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Gaza e altro

palestina-italiadi Lauso Zagato

Per cominciare

In questi mesi mi sono sentito pienamente partecipe del diffuso senso di disorientamento, di frustrazione, di  preoccupazione per ciò che ci aspetta, che domina questi primi anni ’20 del secolo [1].  È pur vero che qualcosa è di recente cambiato, attorno a noi, nella lettura socialmente diffusa della tragedia in cui siamo calati. Si tratta peraltro di un fenomeno tuttora ambiguo, oltre che decisamente tardivo; di tale (comunque parziale) riconquista di dignità da parte di esponenti della società e delle istituzioni, andrà in ogni caso ringraziata come non mai la rete degli operatori internazionali appartenenti a quella che si può definire “globalizzazione umanitaria”, capaci nell’ultimo anno e mezzo di reggere a provocazioni, insulti, vere e proprie campagne di accuse infamanti ad personam, su cui sarebbe squallido anche solo soffermarsi [2]. Forse taluno tra quanti hanno scoperto solo ora l’orrore di quanto sta avvenendo a Gaza potrebbe rafforzare la propria credibilità con il chiedere intanto scusa alle/ai componenti di tale rete, vittime privilegiate di un insano mobbing mediatico. Su questi temi, in particolare sul ruolo che la globalizzazione umanitaria potrà giocare in un prossimo futuro che si presenta cupo, si potrà/dovrà comunque tornare a discutere [3] . 

9788858155417A proposito di costruzioni discorsive sull’Occidente

Qualche mese fa la prima ministra del nostro Paese, nel riconoscersi pienamente nell’attuale politica estera dell’Unione europea, cioè nella demenziale guerra ad est [4] unita alla collaborazione entusiasta agli eccidi in corso in Medio Oriente (a posteriori, un unico eccidio che ha proceduto per fasi, come del resto si poteva facilmente evincere da dichiarazioni programmatiche degli autori), rivendicava con forza il principio ispiratore di tale politica: la centralità dei valori occidentali fondati su un mix di “filosofia greca, diritto romano e umanesimo cristiano”. Donde il quesito ai suoi critici, retorico nella forma quanto minaccioso nel merito, sul perché mai essi non vogliano, non accettino di essere parte attiva di tale nobile sistema valoriale che tutti ci dovrebbe rappresentare. Come era da temere, non è passato molto tempo prima che qualche genio abboccasse, rivendicando con solennità come proprio la salvaguardia dei valori imperituri della civiltà occidentale imponga di opporsi con forza agli orrori in corso. Bravini, davvero! Tale presa di posizione serve magari – quando fatta in buona fede – a salvare le anime candide di quanti vi si rifugiano; in me suscita amarezza, non scevra da una certa dose di disgusto. Tuttavia fornisce l’occasione per aprire una finestra, spero non banale, su una sequenza di comportamenti ed atti criminosi.

Il punto da cui partire è che, per comprendere la portata del dramma in cui siamo immersi, è necessario riconoscere che qualcosa di vero, nel richiamo della statista italiana all’Occidente e ai suoi valori, c’è. Solo che si tratta di una verità che va dritta al lato oscuro (di norma celato, ma sempre ri-emergente con forza), della costruzione discorsiva sull’Occidente. In questa sede pare opportuno non allargare l’analisi ai pericoli generali insiti nella presente “Terza guerra mondiale a spicchi”, pur essendo chiaro quali scenari globali si spalanchino ogni giorno di più davanti ai nostri occhi. Lo stretto intreccio tra Gaza/Cisgiordania, Israele, e i valori imperituri dell’Occidente, fornisce spunti ed elementi di approfondimento adeguati. 

3Oggetti discorsivi del Novecento: tra razza e popolazioni

Utilizzo come spunto iniziale un testo di Donna Haraway, laddove ella definisce compito assunto dalla biologia novecentesca quello di «riprodurre la specie (homo sapiens, s’intende) in senso discorsivo» [5]. Ed essendo la specie costituita da differenze oltre che da somiglianze, la scienza del xx secolo (sia consentito sommessamente correggere, anche se ne esce una frase dal costrutto terrificante: la narrazione scientifica meglio corrispondente alla configurazione dei bio-poteri predominanti a livello globale nelle diverse fasi del biocapitalismo del XX secolo), ha via via usato strumenti diversi, dalla misurazione dei crani a quella dei vasi sanguigni, alle frequenze genetiche. Orbene, a detta della studiosa americana tre oggetti discorsivi dominano la scena dello scorso secolo: la razza (da inizio secolo agli anni 30 e Seconda guerra mondiale), la popolazione (fino alla metà degli anni ’70), il genoma umano (nello scorcio finale di secolo, fino ad oggi). Certo, Haraway è perfettamente conscia dei profili di continuità tra queste diverse fasi; a me interessa peraltro porre l’accento sul momento in cui lo stacco tra razza e popolazioni come oggetto discorsivo privilegiato sembra prendere definitivamente forma.

Si tratta del complesso processo che porta la comunità degli Stati a darsi, poco dopo la fine della Seconda guerra mondiale, una Convenzione internazionale contro il genocidio [6], processo estenuante nel corso del quale ha peraltro luogo un drammatico quanto decisivo ridimensionamento della nozione stessa, con la eliminazione tout court del concetto chiave di genocidio culturale. Nel solco così aperto, si verificano a seguire la cancellazione dal testo finale delle fattispecie di assimilazionismo forzato delle popolazioni assoggettate e di trasferimento coatto delle popolazioni dai territori occupati.

 Ciò avvenne con la regia delle Potenze coloniali europee – agevolate in questo dalle scelte assai opinabili dei vincitori della guerra nei confronti di popolazioni dell’est europeo [7] – molto attente ad evitare il rischio che la loro secolare prassi di governo delle colonie finisse per portarle in giudizio per il crimine di genocidio. Il colonialismo europeo si accingeva del resto a scrivere proprio negli anni 50 e 60, all’ombra della guerra fredda, le pagine forse più orrende della propria pluri-secolare vicenda [8], solo al termine delle quali il diritto internazionale umanitario avrebbe potuto stabilire che «la deportazione o il trasferimento all’interno o fuori del territorio occupato della totalità o di una parte della popolazione del territorio stesso» doveva essere annoverata tra i crimini contro l’umanità [9].  I primi due oggetti discorsivi di Haraway, da cui abbiamo preso le mosse, sono quindi – a sua insaputa – strettamente legati a passaggi decisivi nello sviluppo del diritto internazionale umanitario: Convenzione contro il genocidio del ’48 [10] e Protocolli del ’77 alle Convenzioni di Ginevra [11]. 

4Razza/indigenità, cuore di tenebra del lascito colonialista

Soffermiamoci intanto sull’oggetto discorsivo costituito, nell’analisi harawayana, dalla razza. Ai fini del presente ragionamento risulta istruttivo il j’accuse pronunciato da Teodoro Roosevelt nel 1905 alle donne bianche della classe media, che portavano la razza bianca al suicidio in quanto non facevano abbastanza figli [12]. Cosa c’è di speciale in questo discorso, fondato sul rischio rappresentato dalle migrazioni di massa? Sembrano invero discorsi da bar eguali a quelli che ci sorbiamo ogni giorno: il fatto è che le masse migranti di cui si parlava, espressione di popoli inferiori che avrebbero spazzato via la razza bianca, erano costituite da italiani, iberici, greci, irlandesi ed ebrei [13]. La razza bianca di cui parlava il primo Roosevelt, e che avrebbe costituito l’unico riferimento discorsivo almeno fino al New Deal dell’altro Roosevelt (Franklin Delano), vestiva dunque gli stretti abiti della discendenza anglo-sassone, protestante; i nemici da cui doveva guardarsi per salvaguardare la propria purezza erano a loro volta bianchi e cristiani (ma non WASP). Neri e latinos (ma anche islamici di ogni colore, indù, etc…) non erano neppure considerati come umani, il governo dei “negri” in particolare essendo lasciato, data la loro competenza in materia, ai bianchi (di stretta origine anglosassone) del Sud [14]. Ma vi è qualcosa di più che va sottolineato: nel discorso di Theodore Rooseveelt. non solo la razza bianca – con la serie di doveri che le competono: mantenimento della purezza, salute razziale, igiene razziale, doveri che ricadono in primis sulle donne WASP – è esclusivamente quella di pura discendenza anglo-sassone e protestante. Essa viene anche riconosciuta senza mezzi termini come unica legittima razza indigena del continente americano.

Ma… quelli che c’erano prima? Ovviamente sappiamo tutti come il problema agli inizi del XX secolo fosse stato risolto nel concreto, ma sotto il profilo discorsivo qual è il momento dirimente? Abbiamo un documento vecchio di oltre duecento anni, pubblico, chiarificatore, ma di cui si parla poco: è l’ordine di campo di George Washington (comandante militare delle forze ribelli durante la rivoluzione americana) al generale Sullivan, datato 31 maggio 1779. Viene ordinata un’azione totale contro gli “indiani” delle sei nazioni, azione la cui intensità distruttiva deve risultare coerente con lo scopo non tanto di saccheggiarne il territorio, ma di distruggerne l’habitat una volta per tutte: non solo dunque i raccolti, ma i villaggi, ogni insediamento umano, donne e bambini in primis, tutto. «Voi non presterete orecchio – afferma con tono perentorio il comandante in capo – a nessun tentativo di pacificazione fino alla devastazione totale di tutti gli insediamenti. La nostra sicurezza futura risiede nella loro incapacità di danneggiarci e nel terrore che la severità della nostra punizione saprà installare nelle loro menti» [15]. È evidente a chiunque la piena congruità del linguaggio usato dai due tedofori della civiltà occidentale [16] con l’orrore che ci circonda, non occorrono commenti [17].

Ricostruito così – ma era il compito più facile – l’ambito, il filone entro il quale si colloca il discorso della prima ministra e del codazzo, sul punto (purtroppo) bi-partisan che la circonda, abbiamo spazio per un approfondimento non inutile: si tratta non già di confutare, ma piuttosto di chiosare, entrando nel merito, la pur condivisibile valutazione secondo cui quella in atto in Palestina è una forma particolarmente dura di colonialismo.

 Proprio per questo, si dice, non va scomodato il termine genocidio, dal momento che il paragone con Olocausto (e Porrajmos) non regge. C’è una parziale verità nell’argomentazione. I genocidi europei del XX secolo hanno origine in un brodo di cultura ampiamente diffuso non solo nel mondo anglo-sassone, ma anche in altre potenze europee, Italia compresa [18]. Solo nella Germania tra le due guerre mondiali peraltro questo atteggiamento discorsivo si sarebbe trasformato in progetto organico, indi in una sua puntuale messa in pratica. Stiamo parlando di un progetto costruito sulla riformulazione radicale del discorso sulla razza, nel senso che solo a determinate “razze” doveva essere consentito riprodursi e perpetuarsi in libertà: progetto planetario di rimodellamento bio-politico del genere umano [19] dunque, di cui lo sterminio delle popolazioni ebraiche e di origine rom costituiva un capitolo essenziale certo, ma pur sempre, nelle intenzioni, iniziale.

9788892111684In questo senso devesi confermare che Shoah e Porrajmos rientrano in un progetto storicamente unico, venendo a costituire un crimine non confrontabile, per la sua originale radicalità teorico-programmatica (oltre che per la sua concentrazione come arco temporale) con quelli perpetrati da alcuna dominazione coloniale, per quanto brutale [20]. Questa è peraltro una faccia della realtà; l’altra consiste nella necessità di misurarsi con le effettive quanto smisurate (anche per il loro protrarsi nel tempo) dimensioni genocidarie – ignorate dalla falsa memoria europea – del colonialismo occidentale.

Non è possibile approfondire il punto, e neppure è il momento, nel nostro tragico viaggio discorsivo verso Gaza e la Cisgiordania, “tipizzare” le diverse forme che il colonialismo ha assunto nei diversi continenti. Rimanendo al campo delle colonie di popolamento, limitiamoci a riconoscere da un lato quelle in cui era contemplata dall’inizio la con-presenza di una popolazione indigena asservita, spesso anzi rientrando lo sfruttamento di tale presenza tra le ragioni fondanti l’operazione di conquista: pensiamo all’Algeria e all’Indocina francesi, al Kenya e all’Africa sud-orientale inglese, ai boeri in Sudafrica, alle stesse colonie italiane. Dall’altro lato abbiamo colonie di popolamento fondate invece, almeno in partenza, su di una fantasia di pulizia etnica totale, magari coniugata con l’acquisizione di schiavi per le necessità.

Nel tempo, il diffondersi del colonialismo di popolamento ha prodotto realtà per così dire miste. Da un lato il modello divenuto classico dell’apartheid sudafricano; dall’altro lato SU e colonie ispano-portoghesi in sud-America, in cui, allo sterminio degli originali abitanti delle terre conquistate si accompagna l’introduzione coatta di popolazioni da altre parti del mondo in funzione di manodopera (e servizi alla persona) servili, per le necessità dei piantatori e nuclei familiari/sociali aggregati: insomma, la tratta dei “negri” [21]. Orbene, il modello sudafricano ha fatto a lungo da riferimento privilegiato dell’oppressione colonialista in Palestina [22], venendo però sempre più spesso nell’ultimo periodo ad intersecarsi, o piuttosto collidere, con il rimpianto esplicito per il non aver fatto piazza pulita completa dell’elemento arabo all’inizio, magari importando per le esigenze dello Stato e dei cittadini manodopera a basso prezzo asiatica o africana. Quella che originariamente poteva essere giudicata una fantasia di “purezza” alla Teodoro Roosevelt, si è trasformata sotto i nostri occhi in atroce ipotesi forte di soluzione finale a breve, anzi operativa nell’immediato: il sionismo [23] di oggi pretende, e sta lucidamente conducendo in porto, un ritorno a fini “correttivi” su ciò che per errore non avrebbe portato a termine un paio di generazioni fa: troppo buoni i padri fondatori (!), par di capire. Tutto ciò suona a conferma di come, certo con alcune specificità, gli eventi in atto si collochino pur sempre nel solco del colonialismo occidentale. E non a caso, puntualmente, i conquistatori/colonizzatori fanno riferimento a se stessi come popolo indigeno, mentre coloro che risiedevano nella terra da molte generazioni diventano, per definizione, stranieri.

Non resta che confermare, a conclusione della digressione, che  «il destino della Palestina non è che un episodio – tardivo, certo, ma perciò grandemente istruttivo – dell’altra faccia della modernità illuminata: la rapina dei continenti (il colonialismo fino alla Seconda guerra mondiale, che nel caso della Palestina si prolunga come colonialismo d’insediamento, fino ai nostri giorni)» [24]. 

cover-599x1024Gaza/Cisgiordania: pulizia etnica finale … e dopo

È ora di chiudere. Una doppia azione è in corso: mentre a Gaza siamo alle battute finali, nel contempo, con sempre maggior violenza e riconoscibilità con il trascorrere delle settimane, essa si sviluppa in Cisgiordania. Il suo target è costituito da popolazioni – a loro volta semite, sotto un profilo razziale, non dimentichiamolo! – da allontanare a qualsiasi prezzo: la sua specifica prassi criminale è quella della deportazione cruenta di massa. Nel quadro che si è provato ad abbozzare, si colloca come atto postumo dell’ultima fase del colonialismo, quella successiva alla Convenzione contro il genocidio di fine 1948 e conclusa con l’accettazione (non unanime peraltro) dei Protocolli del 1977 alle Convenzioni di Ginevra. Pure, la vis dell’oggetto discorsivo della razza attira implacabilmente a sé quello del governo dispotico sulle popolazioni, finisce per fare blocco con esso.

In altre parole vi è una “razzializzazione di ritorno” negli eventi in corso, ad un livello spaventoso. Come accade di norma, l’entità che opprime ha bisogno di razzializzare/animalizzare il gruppo oppresso [25]. Nel caso in questione, il processo appare evidente nella volontà di accatastare ogni possibile manifestazione di minoranza politico/culturale/religiosa etc. sotto il segno della razza [26]. Nel linguaggio che usa, oltre che nelle cose che fa, Israele pone se stesso rispetto all’avversario in termini che, a rigore, apparterrebbero al discorso della purezza razziale, trasferendo in termini di etnicità un confronto che alla base è fondato su diversità culturali/religiose/sociali, ben più che in altre aree di crisi. L’orrore di Gaza, facile profezia, proietta una onda tenebrosa che si ripercuote ben al di là di Gaza stessa.

Il fatto poi che la doppia azione in corso a Gaza e in Palestina sia caratterizzata da un comune proposito di pulizia etnica definitiva, crimine contro l’umanità in sé non identificabile con il genocidio, non esclude che a Gaza in particolare sia stata portata a termine una evidente “distruzione del gruppo” degli abitanti della città, e con ciò una grave violazione della Convenzione del 1948 [27], anche alla stregua della fattispecie riduttiva presente nel testo finale della Convenzione stessa[28].

Il destino della città è segnato, temo, fors’anche quello della Cisgiordania tutta. Ma l’autore, l’occupante autodefinitosi indigeno, può davvero fermarsi a questo punto, dirsi soddisfatto del lavoro svolto? La specificità di questo episodio, tardivo quanto radicale, di colonialismo d’insediamento sta forse in questo, che l’operazione in corso non si può limitare a privare in via definitiva un intero popolo del suo presente e del suo futuro, come gli operatori umanitari sul campo, e (alcuni, pochi) commentatori, hanno da subito denunciato. È fondamentale che ne venga anche cancellato il passato: se si vuole che il diritto su di un territorio possa apparire legittimamente fondato su un libro scritto oltre tremila anni fa (!), il territorio deve essere stato semi-desertico, privo nei millenni intercorsi di una popolazione stabile (diversa dai nomadi beduini), terra nullius, come si diceva all’inizio della colonizzazione europea del Nuovo Mondo.

Ricordiamolo, “un popolo senza terra per una terra senza popolo” [29], è questa la frase che sta alla base di ogni successivo orrore. La cancellazione accurata di ogni traccia della storia dell’altrui presenza nel territorio da ripulire è stata [30], è, rimarrà anche una volta completato l’eccidio, aspetto essenziale, in assenza del quale sarebbe impossibile per l’occupante evitare il peso morale e politico della violenza perpetrata per oltre mezzo secolo nei confronti della popolazione palestinese [31].

32In apparenza un siffatto proposito appare di difficile, tendenzialmente impossibile realizzazione: Gaza è una città dal passato millenario, testimone e protagonista del succedersi di civiltà e di alti momenti di convivenza tra popoli di cultura e religione diversa. Eppure la memoria di tutto ciò deve sparire, nel senso di sua definitiva collocazione nella sfera del non essere: una esperienza intrisa dell’apporto di molteplici generazioni non deve essere mai esistita neppure per l’innanzi. La volontà di distruggere l’altro va in questo caso al di là della mens rea necessaria perché sussista il crimine di genocidio: o per dirla più chiaramente va ben al di là della “semplice” distruzione fisico-biologica attuale del gruppo target. Essa deve proseguire anche dopo l’adempimento manu militari di tale distruzione, protendendosi simmetricamente ad occupare passato e futuro. I prossimi anni dovranno dimostrare che il passato non è mai esistito, cancellarne le tracce: il continuare a commemorare il popolo palestinese e la sua immeritata quanto orribile fine dovrà divenire per sé un crimine degno di essere perseguito (la Germania, massima autorità politico/ideologica in fatto di genocidi, si è già chiamata avanti e scandisce la via da seguire agli altri Stati europei). L’immonda canea degli interpreti di servizio, è già all’opera, per intanto cautamente: a Gaza e in Cisgiordania esisteva sì una minoranza araba, ma priva però di identità specifica; palestinese, poi, è un termine impreciso, magari eccessivo, anzi a guardar bene si tratta di una parola inventata dagli antisionisti; and so on. I documenti video, le interviste, le foto, saranno oggetto di manipolazione quando non senz’altro di distruzione. Sta rapidamente divenendo imperativo, per i poteri responsabili (ivi compresi i gruppi dirigenti di alcuni altri Paesi arabi, come vediamo) assimilare a fake news tutto ciò che ancora reca memoria dell’esistenza della Palestina. Nugoli di esperti invaderanno le televisioni a spiegare che è tutto falso; per arrivare inevitabilmente a (cercare di) imporci il divieto di parola, indi alla aperta criminalizzazione di chi osi richiamare ancora la Palestina.

 Mai come ora, per converso, è indispensabile che tutto vada raccolto, tenuto, registrato, certo non solo per creare archivi. Sembra invero corretto rifarsi, per chiudere, al capolavoro di Mike Davis, alle parole da lui usate alla fine delle note introduttive. Dobbiamo cioè sperare e operare perché si possa dire in un qualche momento futuro: «Le fotografie dell’epoca utilizzate in questo volume non sono illustrazioni, sono capi d’accusa» [32]. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] Provo una qualche sintonia con le considerazioni nel saggio postato tempo fa da F. Berardi (20 marzo) al sito https://criticalinquiry.umichigan.edu, dal titolo “The Question of Subjectivity in a Time of Depression and Panic”, https://critinq.wordpress.com/2025/03/20/the-question-of-subjectivity-in-a-time-of-depression-and-panic/.
[2] Farò una unica eccezione, per dare una idea della gravità del fenomeno cui mi riferisco, trincerandomi dietro le parole di chi ha saputo dare una descrizione vivida di quanto stava avvenendo: «Non mi era mai occorso di vedere tanta violenza verbale da un lato e tanta latitanza morale dall’altro lato, da parte di esponenti della stampa italiana ingaggiati nell’assalto contro la relatrice speciale, e completamente ignari del dar pubblica rilevanza alla denuncia di violazioni così gravi dei diritti umani». Si è giunti per tal via, e il richiamo è opportuno, all’agghiacciante rifiuto dell’audizione in Parlamento della Relatrice speciale delle NU per i territori palestinesi occupati perché “troppo di parte” (con riferimento alla appena avvenuta pubblicazione del secondo rapporto sulla Privazione arbitraria della libertà nel territorio palestinese occupato). Così De Monticelli R., Umanità violata. La Palestine e l’inferno della ragione, Laterza, Bari, 2024:154-155. Le istituzioni italiane, va precisato, diedero tale prova di sé nella tarda estate 2023, prima quindi degli attacchi del 7 ottobre
[3] Sulla globalizzazione umanitaria v. Picchio Forlati M.L., “Tra globalizzazione umanitaria e violazioni gravi del diritto internazionale”, in Benvenuti P. (a cura di), L’accertamento delle gravi violazioni del diritto internazionale. Dalle proposte di Arangio-Ruiz alla prassi contemporanea, Roma-tre Press, Roma, 2025: 113-23.  Nell’ottica specifica dell’importanza assunta dal fenomeno in materia di protezione del patrimonio e delle identità culturali, Zagato L., “La salvaguardia dell’ICH nel difficile percorso verso una globalizzazione umanitaria”, in Biagi Maino D., Maino G. (a cura di), I disastri della guerra. Perché salvare la cultura? Tabedizioni, Roma, 2025: 241 ss., al sito www.tabedizioni.it/shop/producti/i-disastri-della-guerra-perché-salvare-la-cultura/
[4] Su questa non mi tratterrò peraltro in questa sede.
[5] DE. Haraway, Come una foglia, II ed. italiana, Tlon, Perugia., 2024: 152 ss.
[6] Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, N.Y., 9 dicembre 1948. Gli Stati parte sono oltre 150. Sulle fasi che precedono l’elaborazione del testo finale, e sulle conseguenze delle scelte allora fatte con l’abbandono completo dello schema elaborato da Lemkin, Zagato L., “Sull’attualità della nozione di genocidio culturale in diritto internazionale”, in Zagato L, Candiotto L. (a cura di), Il genocidio. Declinazioni e risposte di inizio secolo, Giappichelli, Torino, 2018: 103-221. Ivi il contributo “parallelo”, ma svolto in ambito antropologico, di Ciminelli M.L., “Il genocidio culturale come genocidio sui generis”: 85-102. Non si può peraltro affrontare questi temi senza confrontarsi con il lavoro di Raphael Lemkin, in particolare: Axis Rule in Occupied Europa: Laws of Occupation, Analysis of Government, Proposals for Redress, (pubblicato originariamente per Carnegie Endowment for World Peace, Washington, 1944, ripubblicato nel 2008 da The Lawbbook Exchange, Clark) “Genocide as a Crime under International Law”, in American Journal of International Law, 41, 1947: 145 ss. Per informazioni su Lemkin v. Moses A.D., “Raphael Lemkin, Culture, and the Conccept of Genocide”, in Bloxham D., Moses A.D. (eds.), The Oxford Handbook of Genocide Studies, 2013: 19-41.
[7] Tra i vincitori della guerra vanno naturalmente annoverati RU e Francia, cioè le principali potenze coloniali; tra queste ultime, vanno inoltre considerate Belgio, Paesi bassi, Portogallo, Spagna. Giova poi ricordare come i trattati di pace del 1947 abbiano riscritto i confini sia orientali (perdita di territorio) che occidentali (allargamento) della Polonia, a scapito nel secondo caso della Germania, con conseguente spostamento forzato di masse di popolazione. E naturalmente, mentre si preparava la Convenzione, il trasferimento coatto di popolazione per antonomasia e dimensioni era quello, in corso, tramite utilizzo dell’arma del terrore, della popolazione palestinese. La pulizia etnica, per essere chiari, alla fine degli anni ’40 non solo è espunta dalla nozione di genocidio, ma non è neppure considerata una forma di crimine internazionale, giusta la posizione assunta da qualificati internazionalisti; spicca tra questi Balladore Pallieri G. “Les Transferts internationaux de population”, in Ann. IDI, 2, 1952: 138-199 (in particolare: 142-143).
[8] Il comportamento della Francia è particolarmente indicativo. Proprio nel maggio 1945, nel corso dalle celebrazioni per la vittoria sul nazismo dell’8 maggio, il territorio algerino conobbe le prima giornate di sangue: all’apparire durante le manifestazioni della popolazione araba a Setif e Dourma, delle bandiere algerine, gruppi di coloni aprirono il fuoco sui cortei. Nei disordini che seguirono si ebbero svariati morti, anche tra la popolazione europea; la successiva repressione portò all’uccisione di diecine di migliaia di algerini (repressione dell’esercito, cui si unirono massicce esecuzioni casa per casa da parte della milizia costruita dai coloni, per un totale che le stime più aggiornate ritengono – probabilmente per difetto  di 40.000 morti). Maggio 1945 acquista un forte valore simbolico, per quanto cancellato dalla memoria dell’Europa tutta. È inutile girarci attorno: il giorno stesso del festeggiamento della vittoria sul nazi-fascismo dà il là agli eccidi nelle colonie. Pochi mesi dopo, la scellerata decisione da parte francese di bombardare a tradimento i porti di Hanoi e Haiphong mentre erano in corso trattative di pace con i Viet- a Ginevra, segnava l’inizio della guerra d’Indocina. 
[9] Protocollo (I) sulla protezione delle vittime nei conflitti armati internazionali, aggiuntivo alle Convenzioni del 12 agosto 1949, Ginevra, 8 giugno 1977 (primo Protocollo del 1977), art. 85 par. 4 lett. a). Dopo l’uscita della Federazione russa (Executive Order n. 494 del 16 ottobre 2019) gli Stati parte a detto Protocollo sono 173. SU, Iran e Pakistan hanno firmato ma non ratificato lo strumento, con ciò intendendo un generico interesse/accettazione del milieu valoriale che lo sorregge, ma senza accettazione puntuale degli obblighi ivi stabiliti, mentre Israele, India e Turchia (oltre ad altri Stati di minor rilevo) non lo hanno mai neppure firmato.
[10] Alla stregua dell’art. II, si intende per genocidio una serie di atti, purché compiuti «con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso come tale». Tra gli atti incriminati rientrano l’uccisione di membri del gruppo target, il causare loro gravi danni fisici o mentali, e in particolare (lett. c)«il sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale».
[11] Quanto al terzo oggetto discorsivo della Haraway, il genoma umano cioè, l’autrice parla di “capitalizzazione del genoma”, nel senso che il genoma “diventa una proprietà all’interno delle leggi che governano il capitalismo avanzato”, privacy in testa. In questo caso, Haraway coglie il segno distintivo più manifesto della distopia neo-liberista (con la sua apparente faccia libertaria, di movimento: al posto di “il mio corpo sono io”, “il mio gene sono io”): il sogno insomma di arrivare nel tempo ad una «eugenetica a livello di massimizzazione individuale». È un discorso da sviluppare in altra sede, ma vi è da chiedersi se la raffica di Executive Orders anti-privacy emanata nella primavera 2025 dalla Presidenza SU non ponga fine per sempre, colpendolo al cuore, all’illusorio castello neo-liberista, e più in generale riesca davvero (sia pure non certo nella direzione auspicabile …) a chiudere il secolo XX. Magari – parlo (quasi) per assurdo, sia chiaro! – non tutto nella presidenza Trump è da buttare.
[12] Dyer T., “Race Suicide” Theodore Roosevelt and the Idea of Race, Louisiana Paperback ed., 1, Baton Rouge Louisiana State Univ. Press, Louisiana, 1992, passim.
[13] Solo sulla west coast nascevano in quel tempo le prime preoccupazioni per la consistenza delle migrazioni dall’Asia orientale
[14] Certo, lo sviluppo delle migrazioni interne da parte dei neri nel primo dopoguerra avrebbe modificato il quadro; il problema del resto sarebbe stato affrontato con energia negli anni ’20, tramite la messa in opera della più articolata strumentazione omicidiaria diffusa, alla luce del sole, che l’occidente abbia conosciuto dopo la conclusione del periodo della caccia alle streghe: la stagione dei linciaggi pubblici su base territoriale.
[15] Il testo completo in inglese al sito: https://founders.archives.gov/documents/Washington/03-20-02-0661. Pur avendo notizia dell’esistenza del documento, la mia attenzione sulla sua reale portata è stata aiutata dalla lettura del bel romanzo di Wu Ming, Manituana, Einaudi, Torino, 2007: 553.
[16] Legittimamente dunque l’effige dell’uno di essi, dall’alto della banconota da un dollaro, sovrintende, guida e controlla il sistema valoriale da cui il discorso è partito.
[17] Alcune prese di posizione pubbliche, ragionamenti svolti alla luce del sole da parte di esponenti della leadership colonialista occupante, riprendono quasi alla lettera, a proposito di Gaza e della Cisgiordania, quella autentica pietra miliare nella rappresentazione discorsiva dell’oppressione europea sul resto del mondo che è l’ordine emanato da G. Washington. Sembrano a volte avere contezza di quel testo, essere impegnati a svolgerne una (involontaria?) parafrasi.
[18] Come indicano le deliranti allocuzioni anti-slave dell’interventismo italiano nel 1914-15, da parte dell’incombente “uomo del secolo”, cui fa eco un futuro compagno di strada, al momento giovane giurista dell’università di Padova e leader emergente del partito nazionalista, che risponde al nome di Alfredo Rocco. V. De Marchi P., La retorica della guerra nell’anno della neutralità dalle pagine de Il Gazzettino, Centro studi per la Scuola Pubblica del Veneto, Padova, 2019, passim.
[19] Donatella Di Cesare, Se Auschwitz è nulla, il Melangolo, Genova, 2012, passim.
[20] In questo senso rimane parziale (anche se non errata, come di seguito si chiarirà) l’affermazione, pur proveniente da insigni personaggi africani del secondo dopoguerra, che vuole la specificità del nazi-fascismo essere costituita dall’avere introdotto nel cuore dell’Europa, nel rapporto quindi tra “bianchi”, le pratiche che i maggiori Paesi europei avevano messo in opera per secoli nei confronti dei nativi di altri continenti.
[21] Sulla centralità della tratta atlantica degli schiavi è ancora attuale il contributo di W.E.B. DuBois, The Suppression of the African Slave Trade to the United States of America 1638-1870, Schoken Books, 1969, che mi permisi in gioventù di commentare così: (Zagato L., DuBois e la Black Reconstruction,  I.E.I., Roma, 1975: 15 ss.) “Il problema della tratta, del rapporto schiavi-padroni e società schiavista-sviluppo delle moderne forze produttive in occidente appare già come nodo centrale della storia mondiale contemporanea”. Sulla schiavitù negli Stati Uniti resta insuperata l’opera di Rawick G., Lo schiavo americano dal tramonto all’alba, Feltrinelli, Milano, 1973, ripubblicato da DeriveApprodi, Roma, 2022, arricchito da una fondamentale Premessa alla nuova edizione di Bruno Cartosio.
[22] All’inizio degli anni ’80 l’allora ministro Sharon viaggiò nel Sudafrica dell’apartheid, di cui gli interessavano “i bantustan e il modo in cui erano strutturati e amministrati”. Il presidente di uno di questi venne poi ricevuto in Israele con tutti gli onori, e visitò insediamenti israeliani in Cisgiordania. Insomma la tentazione di ricreare nei rapporti con la popolazione palestinese un regime tipo apartheid è stata a lungo viva in Israele, ed a tale finalità è stata piegata la teoria dei due Stati, che per Israele ha significato fin dall’inizio un unico Stato (sionista) con una serie di homeland non comunicanti per la popolazione palestinese razzializzata. Ma ormai, è evidente, si va verso soluzioni più radicali. Sul punto Shehadeh R., Che cosa teme Israele dalla Palestina? Einaudi, Torino, 2024:27-29.
[23] Uso l’espressione “sionista” a ragion veduta, accettando l’invito formulato pubblicamente da Moni Ovadia di riservare a tale espressione giudizio e commenti sulla politica di Israele.  Ciò in contrapposizione alla annunciata nascita in questi mesi di una “rete ebraica anti-sionista” a livello globale. Certo, sarebbe un elemento auspicabile, senz’altro chiarificatore.
[24] De Monticelli R., op. cit.: 19-20 (richiamando il contributo di Said E., Orientalismo. L’immagine europea dell’oriente, Feltrinelli, Milano, 1999.
[25] In realtà si tratta di una conferma di quanto già segnalato da Franz Fanon studiando il comportamento dei colonialisti francesi. V. Fanon F., Scritti politici. Per la rivoluzione africana, vol. I, DeriveApprodi, Roma, 2006 e Id., Scritti politici. L’anno V della rivoluzione algerina, vol. II, DeriveApprodi, Roma, 2007. Fanon si conferma il più attuale tra gli studiosi sociali del suo tempo (morì nel 1962, a quaranta anni, poco dopo aver completato la sua opera maggiore, I dannati della terra): bravura sua, certo, ma nel contempo chiaro indice di come il lascito del colonialismo – violenza allo stato puro, sistema coerente che non lascia nulla di intatto portando entrambi i protagonisti, colonizzatore ma anche colonizzato, ad un sadismo assoluto, esiziale per la salute psichica, per l’umanità di entrambi – sia parte integrante, appena (e malamente) celato sotto la superficie, del presente dell’Europa.
[26] Senza approfondire oltre il lecito, ma per essere comprensibile: come si fa a dire che i palestinesi sono anti-semiti? Ha senso solo ove con ciò si intenda significare che non contano, non esistono, non ha rilevanza il fatto che siano essi stessi semiti, costituiscono insomma una umanità non degna di considerazione. Trattasi dell’armamentario razzista che ben conosciamo, portato all’estremo.
[27] Richiamo al riguardo la Dichiarazione resa da alcuni giuristi, tra cui le internazionaliste Annoni e Frulli, che hanno accompagnato la delegazione di parlamentari, esponenti della società civile e giornalisti nell’ambito della “Carovana solidale- Gaza oltre il confine”, negli ultimi giorni di maggio 2025. La Dichiarazione elenca puntualmente le violazioni gravissime compiute da Israele: «dai bombardamenti indiscriminati al blocco degli aiuti umanitari, dalla violazione della Convenzione sul crimine di genocidio alla violazione sistematica dei diritti fondamentali della popolazione palestinese e al mancato rispetto delle ordinanze della Corte internazionale di giustizia e delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU». Di particolare interesse è poi la puntuale indicazione di quanto spetterebbe fare alla comunità internazionale, ivi compresi gli Stati UE, unita alla denuncia delle nefaste implicazioni dell’atteggiamento delle istituzioni europee, «che continuano a porre Israele al di sopra della legalità internazionale» V. “Accademici e giuriste: non permetteremo che Gaza diventi la tomba del diritto internazionale”, al sito www.ong.it/2025/05/26/accademici-e-giuriste-non-permetteremo-che-Gaza-diventi-la-tomba-del-diritto.internazionale/ 
[28] Per questo motivo non si è tornati in questa sede sui crimini di Hamas: è acclarato che l’azione di questo gruppo il 7 ottobre ha violato il diritto umanitario, macchiandosi di una serie di crimini di guerra e contro l’umanità: ciò, come noto, ha portato all’emanazione nei confronti dei suoi leader di mandati di cattura da parte della Corte penale internazionale. Il richiamo a tali atti ed alla loro natura criminosa aveva peraltro senso fino a che a venire in gioco nella risposta israeliana era soprattutto la (assoluta) mancanza di proporzionalità. Dovrebbe peraltro essere ormai chiaro a tutti come a questo punto della tragedia questioni relative alla proporzionalità della risposta israeliana (e il suo opposto, l’assenza di proporzionalità) non abbiano più motivo d’essere, non avendo nulla a che vedere con la – lungamente e dettagliatamente preparata – operazione di sterminio sviluppata, di cui il 7 ottobre ha rappresentato solamente l’occasione. Non è più, temo, complottismo il nutrire seri dubbi sulla c.d. “impreparazione” dei servizi israeliani a fronteggiare gli avvenimenti di fine 2023. Gli indizi parrebbero indicare come in realtà fossero preparatissimi.
[29] L’espressione è probabilmente stata coniata originariamente in ambiente cristiano ai primi dell’800, ma almeno dall’inizio del XX secolo è stata ripresa dai leader sionisti (non tuti, almeno inizialmente) in senso di negazione a priori dell’esistenza di una identità culturale (in senso ampio) palestinese.
[30] Così ai ragazzi israeliani viene insegnato che la Palestina prima del secondo dopoguerra era spopolata, percorsa da beduini, e che quelli che vengono chiamati palestinesi sono i discendenti della mano d’opera araba venuta a lavorare per la fondazione di Israele, fermandosi e creando poi problemi sempre più acuti.
[31] Begin diceva già nel 1970: «anche se un ebreo, o un sionista, un ministro o un portavoce, riconosce la palestinizzazione del conflitto arabo-ebraico, non ha comunque l’autorità per stabilire che Israele termina qui e la Palestina inizia lì, o viceversa. Altrimenti accetta la principale argomentazione dei nostri nemici. Tradisce quella del suo popolo. Se questa è la terra di Israele, noi vi abbiamo fatto ritorno. Se è la Palestina, l’abbiamo invasa. Se è Eretz Israel, abbiamo stabilito un dominio legittimo sulla sua interezza; se è la Palestina, il nostro dominio non è legittimo in nessuna delle sue parti» (citazione riportata in Shehahed R., cit.: 27). Più chiaro di così!  
[32] Davis M., Olocausti tardovittoriani, Feltrinelli, Milano, 2018: 32. 
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Lauso Zagato, giurista, già docente di Diritto Internazionale e Diritto dell’Unione Europea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è stato anche titolare del corso di Diritti umani e politiche di cittadinanza presso il Corso di laurea specialistica in Interculturalità e cittadinanza sociale della stessa Università. Si è occupato in particolare di problemi legati ai profili internazionali e comunitari della protezione della proprietà intellettuale, di diritto umanitario e di tutela dei beni culturali nei conflitti armati, nonché del patrimonio culturale intangibile e delle identità culturali delle minoranze e dei popoli indigeni. Tra i suoi lavori: La politica di ricerca della Comunità europea (1993); La protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato all’alba del secondo Protocollo 1999 (2007). Ha curato il volume collettaneo Verso una disciplina comune europea del diritto d’asilo (2006) e, più recentemente: Le culture dell’Europa, l’Europa della cultura (2012 con M. Vecco); Citizens of Europe. Culture e diritti (con M. Vecco); Cultural Heritage. Scenarios 2015-2017 (con S. Pinton); Il genocidio. Declinazioni e risposte di inizio secolo (2018, con L. Candiotto); Lezioni di diritto internazionale ed europeo del patrimonio culturale (2019, con S. Pinton e M. Giampieretti). È stato tra fondatori, e poi Direttore, del Centro studi sui diritti umani. Attualmente coordina il gruppo di ricerca su “La difesa del patrimonio e delle identità/differenze culturali in caso di conflitto armato”, che opera sotto l’egida della Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace. Con l’associazione Faro Venezia, di cui è membro attivo, partecipa poi al dibattito pubblico in corso di approfondimento sulla nozione di patrimonio controverso e sul suo significato nella situazione geopolitica attuale.

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