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Francesco Lentini partigiano di Castelvetrano

Francesco Lentini

Francesco Lentini

di Lorenzo Ingrasciotta

Passate poche settimane dalla celebrazione del 80° anniversario della liberazione dal nazi-fascismo sembrerebbe calato il sipario un po’ dappertutto e la sensazione diffusa è di esserci messi a posto con la nostra coscienza. Eredi di “Supereroi” che hanno versato il loro sangue per averci liberati dallo scempio nazista e dalle deportazioni dei nostri familiari nei vari campi di concentramento dislocati in diverse parti d’Europa, facciamo finta di essere definitivamente liberi dal pericoloso fascismo e di coltivare la nostra fragile e vacillante democrazia.

Intanto un manipolo di nostalgiche camicie nere si è dato appuntamento a Dongo, sul lago di Garda, a ricordare, con il rituale saluto romano e al grido di “presente!”, alcuni gerarchi fascisti giustiziati sulle sponde del lago prima e trasferite le salme in piazza Loreto a Milano dopo.

Non è certo un caso isolato. Da circa tre anni, manifestazioni di questo genere sono state “tollerate” in molte altre piazze di tutto lo stivale. Bloccate e represse dalle forze dell’ordine con eccesso di zelo e discutibile infervoramento, invece, le pacifiche manifestazioni pro Palestina svoltesi lungo le strade e nelle piazze delle maggiori città italiane. Manifestazioni come queste, dopo il placet della legge che approva l’ennesimo decreto sicurezza, sono perseguibili e passibili di multe e di pene fino a due anni di carcere perché arrecherebbero problemi di circolazione agli altri cittadini.

A fronte della cronaca inquietante che rischia di vanificare i sacrifici di quegli italiani che hanno veramente creduto nella Patria e si sono battuti per la democrazia del nostro Paese, sarà bene fare appello alla memoria storica, alla ricomposizione di quell’archivio di testimonianze e di esempi, di piccole e grandi vicende che a livello locale, sovente ignorate, dimenticate o sottovalutate, hanno contribuito alla riconquista della libertà e alla rinascita della vita politica nazionale.

Qui di seguito, il racconto di uno dei Partigiani che ce l’ha fatta. Ce l’ha fatta a ritornare da Mauthausen dopo la sua deportazione ad opera nazi-fascista. Si tratta di Francesco Lentini nel ricordo della nipote Caterina riadattato in forma di monologo teatrale dalla bravissima Annalisa Lo Sciuto e magistralmente interpretata da Francesca Pizzo. Altri Partigiani, fra tanti miei concittadini, non ce l’hanno fatta. Dispersi o uccisi: Campagna Nicolò, Cirrincione Francesco Paolo, Di Matteo Gaetano, Giacalone Giovanni, e altri ancora.

certificazione«Francesco Lentini, Partigiano combattente, ecco cosa sono stato. Partigiano combattente deportato a Mauthausen. Partigiano combattente deportato e rimpatriato.

Guardate qui (mostra le foto)….Ho il brevetto, il brevetto di partigiano. Come i piloti. O gli inventori. O, appunto, i partigiani. Vi si legge che ho combattuto per la libertà contro i nemici della Patria. Nel Corpo Volontari della Libertà. Vi si reca la data, 25 aprile 1945. E le firme, guardate le firme. Ferruccio Parri, Mattei, Luigi Longo. Nomi celebri, nomi di grandi uomini. Esattamente, ottant’anni fa.

Una volta tornato, della mia storia, non amavo parlare o non ne ero semplicemente capace. Dire l’indicibile è tentativo vano. Meglio ricominciare a dire altro, a vivere altro. E alla fine della guerra, c’era una nuova vita da vivere. La vittoria contro i nemici oppressori e tiranni, la libertà tanto desiderata, la costruzione di uno Stato giusto e tollerante, la ricostruzione materiale, sociale e soprattutto morale di un Paese, il nostro, ridotto in macerie.

Dopo tanta lotta e sofferenza, tutti, Partigiani e cittadini, avevamo un’intima necessità di respirare aria e non polvere; di sentire risate e non grida; di calore e non del freddo pungente delle montagne; di abbracci e non di scontri mortali. Era il momento dell’umanità ritrovata.

Perché allora rievocare il dramma della Resistenza? Non chiedevamo onori, né glorie, né riconoscimenti, solo riavere la libertà di scegliere della nostra vita.

Scheda di rimpatrio

Scheda di rimpatrio

Adesso, che sono morto, mi rendo conto del rischio della dimenticanza. Ma anche di dover fare i conti con quello che è stato e chiedere conto a voi, progenie futura, dell’eredità etica e politica che vi abbiamo lasciato. E così, oggi racconto…..

Quando sono nato, in Europa e nel mondo, divampava la Prima guerra mondiale. Troppo piccolo per rendermi conto. Ero piccolo, un ragazzino, quando il regime fascista si impose al governo dell’Italia. E mentre a Castelvetrano, una folla festante accoglieva il re Vittorio Emanuele III e il duce Benito Mussolini venuti a benedire la trasformazione di “Lu campu di li Funtaneddi” in campo d’aviazione, io mi trovavo già alla frontiera con la divisa di soldato.

Era il maggio del 1935. Non avevo scelto io di partire militare, avevo altri progetti. Ma allora non si poteva scegliere. Così doveva essere fatto. Militare a Milano, nella guardia alla frontiera.

Aria di guerra si respirava. E la guerra difatti scoppiò e l’aria mancò per anni.

Poi, l’armistizio dell’8 settembre 1943, l’Italia spaccata in due, il Sud in mano agli Alleati, un re che si era dato alla fuga, l’arresto e la liberazione di Mussolini, e la Repubblica di Salò. Il Nord tenuto in pugno dai nazisti.

Finalmente libero di togliere una divisa estranea. Era cominciata la mia Resistenza. A Modena, fra le montagne. Lì rinacqui Franco. Tutti i Partigiani combattenti avevano un nome di battaglia. Il mio, non molto originale, era Franco.

Diventare Partigiano è una cosa. Essere Partigiano è ben altro. È decidere da che parte stare, schierarsi, non importa che rischi o conseguenze comporti. Essere Partigiano per noi significava vivere. E significava anche morire.

Essere partigiano significava allora anche amare. E io lì ho amato Ebe, nelle sue vesti di crocerossina faceva la staffetta partigiana. Come lei, tantissime donne nella Resistenza.

Da partigiano combattente, sono stato catturato dai tedeschi. Deportato nel campo di concentramento di Mauthausen. Era il 31 maggio 1944.

Ora voi, che avete studiato la storia, sapete che i regimi nazifascisti stavano per essere sconfitti, ma per noi, si era ancora nel bel mezzo di un vortice oscuro e senza fine.

brevetto-di-partigianoA Mauthausen, ci facevano lavorare nelle cave di granito, a noi, i cosiddetti “detenuti di difficile recupero”. Gli oppositori politici, insomma. In quei luoghi le condizioni di reclusione erano durissime e la mortalità fra le più alte di tutti i lager dell’arcipelago concentrazionario nazista. Si moriva per il freddo, la notte ci si abbracciava, di giorni ci mettevamo fogli di carta sotto la divisa, con il timore di venire scoperti. Si veniva uccisi anche per questo. Per il freddo e per la fame.

Durante i loro pranzi, i generali nazisti ci facevano assistere; ci lanciavano gli avanzi di cibo e guai a cedere alla tentazione, si veniva uccisi. Ma per la fame, pure i filamenti di stoffa mangiavamo.

Per tanto tempo, dopo la mia liberazione, ho potuto nutrirmi solo con i liquidi, tanto ero debilitato. E per tanto tempo i segni delle catene alle caviglie sono rimasti lì, evidenti. Io non raccontavo nulla, loro dicevano tutto.

presidenza-del-consiglioCreduto morto, in una fossa comune, per miracolo, sono stato salvato da un’infermiera del campo e fatto fuggire in Svizzera. Un’altra infermiera, dopo Ebe, nel cammino della mia vita.

Con la fine della guerra, sono tornato in Italia e poi in Sicilia. Era il 9 settembre 1945. Primo obiettivo, conseguire la laurea in Economia e Commercio a Palermo. Secondo obiettivo, Modena per ritrovare Ebe, la mia Ebe e prenderla in sposa.

Di essere Partigiano sono fiero. Di aver amato la Patria e la libertà. Per noi, allora, queste parole avevano un significato imprescindibile. Non si poteva vivere senza. Sono stato Patriota. E in questa veste mi presento a voi. Di figli non ne ho avuti, così designo voi ad essere miei figli e miei nipoti e pronipoti e così anche le generazioni a venire.

Sappiate fare tesoro di questa libertà di cui godete grazie a noi, soldati, partigiani, uomini, donne, bambini, vivi, morti. Una libertà mai scontata, mai al sicuro, mai del tutto acquisita.

Guardatevi intorno e capirete. La nostra Resistenza per la vostra esistenza».

Castelvetrano, 25 aprile 2025, Sistema delle Piazze,

Castelvetrano, 25 aprile 2025, Sistema delle Piazze (ph. Lorenzo Ingrasciotta)

L’evento, per quanto all’esordio di diverse iniziative culturali, ha radunato molti parenti di partigiani e non solo di Castelvetrano. Importante il contributo dell’ANPI con la presenza del suo presidente provinciale, e di Giuseppe Favara che, con la sua perseveranza, ha dato, tra l’altro, visibilità al partigiano Giovanni Giacalone cui è stata dedicata una via della città.

Questa rappresentazione in piazza è stata una performance partecipata, un’azione collettiva di simbolica riconoscenza verso quegli italiani che rafforzano il nostro sentimento di appartenenza, in tempi di disaffezione e disorientamento politico. Indimenticabile e particolarmente toccante è stato ascoltare la cruda e drammatica confessione di Graziella Giuffrida, la maestrina partigiana, combattente a Genova, interpretata da una bambina delle scuole elementari locali.

Il moltiplicarsi di eventi culturali presso il Sistema delle Piazze e presso il nostro elegante Teatro Selinus, lascia ben sperare che si possa sensibilizzare e aggregare sempre più partecipanti, scongiurando i cittadini dal perpetuo torpore della malsana rassegnazione.

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025

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Lorenzo Ingrasciotta, originario di Castelvetrano, inizia a fotografare con una reflex, a Palermo, appena iscritto all’Università. Appassionato di viaggi, fa il primo reportage in Thailandia; una delle foto parteciperà ad un concorso fotografico e vince il primo premio. Ha realizzato servizi pubblicitari ed è stato premiato con menzione al secondo concorso nazionale indetto dall’AGFA. Sue foto sono pubblicate su quotidiani e riviste.

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