di Dario Inglese
Se non fosse irrispettoso per le decine di migliaia di vittime e persone mutilate, per i morti di inedia e per l’indicibile devastazione ambientale, architettonica, sociale, culturale, economica cui il mondo ha assistito impotente (o quasi) negli ultimi due anni, quanto perpetrato a Gaza ad opera del governo israeliano potrebbe essere definito, senza andare troppo lontano dal vero, come una vera e propria “guerra per le parole”. Uno scontro senza quartiere per il controllo del linguaggio, propedeutico a quella che il sociologo William Thomas ha chiamato «definizione della situazione»: una battaglia che, mentre il territorio della Striscia grondava sangue e macerie, a seguito di bombardamenti incessanti e di un embargo a tenuta stagna, ha inteso in primis dettare la forma in cui si poteva dire quanto stava avvenendo, dunque costruire la realtà dei fatti.
Ora, sulla scorta degli insegnamenti di Sapir, Whorf e Wittgenstein, so benissimo che la lingua che parliamo, oltre a consentire la comunicazione e la denotazione, in qualche modo ci parla, plasmando il nostro paesaggio materiale e simbolico e il modo in cui ci muoviamo in esso; così come so benissimo, purtroppo, che tutti i conflitti, da che mondo è mondo, vengono sempre giustificati ideologicamente e retoricamente da chi li combatte. E tuttavia è davvero difficile non vedere come, dal 7 ottobre 2023, il processo di invenzione della realtà attraverso l’impiego di una lingua ad hoc sia stato tanto smaccato. Forse, azzardo, perché la crisi cui abbiamo assistito si è dispiegata con una brutalità tale da richiedere il ricorso a formule in grado di far sembrare accettabile, “normale”, quel che un Paese democratico («l’unica democrazia del Medio Oriente» [1], no?) stava infliggendo alla popolazione civile di un territorio sotto assedio e che viveva già da anni dentro una vera e propria «prigione a cielo aperto» (Pappé, 2022).
Dal momento che lo scontro tra Israele e Hamas rientra nel novero delle cosiddette «nuove guerre» che stanno sfregiando questo primo quarto di XXI secolo – ovvero i conflitti asimmetrici tra Stati sovrani, dotati di regolare esercito, e organizzazioni non statuali, indipendentiste, terroristiche (Kaldor, 2001) –, la vertiginosa sproporzione tra caduti civili e militari e l’entità della devastazione hanno reso necessario un continuo lavorio sulle categorie e sulle parole-chiave: alcune – “guerra”, “pogrom”, “terrorismo”, “antisemitismo” – immediatamente usate con una cristallina precisione denotativa e dunque ammesse senza riserve nei discorsi della maggior parte dei governi, degli opinion leaders e delle forze moderate/conservatrici/reazionarie in giro per il pianeta; altre – “pulizia etnica”, “genocidio”, “antisionismo” – oggetto, al contrario, di analisi dettagliatissime e critiche serratissime, volte a farne emergere l’impianto ideologico-partigiano e, contemporaneamente, a mettere a tacere o delegittimare chi ne faceva uso.
La vulgata, allora, è stata pressappoco la seguente: l’azione dell’IDF, presentata come un’ordinaria “operazione bellica”, indipendentemente dal fatto che di fronte non abbia mai avuto, nemmeno per un momento, un’equivalente forza armata nemica, per quanto criticabile nei suoi eccessi, è stata provocata, come di norma avviene nei classici conflitti, da un casus belli, l’attacco terroristico perpetrato da Hamas in territorio israeliano. Questo evento, a sua volta definito “pogrom” e ascritto acriticamente a una barbarie antisemita connaturata all’identità palestinese, ha giustificato la risposta muscolare di Tel Aviv e ha colorato la battaglia di tonalità culturali, nel solco della retorica messianica inaugurata dalla Global War on Terror lanciata dagli USA dopo l’11 settembre 2001.
Una simile strategia comunicativa per l’accesso all’ordine del discorso, ne avevo già discusso in un contributo pubblicato circa un anno fa proprio qui su Dialoghi Mediterranei (n. 69, settembre 2024), ha provocato l’espunzione dal dibattito pubblico della lunga scia di colonialismo d’insediamento, occupazione e apartheid che interessa la Palestina storica dalla caduta dell’Impero Ottomano – soprattutto dopo il 1948 – e ha favorito un’interpretazione rigidamente culturalista della crisi in atto, in cui i principali attori in gioco, astraendosi dalla storia e dal terreno, hanno finito col recitare parti cristallizzate, eterne e assolute: Civiltà (Israele, in quanto espressione del Nord del mondo) Vs barbarie (i Palestinesi, in quanto sineddoche della civiltà islamica). In altre parole, l’ennesima riproposizione del modello dello «scontro di civiltà» – Noi Vs loro, Occidente Vs Oriente – teorizzato da Samuel Phillips Huntington (2000): uno schema rozzo e senza sfumature, proprio per questo buono per tutte le stagioni, che postula un mondo diviso in isole etnico-religiose ben delimitate e che afferma l’esistenza oggettiva di tanti universi culturali in lotta per il predominio globale.
Che tale strategia, lungi dall’affrontare veramente i problemi e dal facilitare l’approdo a una soluzione autentica, abbia puntato più cinicamente a conservare lo status quo, a mantenere consolidati equilibri geopolitici, favorendo parallelamente l’espansione israeliana nella Palestina storica, e a delegittimare le voci critiche sollevatesi, mi pare evidente. Nel corso di questa lunghissima e sanguinosa “guerra asimmetrica”, infatti, mentre le bombe dell’IDF devastavano ogni angolo della Striscia di Gaza, e mentre nel silenzio generale continuavano le aggressioni dei coloni israeliani ai villaggi palestinesi in Cisgiordania, l’accusa infamante di antisemitismo e di filo-terrorismo è stata brandita come una scure per marginalizzare le proteste, per criminalizzare chi ha cercato di rompere simbolicamente l’assedio (si considerino, ad esempio, le accuse infamanti lanciate contro alcuni esponenti delle Nazioni Unite e gli attivisti della Global Sumud Flotilla) e per evitare, nonostante i pronunciamenti della Corte Penale Internazionale, di inchiodare il governo Netanyahu alle proprie responsabilità.
Così, più Tel Aviv si rendeva conto di non poter chiudere una partita di fatto impossibile da vincere, a meno di non cancellare davvero dalla faccia della terra l’intera popolazione gazawa, più la sua violenza aumentava: tanto la violenza militare, dispiegata senza andare troppo per il sottile nella Striscia o con chirurgica precisione negli omicidi extraterritoriali effettuati dai suoi servizi segreti in Libano, Siria e Qatar; quanto la violenza retorica, impiegata col favore dei sodali euroamericani e della destra più o meno radicale per il controllo della semiosfera globale. Mentre le bombe radevano al suolo tutto, diagnosticando l’identità dei nemici e avvalorando a posteriori la barbarie palestinese (chi altro, se non dei terroristi ontologici, avrebbe potuto in fin dei conti essere oggetto di un dispiegamento di forze tanto massivo?), le parole costruivano la realtà indiscutibile di una “guerra giusta e legittima” (ancorché in certi casi eccessiva o non sempre condotta secondo le prescrizioni dello jus in bellum – ma si sa, in guerra i danni collaterali capitano sempre, no?) e segnavano il perimetro del suo necessario racconto nello spazio pubblico (politico, mediatico, accademico).
Con la progressiva “fine” delle ostilità nella Striscia, determinata essenzialmente dalla situazione di stallo prodottasi sul campo e dall’intervento greve e irrituale, per quanto risolutivo, di Donald Trump, la “guerra per le parole” non è affatto terminata. Ha solo cambiato forma. Una sorte analoga a quella delle categorie precedentemente menzionate, infatti, è toccata, non casualmente, anche alla tanto sbandierata etichetta che ha accompagnato i discorsi trionfalistici delle principali personalità che si sono sedute al tavolo dei negoziati (e di quelle che furbescamente non hanno fatto proprio nulla, salvo presentarsi a incassare qualche briciola di capitale politico a cose fatte): “pace”.
Pur non toccando nessuno dei nervi scoperti che infiammano la zona – ne ricordo solo alcuni: il problema del ritorno a casa dei profughi del 1948 e del 1967; il destino delle colonie israeliane in Cisgiordania; la continuità territoriale di un futuro Stato di Palestina; il riconoscimento reciproco tra le parti in causa (che, cosa molto significativa, hanno sempre trattato per interposta persona – e se si può ragionevolmente ammettere l’inopportunità, per Israele, di un’interlocuzione diretta con Hamas, non risulta però che l’Autorità Nazionale Palestinese sia stata in qualche modo interpellata in una trattativa che non può che riguardarla); la creazione di condizioni strutturali per la coesistenza pacifica tra le fedi e le popolazioni che vivono nell’area; pur non toccando nessuno dei nervi scoperti che infiammano la zona, dicevo, un “cessate il fuoco” basato su obiettivi a breve termine (la restituzione degli ultimi ostaggi e la rinnovata presenza fisica nella Striscia per Israele; il salvacondotto per i leader di Hamas), è stato fatto passare così per una svolta epocale: il primo passo verso la soluzione di un conflitto ultradecennale – o addirittura millenario, secondo le sempre sobrie esternazioni di Trump [2], nei giorni delle trattative forse più interessato ad autocandidarsi al premio Nobel per la Pace che a facilitare la stesura di un vero accordo.
Una pax, quella voluta dall’amministrazione statunitense, che tradisce la sua natura di patto privato, essenzialmente mercantile nella sua impostazione di fondo, che si situa senza alcun imbarazzo fuori da un ordine internazionale autorevole, riconosciuto e in grado di porsi come arbitro super partes. Essa, oltre a ricordare sinistramente l’ambiguità della pax romana resa eterna dalle parole che Tacito fa pronunciare al capo dei Caledoni Calgaco nell’Agricola, ribadisce di fatto, senza inventarsi nulla, la storica linea della diplomazia a stelle e strisce in Medio Oriente: quella di «un’industria della pace» che impone alle parti più deboli la legge del più forte e che riconosce «come immutabile realtà ciò che Israele crea sul campo» (Pappé, 2025: 29).
Un atteggiamento di stampo neoimperialista, favorito dal pessimo stato di salute dell’ONU (istituzione sempre più sfibrata dallo scontro politico-ideologico tra i blocchi contrapposti degli Stati occidentali e dei cosiddetti Paesi BRICS) e reso ancora più inquietante dalla clownesca figura di Donald Trump (il quale, stordendo interlocutori e opinione pubblica di “doppi vincoli” comunicativi pubblicati a getto continuo nel suo social network Truth, sembra aver letto molto attentamente Gregory Bateson…), secondo cui la storia in fondo non ha alcun valore. Anzi, inizia solo dopo l’arrivo e l’atto fondativo della potenza coloniale.
Anche la parola “pace”, come le altre prima menzionate, appare allora fragilissima: un simulacro vuoto, privato del suo referente primario; un limite cui, parafrasando Claude Lévi-Strauss (1996), non corrisponde più alcuna esperienza, se non quella di un linguaggio piegato alla più spudorata propaganda. O al limite, un concetto che sta attraversando un processo di desemantizzazione e risemantizzazione per allinearsi progressivamente all’attuale zeitgeist. Ci dovremo fare i conti, ci piaccia oppure no, nel prossimo futuro.
E adesso? Questa domanda continuava a tormentarmi mentre assistevo, diviso tra speranza e perplessità, ai negoziati di Sharm el-Sheikh, al concretizzarsi dell’accordo sul “cessate il fuoco” – sotto gli auspici di USA, Egitto, Qatar e Turchia – e al vero e proprio circo mediatico messo in piedi a Tel Aviv, alla presenza di Donald Trump, per il rilascio degli ultimi ostaggi in mano ad Hamas, quando la commozione e la legittima gioia delle famiglie in attesa dei loro cari da oltre due anni sono stati trasformati in una sorta di straniante reality show.
E adesso? Questa domanda continua a tormentarmi oggi. Oggi che l’opinione pubblica inizia a volgere lo sguardo altrove. Oggi che la debolissima tregua spacciata per “pace” continua a mietere vittime. Oggi che, personalmente, sento il bisogno di usare le parole per cercare di rendere visibile, in primis a me stesso, ciò che visibile non è; per provare cioè a dare dei contorni a un «iperoggetto» difficilissimo anche solo da pensare – oltre sessantamila morti e sessantuno milioni di tonnellate di macerie, che in questi giorni hanno fatto ammettere ad Andrew Saberton, uno dei funzionari dell’UNFPA (United Nations Population Fund) incaricati di pianificare la ricostruzione della Striscia: «Non ero completamente preparato a ciò che ho visto. Nessuno può esserlo. L’entità della devastazione sembrava il set di un film distopico» [3].
La similitudine è potente, significativa, ma va presa con le pinze. Essa suona piuttosto sinistra non solo a causa del senso di devastazione che evoca, ma anche perché la già ricordata assenza di autentica progettualità a lungo termine negli accordi per il dopo rischia di favorire il ricorso a un approccio esclusivamente umanitario alla crisi, cancellandone le implicazioni politiche.
Ma la tragedia di Gaza non sta lì, lontana e poco rilevante. Né le vittime rimaste sul terreno – tanto i morti, quanto i vivi – sono soggettività mute e passive. La tragedia di Gaza ci parla: parla ai nostri simboli, interroga il futuro delle nostre società, modifica i contorni dell’ordine internazionale in cui viviamo. Ci riguarda tutti: i modi in cui è stato perpetrato il massacro, i modi in cui è stato raccontato, i modi in cui è stato osservato. Ci riguarda perché ciò cui abbiamo assistito comodamente seduti sul divano di casa non è solo un problema regionale, causato da atavici odii etnico-religiosi, tra Israeliani e Palestinesi; è piuttosto il risultato di tensioni più ampie, globali, che precipitano dall’alto su questo lembo di terra e che da qui si rifrangono a loro volta, come in un gioco di specchi.
Ci riguarda, infine, perché a Gaza abbiamo assistito al lento e fragoroso collasso dell’idea di Occidente con cui siamo cresciuti e che da tempo poniamo a fondamento del nostro agire politico e sociale: quell’idea di Occidente libero, aperto e plurale che è emerso dal secondo Dopoguerra, quella che ha visto nella collaborazione internazionale e nella prospettiva sovranazionale la garanzia per una convivenza pacifica tra le genti.
Così, riprendendo nella forma, pur contraddicendole nella sostanza, le recenti riflessioni di Raffaele Romanelli (2025), quanto successo dopo il 7 ottobre – con la sua dirompenza, col suo scandalo, con la sua oscenità – sembra proprio rappresentare un netto spartiacque: fissa un prima e un dopo, mette definitivamente a nudo le aporie dell’Occidente, i suoi doppi standard, la tensione irrisolta tra le barriere geografico-culturali che erige (non solo metaforicamente…) a difesa della propria identità e la vocazione universalista su cui ha fondato la sua autorità morale nel e sul mondo.
Se così stanno le cose, pur correndo il rischio di apparire retorico o di ignorare le innumerevoli svolte storiche che si sono consumate dalla seconda metà del XX secolo, sono fermamente convinto che la gestione del post-conflitto nella Striscia e i modi attraverso i quali leggeremo e racconteremo ciò che vi si sta consumando ci diranno molto sul modello di società che abiteremo nei prossimi decenni e sul riposizionamento identitario che interseca, in particolare, la risemantizzazione del lessico usato nelle nostre comunità.
La gestione del post-conflitto nella Striscia e i modi in cui leggeremo e racconteremo ciò che vi si sta consumando ci parleranno della Palestina che verrà: nascerà davvero uno Stato che sia qualcosa di diverso da un Bantustan fantoccio? Se sì, dove e in che forma? Hamas, che dopo il “cessate il fuoco” si è distinta per una macabra (l’ennesima) azione di rastrellamento di “collaborazionisti” e “traditori” nella Striscia, sarà davvero fuori dai giochi? E l’Autorità Nazionale Palestinese? Riuscirà ad esprimere figure in grado di immaginare il futuro, oppure andrà definitivamente sostituita, come suggerisce Ilan Pappé (2025), da un nuovo organo non compromesso con la difficoltosa, e sovente corrotta, gestione politica del passato? La popolazione civile: in che modi potrà guardare avanti, ritrovando agency e agibilità politica, dopo oltre due anni di orrore nella Striscia e dopo decenni di diritti calpestati in tutta la Cisgiordania?
Ci parleranno del futuro di Israele: come reagirà lo Stato israeliano al «suicidio» e alla «fine» del progetto sionista che, secondo alcuni osservatori (Foa, 2024; Pappé, 2025), si sono irrimediabilmente consumati tra le rovine di Gaza? L’estremismo etnico-messianico di Netanyahu, Ben Gvir e Smotrich decreterà, con l’eventuale annessione di tutta la Palestina storica, la nascita di uno vero e proprio Stato confessionale, oppure la società israeliana riuscirà a venire a capo della radicale antitesi tra sionismo parafascista e democrazia per tutti i suoi abitanti? Attraverso quali direttrici la distruzione di Gaza e il progressivo appiattimento dell’ebraismo sulle sorti di Israele impatteranno sui modi di essere ebrei oggi (Beinart, 2025)?
Ci parleranno della prossima configurazione del Medio Oriente arabo-islamico: gli Stati del Golfo, mentre stringono relazioni commerciali più o meno informali con Tel Aviv, continueranno, come sono soliti fare da decenni, a scaricare retoricamente e ideologicamente sui Palestinesi la loro avversione di principio per Israele? Quale ruolo reclameranno per sé l’Egitto, la Turchia, la Siria e l’Iran? L’islamismo militante continuerà ad essere un fattore con cui fare i conti? Le cosiddette “primavere arabe” e le spinte riformatrici dal basso resteranno solo un’illusione ottica?
La gestione del post-conflitto nella Striscia e i modi in cui leggeremo e racconteremo ciò che vi si sta consumando, infine, racconteranno di noi, del peso delle nostre scelte e dell’identità che decideremo di cucirci addosso mentre proveremo a fare pace con lo spettro dell’inesorabile «provincializzazione» della parte di mondo in cui siamo nati (Chakrabarty, 2004; Clifford, 2023). E non perché, come vorrebbe un caricaturale adagio indigenista o terzomondista, è sempre colpa dell’Occidente; né perché si vogliano occultare le responsabilità dei Paesi arabi o dei BRICS nei fragilissimi equilibri geopolitici contemporanei; bensì perché, per quanto possano sembrare lontane, le macerie umane, politiche e morali che sotterrano Gaza non sono solo (non lo sono mai state) una questione palestinese: nell’ambigua «solitudinĕm» elevata impropriamente a «pax» che aleggia oggi nella Striscia, infatti, rischiano di restare sepolti anche i referenti di molti dei vessilli che l’Occidente ha posto a sostegno della propria ragion d’essere e che ha preteso di esportare, financo con la forza, dunque fraintendendone l’essenza più profonda, pressoché in ogni angolo del globo: democrazia, diritti, pace.
Avallare le pratiche di Nation building perseguite da Israele in spregio alle risoluzioni dell’ONU e alle norme della giurisdizione internazionale; accettare che, per vendicare (la scelta del verbo non è affatto casuale) un attentato, per quanto terribile, uno Stato sovrano possa ricorrere impunemente a punizioni collettive, deportazione coatta e pulizia etnica; umiliare la diplomazia per adottare una postura muscolare che si limiti a ratificare la legge del più forte; svilire le parole, facendole significare tutto e il contrario di tutto; rendere il mondo un mosaico di culture segnato da invalicabili faglie etnico-religiose: tutte queste posizioni, attuate dagli USA e dall’Unione Europea, che negli ultimi due anni si sono acriticamente date alla difesa corporativa dell’alleato israeliano, e di fatto recepite da una parte consistente della loro opinione pubblica, rivelano più di un legame con gli odierni balbettii del tradizionale modello liberal-democratico e con il pericoloso ritorno al centro dello scacchiere politico occidentale della destra estrema – che in un corto circuito da capogiro, non a caso, oggi guarda con grande interesse al disegno di stato etnicamente puro che in Israele viene propugnato dall’esecutivo in carica e dai partiti messianici al suo interno.
Tutte queste posizioni, qualora restassero indiscusse e non problematizzate, rischiano insomma di traghettarci verso una società post-democratica in cui, dopo aver sopportato senza particolari scrupoli di coscienza che dignità e diritti fossero negati agli altri, ovunque essi fossero, potremmo finire con l’accoglierne l’allentamento, se non la sospensione, persino da noi.
E non è detto che ciò non stia già accadendo.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Ovviamente il mio bersaglio polemico non è la democrazia israeliana in sé, bensì la postura secondo la quale a una democrazia è fondamentalmente permesso tutto. Voglio tuttavia segnalare l’esistenza di un interessante dibattito sulla natura e lo stato di salute del sistema democratico di Israele: anche escludendo la spinosa questione della legislazione militare imposta da Tel Aviv ai Palestinesi della Cisgiordania e, fino al disimpegno del 2005, alla Striscia di Gaza, all’interno dei confini israeliani il concetto di cittadinanza è lasco abbastanza da essere applicato con sfumature molto differenti ad ebrei, musulmani, cristiani e drusi. Se, in punta di diritto, probabilmente non si può propriamente parlare di apartheid, il sospetto che quella israeliana sia una democrazia quantomeno incompiuta resta però molto forte. A tal proposito, rinvio allo storico Arturo Marzano (2024) e, per il coinvolgimento dell’Accademia nelle questioni qui accennate, all’antropologa Maya Wind (2024).
[2] Sul portale rainews.it è possibile ripercorre l’intera cronistoria degli accordi di Sharm el-Sheikh e delle dichiarazioni delle personalità coinvolte: https://www.rainews.it/maratona/2025/10/gaza-guerra-la-notte-piu-lunga-rilascio-ostaggi-israeliani-prigionieri-palestinesi-vertice-sharm-el-sheik-trump-1768eae2-ac00-42fe-9de3-6f781fecfad9.html
[3] https://www.repubblica.it/esteri/2025/10/24/video/gaza_il_funzionario_un_scioccato__
li_ti_trovi_in_un_film_distopico_ma_non_e_fiction_e_realta-424935033/
Riferimenti bibliografici
Beinart P., 2025, Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza, Baldini + Castoldi, Milano.
Chakrabarty D., 2004, Provincializzare l’Europa, Meltemi, Milano.
Clifford J., 2023, Ritorni. Diventare indigeni nel XXI secolo, Meltemi, Milano.
Foa A., 2024, Il suicidio di Israele, Laterza, Roma-Bari.
Huntington P. S., 2000, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano.
Inglese D., 2024, Parole in gioco e vittime sul terreno. Note sulla sacralizzazione del 7 ottobre e sull’invisibilità del massacro a Gaza, in Dialoghi Mediterranei, n. 69: 143-154.
Kaldor M., 2001, Le nuove guerre. La violenza organizzata nell’età globale, Carocci, Roma.
Lévi-Strauss C., 1996, L’identità, Sellerio, Palermo.
Marzano A., 2024, Questa terra è nostra da sempre. Israele e Palestina, Laterza, Roma-Bari.
Pappé I., 2022, La prigione più grande del mondo, Fazi Editore, Roma.
Pappé I, 2025, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, Roma.
Romanelli R., 2025, Post-Occidente. Come il 7 ottobre riscrive la nostra storia, Laterza, Roma-Bari.
Wind M., 2024, Torri d’avorio e d’acciaio. Come le università israeliane sostengono l’apartheid del popolo palestinese, Alegre, Roma.
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Dario Inglese, ha conseguito la laurea triennale in Beni Demo-etnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo e la laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Si è occupato di folklore siciliano, cultura materiale e cicli festivi. A Milano, dove insegna in un istituto superiore, si è interessato di antropologia delle migrazioni e ha discusso una tesi sull’esperimento di etnografia bellica Human Terrain System. Ha recentemente pubblicato presso le Edizioni del Museo Pasqualino nella collana “Dialoghi” il volume Antropologia a tutto campo. Discorsi sulla contemporaneità.
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