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Genealogie familiari e connessioni femminili nelle Vite di Sandra Puccini

Sandra Puccini

Sandra Puccini

di Antonino Colajanni 

Vite. Storie di due famiglie tra Ottocento e Novecento di Sandra Puccini (Edizioni Sette Città, Viterbo 2024) è un libro bellissimo. Una straordinaria e molto intensa composizione di memorie familiari, soprattutto remote, che ricostruiscono con grande arte scrittoria una vita e molte vite in un continuo intreccio di esperienze importanti, apprendimenti occasionali, emozioni indimenticate. Molti di questi frammenti ricordo di averli ascoltati dai racconti di Sandra, nelle numerose occasioni di incontri di fine settimana, nella terrazza della sua bella casa romana, nella meravigliosa e panoramica casa di Maratea, negli intervalli di alcuni incontri e congressi universitari.

Due grandi reti di legami familiari si intrecciano in discontinui incontri e periodiche contraddizioni: il filone materno e quello paterno. Il “confronto con gli altri” appare continuamente in queste storie come la condizione per la costruzione dell’immagine di sé che ciascun individuo si costruisce. Le diverse località, le abitazioni e i diversi contesti locali, gli oggetti (tracce sedimentate di molti anni di vita) sono l’architrave fondamentale di queste storie familiari. E i bambini, con i loro giocattoli e i giochi, gli animali, i vestiti caratteristici, sono i protagonisti della maggior parte delle pagine.

Le intense relazioni affettive tra i due gruppi fondamentali di parenti, che rappresentano due diverse classi sociali, si alternano e si intrecciano con le tensioni, le incomprensioni e gli occasionali conflitti, che nella loro successione configurano una complessa storia familiare e parentale, che è anche una ricca autobiografia degli anni remoti. Ha una importanza fondamentale, nella storia, la opposizione tra il rapporto di straordinaria intensità di Sandra con il padre e quel non facile e tormentato legame con la madre. Anche se le donne sono punti di riferimento ineliminabili delle memorie familiari («la memoria passa per una linea femminile», ed «è più naturale per i figli interrogare le mamme sulle storie di famiglia»).

È una grande storia di passaggi, di passaggi dolorosi, come esperienze nelle quali si perde sempre qualche cosa, e non si può tornare indietro. E la vita è fatta di passaggi. 

2Questo è dunque uno straordinario esempio del genere della Autobiografia, della costruzione di una “storia di vita”, alternando una prima parte ricostruttiva rigorosa e meticolosamente configurata nelle relazioni di tempi e di luoghi, e una seconda parte che manifesta impegnativi «esperimenti di scrittura, prove di finzione evocativa che parte da fatti reali, ma nelle quali l’immaginazione consente di approfondire  e di lasciarsi andare a narrare sensazioni, smarrimenti, emozioni fuori dalla necessità di ripercorrere la cronologia degli eventi e fuori, anche, dal rispetto di una certa veridicità storica». Ed è naturalmente una autobiografia che risponde, in molti modi, a una tradizione di documentazione antropologica molto importante, che raccoglie da un soggetto particolare la percezione e valutazione del sé all’interno della rete sociale-parentale, dei luoghi attraversati e delle temporalità cruciali in una intera vita. Sandra non ha pensato di collocare esplicitamente la storia delle sue vite in questo quadro disciplinare, ma qui lo possono ben fare almeno due dei nostri amici-colleghi che sono esperti del tema: Pietro Clemente e Zelda Alice Franceschi.

3Ma in questo suo bellissimo libro di memorie, Sandra accenna solo un paio di volte alla sua qualificatissima partecipazione alla professione di antropologa. Lei era senza dubbi il più importante studioso di storia dell’antropologia. I suoi bellissimi libri, dai viaggiatori ai primi antropologi italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, sono apprezzati e celebrati da tutti gli studiosi del ramo; non solo in Italia, ma anche in Francia, per esempio (per i numerosi saggi pubblicati in quel Paese: ricordo fra gli altri il ricco saggio Les manuels italiens pour l’observation, la description et la collecte des données, del 1996). Tra gli altri, il volume L’uomo e gli uomini. Scritti di antropologi italiani dell’Ottocento, del 1991, è un insuperato “classico” del genere. Una documentazione precisa e dettagliata, le ricerche e gli studi collocati nel “contesto spaziale e temporale”, le relazioni collaterali e quelle di successione tra gli studi, le frequenti “storie di vita” di autori importanti o meno importanti, la continua attenzione ai rapporti interdisciplinari, fanno dei saggi di Sandra un patrimonio di grande qualità, che vorrei fosse riconosciuto e valorizzato molto più di quanto non si sia fatto finora. E l’idea che per trovare le forti radici del pensiero antropologico moderno sia utile se non necessario esplorare attentamente le esperienze e le scritture dei viaggiatori, antichi e recenti, mi sembra fondamentale anche per disegnare il futuro dei nostri studi. Come è stato già detto, Andare lontano. Viaggi ed etnografia nel secondo Ottocento, del 1999, è un magnifico volume che consiglio ancora oggi a tutti i giovani che vogliano avvicinarsi alle nostre discipline. È un gran libro che si concentra sul  «ruolo dei viaggiatori nel costruire l’antropologia ottocentesca e nell’influenzare l’intera società italiana». E gli studi eccellenti su Lamberto Loria, assieme a Fabiana Dimpflmeier, sono tappe di grande qualità dei nostri studi. 

Comunque, risulta in parte curioso che Sandra abbia fatto pochi, leggeri e occasionali riferimenti alla “presenza” degli studi antropologici nella sua storia di vita. Ho ricordi di alcuni racconti, bellissimi e intriganti, dei suoi primi passi nei rapporti con il Maestro Alberto Cirese, e sulla lenta costruzione della sua identità professionale, con divertenti accenni alle non facili relazioni con il complesso mondo delle nostre discipline. Ma non si può trascurare una divertente e acuta nota di Sandra nel capitolo “Interludio. Incontri di ospedale”, in questo libro: 

«Avrà pensato anche lei – come i miei familiari – che sono proprio una grandissima rompipalle! Ed è vero. Ma lo sono perché di mestiere faccio l’antropologa: e gli antropologi si devono fare i fatti degli altri, per forza. Fa parte del loro lavoro!».  
Sandra Puccini

Sandra Puccini

E anche l’“Interludio. La Roma. Tra antropologia e autobiografia” contiene divertenti e acute osservazioni che non mancano di mostrare tratti di “antropologia dello sport”, dati ed osservazioni accurate, stimolate dalla grande passione del padre per il calcio e per la squadra della Roma. In ogni caso, però, esiste un bellissimo e ricco saggio di Sandra che racconta bene e con grande precisione e trasporto la storia del suo incontro e impegno ventennale nel campo dell’antropologia (Una storia di vita: tra autobiografia e antropologia, “La Ricerca Folklorica”, 73, 2018: 34-45). L’esordio in questo saggio è molto rilevante per le nostre considerazioni di oggi sulla storia delle due famiglie di Sandra: 

«Comincerò da lontano tracciando un quadro che non comprende soltanto l’antropologia: perché le vocazioni non si improvvisano e un’autobiografia – sia pure stringata – è pur sempre una storia di vita dove sono rilevanti i rapporti familiari, le vicende personali, i legami tra generazioni, i luoghi che si abitano, le antipatie, le simpatie e perfino gli amori. Gli interessi di lavoro, le scelte e le ambizioni scientifiche sono perciò il riflesso dell’intera personalità di chi si racconta, dei suoi affetti e delle sue perdite, di soddisfazioni e delusioni, di scoramento e conforto». 

Ma nella sua carriera scientifica, intensamente dedicata alla storia dell’antropologia, lei era completamente isolata nel gruppo dei coetanei che si occupavano di antropologia, era proprio «un pesce fuor d’acqua – obsoleta come i miei oggetti di studio…..Perché c’era (e c’è) nella nostra comunità scientifica uno strano pregiudizio verso coloro che si dedicano a studi come i miei. In realtà anche un archivio o una biblioteca sono un campo dove si incontrano uomini (del passato) con i quali – inevitabilmente – si stabilisce un dialogo, sia pure solo intellettuale – e di cui si cerca di interpretare il valore e il carattere». 

Oggi noi ricordiamo Sandra per questo suo bel libro, e rimpiangiamo la sua affascinante abilità di raccontatrice di storie, ma ci rivediamo felicemente come un gruppo di amici che vorrebbero tessere ancora insieme una rete di storie di vite personali legate dal riferimento a una grande amica, frequentemente ricordata con affetto e con rimpianto da tutti noi. 

Dialoghi Mediterranei, n.74, luglio 2025

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Antonino Colajanni, professore ordinario di Antropologia sociale nell’Università di Roma “La Sapienza” (oggi in pensione) e membro del Collegio dei Docenti del Dottorato in Scienze Antropologiche. È stato Vice-Presidente dell’Associazione Italiana per le Scienze Etno– Antropologiche (A.I.S.E.A.). Esperto e Consulente per gli aspetti sociali e culturali dei processi di sviluppo presso Organizzazioni Internazionali e ONG. Responsabile del Centro Studi della ONG “Ricerca e Cooperazione” e Responsabile dei Progetti in Colombia. Ha svolto ricerche empiriche sui processi di cambiamento socio-culturale in diverse aree indigene e rurali dell’Ecuador, Colombia, Perù, Bolivia, Guatemala. Ha pubblicato saggi e volumi sulle trasformazioni sociali tra gli indigeni Shuar e Achuar dell’Ecuador, sull’antropologia dei progetti di sviluppo, sulla storia dell’antropologia sociale, sull’antropologia giuridica. Tra le sue ultime pubblicazioni si segnalano: Storia della teoria ertnologica, con Robert H. Lowie (2018); Le Nazioni Unite e l’antropologia. La dimensione culturale nei programmi dell’UNESCO, della Banca Mondiale, della FAO e dell’IFAD, con Lia Giancristofaro e Viviana Sacco (2020); L’antropologia collaborativa, con di Lia Giancristofaro e Giacomo Nerici (2024).

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