di Nicolò Atzori
Il sonno della diplomazia genera mostri
Dai venti di guerra siamo giunti, irrimediabilmente, alle folate missilistiche. Sembra la fine del mondo, e molto probabilmente del nostro, di quello noto sul crinale fra Oriente e Occidente: degli equilibri che abbiamo sempre frequentati e difesi – spesso dogmaticamente – per arginare il pericolo dell’alterità e più semplicemente preservare l’esistente, come oggi. Mentre scrivo queste righe, le Forze di difesa israeliane (IDF), protagoniste di questo tempo squilibrato, hanno sferrato un pesante attacco militare contro l’Iran, coinvolgendo la stessa capitale Teheran e colpendo alcuni siti strategici per la realizzazione del programma nucleare del Paese, contro il quale sarebbe ufficialmente rivolta l’offensiva – “Rising Lion” – che ha ottenuto di eliminare diversi alti funzionari del Paese [1].
La risposta dell’Iran, denominata invece “True Promise 3”, è ugualmente devastante, e coinvolge direttamente Tel Aviv e Gerusalemme [2]. Solo il giorno prima, il ministro degli Esteri Tajani osservava tragicomicamente che «in Israele sanno bene che siamo contrari ad un attacco militare contro l’Iran, ma non mi pare che sia così imminente». A freddo, d’altra parte, a dire nei due giorni successivi, i media italiani glissavano sull’articolazione dell’accaduto, concentrandosi sulla riproposta del binario dicotomico aggressore–aggredito (da leggersi Iran–Israele), sui danni procurati dal contrattacco iraniano al suolo dello Stato ebraico, nel tentativo di riabilitarne la fiaccata immagine descrivendolo come unico argine alle teocrazie “antioccidentali”.
Ad una poco più onesta analisi, avrebbero sicuramente notato che quanto diciamo Occidente – Europa in testa – sembra bastarsi da solo quando si parla di sabotaggi. La guerra in diretta, format ormai utilizzato anche concettualmente dai media [3], mai così compulsivi, fa il resto, e quanto si desume è uno scenario entropico, dove i toni pietosi e orientati della propaganda – pronta a selezionare la storia della più interessante vittima di turno – fanno da contraltare alle altrettanto comprensibili semplificazioni dell’utenza dei social media, dove sempre più elaborate forme di slacktivismo giungono, ad esempio, a identificare organismi come Hamas con l’intera Palestina, tutt’al più beandosi dei bombardamenti iraniani contro uno Stato, quello israeliano, nel quale mi pare ragionevole ritenere che gli innocenti – bambini su tutti/e – non siano meno che altrove. Non dimentichiamo quindi, in fatto di novità, l’Intelligenza Artificiale (che poi è la nostra), indiscussa fautrice di contenuti audiovisivi – ciò che resta – del tutto inventati e, contestualmente, del suo devastante uso militare.
E Putin? Ricordate il guerrafondaio Vladimir Putin? Ebbene, lo sapremo al telefono con Donald Trump a parlare – udite – dell’innominabile: pace, e di un ruolo russo nella mediazione del conflitto fra Israele e Iran [4]. Paradossale, potrebbe obiettarsi, eppure i codici espressivi della propaganda sono brutalmente eloquenti. Ad esempio, non ha perso tempo il vicepresidente del Consiglio Salvini, secondo il quale “l’Iran vuole cancellare Israele come i nazisti” [5]: un plastico esempio di come, nell’era della storia negata, sconosciuta o inventata di sana pianta a seconda della casacca indossata, la semantica delle parole sia pericolosamente viscosa. Israele, da par suo, sembra godere di un credito pressoché illimitato sul versante NATO (blocco italiano su tutti), anche tenendo conto della richiesta ebraica avanzata agli Stati Uniti – e accolta dall’amministrazione Trump – di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano (non senza responsabilità dei persiani) nel tentativo di isolare un Paese in via di rapido sviluppo militare e nel contesto di un’area già fortemente complessa. Il riscontro mediatico è che Israele ha in quanto tale il “diritto di difendersi” – certo, sacrosanto – a qualsiasi costo, a prescindere dalle responsabilità implicate in uno scenario dove il pantheon non è certo affollato, e che l’Iran – entità statuale dalle connotazioni inequivocabilmente liberticide – sia il nuovo nemico pubblico anti-occidentale. Nel frattempo, israeliani, iraniani, palestinesi e ucraini innocenti cadono come mosche, secondo responsabilità che vanno ben al di là dei paesaggi morali del mondo bipolare a noi unicamente noto.
La contraddizione è torbida, ed è in questo pantano che arranca un’Europa sbiadita e smarrita, impotente nelle sue prerogative diplomatiche ma alle quali siamo portati a guardare, da cittadini e cittadine d’Italia, sperando in chissà quale acrobazia di pacificazione. O pacifista, se è consentito. Ma il tempismo non è un valido alleato in questa fase, sebbene i maggiori interpreti del “sogno europeo” non disdegnino accorate epifanie morali rivolte al versante della “guerra” fra Israele e Palestina, dichiarata “fronte secondario” da Benjamin Netanyahu e prontamente silenziata dalla nostra produzione mediale. Scomparsa, letteralmente. Eppure, è la stessa aula europea a riabilitare il discorso macro–politico per bocca di Mimmo Lucano, coraggioso a chiamare in causa Ursula von der Leyen e la sua vice Kaya Kallas, massime rappresentanti del gruppo dirigente europeo, con un discorso al vetriolo [6].
«Abominevole prendere di mira i civili a Gaza!», tuona invece – poco tempo prima – la presidente della Commissione europea von der Leyen, aggiungendo sorniona: «Israele deve ripristinare immediatamente la consegna degli aiuti in linea con i principi umanitari, con la partecipazione delle Nazioni Unite e degli altri partner umanitari internazionali»[7]. Ha atteso oltre cinquantamila morti. Un coro europeo finalmente si leva, sembrerebbe suggellato dall’asse Macron-Merz-Starmer, il quale ultimo, in realtà primo ministro del Regno Unito, non più parte dell’UE dal 2020 (Brexit), è addirittura il più lapidario: il comportamento israeliano, teso ad affamare la popolazione della Striscia, è intollerabile [8]. Il cessate il fuoco inglese è quindi seguito dall’appello del ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares, che da Madrid chiede un embargo sulle spedizioni di armi allo Stato ebraico: «l’ultima cosa di cui il Medio Oriente ha bisogno in questo momento sono le armi». Essenziale, fattuale.
I report dell’ONU, sempre più impietosi, fanno eco alla denuncia [9]: quella che sta consumandosi nella Striscia di Gaza è una mattanza senza fine e senza logica, condotta e firmata da un uomo – e da una squadra di governo – che insegue e persegue un personale ma condiviso disegno di sopraffazione coloniale etnocentrica con la complicità degli organi a cui dovremmo riferire; salvo non sentirlo o leggerlo mai, pubblicamente, nel discorso istituzionale. Ricordiamo il pretesto con il quale la propaganda storicizza la recrudescenza di un attacco unidirezionale travestendolo da conflitto fra eserciti ed entità politiche (una delle quali, Hamas, pressoché fantasmatica nell’economia del conflitto reale), così come viene regolarmente esibito nei copioni dialettici dell’ignavo di turno: si tratta del brutale attacco inflitto dalle milizie di Hamas (con l’aiuto di altri nuclei armati palestinesi) allo Stato di Israele, il 7 ottobre del 2023, che ha portato ad oltre mille morti (fra soldati e civili) e a qualche centinaio di ostaggi israeliani, alcuni dei quali ad oggi liberati. Simile spregevole azione, esito di uno scenario conflittuale dalla profonda complessità storica e geopolitica e sulla cui iniquità non v’è da certo da sindacare, condannata com’è stata in lungo e in largo, ha dunque giustificato – in risposta – una massiccia operazione militare che, inizialmente rivolta a stanare i membri e le alte cariche di Hamas con l’obiettivo di perseguire la distruzione dell’organizzazione (ma sarebbe più ragionevole ipotizzarne la dispersione), ha finito per sfociare apertamente in una pulizia etnica a tutti gli effetti, con esercizi di sterminio in piena regola. Davanti a ciò che sta accadendo, è quantomeno surreale che i nostri governanti (in particolare) non si pongano alcun problema e anzi ne vedano esclusivamente nel momento in cui qualcuno dice basta. Dipingere la condotta israeliana come quella di una lotta per la sopravvivenza è perfettamente deplorevole, e tradisce una scarsa conoscenza del contesto, irricevibile se dimostrata dai leader che, nel seno dell’Europa, dovrebbero farsi carico della sicurezza internazionale; ancora più grave se, in verità, è una ignoranza del tutto simulata.
Se si volessero rintracciare le avvisaglie di una interpretazione fondamentalista delle decisioni statali da parte di Israele, d’altronde, non si dovrebbe tornare troppo indietro. Risale infatti al 2018 l’approvazione della legge con la quale la Knesset (il parlamento monocamerale nazionale) definisce ufficialmente – con 62 voti favorevoli, 55 contrari e 2 astenuti – lo Stato come «la casa nazionale del popolo ebraico» [10], con non banali risvolti dal punto di vista della filosofia politica (fra le altre) e a proposito della quale, ad esempio, Donatella Di Cesare ha esplicitamente parlato di una etnocrazia [11].
Del resto, e meno recentemente, non è mai mancata un’attenzione di tipo critico alla gestione israeliana degli equilibri geopolitici, stabilmente connotati da un legame indissolubile e dichiarato fra lo Stato ebraico e gli USA, così commentato – ad esempio – da Martin van Creveld:
«Nessun Paese è stato oggetto di censure da parte dell’Assemblea generale o del Consiglio di sicurezza più di Israele. In effetti, sono stati gli Stati Uniti gli unici a frapporsi concretamente tra Israele ed una più grave condanna. Né, dal canto suo, Gerusalemme è stata mai in grado di assicurarsi un seggio nel Consiglio di sicurezza» [12].
La premura della von der Leyen non può che suonare artificiosa: a marzo di quest’anno, la stessa presidente propone, in tutta fretta, il varo di ReArm Europe, un piano di “difesa militare” [13] con l’obiettivo ufficiale di rafforzare – a fronte di un investimento fino a circa 800 miliardi di euro – l’apparato militare europeo in risposta alle “minacce” implicate dallo scenario geopolitico attuale, su tutte la condotta di Putin nell’ambito della guerra in Ucraina [14] e l’incertezza sul sostegno militare degli Stati Uniti d’America, che hanno apparentemente ricalibrato lo stile della propria politica estera col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Di una condanna politica si è fatto carico il M5S, che ha risposto con un emendamento al bieco tentativo della Presidente di eludere il Parlamento, che ha approvato il primo – con 281 voti a favore, 260 contrari e 121 astenuti – dichiarando sostanzialmente illegittimo il secondo. Secondo alcuni, un pericoloso “scivolamento” nel processo democratico che ha finora contraddistinto l’azione politica dell’Unione, come gli stessi membri non hanno mancato di evidenziare [15].
Va dunque rilevato come non vi sia accordo nemmeno sull’evidenza della tragedia umanitaria, ed è strenuo il braccio di ferro dialettico intorno all’uso più o meno congruo e legittimo del termine “genocidio”, a seconda che se ne ritenga esagerata o meno l’accezione in rapporto a quanto va svolgendosi a Gaza. In Italia, la stampa più efficace è assolutamente certa: da quelle parti non solo non è in atto alcun genocidio, ma il solo pensarlo – figurarsi scriverlo – espone alle più inique etichette ed a certa gogna mediatica. La più inquietante, quella di “antisemita”, sorta di evoluzione ideologica di “putiniano” (cfr. Ciccozzi 2022), non ha certo tardato a comparire negli attacchi della propaganda filoisraeliana, e se non è totalmente campata per aria (qualche antisemita cosciente deve pure esistere, dati gli insegnamenti della statistica), mira esclusivamente a svalutare la tesi o la posizione del marchiato/dissidente ribaltandone la direzione concettuale: chi critica Israele (con i modi più educati e a prescindere) è automaticamente antisemita perché Israele non sta facendo altro che incaricarsi del salvataggio dell’Occidente dalle mire belliciste diffusamente mediorientali (cfr. Turco 2022). Una sorta di martirio, insomma. La mia mente ritorna quindi ad alcune pagine di Eccessi di culture, in cui Marco Aime (2004) assembla il puzzle della pratica dell’identità soffermandosi sia sull’uso del termine Olocausto, interessato da uno slittamento semantico che lo ha portato a designare il sacrificio degli ebrei stessi, che su quello della collaterale mancanza di un’espressione ad hoc per le altre vittime del delirio nazista (omosessuali, zingari, malati di mente et c.) o – ad esempio – di altre stragi avvenute nel corso della storia (nativi americani, africani, armeni e così via). Quindi nota:
«Il problema sta nel fatto che nessuno di questi gruppi riesce a esprimere élite tali da portare agli occhi del mondo le rivendicazioni dei torti subiti: nessuno di essi ha uno Stato o un’élite forte, e per mettere in atto una politica della memoria occorre invece una qualche struttura che funga da punto di riferimento reale, tangibile. Una cultura non basta: occorrono un territorio e un governo» (Aime 2004: 110).
Fatte salve le comunque inverosimili (ad oggi) ipotesi condensate nella formula due popoli, due Stati [16], riduttivamente esibita a mo’ di slogan e poi ricacciata nel cassetto a bocce ferme, resta da chiedersi cosa i garanti della sicurezza internazionale siano in grado di esprimere, concretamente, per fare fronte alla situazione che va configurandosi.
In una così preoccupante temperie, ad esempio, l’Unione europea appare sguarnita, retta su un consesso balbettante e spaesato che, a suon di dichiarazioni tardive e ambigui posizionamenti, non dimostra di essere in grado – almeno in questa fase – di ricoprire quel ruolo (auto)auspicato ed evocato di arbitro della contesa, di partner e interlocutore ideale con cui sedere al tavolo delle trattative e degli accordi di lungo periodo; di proporre alternative al bellicismo, banalmente. Non dimostra, soprattutto, di saperlo fare autonomamente. Ciò che ne deriva, piuttosto, è quella di un organismo riprogrammato, il cui nome viene ora addirittura esibito come spauracchio verso chiunque ne tenti una lettura alternativa alla pedissequa accettazione di qualsiasi sua manifestazione decisionale. L’uso di “antieuropeista”, ad esempio, fra le tante etichette ideologicamente discriminatorie prodotte dalla propaganda, risulta semplificare precipitosamente il dibattito politico e quello civile, ed è sufficiente che trapeli una qualche forma di scetticismo, ritenuto mai del tutto giustificabile.
Se non altro, i riti pubblici hanno contribuito a testimoniare una profonda spaccatura almeno nel seno della società italiana, formidabile cartina di tornasole dell’attuale consenso: pacifisti da una parte e sostenitori della guerra e della difesa dall’altra, schieramenti che hanno evidenziato – ancora una volta – l’incredibile ambiguità concettuale e nella ricezione dei fatti geopolitici nonché di presunti “obiettivi comuni” sostanzialmente rigettati dalla “pancia” degli italiani.
Il primo evento collettivo prende il discusso nome di Una piazza per l’Europa, si è tenuto il 15 marzo a Piazza del Popolo (Roma) ed è scaturito (ufficialmente), nel seno del quotidiano La Repubblica, dalla proposta di uno dei suoi giornalisti di punta, Michele Serra, incaricato di introdurre i lavori: «Siamo in tanti perché siamo un popolo. È una parola che negli ultimi anni è stata sottratta alla democrazia e alla gentilezza. Invece è la più democratica delle parole» [17].
Il blocco principale è quello della sinistra che piace, con la speciale partecipazione dei volti della televisione “progressista” (Benigni, Littizzetto et c.) e di intellettuali del calibro di Augias, Scurati e compagnia. Per non parlare della musica: secondo Vecchioni, ad esempio, si è trattato di una piazza per i giovani. Chi a destra ha disertato, d’altronde, lo ha fatto per ragioni eminentemente politiche, e non certo per convinzione contraria. Una frangia dogmaticamente europeista whatever it takes e con appresso il suo carico retorico di nobili intenti e paure generazionali: che mondo lasciamo ai nostri nipoti?, sentiamo ripetergli. Me lo chiedo anche io, visto che la manifestazione era volontariamente o involontariamente legata alla sponsorizzazione del piano europeo di riarmo. E allora: di quali e a quali generazioni si parla? Non certo a Millennials e Gen Z, il cui grado di disaffezione è quantomeno strutturale e i cui codici comunicativi sono ben altri, con buona pace dei giudizi approssimativi di chi li vorrebbe semplicemente più indolenti. Fra gli altri, anche Il Sole 24 Ore, che covo di antieuropeisti proprio non può definirsi, si sofferma sull’indicativa composizione della piazza, argomento che tutto mi sembra fuorché secondario [18]. Contrariamente ai proclami e alle ricostruzioni dei promotori, infatti [19], non sembra che l’evento abbia rappresentato un’occasione di dialogo su ponti anagrafici, secondo l’auspicio europeista, e di certo non è corretto parlare di futuro senza i diretti interessati o chiunque – fermamente contro le politiche del riarmo – abbia disertato quella stessa assemblea per siffatto motivo. L’esibizione del Manifesto di Ventotene, slogan della parata e su cui si è incentrata la successiva polemica fra destra e sinistra, tradisce dunque una precisa volontà di significare l’occasione in maniera abbastanza eloquente.
Il 7 aprile è quindi il turno della manifestazione contro il riarmo organizzata dal M5S [20], la più critica verso l’Europa fra le compagini di sinistra, ed il 7 giugno – nuovamente con la guida del M5S, stavolta al fianco di PD e AVS – di quella a favore della causa palestinese, momentaneamente scomparsa dai radar mediatici. Anche qui non si parla di Europa e scarse ne sono le testimonianze ornamentali [21]. Sono, ad ogni modo, degli eventi divisivi, inaspettatamente rispetto all’ideale di cui intenderebbero farsi portatori: quello della pace ovunque. Qualcuno, ad esempio, sottoscritto compreso, si chiede da quando la parola “pacifista” ha assunto un significato dispregiativo anche “a sinistra”, come non poco romanticamente tendiamo a qualificare quelle speranzose visioni di osservare il mondo di fianco agli altri, e da quando è così scontato preferire, sempre più spesso, una visione dogmatica e integralista di “progresso” – dai toni spesso esclusivisti, elitisti e classisti – pur di contrastare quella dell’avversario politico di turno? Per il momento, in data 21 giugno è prevista una nuova risposta nonviolenta al prossimo vertice NATO, che si terrà a L’Aia, Paesi Bassi, dal 24 al 26 giugno 2025 e con un’agenda fortemente incentrata sul rafforzamento bellico dell’Alleanza Atlantica. Sarà certamente un ulteriore indicatore del pensiero sociale in materia, e magari di quello – totalmente assente dai radar mediatici – dei Millennials [22].
Io e l’Unione europea siamo coetanei, essendo questa nata il 7 febbraio 1992, con il trattato di Maastricht (successivo al TCEE del 1957), ed il sottoscritto il 9 luglio dello stesso anno, con meno formalità. L’UE viene quindi ufficialmente istituita con l’ingresso in vigore del provvedimento, il 1° novembre del 1993. Norme per la futura moneta unica (che sarà l’euro), giustizia, politica estera e interna, tutti lineamenti di un progetto di coesione transnazionale, sono i principali argomenti sul tavolo della città dei Paesi Bassi che ospita le discussioni. Fra i più solidi fondamenti programmatici, la definizione concettuale di “comunità”, precedente “europea”, fra le più antropologicamente problematiche e dinamiche [23].
Al cambio di moneta in particolare si legano, per quanto mi riguarda, i primi ricordi infantili di un qualcosa che fosse Europa, precisamente legati a un oggetto in certo modo testimonianza materica di un passaggio epocale. Si tratta, come la maggior parte di chi legge ricorderà, del celebre “euroconvertitore” gratuitamente distribuito all’intera popolazione nazionale nientemeno che da Silvio Berlusconi, allora premier e garante politico di quel momento topico che fu il passaggio dalla lira alla moneta unica europea: l’euro, appunto. Quella piccola calcolatrice aveva infatti la funzione di elaborare il corrispettivo in euro di qualsiasi importo in “vecchie” lire venisse digitato con la sua tastiera. Oggi, divenuto ormai pezzo da collezione, o comunque per inguaribili amanti del vintage, quell’oggetto si trova in vendita nei siti e–commerce per qualche decina di euro [24], a metà fra la vitalità dell’oggetto e la spiritualità della cosa, secondo la lettura proposta da Remo Bodei (Bodei 2009).
Da quel piccolo strumento, così sofisticato e insieme semplice, irreprensibilmente numerico ma già familiare nell’uso quotidiano, poco più che giocattolo, ho personalmente tratto le avvisaglie di un’idea di Europa che avrei poi scoperto ripresentarsi regolarmente nel corso delle mie riflessioni: un qualcosa di pretesa efficacia e sicura garanzia, a cui rimettersi ed aspirare per esistere ovunque rivolgessi il mio sguardo: una formazione mitica, che ora sembra farsi beffe delle sue origini. Quell’oggetto aveva fascino perché era compatto, funzionale, utile. Era europeo. Resto con la mente ai banchi scolastici, più o meno alla stessa età, fra i quali fa capolino la prima idea ufficiale di Europa con la quale la mia generazione si sia confrontata, fatta ovviamente eccezione per quanto la finestra televisiva potesse proporre ma non trasmettere ad un giovane di 12 o 13 anni che, come me, era ben più interessato a pallone e fumetti: quella del cerchio stellato su sfondo blu, immagine non di rado sistemata sulla copertina dei libri di testo che si facevano compagnia dentro gli enormi zaini ancora tenuti sulle spalle. Immagine che in quelle copertine non sembra certo sistemata a caso, necessaria come già appariva ad una pratica didattica di immedesimazione e identificazione.
Molto più avanti, nelle aule universitarie che mi iniziarono allo studio della storia, anticamera di una volontà critica che mi ha spinto fino alle sponde dell’antropologia socioculturale, ho cominciato ad afferrare i caratteri fondativi di un’idea di Europa che era per me, fino ad allora, priva di una profondità e di una conoscibilità storica, di una quantomeno personale possibilità di accogliere le vicende umane che l’hanno resa possibile al pari di altre immagini teorico-politiche percorse proprio nell’ambiente scolastico. Al contrario, insomma, delle tante storie d’Italia o delle antiche civiltà mediterranee presentate ad alunni e alunne fin dalle scuole primarie. Furono necessarie, dunque, le prime lezioni universitarie di storia moderna perché si potesse circoscrivere didatticamente la portata dell’invenzione dell’Europa, partendo magari dalle letture di Giuseppe Galasso (Galasso 1996), in verità incrociate fuori dall’accademia.
Compresi dunque un’Europa profonda e profondamente differente nei suoi angoli più sperduti; per questo bella e viva, forte e aperta nella multiformità delle sue manifestazioni sociali. In verità, contraddittoria per lo stesso motivo, ritenuto un asso nella manica ma talvolta politicamente ingestibile. Scoprii, nella scena universitaria, il progetto Erasmus (Erasmus+ dal 2014), giunto ormai al suo trentottesimo anno d’età (1987–2025) e grazie al quale i giovani e le giovani europee hanno la possibilità (retribuita con una borsa di studio) di svolgere un periodo di studio in uno dei Paesi membri dell’UE. L’invenzione di una “generazione Erasmus”, impropriamente detta [25] e che sembra rientrare nel disegno europeo della produzione del consenso giovanile, non rappresenta, però, che una irrisoria minoranza di europee ed europei che hanno potuto esperire, fra ostelli e scambi, la fortuna dell’alterità e la comprensione della ricchezza del continente.
Quell’Europa giovanile sommersa, invece, quella che – ad esempio – non affolla le aule universitarie e non ricorre al lessico dei bandi e della promozione culturale a tutto tondo (alla quale siamo invece più culturalmente inclini a riferirci), è ben distante dall’idea immarcescibile dell’Europa centro del mondo e misura della storia, e vi guarda piuttosto con sospetto e crescente sfiducia. Come con costitutivo disincanto la scruta chiunque, come me, si chieda perché si debba accettare un’Europa silente ed evasiva davanti allo scempio della guerra e di un massacro in mondovisione, anche per questo legittimato dall’assuefazione mediale – a trazione univoca – pensata per raccontarlo e mercificarlo. Se volessi esplorare con un atteggiamento più insistentemente etnografico l’idea di Europa dei miei coetanei, che ho comunque modo di rilevare con quasi quotidiana cadenza, da un lato credo quindi approfondirei un sentimento di implicita appartenenza verso un’idea che è stata ed è lo sfondo dei percorsi scolastici, di quelli universitari e dei dibattiti della politica locale, come anche indice della distanza di visioni progettuali lontani dalla concreta aderenza ai territori su cui sono calate, e dall’altro è auspicabile rilevare una presa d’atto – per i meglio informati – della pericolosa torsione dell’Ue verso una sintassi ed una logica di tipo apertamente bellicista e offensivo, appena mitigato da qualche voce fuori dal coro prontamente neutralizzata dalla gogna mediatica ed epimediale (Turco 2021).
Come tante altre e tanti altri, sono quindi cresciuto con l’Europa e in lei; essa, allo stesso modo, con me e per me, almeno sulla carta. Eppure, non ho mai avuto bisogno di dichiararmi europeista, come oggi richiesto, e men che meno “anti–europeista”, etichetta altrettanto in voga e altrettanto arbitraria nella storia mediatica recente. Una classificazione che, anzi, mi è parso si rendesse necessaria ogniqualvolta un fatto politico potesse ottenere di inficiare l’idea cristallina di un’Europa funzionante e centro del mondo, come se altrove davvero guardassero a noi come al suo baricentro. È stata la storia, colei che credevamo di avere “congelato” fra discorsi di deterrenza e accordi, sulla scorta forse delle idee di Fukuyama (1992), a rimetterla invece al centro del dibattito, chiamandola in causa nel momento più delicato e insieme più truce, quello attuale: scegliere cosa fare del futuro di chi la abita e guardarsi bene dal rischio di escalation e da quello nucleare, a più riprese ventilato ma nella prassi di enumerazione del nemico di turno.
Ma questa Europa, avamposto e ombra statunitense, parla un linguaggio sideralmente distante dalle possibilità di comprensione e accettazione di una fetta di giovanissimi/e maldisposti/e a farsi carico degli ennesimi proclami ipocriti in cui tragedie di serie a e tragedie di serie b si alternano nel palinsesto mediatico ufficiale. Il perché è semplice: quest’Europa ha il sapore di un’idea incorruttibile, sorta di a priori non soggetto a dubbi e critiche, contro le quali il mainstream ha generato un motore di fango avviluppante. Se chiedeste, dunque, ad un coetaneo o ad una coetanea cosa ne pensi dell’Europa, difficilmente potrà parlarne in termini encomiastici e altrettanto difficilmente potrà rigettarne le prerogative e la forza aggregante, appresa a lungo. E, nel primo caso, non per ingenuità ma per ragioni contingenti.
Se, infatti, l’Europa e per meglio dire la sua veste amministrativa è un oggetto storico e culturale, come mi sembra evidente, può come minimo venire coinvolta nelle procedure intellettuali a cui la sua azione o la sua immagine danno adito, senza che per questo si sia tacciati di nefandezze morali e additati o peggio circoscritti come nemici. Oggi appare lapalissiano anche ai più faziosi che la posizione europea, inerte davanti alle tragedie umanitarie e allo stesso tempo chirurgica nella definizione dei nuovi nemici (ad oggi del tutto ipotetici), non sia in linea con il ruolo rivestito da un garante della pace.
Se è la fine di un mondo a cui siamo sempre stati abituati, e che l’offensiva occidentale attuale del momento sembra voler disperatamente preservare, non v’è più alta forma di intelligenza che quella di riconoscere come gli equilibri, nel corso della storia, cambiano continuamente e non domandano permesso; quindi di farlo compattamente, in quanto Europa unita, per pensare nuovi modi di esistere, e farlo in pace, con magari nuovi interlocutori e con il coraggio della denuncia, senza tentennamenti o mistificazioni propagandistiche; farlo, infine, con dei cittadini trattati da alleati e patrimonio sociale e non in quanto sudditi da ammonire. Soprattutto a questa età, la mia. Se non ha senso credere nel buono del progetto europeo perché, ipse dixit, «esistono fini più alti che noi non capiamo» e logiche macroeconomiche non discutibili sul piano sociale, che senso ha attendersi o ingiungere obbedienza a chi non accetti passivamente quelle che restano elucubrazioni? Se una forza questa Europa ha sempre esibita è quella del dialogo e del cosmopolitismo: il momento per abbracciare la pluralità e rigettare gli estremismi, i propri compresi, è esattamente questo.
Dialoghi Mediterranei, n.74, luglio 2025
Note
[1] https://www.rainews.it/maratona/2025/06/gaza-bombe-israele-fame-morti-bambini-feriti-in-italia-adam-curato-al-niguarda-tajani-a0cf667a-86f5-431c-a908-44b2f0492abd.html
[2]https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/israele-attacco-iran-guerra-hamas-giorno-617-diretta_99624341-202502k.shtml
[3]https://www.corriere.it/esteri/diretta-live/25_giugno_15/israele-iran-la-guerra-in-diretta-l-annuncio-di-netanyahu-controlliamo-i-cieli-dell-iran-israele-khamenei-e-un-obiettivo-trump.shtml
[4] https://it.euronews.com/my-europe/2025/05/20/telefonata-trump-putin-europa-delusa-per-la-debolezza-usa-con-mosca
[5]https://www.lastampa.it/esteri/2025/06/13/video/salvini_liran_vuole_cancellare_israele_come_i_nazisti-15189752/
[6]https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/19/mimmo-lucano-von-der-leyen-kallas-complici-genocidio-israele-video/8031989/?fbclid=IwY2xjawLBB5JleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBxQ0Y1TEhwSDhrVWs0aGV3AR4GXtMw3XURuq-skkx7V7o16da-vC8ueJK3jMgxQ5W_kbcOhJP_qjBpU-K_xA_aem_WMlfXmn07nmEFDr4GW9_BA
[7]https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/27/gaza-180mila-sfollati-von-der-leyen-abominevole/8004480/
[8]https://www.repubblica.it/esteri/2025/05/20/video/gaza_starmer_parlamento_israele_bombardati_bambini_innocenti_situazione_intollerabile-424435604/
[9]https://unric.org/it/medio-oriente-la-coordinatrice-onu-sigrid-kaag-sollecita-cessate-il-fuoco-immediato-accesso-umanitario-senza-ostacoli-a-gaza-e-rilancio-della-soluzione-a-due-stati-nel-briefing-al-consiglio/
[10] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-i-rischi-della-nuova-legge-sullo-stato-nazione-21068
[11]https://meetingsforpeace.santegidio.org/pageID/31897/langID/it/text/4529/Intervento-di-Donatella-Di-Cesare.html
[12] https://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20060822004044
[13] https://it.wikipedia.org/wiki/ReArm_Europe
[14] La tesi ufficiale – dunque diffusa dalla stampa e dagli organi di vigilanza – è che Putin avrebbe intenzione di invadere l’Europa intera (ipotesi militarmente irrealizzabile), e che per questo armare l’Ucraina e perseverare in una guerra per procura sia preferibile alle soluzioni diplomatiche; che, d’altra parte, il leader del Cremlino intende a proprio totale vantaggio ma sulla base di una accusa (non infondata, com’è noto) di sconfinamento territoriale mossa ai paesi NATO.
[15]https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/07/parlamento-ue-contro-von-der-leyen-riarmo-emendamento-m5s/7978722/
[16]https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-palestina-cose-e-come-nasce-la-soluzione-a-un-solo-stato-166478
[17]https://www.repubblica.it/politica/dossier/una-piazza-per-l-europa/2025/03/15/video/michele_serra_diversi_ma_europei-424065237/
[18] https://alleyoop.ilsole24ore.com/2025/03/17/piazza-europa/
[19] https://www.repubblica.it/politica/dossier/una-piazza-per-l-europa/
[20]https://it.euronews.com/video/2025/04/05/roma-in-migliaia-in-piazza-con-il-m5s-contro-il-piano-di-riarmo-dellue
[21]https://www.rainews.it/maratona/2025/06/manifestazione-per-gaza-a-roma-promossa-da-pd-avs-e-m5s-7-giugno-san-giovanni–3df94c3a-68af-44b0-8393-a3f1c8964374.html
[22]https://www.pressenza.com/it/2025/05/controvertice-nato-il-21-giugno-leuropa-pacifista-scende-in-piazza-per-dire-no-al-riarmo-e-alla-complicita-con-israele/
[23] Cfr. Bauman Z., Voglia di comunità, Laterza, 2000.
[24]https://www.ebay.it/itm/296246468888?chn=ps&norover=1&mkevt=1&mkrid=724-128315-5854-1&mkcid=2&mkscid=101&itemid=296246468888&targetid=2302325348311&device=c&mktype=pla&googleloc=9190830&poi=&campaignid=21248514431&mkgroupid=164818462794&rlsatarget=pla-2302325348311&abcId=9411867&merchantid=6772416&gad_source=1&gad_campaignid=21248514431&gbraid=0AAAAACadmUmGZ3m-LUOTaFLtRKPokX8J_&gclid=CjwKCAjw9anCBhAWEiwAqBJ-c_tQMaZ63hslDmkQYo98VeIolm9qtGDlyDgvqQKqfOFwF4ee1CLejhoCmPYQAvD_BwE
[25] https://www.rivistailmulino.it/a/la-generazione-erasmus-una-minoranza
Riferimenti bibliografici
Aime M., Eccessi di culture, Einaudi, 2004.
Bauman Z., Voglia di comunità, Laterza, 2000.
Bodei R., La vita delle cose, Laterza, 2009.
Ciccozzi A., Invasi, invasori, invasati: sulle rappresentazioni della guerra in Ucraina, in Dialoghi Mediterranei, n. 56/2022, consultabile qui: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/invasi-invasori-invasati-sulle-rappresentazioni-della-guerra-in-ucraina/.
Fukuyama F., The End of the History and the Last Man, The Free Press, 1992.
Galasso G, Storia d’Europa, Laterza, Bari Roma 1996
Spinelli A., Rossi E., Colorni E., Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto, 1944.
Turco A., Epimedia. Informazione e comunicazione nello spazio pandemico, Unicopli, Milano, 2021.
Turco A., Geopolitica, informazione e comunicazione nella crisi Russo-Ucraina. La guerra, la pace, l’analisi scientifica, i media., Unicopli, 2022.
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Nicolò Atzori, consegue una laurea triennale in Beni Culturali (indirizzo storico-artistico) con una tesi in Geografia e Cartografia IGM e una magistrale in Storia e Società (ind. medievistico) con una tesi in Antropologia culturale, presso l’Università di Cagliari, ottenendo in entrambe il massimo dei voti. Altresì, è diplomato presso la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell’Archivio di Stato di Cagliari. Dal 2017 lavora, per conto di CoopCulture, come operatore museale e guida turistica presso il Museo Villa Abbas e il sito archeologico di Santa Anastasia di Sardara (SU), luoghi dei quali, fra le altre cose, cura la comunicazione e, nel primo caso, gli aspetti museografici.
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