti di contatto e delle pratiche quotidiane di comunicazione tra le comunità.
In alternativa, è auspicabile adottare un modello interpretativo che riconosca la mobilità dei contatti, la circolazione delle conoscenze e le durature interazioni tra la Catalogna e il mondo arabo-islamico. Piuttosto che una frattura, l’arrivo degli Arabi e i successivi rapporti tra i due mondi rappresentarono un processo di interscambio complesso, segnato da prestiti lessicali, innovazioni agricole e tecniche, e forme di convivenza culturale.
La presenza araba nelle attuali aree di diffusione della lingua catalana si caratterizza per una notevole complessità storica. Fin dall’inizio del IX secolo, quando la cosiddetta Vecchia Catalogna era già sotto il controllo dell’Impero Carolingio, il fiume Llobregat costituì una barriera stabile e durevole tra le forze arabe e quelle franche. A sud di questa linea di demarcazione, un sistema difensivo strategico basato sulle città di Tortosa, Lleida e Tarragona garantiva la supremazia musulmana nella valle dell’Ebro e, proseguendo più a sud, nella fertile pianura valenciana. Le tre città citate non furono riconquistate che tra il 1118 e il 1149, mentre Maiorca e Valencia caddero sotto il dominio catalano soltanto nel XIII secolo, rispettivamente nel 1229 e nel 1238, con le campagne militari di Giacomo I.
Questa articolata vicenda politico-militare influenzò inevitabilmente le dinamiche linguistiche tra arabo e catalano. Nella Vecchia Catalogna, dove il controllo islamico durò meno di un secolo e fu relativamente superficiale, l’impatto dell’arabo sulla lingua parlata si presume modesto. Tutt’altra situazione si presentava invece a Lleida e Tortosa, dove l’espansione catalana trovò una popolazione mista, tra cui i moçàrabs («mozarabi») – gruppi che avevano mantenuto una varietà romanza autoctona di origine latina, simile al catalano ma profondamente segnata dalla lunga coesistenza con l’arabo.
Pertanto, anche se in modo indiretto, le due lingue entrarono in contatto. Tale interazione si fece più intensa nelle aree di Maiorca e soprattutto di Valencia, dove la presenza araba si protrasse per un secolo in più rispetto a Lleida e Tortosa. Nella regione valenciana, in particolare, si instaurò un rapporto diretto e continuativo tra la lingua araba e quella catalana, portata dai conquistatori cristiani. Dopo la conquista, molti arabi locali — i cosiddetti mudéjar e, successivamente alla conversione forzata, moriscos – continuarono a vivere nella zona fino all’espulsione del 1609. Per decenni costituirono una parte significativa, in alcuni casi maggioritaria, della popolazione. La loro lingua, come ha dimostrato fra altri studiosi A. Labarta [4], era una variante dell’arabo che si adattò in vari modi alla parlata catalana in formazione nel Paese Valenciano [5].
Le evidenze toponomastiche e lessicali confermano questo quadro. Nei suoi Estudis de toponímia catalana, Joan Coromines documenta 502 toponimi di origine araba nei territori catalanofoni: di questi, soltanto quattro – Jafre, Rama, Marata e Gallifa – si trovano nella Vecchia Catalogna. A sud del Llobregat, i nomi arabi sono invece abbondanti, con una concentrazione crescente avvicinandosi a Valencia. Le Baleari mostrano anch’esse un’alta densità: 105 toponimi, pari a circa un quinto del totale rilevato da Coromines [6].
La distribuzione geografica del lessico di origine araba riflette un andamento simile. Le parole di ascendenza araba sono largamente diffuse nel Paese Valenciano, nelle Baleari e nella cosiddetta Nuova Catalogna, mentre risultano pressoché assenti nella Vecchia Catalogna. Tanto che i filologi considerano degni di nota i pochi arabismi registrati esclusivamente in quest’ultima area. È il caso di galzeran o galleran < ḫaizurān («pungitopo»), che Coromines sottolinea come arabismo singolare presente unicamente nel Principato. Altri termini, come tangi, usato nella zona di Girona per indicare un recipiente di stagno coi manici, sono stati messi in discussione: la sua presunta origine araba (ṭājīn) potrebbe essere frutto di contaminazioni con il magrebino ṭanjīr, derivato dal persiano tīnjīr, ma secondo Coromines è più probabile una derivazione comune dal greco τάγηνον, che designava una padella [7].
Possiamo dunque concludere che gli arabismi nel catalano si siano diffusi in gran parte attraverso le regioni con un passato di dominazione islamica più prolungata: il Paese Valenciano, le Baleari e la Nuova Catalogna. Josep M. Nadal i Farreras anziché proporre una lista del lessico di origine araba presente nel catalano, considera alcune delle questioni poste dallo studio dei contatti linguistici tra catalano e arabo, tanto sul piano storico quanto su quello culturale e sociolinguistico concentrandosi sulla modalità di adattamento ed entrata nel catalano [8].
In primo luogo, vanno considerate le vie secondarie di penetrazione degli arabismi. Se il principale luogo di trasmissione fra mondo islamico e Occidente è rappresentato dalla Penisola Iberica, per i territori di lingua catalana la porta privilegiata sono Valencia e le Baleari; il contatto ha però canali di passaggio più estesi e articolati. La Sicilia, a lungo sotto la dominazione araba e poi catalana, mise a contatto le due lingue per tramite dell’italiano. Joan Coromines ha mostrato come la parola catalana ragatxo «giovane di poco conto impiegato per lavori umili», imparentato con l’italiano ragazzo e il castigliano ragaç, passò dall’arabo raqqāṣ al catalano tramite l’italiano «durante la dominazione catalana che seguì alla Guerra del Vespro» [9].
Anche le crociate rappresentarono un canale significativo di interazione tra il mondo islamico e quello cristiano; esse a partire dal secolo XII contribuirono all’introduzione di arabismi nel lessico pisano, veneziano e genovese, che si diffusero poi nel resto dell’Italia e successivamente in altre aree europee.
Il rinascimento del commercio europeo, scomparso quasi del tutto con la fine dell’età merovingia, fu anch’esso favorito dai contatti con il mondo musulmano. Le visite di mercanti italiani in Oriente si fecero sempre più frequenti tra XI e XII secolo, in particolare nei porti del Nord Africa, come quelli frequentati da navigatori genovesi e pisani. La conoscenza attiva della lingua araba da parte di questi mercanti facilitò l’ingresso di numerosi vocaboli inerenti al commercio e al suo lessico: duana («dogana») < ar. dīwān e aval («garanzia, fideiussione») < ar. ḥawāla.
Infine, non si può trascurare il ruolo dell’Esarcato bizantino, che veicolò verso l’Europa numerosi «orientalismi» di trasmissione greco-bizantina. Anche alcuni arabismi penetrati nel greco potrebbero essere giunti al catalano in epoca di espansione catalana nel Mediterraneo. È il caso del termine murtat («spia, rinnegato») che avrebbe seguito il percorso: ar. murtadd > tr. murtat > gr. bizantino μονογρᾶτος > cat. murtat.
La ricostruzione delle vie di penetrazione lessicale araba nella Penisola iberica impone un’indagine attenta sulla composizione etnica e linguistica dei gruppi che vi giunsero a partire dall’VIII secolo. In realtà, il processo di islamizzazione del Nord Africa era ancora in fase iniziale all’epoca della conquista del 711. Di conseguenza, molti dei contingenti musulmani che si stabilirono nelle regioni orientali della penisola — in particolare nel Paese Valenciano — erano costituiti prevalentemente da Berberi, popolazioni autoctone nordafricane che solo di recente erano entrate in contatto con la cultura e la lingua araba. La documentazione storica relativa alla conquista di Maiorca, come il Llibre del Repartiment [10], conferma questa presenza berbera: numerosi toponimi riportati nel testo fanno riferimento a gruppi tribali come i Marnīza, i Gumāra, i Banū Gafūl e i Masmūda. La distinzione tra questi nomi e quelli arabi evidenzia una mancata fusione tra élite araba e maggioranza berbera nelle fasi iniziali dell’insediamento islamico.
Tuttavia, l’adesione dei Berberi alla religione islamica, unita alle opportunità di mobilità sociale offerte dall’arabizzazione, favorì un rapido abbandono delle lingue camitiche a favore dell’arabo. Questo processo contribuì a limitare l’impatto diretto della lingua berbera sul catalano, che risulta infatti quasi del tutto privo di berberismi riconoscibili. Nonostante ciò, la questione non è del tutto chiusa. L’origine incerta di alcuni toponimi catalani e la presenza di elementi lessicali atipici suggeriscono che l’influenza berbera possa essere stata più sottile e indiretta di quanto si creda. Sarebbe dunque opportuno approfondire questa ipotesi con strumenti etimologici e linguistici più raffinati, capaci di individuare tracce linguistiche sfuggite finora all’analisi tradizionale.
Tra gli indizi più significativi della penetrazione berbera nei territori di lingua catalana, la toponomastica si rivela uno strumento particolarmente eloquente. Diversi toponimi delle Isole Baleari e del Paese Valenciano sembrano riflettere un’origine berbera più che araba in senso stretto. Studi come quelli di Joan Coromines [11] hanno messo in evidenza l’etimologia nordafricana di nomi come Tenja, Malí, Porto Salé, Tuent o Gomera, riconducibili a radici geografiche dell’area del Maghreb. Simili indicazioni emergono in ambito valenziano, dove toponimi come Atzeneta, Senija o Bugaia suggeriscono un’origine legata a centri berberi come Bejaïa o dell’area di Rabat. Anche nella Catalogna Nuova sopravvivono forme come Benissanet e Bítem, il cui legame con clan come i Banū Zanāta o con lessico berbero come Battām è stato ipotizzato.
Tuttavia, non tutti i toponimi contenenti il prefisso Beni- possono essere interpretati come indicatori certi di presenza tribale. In alcuni casi, tale elemento fu adottato a posteriori per conferire prestigio o antichità alla località stessa, come dimostra chiaramente il caso di Benidorm, la cui formazione è più tarda e non corrisponde a una reale origine araba o berbera. Inoltre, l’attribuzione cronologica dei toponimi effettivamente tribali resta in parte incerta: alcuni potrebbero risalire alle prime ondate migratorie dell’VIII secolo, altri alle riorganizzazioni tribali del XII secolo legate agli Almoravidi e Almohadi. L’analisi pionieristica di Ángel Poveda y Sánchez [12] ha dimostrato che la nomenclatura tribale era ancora presente e operativa nella documentazione notarile maiorchina ben oltre la conquista catalana del XIII secolo, confermando così una persistenza significativa delle identità berbere nel tessuto amministrativo.
Parallelamente, l’arabizzazione del territorio catalano – e in particolare dell’isola di Maiorca – si manifestò attraverso un ampio repertorio toponimico legato a forme agricole e insediative come alqueria < al-qarya, raval < raḥl, vocaboli che nell’arabo andaluso indicavano piccoli insediamenti agricoli. Questi termini, originati da strutture arabe, furono largamente utilizzati per designare spazi produttivi e abitativi anche in epoca cristiana. L’arabizzazione non fu tuttavia un processo uniforme: essa avvenne in modo graduale e differenziato, seguendo i ritmi imposti dalle dinamiche religiose e sociali dell’epoca. Come osserva Pierre Guichard [13], i Berberi adottarono l’arabo per integrarsi nel nuovo ordine islamico, ma la transizione linguistica non fu in tutta evidenza immediata. È probabile, infatti, che nel 711 una parte significativa delle truppe berbere parlasse ancora la propria lingua nativa. Questo implica che il contesto linguistico iberico post-conquista non fosse bipolare, ma piuttosto triangolare: l’arabo come lingua dominante e religiosa, il berbero come idioma militare e comunitario, e la lingua o il dialetto romanzo autoctono della popolazione cristiana sottomessa.
In alcune zone, dunque, è verosimile che il catalano medievale si sia formato attraverso un doppio filtro, adattandosi non solo all’influsso arabo, ma anche a quello più sotterraneo, ma non meno rilevante, della lingua berbera. Uno degli aspetti più dibattuti nella ricerca sugli arabismi catalani è il trattamento dell’articolo determinativo arabo al- nei prestiti lessicali. In molte lingue romanze, l’articolo al- risulta aglutinato (cioè incorporato al lemma) nella maggior parte degli arabismi. Il catalano presenta però una situazione anomala: la maggior parte degli arabismi catalani non conserva l’articolo al-. Questo fatto è stato oggetto di varie ipotesi interpretative ben riassunte da Nadal i Farreras [14].
Walter von Wartburg ha osservato che gli arabismi giunti alla Romania attraverso la Sicilia non presentano, di norma, l’articolo agglutinato. Al contrario, quelli entrati attraverso la Penisola Iberica tendono ad incorporarlo [15]. Da ciò deduce che il comportamento diverso osservato nel catalano potrebbe avere cause diverse dalla via di trasmissione siciliana. In parallelo, Helmut Lüdtke ha avanzato l’ipotesi che questa anomalia catalana possa essere dovuta alla mediazione berbera [16]. Dato che molti dei cosiddetti «Arabi» presenti nel territorio catalano erano in realtà Berberi, e considerato che la loro padronanza dell’arabo non era pienamente consolidata, è possibile che essi stessi non usassero sistematicamente l’articolo al- nei contesti di comunicazione quotidiana. L’assenza dell’articolo negli arabismi catalani potrebbe quindi riflettere una trasmissione orale parziale o semplificata; anche questa spiegazione non è pienamente soddisfacente. Come rileva Josep María Solà Solé [17], la relativa assenza dell’articolo al- nei prestiti catalani si spiega meglio con fattori interni alla lingua catalana stessa, più che con motivazioni esterne.
In altre parole, il catalano avrebbe mostrato una tendenza strutturale a rifiutare elementi morfologici percepiti come alieni. In effetti, circa il 12% degli arabismi catalani presenta nella storia della lingua due forme concorrenti: una con l’articolo al- e una senza. Questo dato lascia supporre che il processo di eliminazione dell’articolo sia stato progressivo e interno, favorito da una confusione fonologica [18]. Nel catalano orientale, per esempio, al- si sarebbe pronunciato come /al/, fonologicamente coincidente con l’articolo determinativo catalano maschile. Questa sovrapposizione articolatoria avrebbe portato alla reinterpretazione di al- come semplice articolo, e quindi alla sua successiva separazione o perdita.
In sintesi, la minor presenza dell’articolo al- nei prestiti arabi del catalano sembra essere il risultato di un meccanismo linguistico autoctono: una forma di resistenza sistemica all’incorporazione di strutture estranee, piuttosto che una conseguenza diretta della mediazione berbera o siciliana. Sebbene l’attenzione si sia concentrata principalmente sull’arabo e sul berbero, è importante ricordare che il Nord Africa non era un’area linguisticamente omogenea al momento della conquista araba. Oltre al berbero, altre lingue – alcune delle quali con lunga tradizione scritta e amministrativa – continuavano ad avere un ruolo attivo nella regione. Si ricorda che il copto e il greco in Egitto furono utilizzati rispettivamente come lingue religiose e burocratiche anche dopo la conquista islamica, che il latino godeva ancora di ampia diffusione nelle zone litoranee e urbanizzate del Nord Africa e, come altrove nella Romania, si era già evoluto in forme locali [19].
Questa forma di latino volgare parlato dagli Afāriqa (abitanti nordafricani di origine berbera o bizantina), è nota in alcune fonti arabe con il nome di ar-rūmī. Questo termine si riferiva appunto alla lingua romanza nordafricana, frutto della romanizzazione tardoantica e bizantina. Gli studi pionieristici di Tadeusz Lewicki, in particolare il suo celebre lavoro Une langue romane oubliée de l’Afrique du Nord [20], hanno identificato almeno 85 toponimi o termini lessicali nel Maghreb che sembrano riflettere una continuità delle varietà romanze africane. Tra gli esempi riportati si trovano:’aqūstīn < Agostinus; ‘uqtūba < October; ‘ijlis < Ecclesia; Zan o Jan < Joannes. Questa lingua, ar-rūmī, sarebbe scomparsa progressivamente a causa della ruralizzazione imposta dalla trasformazione islamica della società, soprattutto a partire dal X e XI secolo. A partire da tali dati, si possono avanzare due ipotesi suggestive: una parte dei Berberi che giunsero nella Penisola Iberica nel 711 potrebbe aver conosciuto o utilizzato elementi di questo latino africano, veicolando inconsapevolmente forme linguistiche romanze pre-arabe nella nuova realtà iberica, oppure la lotta per la supremazia linguistica nel Nord Africa tra arabo, berbero e latino può offrire un utile modello sociolinguistico comparativo per comprendere le dinamiche della penetrazione dell’arabo nella Penisola Iberica.
In particolare, nel Paese Valenciano, la concorrenza tra la variante romanza e il berbero, entrambe lingue in ritirata, e l’arabo come lingua del potere, potrebbe aver ricalcato analoghi processi già avvenuti in Ifrīqiya (attuale Tunisia). Si tratterebbe, dunque, di fenomeni di arabizzazione linguistica paralleli, sia nel Maghreb che nella Penisola, che coinvolgono dinamiche di sostituzione, coabitazione e conflitto tra varietà linguistiche diverse e non esclusivamente tra l’arabo e le lingue romanze, ma anche tra l’arabo e le altre lingue preesistenti.
Sempre secondo Nadal i Farreras [21] lo studio degli arabismi nella lingua catalana presenta notevoli difficoltà di ordine linguistico, che ne rendono l’approfondimento particolarmente complesso. Uno dei problemi principali è la scarsità di linguisti realmente competenti in entrambe le tradizioni linguistiche, cioè araba e romanza. Tale mancanza ha portato spesso alla ripetizione acritica di relazioni superficiali, etimologie arbitrarie o errori consolidati dalla tradizione filologica. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dal carente sviluppo lessicografico della lingua catalana, rispetto, ad esempio, allo spagnolo e al portoghese. Mentre queste due lingue hanno beneficiato fin dal passato di buoni dizionari storici, il catalano ha dovuto affrontare il ritardo accumulato nella produzione di strumenti filologici adeguati. Inoltre, una particolarità strutturale della lingua catalana ha contribuito a complicare lo studio degli arabismi: mentre in spagnolo e portoghese la maggior parte degli arabismi conserva l’articolo arabo agglutinato al-, in catalano gli esempi sono più rari. Basti confrontare: sp. alcachofa («carciofo»), alcanfor («canfora»), algodón («cotone»), altabaque («tabacco»)[22], cat.: carxofa, càmfora, cotó, tabac. Anche nella lingua moderna, molti termini catalani hanno abbandonato l’elemento al- che caratterizzava le forme più antiche: almesc > mesc (dall’arabo andaluso misk «muschio»), almagatzem > magatzem «magazzino», solo per fornire due esempi fra molti. Nei dialetti popolari, questa tendenza si è accentuata: ad esempio, albercoc («albicocca») viene reso come bercoc, alfàbrega («basilico») come fàbrega, aljub («cisterna») come jub. Questa situazione ha avuto ripercussioni metodologiche dirette: poiché molti etimologi si sono concentrati quasi esclusivamente sui mots en al-, ritenendoli indicatori chiari di origine araba, gli arabismi catalani privi di questa particella sono stati a lungo trascurati. Infine, lo studioso Germà Colón, pur riconoscendo che il catalano mostra una maggiore resistenza all’adozione di arabismi rispetto allo spagnolo, ha individuato una serie di problemi specifici da tenere in considerazione che seguendo lo schema proposto da Nadal i Farreras [23] potremmo sintetizzare così:
- Arabismi identici in spagnolo e catalano: aljibe / aljub («cisterna»)
- Arabismi simili ma con varianti: azulejo / rajola («piastrella, mattone»)
- Arabismi in spagnolo con equivalenti non arabi in catalano: adelfa / baladre («oleandro»)
- Arabismi in catalano con equivalenti non arabi in spagnolo: baldufa / trompo («trottola»)
- Varianti geografiche all’interno del catalano: tramus nel sud, llobi nel nord («lupino»)
- Arabismi arcaici scomparsi dallo spagnolo moderno: ginesta / hiniesta («ginestra»)
- Divergenze semantiche: aceña / senia («ruota idraulica per irrigare < ar. Andaluso sāniya»)
- Arabismi «secondari» (cioè, prestiti greco-latini passati all’arabo e da lì al catalano): gypsum > algeps («gesso»)
- Coesistenza di forme parallele nei testi antichi: rambla / areny («sabbia»), algeps / guix
Questi esempi illustrano come la realtà degli arabismi catalani sia molto più articolata di quanto una semplice analisi morfologica o fonetica possa rivelare. Serve quindi una visione integrata, in cui filologia, sociolinguistica, geografia linguistica e storia culturale collaborino per restituire un quadro più competo.
L’analisi fonologica degli arabismi catalani costituisce un passaggio imprescindibile per comprendere come la lingua abbia integrato, adattato e trasformato i prestiti lessicali arabi. Tale adattamento, infatti, non fu meccanico, ma seguì precise linee evolutive fonetiche coerenti con la struttura della lingua ricevente e le diversità presentate dalle varianti arabe. Rileva, nella prospettiva delle competenze linguistiche richieste per l’analisi, che il vocalismo arabo classico costituito dalle tre vocali brevi o lunghe (/a/, /i/, /u/) presenta varianti allofoniche di contesto (la contiguità di suoni consonantici) e dialettali, a seconda della variante araba. Nella Penisola iberica due sono le tendenze principali: la imāla, la tendenza della /a/ a convertirsi in [e] e a volte in [i]: ad esempio senia/sinia < sāniya o il toponimo maiorchino Benissalem < Bani-Sālam; il tafḫim, la tendenza della /a/ a convertirsi in [o] in contesto velare o labiale: ad esempio xarop < šarāb («bevanda»), Marroc < Marrākuš. Per quanto riguarda /i/ laddove si realizzava come allofono [e] in contesto velare e faringale ha dato e: il toponimo valensiano Aleuda < al-’Idwa, mentre /u/ che nel medesimo contesto sviluppava l’allofono [o] ha dato o: cotó < al-quṭun.
La fonologia consonantica degli arabismi catalani mostra una maggiore varietà di adattamenti a causa dell’esistenza di fonemi arabi assenti nel sistema fonologico catalano. Alcune delle strategie di adattamento osservate sono le seguenti: le enfatiche arabe (ṣ, ḍ, ṭ) furono rese in catalano con consonanti semplici corrispondenti: ṭarṭūra > tartuga («tartaruga»), ḍirb > tirb (ar. andaluso «piacere, piacere musicale, canto»); la consonante ʿayn fu omessa o sostituita con una pausa o una vocale: raʿīs > raís (poi rais, con forma adattata); La consonante qāf fu adattata come c o g, in base alla posizione e all’analogia con altri termini: qalʿa («fortezza») > alcazar o alcassaba (a seconda della regione); La spirante interdentale araba ḏ venne resa come d o z [tz]: ḏahab («oro») > atzabe, forma popolare di or. Anche le sonorità e le geminate furono trattate in modo selettivo: spesso le geminate arabe (mm, nn, ll) vennero semplificate o mantenute solo se fonologicamente accettabili nella morfologia catalana.
Il mutamento di genere riscontrabile in numerosi arabismi catalani, spesso accompagnato da altri adattamenti morfologici, rappresenta un fenomeno di grande interesse per la linguistica storica e per la comprensione dei processi di contatto linguistico. Oltre alle modifiche fonologiche necessarie per armonizzare i prestiti al sistema romanzo, molti termini arabi subirono riclassificazioni grammaticali, in particolare passaggi dal maschile al femminile – motivate dalla regolarità morfologica del catalano medievale e dalle associazioni semantiche interne alla lingua ricevente. Così, voci maschili in arabo come al-ḥabaq («basilico») o al-bāḏinǧān («melanzana») furono integrate come almafega e albergínia, entrambe femminili, analogamente ad altri nomi di piante e prodotti agricoli già presenti nel lessico romanzo. In altri casi, come makhzan («magazzino»), la forma iniziale almagatzem venne regolarizzata al maschile. Interessante il caso di ḥalāl; nei documenti medievali catalani che trattano di alimentazione, diritto musulmano o mercati nelle zone di convivenza con mudèjars o moros, le fonti tendono a usare perifrasi in latino o catalano per spiegare concetti islamici, piuttosto che adottare il termine arabo in forma diretta. Ad esempio, si parla di carne neta o carne segons llur llei per indicare la macellazione lecita secondo l’Islam, senza trascrivere ḥalāl: l’uso diretto di halal in catalano è invece moderno, risalente soprattutto al XX secolo e dovuto alla globalizzazione linguistica e culturale, connessa alla gastronomia e alla certificazione alimentare. È quindi un prestito recente, non un arabismo medievale radicato nel lessico storico. Queste trasformazioni mostrano come l’assimilazione morfologica non fosse casuale, ma rispondesse a meccanismi sistematici di ristrutturazione interna.
Il processo di integrazione morfologica degli arabismi catalani si manifestò anche attraverso la produttiva applicazione di suffissi e modelli derivativi tipicamente romanzi. Numerosi prestiti furono dotati di suffissi come -er, -eria o -ista, che permisero la creazione di nuove famiglie lessicali. Così, da raḥl («accampamento») si formò raval («quartiere fuori dalle mura») e, per derivazione ravaler è l’abitante del raval, mentre ravaleria designa collettivamente questa comunità, spesso legata a mestieri popolari, mercati e attività artigianali; l’aggettivo ravaler/a si usa per qualificare eventi, usi o tradizioni tipici di quel contesto, come ad esempio una festa ravalera, cioè una celebrazione radicata nella vita e nello spirito del quartiere esterno; da ṭabaq («piatto») si ottenne tabaquera, con suffisso -era per indicare un contenitore; e da maghzal («rocchetto») si passò a magatzem («luogo doce si tiene la lana filata») e, successivamente, a magatzemista («persona che lavora in un magazzino»). In alcuni casi, la creatività morfologica catalana produsse verbi e derivati secondari da arabismi ormai stabilizzati, come rambla da raml («sabbia» o in origine «letto asciutto di un torrente») > ramblejar «passeggiare lungo la rambla», o sènia (da sāniya, «ruota idraulica per irrigare») > senier («conduttore o manovratore di una sènia») e senieria («luogo dove si trova una sènia»). Questo fenomeno dimostra che, una volta entrati nel lessico, i prestiti arabi venivano percepiti come pienamente «nativi» e quindi liberamente manipolabili dai meccanismi interni della lingua, fino a generare nuovi significati e forme [24].
L’integrazione formale si accompagnò a una rielaborazione semantica articolata. Molti arabismi conservarono il significato originario, specie nei domini concreti come agricoltura (sènia, aljub), architettura: alqueria, alcova; il primo, dall’arabo andaluso al-quriyya («villaggio»), designava piccoli insediamenti agricoli o case rurali con annessi terreni, struttura tipica dell’organizzazione agraria islamica, sopravvissuta dopo la conquista cristiana, soprattutto nell’area valenciana. Il secondo, dall’arabo al-qubba («cupola»), originariamente indicava costruzioni voltate o cupolate, ma in catalano si specializzò nel senso di piccola stanza adiacente alla camera principale, spesso con funzione privata o intima. Entrambi i termini, oltre a conservare l’articolo determinativo arabo al-, riflettono un processo di adattamento fonetico e semantico al sistema romanzo. e commercio (magatzem). Altri subirono restringimenti semantici, come carxofa – che in arabo designava vari tipi di cardo e in catalano è limitata al carciofo – o il già citato raval, passato da «accampamento» a «sobborgo urbano». Non mancano estensioni o traslazioni, come gatzara (da ghaṭṭāra, «confusione») che ha assunto una connotazione festosa, o cotó (da quṭn), dal significato generico di «cotone» a quello di «tessuto di cotone». Alcune voci cambiarono categoria semantica o grammaticale, come tabal, vocabolo arabo andaluso passato nel medioevo da «tamburo» a «tamburino» e in espressioni come fer tabal può voler dire «fare chiasso o diffondere una notizia ovunque» [25] o barraca di origine arabo andalusa o berbera, ampliato a «struttura rurale temporanea» tipica del paesaggio catalano [26]. La combinazione di adattamenti morfologici e trasformazioni semantiche conferma che gli arabismi non furono prestiti passivi, ma elementi dinamici, riplasmati secondo le esigenze comunicative, culturali e sociali della Catalogna medievale.
Nel loro insieme, questi dati mostrano che l’influenza araba sul catalano non fu né marginale né superficiale. Al contrario, essa contribuì in modo sostanziale alla formazione del vocabolario, delle strutture morfologiche e dei registri semantici della lingua catalana. L’arabo fu non solo fonte di prestiti, ma anche veicolo di modelli culturali e cognitivi che si sedimentarono nel tessuto linguistico locale. Per comprendere appieno la portata di questa influenza, è necessario adottare un approccio integrato, capace di tenere conto delle dinamiche diacroniche, sociolinguistiche e geografiche. Solo una visione comparativa e interdisciplinare potrà restituire la profondità dell’interazione arabo-catalana nella sua vera complessità storica.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] In questo momento infilo questo ago / con il filo di un proposito ben chiaro:che la parola sia lo strumento / per costruire un futuro più umano. Miquel Martí i Pol, L’àmbit de tots els àmbits, Edicions 62, Barcelona 2021: 23; Le traduzioni dal catalano e dall’arabo sono a cura dell’autore del presente articolo.
[2] S. G. Thomason, T. Kaufman, Language Contact, Creolization, and Genetic Linguistics, University of California Press, Berkeley 1988: 35; «Il cambiamento indotto dal contatto è mediato dal contesto socioculturale in cui le lingue si incontrano e i parlanti negoziano le loro identità e le loro esigenze comunicative».
[3] F. Corrientes, Diccionario de arabismos y voces afines en iberorromance, Gredos, Madrid 2008: 17-67
[4] A. Labarta, Algunos aspectos del dialecto árabe valenciano en el siglo XVI a la luz del fondo de documentos del AHN in «Jornadas de cultura Árabe e islàmica», Madrid 13-19 dicembre 1980.
[5] Per l’inquadramento storico e linguistico si vedano: R. d’Adabal i de Vinyals, Dels Visigots als Catalans,Volum I: La Hispania visigòtica i la Catalunia carolíngia, edicions 62, Barcelona 1969; R. d’Adabal i de Vinyals, Dels Visigots als Catalans,Volum II: La formació de la Catalunya independent, Edicions 62, Barcelona 1974; J. M. Nadal, M. Prats, Història de la llengua catalana I: Dels orígines fins al segle XV, edicions 62, Barcelona 1987; F. de B. Moll, Gramàtica històrica catalana, PUV, Valencia, 2024: 31-67.
[6] J. Coromines, Estudis de toponímia catalana, Editorial Barcino, Barcelona 1981.
[7] La ricostruzione, la metodologia e gli esempi si adeguano a quanto esposto da J. M. Nadal i Farreras in La conquesta àrab i la llengua catalana, «Els Marges: revista de llengua i literatura», n. 22–23, Barcelona 1981: 3–18
[8] La conquesta àrab i la llengua catalana: 5-12.
[9] J. Coromines, Mots catalans d’origen aràbic, «Entre dos llenguatges», Barcelona 1977: 177.
[10] Il Llibre del Repartiment costituisce una fonte primaria di eccezionale rilevanza per la ricostruzione storica, socioeconomica e linguistica della Corona d’Aragona nel XIII secolo. Redatto immediatamente dopo le campagne militari di Giacomo I d’Aragona – la conquista di Maiorca nel 1229 e quella di Valencia nel 1238 – il testo documenta in modo sistematico la redistribuzione delle terre, degli immobili e delle risorse produttive nei territori appena annessi. Ne esistono due versioni principali: il Llibre del Repartiment de Mallorca (1229), conservato presso l’Arxiu del Regne de Mallorca, e il Llibre del Repartiment de València (1238–1270). L’importanza di tali documenti trascende l’ambito giuridico-amministrativo, poiché essi registrano con notevole precisione la toponimia e l’antroponimia preesistenti, molte delle quali di origine araba o berbera. Questi dati consentono di mappare la persistenza di insediamenti musulmani nel periodo post-conquista e offrono indicazioni cruciali sulle dinamiche di contatto linguistico e culturale tra popolazioni cristiane, islamiche ed ebraiche. In tal senso, il Llibre del Repartiment si configura come un osservatorio privilegiato per lo studio dei processi di arabizzazione e della successiva ristrutturazione sociolinguistica nello spazio catalano-medievale.
[11] Estudis de toponímia catalana: 265-279.
[12] À. Poveda y Sanchez, Introducción al estudio de la toponimia árabe-musulmana de mayurca según la documentación de la ciudad de Mallorca, «Awrāq», 3, 1980.
[13] La conquesta àrab i la llengua catalana: 7.
[14] La conquesta àrab i la llengua catalana: 15.
[15] W. Von Wartburg, Gründfragen der etymologischen Forschung, «Neue Jahrbücher für Wissenschaft und Jugendbildung», 7, 1932: 222-235.
[16] La conquesta àrab i la llengua catalana: 9.
[17] J.M. Solà i Solé, El articulo al- en los arabismos del ibero-románico, «Romance Philology», 1968: 275-85.
[18] La conquesta àrab i la llengua catalana: 15-16.
[19] La conquesta àrab i la llengua catalana: 3-10.
[20] T. Lewicki, Une langue romane oubliée de l’Afrique du Nord, «Rocznik Orientalityczny», Cracovia, 1953, pp. 415–480.
[21] La conquesta àrab i la llengua catalana: 5.
[22] L’etimologia del termine tabacco costituisce un caso emblematico di interazione linguistica tra il Nuovo e il Vecchio Mondo nel contesto delle prime esplorazioni transoceaniche. La forma italiana tabacco, comune alle altre lingue romanze (tabac in catalano e francese, tabaco in spagnolo e portoghese), deriva verosimilmente dall’ispanico tabaco, attestato in fonti castigliane della metà del XVI secolo e ricondotto alla lingua taina dei Caraibi. In questa lingua amerindia, tabaco designava, secondo interpretazioni divergenti, sia la pianta oggi nota come Nicotiana tabacum, sia uno strumento a forma di Y utilizzato per inalare il fumo di erbe combustibili. Una minoranza di studiosi ha ipotizzato una derivazione dall’arabo ṭubāq, termine che in epoca medievale indicava un’erba medicinale e che, per somiglianza fonetica, sarebbe stato riadattato in età moderna per la nuova realtà botanica importata dall’America.
[23] La conquesta àrab i la llengua catalana: 11.
[24] Cfr. le voci corrispondenti in J. Coromines, Diccionari etimològic i complementari de la llengua catalana. 9 voll. Curial Edicions Catalanes / La Caixa, Barcelona 1980-2001.
[25] Il tabal è uno strumento a percussione di grandi dimensioni, dalla forma cilindrica, che produce un suono profondo e risonante. Simile al rullante ma con un timbro più grave, viene suonato con due bacchette ed è protagonista di numerose tradizioni popolari del mondo catalano, in particolare nelle terre valenciane e nelle Baleari. Nelle festes de moros i cristians o nelle colles de dolçaina i tabal, il suo ritmo cadenzato accompagna sfilate, danze e momenti solenni, conferendo alla celebrazione un’energia potente e coinvolgente.
[26] Gramàtica històrica catalana: 54-56.
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Alessandro Perduca è un anglista e germanista di formazione, con esperienza universitaria di insegnamento e ricerca. Si è occupato di letteratura inglese premoderna, moderna e contemporanea in diversi interventi e articoli. Si interessa di storia delle idee in chiave comparatistica e interculturale. Ha all’attivo contributi e studi su Shakespeare, la poesia romantica, Conrad, Auden e Heaney, oltre a numerose traduzioni. Ha tradotto Le ali spezzate di Kahlil Gibran per le Edizioni San Paolo e pubblicistica in lingua tedesca nel campo della teologia e delle scienze dell’antichità. Docente di lingua e cultura inglese nella scuola secondaria, lavora attualmente presso il liceo classico statale “Salvatore Quasimodo” di Magenta (MI).
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