di Daniele Sicari
Qad ġazza fulān bi-fulān wa i‛tazza bihi idhā iḫtaṣṣahu bayna aṣḥābihi.
(Un uomo mostra orgoglio per un altro e ne trae motivo di vanto quando lo distingue e lo predilige tra i suoi compagni) [1]
Introduzione
Questo articolo intende, prima di tutto, rispondere a una specifica istanza, che è quella – considerato che nel momento in cui si scrive è in corso il brutale genocidio operato dalle forze di occupazione israeliane nei confronti della popolazione palestinese residente a Gaza – di restituire alla Geografia i diritti che questa sembra avere perduto a causa dei soprusi della Storia. Questi stessi diritti che qui si reclamano, tuttavia, non hanno solamente a che vedere con le caratteristiche geomorfologiche di una striscia di terra di appena 360 chilometri quadrati, ma anche con le persone che vi abitano, più di due milioni fino all’ottobre del 2023, in larga parte rifugiati, “sfollati”, costretti a migrazioni interne per sfuggire alle violente aggressioni che l’intera comunità palestinese ha subìto con la Nakba, o “catastrofe”, dell’anno 1948.
Oggi la città di Gaza, insieme ad altri centri di una certa importanza presenti all’interno della “Striscia”, tra cui Bayt Ḥānūn, Khān Yūnis e Rafaḥ, è ridotta in macerie, distrutta dai reiterati bombardamenti, e coloro che sono sopravvissuti sono ridotti alla fame, minacciati dal diffondersi di malattie dovute alle pessime condizioni igienico-sanitarie e dall’assenza dei primari mezzi di sussistenza. Non solo questo. La proposta di un piano di transizione per Gaza a guida anglo-americana [2] lascia presagire il brusco e quantomai estremo allontanamento della possibilità di un processo di liberazione e di autodeterminazione per la comunità palestinese, sempre più esclusa dalle scelte politiche che pur la riguardano direttamente, le cui sorti sono decise “a tavolino” – oggi come ieri – da Potenze straniere.
Nel complesso dell’ampia produzione occidentale a carattere storico e geografico avente per oggetto la Palestina, che soprattutto guarda a Gerusalemme e ai Luoghi santi, Gaza è spesso ingiustamente “tenuta a margine”. Ingiustamente, perché sono lasciati in ombra sia il ricco passato della città, a partire dal periodo che ha visto tramontare l’egemonia bizantina e schiudersi la stagione islamica (fine del VI secolo-prima metà del successivo) sia il notevole ruolo che Gaza ha rivestito, in epoca islamica, nel contesto della regione vicino-orientale e non soltanto [3].
Nonostante questo grave silenzio, va detto che la città di Gaza, insieme alla regione che la circonda, più volte e in maniera diversificata compare nelle descrizioni dei geografi di lingua araba che, a partire dal IX secolo – periodo, questo, segnato dalla fioritura, nel complesso della letteratura di adab di età abbaside, della nascente letteratura geografica – restituiscono, attraverso copiosa messe di stime, descrizioni ed osservazioni, un’immagine quantomai interessante dei territori che allora componevano il mondo islamico e/o dār al-islām. Tali informazioni, in considerazione dell’interesse polivalente dei loro autori, che nell’Islam è fatto normale, non restano confinate al dato geografico, ma si arricchiscono spesso di notizie storiche, profili biografici di personalità illustri, citazioni ed aspetti altri che permettono l’uso di queste stesse fonti anche nella formulazione del discorso storico.
È questo anche il caso della Palestina, per prima raggiunta dalle milizie musulmane con l’aprirsi delle grandi conquiste di espansione nella prima metà del VII secolo, e da lì in poi designata, per rispondere ad istanze di tipo amministrativo e militare, come ǧund Filasṭīn, e della stessa città di Gaza, che di questo distretto faceva parte.
Ciò che si proverà a fare attraverso questo contributo sarà dunque restituire a Gaza la sua centralità e la sua importanza – sia nel contesto della regione palestinese sia in quello più ampio dell’intera regione vicino-orientale (o sarebbe meglio dire del Bilād al-Šām, la Siria storica, pur non potendosi escludere l’Egitto per via di contiguità geografica) – vuoi religiosa, amministrativa o culturale, quali si riflettono nella produzione geografica in lingua araba tra i secoli IX e XIV [4].
1.
Nell’abbondante letteratura religiosa di ḥadīth [5], il nome di Ġazza (sarà d’ora in avanti usata questa forma, con cui la città è nota in lingua araba) compare più volte, spesso associato a quello di un’altra città, ‛Asqalān/Ascalona, oggi in territorio israeliano, situata a una ventina di chilometri a nord dalla prima e, come Ġazza, con un importante sbocco sul mare. Ciò porta a ritenere che Ġazza e ‛Asqalān erano già note ai Musulmani prima che le due città venissero conquistate in via definitiva nell’anno 637, e che godevano di ampia reputazione sulla base della loro posizione e delle loro condizioni di prosperità. Uno di tali ḥadīth, ad esempio, recita: «Pienezza di gioia troverà colui che abiterà in una delle due spose, Ġazza e ‛Asqalān». Lo si ritrova anche sotto altra forma: «Beato colui che Iddio ha destinato a vivere in una delle due spose, Ġazza o ‛Asqalān.» [6].
Il termine arabo usato per indicare le ‘due spose’ (al-‛arūsayn) è significativo: esso non è da intendersi in senso strettamente nuziale, ma come metafora di ‘bellezza’, ‘onore’, ‘nobiltà’ e ‘dignità’.
Il celebre cosmografo di origini iraniane Abū Yaḥyā Zakaryā al-Qazwīnī, vissuto nel XIII secolo, riporta un ḥadīth per certi versi simile al primo: «Vi annuncio la lieta notizia delle due perle preziose (al-‛arūsayn): Ġazza e ‛Asqalān» [7], esaltando l’idea di nobiltà e prestigio che, come un manto prezioso, avvolge le due città. Degna di nota, a questo proposito, è la descrizione che al-Qazwīnī dà di ‛Asqalān, dove si trova reiterato il termine ‛arūs: «(‛Asqalān) è città della Palestina (min a‛māl Filasṭīn). Essa si affaccia sul Mar Mediterraneo (baḥr al-Šām, lett. ‘mare della Siria’). Era chiamata ‘sposa della Siria’ (‛arūs al-Šām) per via della sua bellezza» [8]. Essa è città imponente (madīna ‛aẓīma) [9], annoverata tra le principali città portuali siriane dell’Islam (thuġūr al-Islām al-šāmiyya), e tra le più nobili [10].
Se, da una parte, la particolare rilevanza di tipo religioso e simbolico accordata a Ġazza è confermata dalla letteratura di ḥadīth, dall’altra, va ricordato che, all’indomani della conquista, i Musulmani appellarono la città Ġazzat Hāšim, in ricordo di Hāšim ibn ‛Abd Manāf, bisnonno del Profeta dell’Islam, che lì si trovava per svolgere attività di commercio, e sempre lì aveva trovato la morte ed era stato seppellito [11], come si trova, ad esempio, nel Kitāb masālik al-mamālik di al-Istaḫrī, geografo di origini persiane vissuto nel X secolo: «L’ultima delle città della Palestina, prima del confine egiziano (ǧifār [12] Miṣr), è la città di Ġazza, dove è sepolto Hāšim ibn ‛Abd Manāf.»[13]. Tale informazione, che si ripete in gran parte della produzione geografica in lingua araba sia coeva che più tarda [14], doveva certamente essere condivisa da quanti si rivolgevano a queste opere, vuoi per scriverne di nuove, vuoi per approfondire la loro conoscenza del mondo islamico, ed era pertanto patrimonio comune.
La menzione dell’avo del Profeta dell’Islam, la cui tomba divenne presto meta di pie visite e/o ziyārāt, elemento già di per sé importante, mette anche in luce il grado di familiarità che le genti della Penisola araba avevano maturato nei riguardi dei territori della Palestina prima che intervenissero le grandi conquiste, familiarità che ben poteva dipendere, oltre che dallo stanziamento in loco di numerosi Arabi per ragioni economiche e commerciali, anche dal particolare clima ancora intriso di paganesimo che si era instaurato all’interno della regione [15]. Tali fattori fecero sì che la conquista di Ġazza e della Palestina fosse percepita da parte degli Arabi non come acquisizione di nuovi territori, ma come conferma del loro predominio in una regione che conoscevano direttamente e nella quale erano stanziati da tempo [16] .
Ancora due esempi, anch’essi meritevoli di attenzione, potrebbero farsi con riguardo alla presenza a Ġazza di due personalità legate alla sfera politico-religiosa, la prima, e a quella giuridico-religiosa, la seconda. Nel primo caso, il secondo Califfo ‛Umar ibn al-Ḫaṭṭāb che, prima di convertirsi all’Islam, ancora all’epoca della Ğāhiliyya o ‘dell’ignoranza’, a Ġazza aveva fatto fortuna, e vi aveva condotto vita agiata: «lì [a Ġazza] ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb si arricchì in epoca preislamica (aysara fī’l-ǧāhiliyya), perché essa era luogo di transito (mustaṭraq) per la gente del Ḥijāz.» [17]; nel secondo caso, il celebre imām Muḥammad ibn Idrīs al-Šāfi‛ī, fondatore del madhhab che di lui porta il nome, il quale era nato a Ġazza nell’anno 767 [18].
2.
Secondo lo schema classico della divisione della Terra, ereditato e assimilato dagli studiosi musulmani dal mondo greco [19], Ġazza, e quindi la Palestina, fanno parte del terzo clima, che «principia a Oriente, attraversa le regioni settentrionali della Cina, poi quelle dell’India [...] e i territori dello Šām» [20], prima di abbracciare il Basso Egitto. Come altre importanti città della Palestina, fra cui Cesarea, ‛Akkā, Yāfā e ‛Asqalān, Ġazza si trova in riva al Mar Mediterraneo [21]. Nel suo discorso sulle ziyārāt, o “pie visite”, e con riguardo al percorso tra Gerusalemme e ‛Asqalān, lo šayḫ Abū’l-Ḥasan al-Harawī (m. 1215) la menziona quale «nobile porto (thaġr šarīf)» [22].
Ġazza è antica città cananea, edificata in cima a una collina a 45 metri sopra il livello del mare [23]. Diversi sono i geografi di età abbaside, soprattutto di origine persiana ma che padroneggiano alla perfezione la lingua araba, che tendono a mettere in evidenza la centralità della città con riguardo alla sua posizione geografica. Il suo attraversamento si rende così inevitabile, tanto a coloro che, lasciando la Palestina, intendono recarsi in Egitto e nel Maghreb, quanto a coloro, più numerosi, che, seguendo il percorso inverso, dall’Egitto, desiderano raggiungere la Palestina e i Luoghi santi, prima di proseguire verso il Ḥiǧāz per il compimento del ḥaǧǧ o pellegrinaggio islamico [24].
Il celebre geografo Ibn Ḫurdādhbah (m. 913) è tra i primi, con riguardo a Ġazza, a precisare le distanze. Va qui specificato, però, che la città più importante in Palestina (qaṣabatuhā [25]) è all’epoca al-Ramla, fatta edificare dall’omayyade Sulaymān ibn ‛Abd al-Malik quale principale centro politico e amministrativo all’indomani dell’assunzione della ḫilāfa (715-717) [26]: «essa è città imponente, seguita da Gerusalemme per grandezza» [27]. Così, tra al-Ramla e Yāfā, che rappresenta lo sbocco sul mare più prossimo, si interpongono otto miglia; tra al-Ramla e Azdūd dodici miglia; fino a Ġazza, altre venti; fino a Rafaḥ, che è «l’ultima delle città dello Šām[28]», altre sedici miglia [29]. Tra ‛Asqalān e Ġazza, infine, secondo il celebre geografo al-Idrīsī, si interpone una distanza pari a venti miglia [30].
Scrive l’importante storico e geografo al-Mas‛ūdī (m. 957) nel suo Murūǧ al-dhahab:
«In Siria, grandi nuvole si sciolgono in rovesci, nubi più leggere si dissolvono in pioggia, e una pioggerella continua cade senza sosta. Questo clima ammorbidisce il corpo, ottunde lo spirito e dona al volto una grande purezza. Ciò è vero soprattutto per la provincia di Emesa, il cui suolo conferisce agli abitanti la bellezza del corpo e lo splendore del colorito, ma indebolisce la loro intelligenza [...] Tuttavia, o Principe dei Credenti, malgrado questi svantaggi, la Siria è un pascolo verdeggiante, irrigato da acque abbondanti, coperto di alberi e solcato da fiumi, e il prodotto delle decime vi è copioso. È la patria dei profeti, la terra dove s’innalza Gerusalemme, la città eletta, la terra dove vissero le più nobili creature di Dio, i santi più austeri, e le sue montagne hanno offerto rifugio ai più devoti anacoreti» [31].
Fin dai tempi antichi la Palestina è regione nota per la sua accentuata fertilità, per l’abbondanza dei suoi frutti e dei suoi raccolti, che vengono esportati via terra e via mare in luoghi diversi nell’area del Mediterraneo. Il geografo al-Istaḫrī, e non è il solo, afferma che «la Palestina è la più pura delle contrade dello Šām (azkà buldān al-Šām). La città più imponente è al-Ramla, cui segue Gerusalemme per grandezza [...]» [32]. Grande attenzione, come molto spesso avviene nella letteratura geografica in lingua araba, è dedicata alle acque dei mari, dei laghi, dei fiumi: «Gran parte delle acque della Palestina proviene dalle piogge. Esse irrigano i suoi alberi e i suoi campi, che sono salubri. Nāblus rappresenta un’eccezione, poiché vi si trovano corsi d’acqua» [33]. Anche al-Ramla, secondo le informazioni trasmesseci da al-Ya‛qūbī, rappresenterebbe in certa parte un’eccezione: «Al-Ramla è città della Palestina dove scorre un piccolo fiume da cui gli abitanti traggono acqua per dissetarsi [...] Essi bevono dai pozzi, dove – per mezzo di appositi canali – confluiscono le acque piovane» [34].
Circa due secoli più tardi, il più celebre geografo al-Idrīsī ripete e conferma queste stesse informazioni: «La Palestina è il più puro tra i paesi dello Šām (azkà bilād al-Šām). Vi si trovano belle contrade (ḥasanat al-biqā‛) e le sue due città più importanti sono al-Ramla e Gerusalemme [...] L’acqua della Palestina proviene essenzialmente dalle piogge. Vi si trovano pochi alberi ed esiguo numero di torrenti» [35].
Ġazza, in particolare, denominata «porta del deserto» per la sua posizione tra le sabbie ed il mare [36], è punto focale di approvvigionamento e di smistamento al crocevia di importanti traffici carovanieri. Il dominio di Ġazza assicura il controllo delle principali arterie commerciali che mettono in comunicazione tre continenti: l’Asia, l’Africa e l’Europa [37]. Il passaggio a Ġazza, vuoi provenendo da al-Ramla, vuoi dall’Egitto, equivale all’attraversamento di una regione florida, o alla sosta in un luogo in grado di procurare un senso di estrema piacevolezza. I geografi di lingua araba ci trasmettono l’immagine di una città di bell’aspetto, feconda e armoniosa. Per Ibn Ḥawqal, nel X secolo, ad esempio, Ġazza è «bella città, ricca d’ogni bene (madīna ḥasana kathīrat al-ḫayr)» [38]. Anche al-Qazwīnī, tre secoli più tardi, la descrive come «città dall’aspetto gradevole e/o in buono stato (madīna ṭayyiba) situata tra lo Šām e l’Egitto, al limite estremo del deserto egiziano» [39]. È, inoltre, indicativa, ed insieme suggestiva, in tal senso, la descrizione che ne offre uno dei geografi più tardi, il damasceno Šams al-Dīn al-Anṣārī (m. 1327): «Essa è città ricca di alberi. Rassomiglia a una tavola imbandita (simāṭ), stesa per le truppe musulmane alle porte del deserto, e per coloro che vanno e vengono tra i territori dell’Egitto e dello Šām » [40].
Il geografo siriano ‛Imād al-Dīn Abū’l-Fidā’ (m. 1331), tra la fine del secolo XIII e la prima metà del successivo, arricchisce, con riguardo a Ġazza, il patrimonio descrittivo con nuove informazioni, e soprattutto, in merito al nostro discorso, fornisce importanti dettagli: «Essa è città di media grandezza (mutawassiṭa fī-l-‛iẓam), con orti e giardini che si affacciano sul mare. Vi si trovano poche palme da dattero (naḫīl) e abbondanti vigneti (kurūm) [...] Vi si trova anche una piccola cittadella (qal‛a ṣaġīra)» [41]. Non troppo diversa doveva apparire, agli occhi di un musulmano della prima metà del XIV secolo, la vicina città di ‛Asqalān, come suggerisce la descrizione che ne dà Sirāǧ al-Dīn Ibn al-Wardī: «‛Asqalān è graziosa città (madīna ḥasana) racchiusa da due mura, provvista di giardini, orti ed alberi da frutto. Vi si trovano ulivi, vigneti, mandorli e melograni in abbondanza, e la sua terra è fertilissima» [42].
3.
Altro aspetto importante, che buona parte della letteratura geografica in lingua araba di questo periodo tende a mettere in risalto, è dato dalla menzione delle mura di cinta, e dalla descrizione degli edifici civili o religiosi, quali palazzi di governo, moschee, madāris, che caratterizzano la città al suo interno.
La città di Ġazza, a dispetto della posizione nevralgica, non si distingue particolarmente dal complesso delle città costiere presenti all’interno della regione siro-libanese. Sappiamo che già prima della conquista islamica era circondata da mura, delle quali il retore Coricio (VI secolo), succeduto a Procopio nella direzione dell’importante scuola di retorica che si trovava nella città, menziona, all’interno del suo Secondo elogio al vescovo Marciano, la porta orientale [43]. Quando le milizie musulmane si trovarono dinanzi alla città per conquistarla, infatti, videro che essa era «circondata da mura e da poderose roccaforti» [44].
Il centro fisico della città è occupato dalla grande moschea, la più grande di tutta la regione e la più antica, fatta edificare da ‛Umar ibn al-Ḫaṭṭāb all’indomani della conquista e pertanto chiamata al-‛Umarī a memoria delle imprese del grande ḫalīfa. Essa è fulcro della vita sociale e religiosa, attorno alla quale sorgono gli edifici amministrativi ed i mercati. Va sottolineato, a questo riguardo, il carattere di continuità che marca il passaggio tra la fine dell’epoca bizantina e l’inizio di quella islamica, nella prima metà del VII secolo. Si può dire, ad esempio, con quasi assoluta tranquillità, che l’antica città bizantina non venne distrutta dalle milizie musulmane per poi essere riedificata altrove, e che quindi Ġazza è stata continuamente abitata fin dal periodo della sua fondazione. In secondo luogo, la grande moschea di al-‛Umarī, che sorge nel centro più elevato della città, occupa il sito in cui, in età bizantina, si trovava la grande basilica dedicata all’imperatrice Eudocia, ed ancor prima il Marneion, tempio pagano tributato a Marna, la divinità più importante [45].
Della concentrazione di tali edifici nel luogo che divenne, in età islamica, fulcro della vita civile e religiosa, resta traccia importante nella celebre Carta di Madaba, che è uno tra i primi esempi di topografia cristiana con riguardo alla raffigurazione della Terrasanta [46]. Il gerosolimitano al-Maqdisī, in particolare, nel X secolo, nota quello che doveva costituire per la città l’edificio più importante: «Ġazza è città grande sulla via per l’Egitto, al limite del deserto e vicina al mare. Vi si trova una bella moschea (ǧāmi‛ ḥasan)» [47].
Ben più ampia è la descrizione del celebre viaggiatore maghrebino Ibn Baṭṭūṭa che, nella sua riḥla o resoconto di viaggio, descrive Ġazza in occasione di una sua visita della città nell’anno 1326, quando la città, in età mamelucca, conosceva una significativa fioritura: «Ġazza è la prima delle città dello Šām, arrivando dall’Egitto. È città estesa e popolosa (kathīrat al-‛imāra); vi si trovano bei mercati, ed è cinta da mura. Qui si trovano anche numerose moschee, [tra le quali] una di bella fattura, mentre quella attuale, adibita alla preghiera del venerdì, è stata fatta costruire dall’amīr al-mu‛aẓẓam al-Ğāwilī. È questo edificio elegante, robusto, ed il suo minbar è in marmo bianco» [48].
Ibn Baṭṭūṭa ebbe modo di visitare la città una seconda volta nell’anno 1348, ma in condizioni ben diverse. Allora a Ġazza si era abbattuta una grave pestilenza, che aveva colpito anche altre città della Siria, tra le quali la stessa Damasco: «Procedemmo verso Ġazza, e trovammo che la città era in gran parte deserta a causa dell’elevato numero di morti [...] Il numero dei morti era salito a 1100 al giorno [...]»[49].
Resta ancora da considerare, tra i diversi elementi a cui la letteratura geografica in lingua araba dà risalto, un aspetto non secondario. L’esaltazione in chiave religiosa di una città, sia essa Ġazza o altra, al di là del fatto di essere menzionata nel Corano o nell’ampia letteratura di ḥadīth, non dipende tanto dalle sue dimensioni, o dal numero e dall’imponenza degli edifici deputati al culto, quanto dal prestigio accordatole dalle personalità ragguardevoli che vi sono nate, vi si sono formate e vi hanno svolto ufficio di insegnamento stabilendo in essa la propria residenza. Nel caso di Ġazza, si è già, almeno in parte, preso in esame tale aspetto attraverso alcune importanti figure tutte legate, pur se in modo diverso, alla città.
Da Ġazza deriva il nome di tutto un gruppo di eminenti muḥaddithūn, o trasmettitori di ḥadīth (ruwāt al-ḥadīth), originari della città, che si distinsero nel settore dell’insegnamento, così come riporta l’imam al-Ḥāzimī (m. 1188) nel suo Kitāb al-amākin [50] . Fra essi, il geografo Yāqūt menziona lo šayḫ Abū ‛Abdallāh Muḥammad b. ‛Amrū b. al-Ğarrāḥ al-Ġazzī (m. 870 ca.) [51]. Lo stesso Yāqūt cita anche il nome di un illustre poeta, Ibrāhīm b. Yaḥyā al-Ašhabī (m. 1130) [52].
Nel successivo periodo mamelucco (1326), Ibn Baṭṭūṭa ha occasione di incontrare personalmente il giudice (qāḍī) della città, lo šayḫ Badr al-Dīn al-Salḫatī al-Ḥawrānī, e ‛Ilm al-Dīn ibn Sālim, che vi occupa l’ufficio di mudarris. Sottolinea, inoltre, che «i banū Sālim fanno parte dei notabili (kubarā’) della città» [53]. Fra costoro si trovava anche lo šayḫ Šams al-Dīn Muḥammad b. Sālim al-Ġazzī, che occupava l’ufficio di qāḍī a Gerusalemme, ed era considerato tra le sue più eminenti personalità (fuḍalā’) [54].
Conclusioni
L’analisi di brani significativi tratti dalla letteratura geografica in lingua araba prodotta tra il IX e il XIV secolo mette in luce quali fossero l’importanza e il carattere di centralità che i Musulmani attribuivano alla città di Ġazza ancor prima di estendervi il proprio dominio, e come, in età islamica, la città abbia continuato a svolgere un ruolo fondamentale, sotto diversi punti di vista, nel contesto della regione vicino-orientale.
Indubbiamente la conquista islamica, occorsa nella prima metà del VII secolo, ha comportato uno stravolgimento dell’assetto politico, sociale e culturale della città così come dell’intera regione palestinese, ma ciò non vuol dire che non si debba considerare il momento della transizione dalla precedente epoca bizantina a quella islamica sotto il segno di una importante continuità. La rapida diffusione della lingua araba, ed il passaggio di gran parte degli abitanti di Ġazza alla fede islamica, non comportarono la cancellazione delle preesistenti comunità, né quella dei loro usi e costumi. Anzi, i Cristiani rimasti a Ġazza, che adesso costituivano una minoranza, vivevano a fianco dei Musulmani in condizioni di sicurezza e armonia [55]. Tale stessa continuità è ancora ravvisabile, da una parte, nell’importanza accordata a un’area tradizionalmente ritenuta sacra, attraverso la fondazione della principale moschea laddove sorgeva la basilica cristiana, nel cuore della città; dall’altra, nella ripartizione degli edifici deputati al culto per le rispettive comunità [56].
Ġazza costituisce l’estrema parte meridionale di una regione, la Palestina, della quale, già nel X secolo, sono precisati i confini, tanto nelle carte e nelle descrizioni dei primi geografi, quanto nella coscienza di coloro che vi abitavano: «La provincia della Palestina (ǧund Filasṭīn) è la prima delle province della Siria provenendo dal Maghreb. Essa si estende in lunghezza due giorni di cammino, da Rafaḥ a Laǧǧūn (Legio), ed in larghezza altri due giorni, da Yāfā (Giaffa) fino ad Arīḥa (Gerico)» [57]. A dispetto della sua perifericità, la letteratura geografica in lingua araba tende all’esaltazione di alcuni caratteri – la sua posizione in riva al mare, la particolare fecondità del suolo e l’eleganza degli edifici – che ci restituiscono l’immagine di una città quantomai distante da quella segnata dall’isolamento e dalla segregazione creatasi in seguito ai fatti del 1948, strategicamente importante per lo sviluppo dei commerci, ma anche prospera e raffinata.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Cfr. Šihāb al-Dīn Yāqūt al-Ḥamawī, Mu‛ǧam al-buldān, 5 voll., Dār Ṣādir, Beirut, 1977, IV: 202.
[2] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2025/09/29/il-piano-per-gaza-la-transizione-a-trump-e-blair_4f341115-7ac6-4b6f-86ff-a333ec11a707.html (consultato il 10/10/2025).
[3] Una delle pubblicazioni più recenti, la pur corposa Histoire de Gaza di Jean-Pierre Filiu (Librairie Arthème Fayard/Pluriel, 2023 (prima edizione 2012)) non dedica sufficiente spazio ai tredici secoli di storia islamica della città e della regione.
[4] Per la preparazione di questo articolo si è fatto ampio riferimento all’importante volume Filasṭīn fī kutub al-ǧuġrāfiyyīn wa’l-raḥḥālat al-‛arab wa’l-muslimīn min al-qarn al-thālith ilà al-qarn al-rābi‛ ‛ašar al-hiǧrī (Dār ward al-urduniyya li’l-našr wa’l-tawzī‛, ‛Ammān, 2014) della collega palestinese Nā’ila al-War‛ī, di cui la stessa ci ha generosamente donato una copia e che qui teniamo a ringraziare.
[5] Si fa con questo termine riferimento agli innumerevoli brani di cui si compone la Sunna, ovvero la Tradizione del Profeta dell’Islam.
[6] Il ḥadīth in questione è riportato da al-Daylamī, che però ne segnala la debolezza. Cfr. Šīrwīh ibn Šahardār al-Daylamī, Musnad al-firdaws bi-maʾthūr al-ḫiṭāb, Dār al-kutub al-‛ilmiyya, Beirut, 1990, vol. II: 398.
[7] Abū Yaḥyā Zakariyā al-Qazwīnī, Āthār al-bilād wa aḫbār al-‛ibād, Dār Ṣādir, Beirut, s.d.: 222.
[8] Ibid.
[9] Cfr. Šams al-Dīn al-Anṣārī, Nuḫbat al-dahr fī ‛aǧā’ib al-barr wa-l-baḥr, Accademia Imperiale delle Scienze, San Pietroburgo, 1866: 213.
[10] Cfr. ‛Imād al-Dīn Abū-l-Fidā’, Taqwīm al-buldān, Imprimerie Royale, Parigi, 1840: 239.
[11] Cfr. Ḫayr al-Dīn al-Ziriklī, Al-a‛lām. Qāmūs tarāǧim li-ašhar al-riǧāl wa’l-nisā’ min al-‛arab wa’l-musta‛ribīn wa’l-mustašriqīn, 8 voll., Dār al-‛ilm li’l-malāyīn, Beirut, 1986, VIII: 66.
[12] Si intende con questo termine l’area che si estende tra la Palestina e l’Egitto, e che comprende al suo interno importanti città quali Rafaḥ e al-‛Arīš.
[13] Abū Isḥāq Ibrāhīm al-Iṣṭaḫrī, Kitāb masālik al-mamālik, E.J. Brill, Leiden, 1870: 58.
[14] Così, ad esempio, Ibn Ḥawqal (X secolo) nel suo Kitāb al-masālik wa’l-mamālik, che fondamentalmente ripete le informazioni contenute in al-Istaḫrī; Šams al-Dīn al-Maqdisī (X secolo) nel suo Aḥsan al-taqāsīm fī ma‛rifat al-aqālīm (Maktaba Madbūlī, Il Cairo, 1991: 174); Yāqūt (cit. IV: 202) o Abū Fatḥ Naṣr al-Iskandarī (m. 1166) nel suo Al-amkina wa’l-miyāh wa’l-ǧibāl wa’l-āthār wa naḥwahā al-madhkūra fī’l-aḫbār wa’l-aš‛ār, 2 voll., Markaz al-malik Fayṣal li-l-buḥūth wa’l-dirāsāt al-islāmiyya, Riyad, 2004, II: 293).
[15] La città di Ġazza, in particolare, fu ‟roccaforte del paganesimo” (in arabo, ma‛qil li’l-wathāniyya). Cfr. ‛Ārif al-‛Ārif, Ta’rīḫ Ġazza, Maṭba‛a Dār al-aytām al-islāmiyya, Gerusalemme, 1943: 73. Cfr. anche Glanville Downey, “The Christian schools of Palestine: a chapter in literary history”, Harvard Library Bulletin XII (3), 1958: 300, 308, e Nicole Belayche, “Pagan festivals in fourth-century Gaza”, in Brouria Bitton-Ashkelony, Aryeh Kofsky (eds.), Christian Gaza in late antiquity, Jerusalem Studies in Religion and Culture, vol. 3, Brill, Leiden-Boston, 2004: 5.
[16] Cfr. al-‛Ārif, cit.: 114.
[17] Cfr. al-Iṣṭaḫrī, cit.: 58.
[18] Ibid. Vale qui la pena di menzionare anche Yāqūt che, diversamente da altri, si sofferma a tracciare la vicenda biografica del grande giurisperita. Cfr. Yāqūt, cit., IV: 202.
[19] Cfr. Encyclopaedia of Islam, New Edition, Brill, Leiden, 1971, «iklīm». Cfr. anche Ibn Ḫaldūn, Muqaddima, 3 voll., al-Maktaba al-tiǧāriyya al-kubrà, Il Cairo, I: 45 e segg., e Carmela Baffioni, “Il «Quarto clima» nell’Epistola sulla Geografia degli Iḫwān al–Ṣafā’”, in Filippo Bencardino (ed.), Oriente Occidente. Scritti in memoria di Vittorina Langella, Istituto Universitario Orientale, Napoli, 1993: 45.
[20] Cfr. Abū ‛Alī Aḥmad ibn Rustah, Kitāb al-a‛lāq al-nafīsa, E.J. Brill, Leiden, 1892: 97.
[21] Alcuni geografi segnalano che tra la città ed il mare si frappongono dei cumuli di sabbia (akwām rimāl). Si vedano, ad esempio, al-Maġribī, Basaṭ al-arḍ fī’l-ṭūl wa’l-‛arḍ, Ma‛had Mawlāy al-Ḥasan, Tétouan, 1958: 83, e Abū’l-Fidā’, cit.: 239: «Tra la città e il mare si frappongono cumuli di sabbia che si elevano al di sopra dei suoi giardini.»
[22] Cfr. Abū’l-Ḥasan al-Harawī, Al-išārāt ilà ma‛rifat al-ziyārāt, citato in al-Wa‛rī, cit., I: 663.
[23] Cfr. al-War‛ī, cit., I: 659.
[24] Cfr. Cfr. Aḥmad al-Ya‛qūbī, Kitāb al-buldān, E.J. Brill, Leiden, 1892: 330.
[25] Cfr. al-Maqdisī, cit.: 154.
[26] Cfr. Nimrod Luz, “The Construction of an Islamic City in Palestine. The Case of Umayyad al-Ramla”, in Journal of the Royal Asiatic Society, 1997: 27-54.
[27] Cfr. al-Istaḫrī, cit.: 56.
[28] Cfr. al-Yaqūbī, cit.: 330
[29] Cfr. Abū’l-Qāsim ‛Ubaydallāh ibn Ḫurdādhbah, Al-masālik wa’l-mamālik, al-silsila al-ǧuġrāfiyya 6, Dār Iḥyā’ al-turāth al-‛arabī, Beirut, 1988: 76.
[30] al-Idrīsī, Nuzhat al-muštāq fī iḫtirāq al-āfāq, Maktabat al-thaqāfa al-dīniyya, Il Cairo, 2002, I: 356.
[31] Cfr. Abū’l-Ḥasan ‛Alī al-Mas‛ūdī, Les Prairies d’or (texte et traduction par C. Barbier de Meynard et Abel Pavet de Courteille), Imprimerie Impériale, Paris, 1864, III: 197-198.
[32] al-Istaḫrī, cit.: 56.
[33] Ibid.
[34] al-Ya‛qūbī, cit.: 328.
[35] al-Idrīsī, cit.: 356.
[36] Cfr. al-‛Ārif, cit.: 112.
[37] Martin A. Meyer, History of the city of Gaza. From the earliest times to the present day, Gorgias Press, New Jersey, 2008: 3.
[38] Cfr. al-Wa‛rī, cit.: 660.
[39] al-Qazwīnī, cit.: 227.
[40] Cfr. al-Anṣārī, cit.: 213.
[41] Cfr. Abū-l-Fidā’, cit.: 239.
[42] Cfr. Sirāǧ al-Dīn Abū Ḥafs ibn al-Wardī, Ḫarīdat al-‛aǧā’ib wa farīdat al-ġarā’ib, Maṭba‛a Muṣṭafà al-Bābā al-Ḥalabī, Il Cairo, s.d.: 39.
[43] Cfr. Catherine Saliou, “L’orateur et la ville: l’apport de Chorikios à la connaissance de l’histoire de l’espace urbain de Gaza”. Saliou (ed.), Gaza dans l’Antiquité tardive: archéologie, rhétorique et histoire, Salerno, 2005: 174.
[44] Cfr. al-‛Ārif, cit.: 115.
[45] Cfr. George Alexander Kennedy, Greek Rhetoric under Christian emperors, Wipf and Stock Publishers, 2008: 169. Cfr. anche al-‛Ārif, cit.: 74.
[46] Cfr. Saliou, cit.: 174.
[47] Cfr. al-Maqdisī, cit.: 174.
[48] Cfr. Ibn Baṭṭūṭa, Tuḥfat al-nuẓẓār fī ġarā’ib al-amṣār wa ‛aǧā’ib al-asfār, Dār Iḥyā’ al-‛ulūm, Beirut, 1987: 73. Sanǧar ‛Ilm al-Dīn al-Ğāwilī (1255-1345) fu importante emiro mamelucco. Governò la città di Ġazza tra il 1311 e il 1320, all’epoca del sultano Nāṣir al-Dīn Muḥammad Qalāwūn, che contribuì grandemente a far rifiorire attraverso la fondazione di una cittadella, moschee, madāris e bagni pubblici. Cfr. Taqī al-Dīn Aḥmad al-Maqrīzī, Al-mawā‛iẓ wa’l-i‛tibār bi-dhikr al-ḫiṭaṭ wa’l-āthār, 2 voll., Maktaba Madbūlī, Il Cairo, 1997, II: 398. Cfr. anche Moshe Sharon, Corpus Inscriptionum Arabicarum Palaestinae, IV, Brill, Leiden, 2009: 86 e segg.
[49] Cfr. Ibn Baṭṭūṭa, cit.: 665-666.
[50] al-Wa‛rī, cit.: 663.
[51] Cfr. Yāqūt, cit., IV: 203. Cfr. anche al-Iskandarī, cit., II: 293.
[52] Cfr. Yāqūt, cit., IV: 203.
[53] Cfr. Ibn Baṭṭūṭa, cit.: 73
[54] Ibid.
[55] Cfr. al-‛Ārif, cit.: 93.
[56] Ibid.: 98.
[57] Cfr. Ibn Ḥawqal, Kitāb ṣūrat al-arḍ, Brill, Leiden, 1938: 170.
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Daniele Sicari è Professore Associato di Storia e Istituzioni del Mondo Arabo e Islamico presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università degli Studi di Palermo. Tra i principali temi di ricerca, si occupa della produzione e della trasmissione della cultura a Damasco e nella provincia siriana nel tardo periodo ottomano attraverso il ruolo degli ‛ulamā’ e le madāris quale messo in risalto nella documentazione d’archivio e nelle fonti locali in lingua araba (La trasmissione dei saperi a Damasco fra tradizione e innovazione (1876-1908), Aracne Editrice, Roma, 2012; Mudarrisūn e muḥaddithūn a Damasco negli awāmir sulṭāniyyah, Oriente Moderno 94, 2014; ‛Ulamā’ e istituzioni a Damasco all’epoca della fondazione delle madāris ahliyya, in D. Sicari (a cura di), Ulema: dotti musulmani di scienze religiose. Conservatori e misoneisti?, Aracne Editrice, Roma, 2017); della storia di Palestina nel periodo ottomano attraverso resoconti di viaggio in lingua araba (riḥla) (Déplacement et engagement dans l’œuvre Al-rawḍa al-nu‛māniyya fī siyāḥat Filasṭīn de Nu‛mān al-Qasāṭilī (1854-1920), in L. Denooz, Sylvie Thiéblemont-Dollet (éds.), Déplacements et Publics, Editions Universitaires de Lorraine, Nancy, 2017; Familiarity and otherness in late-ottoman travel accounts in Palestine, in Romano-Arabica 18, 2018; Gerusalemme e la Palestina nella riḥla maqdisiyya dello šayḫ Ğamāl al-Dīn al-Qāsimī, in A. Pellitteri et al., Re-defining a Space of Encounter: Islam and Mediterranean, Peeters, Leuven, 2019; Descrizione della Palestina nella riḥla maggiore dello šayḫ ‛Abd al-Ġanī al-Nābulusī (1641-1731), in L. Denooz, M.G. Sciortino, Percorsi della narrazione nel mondo arabo e islamico, Carocci, Roma, 2023); della storia della città di Gerusalemme nel tardo periodo ottomano e del ruolo culturale della città nella regione (Memoria di uno spazio assente. Il “quartiere maghrebino di Gerusalemme e la presenza dei maġāriba nella città, in InVerbis 13 (2), Carocci, Roma, 2023; Gerusalemme, il ḥaram al-šarīf e le madāris nella maǧalla dell’Accademia della lingua araba di Damasco, in M.G. Sciortino, D. Sicari, Delizia doni a voi il tempo che passa. Studi in onore di Antonino Pellitteri, Istituto per l’Oriente C.A.Nallino, Roma, 2024).
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