di Ljdia Musso
Il ciclo festivo invernale, nel Meridione d’Italia, trova nel 17 gennaio uno dei suoi snodi antropologici più complessi. La ricorrenza di Sant’Antonio Abate non segna soltanto una tappa del calendario liturgico o agrario, ma rappresenta un vero e proprio limen, una soglia critica tra la fine dell’inverno profondo e il risveglio della luce.
In questo contesto, l’accensione dei falò – i “Focaroni” – assolve storicamente a una doppia funzione: quella sociale, di aggregazione e ridefinizione degli spazi comunitari, e quella simbolica, di purificazione e propiziazione per i raccolti futuri.
Tuttavia, limitare l’osservazione alla sola struttura sociale della festa rischierebbe di restituirne una visione parziale, “fredda”, incapace di cogliere la temperatura emotiva che anima il rito dall’interno.
È qui che il documento deve cedere il passo a quella che definisco la necessità dell’Esorcismo del Fuoco.
Nelle comunità vesuviane, il falò non è un elemento scenografico: è un dispositivo catartico. L’atto di accumulare cataste di legno, vecchi mobili e residui dell’anno trascorso non risponde a una logica di smaltimento, ma a un bisogno viscerale di “fare piazza pulita”.
Il fuoco agisce come un esorcismo collettivo contro il vecchio, il malato, lo sterile. È un’azione violenta e necessaria: distruggere la forma passata per permettere alla sostanza nuova di emergere.
In questa dinamica, il corpo dei partecipanti, spinto e sollecitato dalla musica, non assiste, ma agisce: assorbe il calore, respira il fumo, entra in risonanza con la materia che si consuma.
Per tradurre visivamente questo esorcismo, la fotografia documentaria classica – nitida, descrittiva, “a fuoco” – si rivela uno strumento insufficiente. Come si fotografa la liberazione da un peso? Come si documenta l’energia che brucia?
Ho scelto di rinunciare alla dittatura del dettaglio per abbracciare un approccio Informale Soggettivo. La tecnica si piega all’urgenza del rito: i neri sono cupi, abissali, una notte densa da cui la luce emerge strappando via la materia; i bianchi sono bruciati, mangiati dalla sovraesposizione, proprio come il fuoco mangia il legno.
Non c’è definizione, ma indefinito. Le figure umane, e in particolare quelle femminili che incarnano questo “Matriarcato del Fuoco”, perdono i contorni identitari per diventare scie, ombre archetipiche, spiriti danzanti.
Questo lavoro è un work in progress che si completerà in futuro. Ma oggi, con queste immagini, l’invito è a sospendere il giudizio razionale per recuperare una capacità che la contemporaneità sembra aver smarrito: il coraggio della metamorfosi.
Guardare queste ombre in fiamme significa ricordarsi che, per rinascere, bisogna avere la forza di dare fuoco a ciò che siamo stati.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Ljdia Musso, fotografa, docente e curatrice con formazione internazionale in comunicazione, marketing e fotografia, conseguita tra Roma, Barcellona, Marsiglia, Parigi e Milano. Opera tra Catanzaro e Napoli. Ideatrice del format “Caffè Fotografici”, promuove eventi artistici gratuiti. I suoi progetti, esposti al Med Photo Fest 2023, esplorano la cultura mediterranea attraverso la fotografia documentaria, contribuendo al dibattito accademico sulle identità locali.
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