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Evidenze sul campo e nel tempo. L’Archeologia in Palestina in un libro di Nadia Abu El-Haj di oltre venti anni fa

9780226001951di Fulvio Cozza

Una premessa

In una lunga e dettagliata intervista al magazine indipendente +972, realizzata da Dikla Taylor-Sheinma (2025)[1], l’archeologo Raphael Greenberg [2] ha dichiarato che: «La maggior parte delle antichità che puoi vedere in Israele non sono ebraiche. Se si passeggia per la campagna e si vedono i resti di un edificio in rovina o di un castello è molto probabile che questo sia islamico, cristiano o di altro tipo» [3].

Più avanti Greenberg aggiunge che: 

«Se si prende un qualsiasi frammento della storia di Israele-Palestina, in qualsiasi momento, non si troverà una cultura univoca e omogenea in tutto il territorio. In questo paese non c’è mai stata un’epoca in cui tutti fossero ebrei, musulmani, cristiani o altro. L’archeologia essenzialmente non fornisce questo tipo di certezza e purezza che i ministri etnocratici di destra vorrebbero. Quindi devono inventarsela. E poi [si inventano] che i palestinesi stanno danneggiando quel [patrimonio esclusivamente ebraico] e poi useranno questa motivazione per impadronirsi di altra terra». 

Per queste ed altre dichiarazioni, negli ultimi anni Greenberg è stato al centro di accesissime polemiche. Recentemente il Ministro del Patrimonio israeliano di estrema destra Amichai Eliyahu lo ha pubblicamente accusato di voler danneggiare il popolo israeliano e ha disposto il divieto di farlo partecipare ad un prestigioso congresso di studi archeologici. In aggiunta a queste argomentazioni, Greenberg risulta particolarmente inviso al governo israeliano poiché egli è tra i più attivi oppositori dei molteplici tentativi di estendere la giurisdizione dell’Autorità per le Antichità (IAA) israeliana nell’area C della Cisgiordania, un territorio palestinese occupato da Israele per circa il 60%. Il progetto è molto caro al governo in quanto conferirebbe ulteriore potere e legittimazione a coloni e gruppi di estrema destra desiderosi di accaparrarsi nuove annessioni territoriali attraverso il pretesto della salvaguardia del patrimonio nazionale (ebraico). Nonostante la proposta di emendamento legislativo abbia subìto una battuta di arresto anche a seguito delle pressioni esercitate dalla comunità scientifica israeliana, le commissioni ministeriali stanno già lavorando ad una proposta leggermente differente la quale sembrerebbe stia accogliendo pareri più favorevoli [4].

Raphael Greenberg

Raphael Greenberg

L’intervista di Dikla Taylor-Sheinman a Raphael Greenberg offre un’analisi preziosa, capace di far emergere con estrema chiarezza quei processi sociali, culturali e politici che di solito si fatica ad associare all’universo dell’archeologia, poiché spiccano per perniciosità e drammaticità. Eppure, chi frequenta il campo delle etnografie dell’archeologia conosce bene simili tendenze e proprio il caso dell’archeologia israeliana è stato al centro di un’indagine importante condotta da Nadia Abu El-Haj [5] e pubblicata ormai più di venti anni fa con il titolo di Facts on the Ground. Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society.

In questo contributo si tenterà di offrire una recensione decisamente tardiva di quel libro. L’intenzione che sta all’origine di tale impegno non è però quella di trasformare questa studiosa nell’ennesima Cassandra rimasta inascoltata, né quello di dimostrare quanto la sua descrizione etnografica fosse corretta o carente. Piuttosto qui ci si prefiggono due scopi differenti: il primo riguarda la possibilità che ci viene offerta di riflettere sulle vicende del sapere archeologico per come si è mosso nel contesto israeliano/palestinese dagli albori fino alla fine degli anni Novanta del Novecento, adoperando uno sguardo che ci dovrebbe mettere al riparo dall’accusa di avere gli occhi troppo feriti dal massacro del 7 ottobre e dal genocidio in corso in Palestina; il secondo, è quello di ripensare alla ricezione di Facts on the Ground nonché alle vicende che ha attraversato l’autrice proprio a causa di questo lavoro di indagine socio-culturale. L’idea è che queste due tematiche ci possano offrire qualche spunto per comprendere meglio non solo quello che sta succedendo in Medio Oriente, ma anche le questioni politiche che si devono affrontare quando si svolge un qualsiasi lavoro a carattere scientifico. 

Graffiti dipinti con lo spray da ebrei estremisti nell'antico sito archeologico di Sebastia vicino alla cità di Nablus  in Cisgiordania, 12 maggio 2025 (Nasser Ishtayel/Flash)

Graffiti dipinti con lo spray da ebrei estremisti nell’antico sito archeologico di Sebastia vicino alla cità di Nablus in Cisgiordania, 12 maggio 2025 (Nasser Ishtayel/Flash)

Una “recensione” più di venti anni dopo

Pubblicato nel 2001 in seguito ad una ricerca archivistica e un’indagine sul campo con interviste a persone impegnate nel settore del patrimonio archeologico, Facts on the Ground rappresenta un’analisi storica e antropologica pionieristica del nesso fra archeologia, cartografia, legittimazione scientifica e costruzione dell’identità nazionale israeliana. La studiosa offre una descrizione diacronica e sincronica – dalla metà del XIX secolo alla fine degli anni Novanta del secolo scorso – del percorso affrontato dal sapere archeologico-cartografico per divenire un attore cruciale nella formazione dello Stato-nazione ebraico, un sapere in cui la produzione di conoscenza e la costruzione politica del territorio si sono sviluppate in un rapporto di reciproca influenza, a tal punto che in alcuni casi è l’analisi archeologica che letteralmente prepara il terreno per la rivendicazione territoriale.

Riferendo dei processi di colonizzazione e archeologizzazione già ben avviati nell’Ottocento, l’autrice afferma che: 

«Per gli archeologi, gli studiosi della Bibbia, gli esploratori ed i vari funzionari ingaggiati per i progetti di rilevamento del Fondo per l’Esplorazione della Palestina, la Palestina non è mai stata una terra incognita. Piuttosto, era la Palestina contemporanea che proprio mediante la mappatura si doveva ricondurre “indietro”, verso il modello di geografia storica che loro già “conoscevano”. Cartografia e archeologia erano dunque unite sin dal principio. L’antica Palestina, proprio come il concetto di Ellade per gli europei del diciannovesimo secolo, doveva essere recuperata, poiché si riteneva che fosse il fondamento (o, nel caso dell’Ellade, l’esempio paradigmatico) della civiltà europea (cristiana) moderna. [...] Tutto ciò che restava da fare era identificare i segni di continuità culturale e rendere visibile la materialità del passato attraverso le mappe o il paesaggio contemporaneo» (ivi: 25). 

Il libro di Abu El-Haj, dunque, mostra come l’archeologia e la pratica del fare mappe diventa ben presto “un’arma gentile” della colonizzazione, strumento tutt’altro che neutrale bensì capace di incidere profondamente nella configurazione del paesaggio, ma specialmente nell’immaginario collettivo nazionalistico. Infatti, le evidenze archeologiche conferiscono un ancoraggio materiale ad una comunità nazionale folta di immigrati dalle più svariate provenienze ma accomunati dal mito della Terra Promessa. La concretezza tangibile di scavi, mappe e musei materializzano tale appartenenza nazionale e, di conseguenza, legittima la sovranità territoriale sulla Palestina. Attraverso la pratica archeologica, la presenza ebraica in Palestina viene portata alla luce mentre altre storie – islamiche, cristiane, romane o di altre culture – sono gradualmente marginalizzate o non esplorate; in questo senso sono molto indicative le interviste anonime alle persone che erano state coinvolte negli scavi organizzati in pompa magna nel 1967, nella Città Vecchia di Gerusalemme appena catturata alla fine della Guerra dei sei giorni. Queste persone ammettono tranquillamente di non essersi curate delle evidenze lasciate nel corso dei secoli da chi aveva abitato quel luogo senza aver lasciato segno di appartenenze ebraiche: «roba non molto interessante» (not very interesting stuff, ivi: 154). Dopo aver incrociato queste ed altre affermazioni con i record archeologici e con ulteriori testimonianze che narrano di bulldozer adoperati per demolire strutture islamiche, Nadia Abu El-Haj dimostra un notevole rigore scientifico affermando che «considerata la lunga storia islamica della città, è ragionevole supporre che molti resti siano stati distrutti o ignorati» (ivi: 157).

Ragazze palestinesi e il loro padre visitano e posano vicino alle antichità vandalizzate dai coloni a Zanuta, un villaggio sulle colline a sud di Hebron, dove tali siti sono stati usati come pretesto per sfrattare i residenti, 9 marzo 2024. (Omri Eran-Vardi)

Ragazze palestinesi e il loro padre visitano e posano vicino alle antichità vandalizzate dai coloni a Zanuta, un villaggio sulle colline a sud di Hebron, dove tali siti sono stati usati come pretesto per sfrattare i residenti, 9 marzo 2024. (Omri Eran-Vardi)

Ed effettivamente è anche la riflessione sul senso del rigore scientifico che la studiosa cerca di mettere sotto la lente dell’antropologia. Partendo dal grande dibattito sulle pratiche scientifiche in laboratorio, Abu El-Haj rifiuta l’accezione metastorica degli oggetti scientifici e, seguendo pensatori come Hacking (1983) e Latour (1987), mostra invece che la pratica scientifica produce realtà e incide attivamente sul mondo che studia. L’autrice palestino-americana accoglie dunque la visione del fare scienza come campo di pratiche innervate di politica, ma cerca di spingersi oltre la visione limitante – e alquanto pessimistica – della pratica scientifica in quanto pura emanazione del potere politico. Abu El-Haj rileva che facendo ciò si rischia di mancare la comprensione della complessa dinamica socioculturale della pratica archeologica nonché la motivazione che rende questo sapere così efficace nel penetrare il senso comune e le pratiche quotidiane a tal punto da attivare forme creative e tattiche di sapere archeologico. La differenza è fondamentale in quanto trasforma l’archeologia da sapere che si limita a confermare un’ideologia a campo di pratiche che conferisce senso e sostanza all’ideologia. In questo modo l’archeologia può divenire un elemento essenziale nella battaglia per rendere immaginabile, plausibile, ovvio e naturale ciò che in realtà è stato prodotto quale frutto di intenzioni e significati tutt’altro che oggettivi, quali possono essere – come gli esempi riportati nel libro – certi usi voraci dei resoconti biblici per sopperire alla mancanza di dati cronologicamente affidabili.

A tal proposito l’autrice riferisce di un acceso confronto verificatosi durante una visita di gruppo ad un’esposizione museale nel cosiddetto Quartiere Erodiano di Gerusalemme. La discussione si sviluppa tra persone esperte di archeologia e quelle che hanno in cura l’esposizione. L’oggetto del contendere riguardava essenzialmente la possibilità di includere tra le interpretazioni storiche del sito anche quelle che, parimenti plausibili dal punto di vista scientifico, non fanno riferimento diretto all’episodio della distruzione del tempio di Erode, vero e proprio punto di svolta dell’immaginario ebraico e del nazionalismo. Alcune delle persone in visita, infatti, sollevano dubbi sulla scelta di raccontare quel sito solo attraverso tale filtro narrativo, scelta interpretativa tutt’altro che obbligata e che si rende ipotizzabile solo in virtù della presenza di cenere e di alcune monete anteriori al 70 d.C., cioè elementi che potrebbero tranquillamente essere connessi ad un evento separato dalla devastazione di Gerusalemme eseguita sotto il comando di Tito. Le frasi delle persone sostenitrici di questa interpretazione fortemente arbitraria sono assai indicative della “fede” archeologica di cui parla Nadia Abu El-Haj: «le esposizioni museali non sono il contesto appropriato per simili controversie» (museum displays are not the appropriate settings for such disputes, ivi: 213) e infine il laconico «ma questa è una storia migliore» (but, it’s a better story, ivi: 214), intendendo ovviamente la storia che si allaccia direttamente alla narrazione nazionalista. Si tratta di frasi assai rivelatrici, le quali mostrano come il criterio che orienta tale rappresentazione museale non sia la complessità o l’accuratezza storiografica, bensì la forza narrativa e identitaria del racconto scelto. Per bocca di queste persone impegnate nell’offerta culturale archeologica israeliana la “storia migliore” non è necessariamente quella più vera, bensì quella che funziona meglio per consolidare la continuità ebraica nel tempo e nello spazio.

L’autrice, tuttavia, si cura di specificare che non c’è sempre necessariamente un collegamento tra il sapere archeologico scientifico e i progetti di colonizzazione (semmai è vero il contrario nella misura in cui un’archeologia più scientificamente rigorosa corrisponde ad un’archeologia più consapevole dei suoi poteri coloniali e che prende in considerazioni tutte le culture e le fasi storiche che hanno lasciato tracce in un contesto). Nadia Abu El-Haj rileva, dunque, che quello che è successo nella società israeliana corrisponde ad una serie di congiunture storiche e affinità elettive che hanno reso possibile questo connubio tra società e archeologia, maturato poi nella già citata materializzazione di una realtà para-mitica ma soprattutto nell’espansione di “forme eterodosse” di archeologia quasi completamente fuori controllo dalla porzione laica dello Stato.

41jcaf5rpl-_uf10001000_ql80_Effettivamente, Abu El-Haj mostra come la posizione egemonica dell’archeologia “scientifica” e “laica” nella cultura israeliana cominci a disgregarsi negli anni Novanta, sotto l’effetto di quelle tensioni politiche e culturali che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli ultimi trent’anni, durante i governi guidati dal partito nazionalista Likud e da altre compagini di estrema destra ansiose di accaparrare spazio e supremazia ai danni dei palestinesi. Emblematico al riguardo è il caso dei diversi tunnel che corrono lungo il Muro Occidentale, tra il quartiere ebraico e il quartiere musulmano della Città Vecchia di Gerusalemme. Immediatamente “patrimonializzati” dalle autorità israeliane a pochi giorni dalla presa di Gerusalemme, Nadia Abu El-Haj descrive questi luoghi e l’atteggiamento delle persone addette alla gestione delle visite alla fine degli anni Novanta: 

«Come in altri musei dell’odierno quartiere ebraico, le guide del Tunnel del Muro Occidentale si impegnano anche nel campo del turismo patrimoniale. Le guide incoraggiano visitatori e visitatrici a connettersi agli oggetti tangibili attraverso le emozioni, la vista e il contatto fisico con i materiali. Ma costruendo questi oggetti esistenti o immaginati in quanto incarnazione di un passato sacro e come luogo di pratiche religiose ancora in corso – un sito che “funziona ancora oggi” –, queste guide evidenziano le maniere in cui il tunnel si costituisce in quanto luogo a parte. A differenza di altri siti archeologici, il tunnel e il Muro Occidentale (di cui è un’estensione) sono controllati dal Ministero per gli Affari Religiosi invece che dall’Autorità per le Antichità. Così come gli altri musei del quartiere, questo è dedicato all’insegnamento del patrimonio nazionale ebraico; solo che tale patrimonio è concepito come sacro invece che secolare. Un ambito di pratiche assai differenti si sviluppa durante la narrazione di quella sacra storia nazionale: ci sono i canti, le parole e le gestualità degli ebrei ultraortodossi, impegnati a pregare in uno scavo che è un’estensione del Muro Occidentale, in una camera che si pensa sia vicinissima all’antico Sancta Sanctorum ebraico. La natura religiosa di queste pratiche e le visite turistiche al patrimonio culturale del Tunnel del Muro Occidentale mette in discussione l’impegno per il nazionalismo secolare, il quale è stato per tanto tempo essenziale per l’archeologia israeliana e che caratterizza gran parte degli altri musei archeologici del Quartiere Ebraico» (ivi: 201-202). 

91zj83etn7lSe Yigael Yadin (1966) – ex capo di stato maggiore dell’IDF nonché archeologo di grande fama – ha affermato che per i giovani israeliani credere nella storia (belief in history) era diventato un sostituto del credo religioso (a substitute for religious faith), Nadia Abu El-Haj – negli anni Novanta – illustra un’archeologia che appare in quanto sapere tutt’altro che secolare. Nel nono capitolo, infatti, l’autrice descrive il conflitto con gli ebrei ultraortodossi riguardo alla manipolazione e al destino spettante ai resti umani che potrebbero essere appartenuti a persone di religione ebraica. In tali casi gli scavi archeologici “secolari” vengono percepiti come profanazioni, generando battaglie legali e scontri politici che oppongono la scienza laica al potere religioso. Per gli archeologi, la perdita del controllo sui reperti significa l’inceppamento della disciplina dal momento che questa prende le mosse dal presupposto che i resti del passato siano crudi oggetti di conoscenza. Ma per gli ultraortodossi quei reperti sono corpi associati a delle anime, dunque sacri, elementi incommensurabili alla concezione della materialità come sostanza inerte che informa la scatola nera dell’archeologia scientifica.

È opportuno e di particolare interesse, anche in una prospettiva attuale, richiamare in questa sede le frasi conclusive del capitolo. In esse l’autrice delinea le possibili implicazioni per la stessa configurazione dell’istituzione statale, evocando il rischio, tutt’altro che marginale, dell’emergere e dell’affermarsi di un modello statuale con tratti marcatamente teocratici: 

«Sempre meno questi oggetti [di interesse archeologico] vengono riconosciuti come monumenti morti, legittimamente soggetti soltanto all’intervento dell’archeologia. Inoltre, non sono più intesi come oggetti di patrimonio, come mattoni costitutivi di una cultura nazionale contemporanea che possa essere raccolta, classificata ed esposta (Handler 1988), e attraverso la quale la storia della nazione possa essere rivelata come ovvia, dimostrabile e resa visibile a occhio nudo. Attraverso questa battaglia sulle tombe, i reperti e i resti umani sono emersi sempre più come residui dotati di proprie storie sacre ancora vive, che esigono di essere protetti dalle pratiche e dalle istituzioni della scienza archeologica. Poiché questa battaglia sull’archeologia rappresenta solo uno dei terreni di un conflitto molto più ampio per lo Stato stesso e per le sue forme di sapere e di potere, quel che vi è in gioco è molto di più del futuro dell’archeologia in quanto disciplina scientifica. […] La disputa sull’archeologia è parte integrante di una battaglia sul modo stesso in cui lo Stato, la politica, la società e il territorio saranno configurati nei decenni a venire» (ivi:  275-276).

9781859845004-ukUn bilancio, conclusivo?

La pubblicazione di Facts on the Ground nel 2001 suscitò sia lodi che critiche, anche se queste ultime affiorarono piuttosto tardi rispetto alla pubblicazione del volume [6]. Di fatto, il libro ottenne nel 2002 un riconoscimento da parte della Middle East Studies Association of North America e nel MIT Electronic Journal of Middle East Studies, Elia Zureik, professore di sociologia alla Queen’s University di Kingston, in Canada, scrisse che l’uso che Abu El Haj faceva della sociologia della scienza era contemporaneamente intelligente e stimolante. A suo dire il lavoro dell’autrice elevava la ricerca sulla Palestina a nuovi livelli, collocandola direttamente all’interno della letteratura e dei dibattiti attuali delle scienze sociali [7]. Lo stesso Edward Said (2003) mostrò apprezzamento per il lavoro di Nadia Abu El Haj.

Ma qualche anno dopo, nel 2007, cominciarono una serie di attacchi virulenti, in concomitanza con il processo burocratico che l’avrebbe poi portata ad ottenere l’incarico a tempo pieno presso il Barnard College, istituzione affiliata alla Columbia University di New York. Tali attacchi non erano tanto indirizzati a contestare nel merito la validità delle diverse tesi contenute nel libro – che come tutte le opere umane mostra diversi limiti – ma erano invece mirati a squalificare la sua appartenenza alla “scuola di studi post-coloniali”, a danneggiare le sue capacità di svolgere il mestiere di ricerca e addirittura a mettere in dubbio la sua caratura morale [8]. Tra gli episodi più spiacevoli e inquietanti c’è da menzionare il dominio internet recante il suo nome e adoperato esclusivamente per rovinarle la reputazione e diffamarla. Paula Stern, studentessa del Barnard College e residente in un insediamento israeliano, lanciò poi una petizione online che contestava la validità delle ricerche di Abu El-Haj e che voleva impedire che alla studiosa fosse rinnovato l’incarico presso quella università [9].  In risposta, vari colleghi e colleghe in tutto il mondo avviarono una contro-petizione in suo sostegno e ben presto il dibattito si trasformò in qualcosa che esulava completamente le buone pratiche che garantiscono l’indipendenza della ricerca scientifica e che finiva per porre la formulazione del valore di qualsiasi indagine sotto scrutinio di una giuria popolare virtuale, ovviamente composta anche di persone esterne all’ambito della scienza. Nel 2007 il Barnard College confermò comunque l’incarico a Nadia Abu El-Haj e la Columbia University le affidò un contratto per l’anno accademico successivo. Attualmente l’autrice è parte integrante dell’organico della Columbia University di New York.

Ma le polemiche legate al rinnovo dell’incarico universitario a Nadia Abu El-Haj avevano segnato, di fatto, l’esplosione di un vero e proprio caso accademico, destinato a protrarsi per diversi anni anche attraverso la pubblicazione di recensioni fortemente critiche. Tra le prime, spicca quella fiume pubblicata nel 2005 sul Journal of Near Eastern Studies a firma di Alexander H. Joffe, archeologo, storico del vicino oriente e scrittore [10].

1Anche se riconosce all’autrice il merito di aver trattato con originalità diversi punti, la recensione fiume di Joffe contiene critiche molto dure e diversi attacchi personali scomposti, i quali tra l’altro spingono a domandarsi perché mai si sprechi tanto impegno e ci si rivolga con tale livore verso l’autrice di libro che si ritiene fortemente lacunoso e inservibile: «Abu El-Haj ha scritto un libro inconsistente e altezzoso che non rende giustizia né al tema che pretende di trattare né all’agenda politica che desidera promuovere. È un libro da evitare» (Joffe 2005: 304).

David Ussishkin, archeologo responsabile di uno scavo a Jezreel al tempo dell’etnografia di Abu El-Haj, nel 2006 ha pubblicato una lettera aperta in risposta ad un passo di Facts on the Ground in cui l’autrice parlava dell’utilizzo di un escavatore per giungere più in fretta a stratigrafie di importanza nazionale [11]. Ussishkin – la cui identità nel libro era stata tenuta anonima dall’autrice – ha dichiarato di aver trattato tutti i reperti e le cronologie stratigrafiche allo stesso modo, ha ammesso l’uso dell’escavatore, ne ha difeso l’utilizzo in quanto necessario per scavare correttamente il sito e ha affermato di non credere che avesse causato alcun danno.

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Nadia Abur El-Haj

Il sospetto è che tutte le dimostrazioni di ostilità indirizzate al libro e all’autrice fossero dovute anche dalla necessità di salvaguardare l’immagine di una disciplina centrale per la società israeliana nonché per tutto l’immenso settore di indagini archeologiche internazionali che si svolgono nel Medio Oriente, un ambito in cui Israele vuole attestarsi in quanto eccellenza mondiale e un contesto decisamente frequentato dalle più prestigiose istituzioni accademiche del mondo. Scavi, convegni, mostre, convenzioni internazionali, contratti di ricerca; tutti elementi che accendono i riflettori sui governi e che spesso legittimano le classi dirigenti: esattamente uno degli argomenti del libro di Nadia Abu El-Haj, nonché uno dei temi sollevati nell’intervista a Raphael Greenberg.

Il tenore delle altre critiche si muove all’interno di questi ambiti già illustrati e, a dire il vero, alcune davvero primeggiano per ingenuità (o forse per malizia) [12]; tra queste spicca l’accusa di aver tenuto anonime le identità di molti interlocutori e interlocutrici, misura cautelativa quasi d’obbligo quando si trattano temi controversi e conflittuali, nonché misura di estrema saggezza etnografica alla luce di ciò che ha scatenato l’uscita del libro. In generale colpisce che tali critiche non vadano troppo oltre il rimprovero all’autrice di non aver allargato lo sguardo anche altrove, ad esempio verso le pratiche archeologiche che non presentano quei caratteri descritti da Abu El-Haj, cioè, a sentire i puntuali rilievi che tali studiosi e studiose rivolgono a Facts on the Ground, la gran maggioranza dell’archeologia che si pratica in Palestina. Rilievi in linea di principio ineccepibili – e che effettivamente l’autrice avrebbe fatto bene ad accogliere in alcuni passaggi del volume (Smith 2003) – a patto che il loro assorbimento non comporti la squalifica automatica delle altre voci, cioè quelle che si presumono poco rappresentative di un contesto.

Ma chi ha potere di decidere questo? Ad esempio, in base a che cosa questi giudizi stabiliscono che il furto dei reperti palestinesi, la “pseudo-archeologia” biblica, le pratiche degli ebrei ultraortodossi e le mutazioni dei paradigmi e dei protocolli che si applicano agli oggetti di interesse archeologico – argomenti al cuore del libro ma affatto confutati nel merito dalla critica – non siano temi degni di essere messi in luce per riflettere sulle recenti (all’epoca) mutazioni dei modi in cui la società israeliana pensa e si relaziona al passato? Secondo quali parametri scientifici viene stabilito che non sia autentica materia di studio il comportamento che una parte delle istituzioni del patrimonio archeologico israeliano intrattiene con alcuni gruppi del nazionalismo estremo e dell’ebraismo ultraortodosso?

Il metodo scientifico insegna che ogni campione – anche il meno rappresentativo – rimane pur sempre una fonte di informazioni, un brano di realtà che ha pari dignità di studio (su questo il lavoro eminentemente interpretativo dell’antropologia è paradigmatico quanto e come quello di qualsiasi seria impostazione storiografica). In altre parole, sarebbe poco scientifico – oltre che profondamente ingiusto – se si lasciasse fuori dall’attenzione il punto di vista di una minoranza, ammesso e non concesso che questa sia poi davvero tale; in genere è la politica a deciderlo e poi, solo in un secondo momento, la scienza. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Il testo dell’Intervista completa: https://www.972mag.com/israel-archaeology-annexation-rafi-greenberg/; qui una versione tradotta in italiano: https://palestinaculturaliberta.org/2025/07/07/fa-parte-del-territorio-come-gli-archeologi-israeliani-legittimano-lannessione/
[2] Tra le sue pubblicazioni sull’argomento archeologia e nazionalismo si veda il volume curato insieme a Yannis Hamilakis nel 2022 e titolato “Archaeology, Nation, and Race. Confronting the Past, Decolonizing the Future in Greece and Israel”.
[3] Tutte le traduzioni dall’inglese di questo testo sono di Fulvio Cozza.
[4] Per la lettura di ulteriori dettagli si rimanda all’intervista di Dikla Taylor-Sheinman (2025).
[5] Nata nel 1962, Nadia Abu El-Haj è un’antropologa palestinese-statunitense, professoressa alla Columbia University di New York e cofondatrice del Center for Palestine Studies. Formata alla Duke University, studia i rapporti tra scienza, politica e identità nazionale. Nel 2012 ha pubblicato The Genealogical Science in cui analizza come la genetica contribuisca alla costruzione dell’identità ebraica contemporanea.
[6] Si veda la recensione Kimbra Smith (2003) su American Ethnologist; la recensione di Apen Ruiz https://www.h-net.org/reviews/showrev.php?id=9418; l’articolo di Alan Finder sul New York Times https://www.nytimes.com/2007/11/03/nyregion/03barnard.html; L’articolo di Karen W. Arenson sul New York Times https://www.nytimes.com/2007/09/10/education/10barnard.html?_r=1 ; l’articolo di Marissa Brostoff su Forward https://forward.com/news/11840/archaeologists-challenge-barnard-professor-s-cla-00648/ ; l’articolo di Annie Karni su The New York Sun https://www.nysun.com/article/new-york-after-battle-barnard-professor-given-tenure ;  la recensione di David Rosen su The Current https://web.archive.org/web/20080215014543/http://www.columbia.edu/cu/current/articles/fall2007/searching-for-facts-on-the-ground.html; L’intervento di James R. Russell su The Current https://web.archive.org/web/20080313144738/http://www.columbia.edu/cu/current/articles/fall2007/ideology-over-integrity-in-academe.html ; l’intervento di Jonathan Rosenbaum su The Current https://web.archive.org/web/20080319095536/http://www.columbia.edu/cu/current/articles/fall2007/nadia-abu-el-haj.html
[7]La recensione di Elia Zureik su The MIT Electronic Journal of Middle East Studies https://web.archive.org/web/20060612234526/http://web.mit.edu/cis/www/mitejmes/issues/200210/zureik.htm
[8] Si veda l’articolo di Ralph Harrington su History News Network https://www.hnn.us/article/was-nadia-abu-el-haj-treated-fairly
[9] L’articolo di Gabrielle Birkner su The New York Sun https://www.nysun.com/article/new-york-barnard-alumnae-opposing-tenure-for-anthropologist
[10] Joffe ha conseguito un dottorato in studi del Vicino Oriente presso l’Università dell’Arizona e ha partecipato e diretto ricerche archeologiche in Israele, Giordania, Grecia e Stati Uniti. Ha insegnato alla Pennsylvania State University e alla State University of New York. Joffe è coautore, insieme ad Asaf Romirowsky, del volume Religion, Politics and the Origins of Palestine Refugee Relief (2013). I suoi articoli sono apparsi su diversi giornali nazionali e internazionali, tra cui Middle East Quarterly, Forbes, Ha’aretz, Jerusalem Post, Jewish Ideas Daily, National Interest, Tablet, The Tower, Times of Israel, Wall Street Journal e Yediot Aharonot.
[11]Si veda il link della lettera https://www.solomonia.com/blog/archives/009649.shtml
[12] Si veda la recensione di Aren M. Maeir 
https://web.archive.org/web/20080414161808/http://www.nadiaabuelhaj.com/applaudingdestruction.html
Riferimenti bibliografici
Abu El-Haj, N., 2001. Facts on the Ground: Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society, Chicago: University of Chicago Press.
Abu El-Haj, N., 2012. The Genealogical Science: The Search for Jewish Origins and the Politics of Epistemology. Chicago: University of Chicago Press.
Greenberg R., Hamilakis Y., 2022. Archaeology, Nation, and Race. Confronting the Past, Decolonizing the Future in Greece and Israel, Cambridge-New York: Cambridge University Press.
Hacking, I., 1983. Representing and Intervening: Introductory Topics in the Philosophy of Natural Science, Cambridge: Cambridge University Press.
Handler, R., 1988. Nationalism and the Politics of Culture in Quebec, Madison: University of Wisconsin Press.
Joffe, A. H. 2005. “Review of Facts on the Ground: Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society by Nadia Abu El‑Haj.”, Journal of Near Eastern Studies, 64 (4): 297–304.
Latour, B., 1987. Science in Action: How to Follow Scientists and Engineers through Society, Cambridge, MA: Harvard University Press.
Romirowsky, A., Joffe, A. H., 2013, Religion, Politics, and the Origins of Palestine Refugee Relief. London: Pallgrave Macmillan.
Said, E. W. 2003. Freud and the Non-European, London: Verso.
Smith, L. K., 2003. “Reviewed Work(s): Facts on the Ground: Archaeological Practice and Territorial Self-Fashioning in Israeli Society by Nadia Abu El-Haj; Whose Pharaohs? Archaeology, Museums,and Egyptian National Identity from Napoleon to World War I by Donald Malcolm Reid”, American Ethnologist, 30, (2): 306-307.
Taylor-Sheinman, D. 2025. “‘It Comes with the Territory’: How Israel’s Archaeologists Legitimize Annexation.”, +972 Magazine, July 1. Interview with Raphael (Rafi) Greenberg. https://www.972mag.com/israel-archaeology-annexation-rafi-greenberg/.
Yadin Y., 1966, Masada: Herod’s Fortress and the Zealots’ Last Stand, New York: Random House.

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Fulvio Cozza, PhD in Antropologia culturale ed Etnologia presso la Sapienza Università di Roma, è assegnista di ricerca presso l’Università per Stranieri di Siena nell’ambito del progetto “Memoria Orale e Etica dell’Archeologia a San Casciano dei Bagni”. I suoi studi riguardano l’antropologia della vita quotidiana, le pratiche archeologiche, i patrimoni culturali e il senso dei luoghi.

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