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“El Khomsa”, la mano che abbraccia il Mediterraneo

coverdi Samia Debbabi  

Nel corso della storia, l’umanità ha inventato vari segni e simboli per difendersi dall’incognito. In ogni cultura, questi oggetti servono a favorire il benessere, calmare, allontanare la paura e respingere il male. Oltre a rappresentare semplici decorazioni, esse raccontano storie e tramandano tradizioni di generazione in generazione, contribuendo quindi alla creazione di un patrimonio immateriale ricco di significato e di eredità culturale. 

La mano è riconosciuta come un simbolo specifico e universale. È un atto di protezione, benedizione o avvertimento che trascende i limiti delle culture e delle fedi, servendo come una forma di comunicazione non verbale che tutti possono comprendere intuitivamente. Nel contesto del Mediterraneo, nel corso dei secoli, questa mano è evoluta fino a diventare un simbolo potente, enigmatico e al contempo familiare: “El Khomsa” è nota anche come la mano di Fatima.

“El khomsa”, che si trova nelle case, appesa alle porte, incastonata nei gioielli o usata come talismano, rappresenta ben più di un semplice ornamento decorativo. Per moltissime persone funge da scudo simbolico contro il malocchio, quella forza nascosta che le credenze popolari temono sin dalla notte dei tempi. Le sue cinque dita, dispiegate come uno scudo, sembrano dire al male: «STOP». Ma sotto questa apparente semplicità si nasconde una storia lunga, complessa e affascinante, in cui si intrecciano tradizioni antiche, credenze popolari e influenze religiose. 

Dalle origini a un simbolo millenario 

“El khomsa”, questo misterioso simbolo, era già presente nelle zone rivierasche del Mediterraneo. Gli Egizi, i Fenici e altre civiltà antiche lo utilizzavano, interpretando la mano come simbolo di protezione e potenza, che funge da ponte tra il tangibile e l’intangibile, tra la vita quotidiana e il sacro: «…le symbole qui protège contre l’œil, la langue, le destin» [1]. 

Le origini di “El Khosma” sono molto antiche e fanno parte della storia e della memoria dei popoli che vivono intorno al Mediterraneo. Secondo quanto espresso dalla studiosa Clémence Sugier: «…les khomsas sont encore un exemple de la mutation des symboles. elles ont islamisé un symbole punique bien souvent figuré sur les stèles de Carthage: la main de Baal» [2].

Non è solo un oggetto, ma rappresenta qualcosa di più profondo. La gente la usa come simbolo sacro, e ciò dimostra quanto sia importante per capire i limiti tra il mondo visibile e quello invisibile. 

“El khomsa” appare misteriosamente come un ponte tra il mondo umano e quello delle forze nascoste che lo circondano. Cinque dita spalancate, che rappresentano un gesto di protezione fermato nel tempo, si contrappongono e si sollevano contro l’occhio cattivo e le forze negative della vita quotidiana. Tuttavia, queste cinque dita trasmettono anche altri significati come la potenza e la benedizione.

Questo simbolo antico e universale non si limita dunque ad essere un oggetto; è un linguaggio silenzioso, una storia discreta che perdura nel tempo, raccontando la storia dei Paesi, delle loro credenze e della loro ricerca di sicurezza. Quindi, “El Khomsa” non è riconducibile ad una sola cultura. Le sue origini precedono persino l’avvento delle grandi religioni monoteiste [3]. Il suo viaggio è lungo millenni: dal culto fenicio ha attraversato le rotte del Mediterraneo, radicandosi in culture e religioni diverse. 

2Un simbolo all’incrocio delle tradizioni religiose 

“El khomsa” continua ad essere un esempio di come i simboli vengono trasformati, adottati e interpretati da molte tradizioni religiose nel tempo. È un simbolo interreligioso riconosciuto da musulmani, ebrei e alcuni cristiani, soprattutto nel Medio Oriente e nella zona del Mediterraneo.

Nella tradizione ebraica, in particolare nella comunità sefardita del Maghreb: “El Khomsa” viene chiamata “mano di Miriam”, in riferimento alla sorella di Mosè. Le cinque dita corrispondono ai cinque libri della Torah. “El Khomsa” ha un significato profondo perché rappresenta la memoria, la protezione e l’identità collettiva, e si trasforma in un ricordo concreto dei principi e delle esperienze del popolo ebraico, in particolare dei suoi momenti di sofferenza e resilienza. Le interpretazioni sostengono che la mano di Miriam agisca come amuleto protettivo contro il malocchio e le forze malvagie, incrementando così la sicurezza di fronte alle forze esterne. Questo amuleto serve anche a ricordare le persecuzioni, gli esili, le battaglie per il riconoscimento. 

In breve, “El khomsa” nella cultura ebraica, svolge un duplice ruolo: da un lato, preserva la memoria collettiva dinanzi alle testimonianze storiche; dall’altro, fornisce una protezione simbolica radicata nella fede e nella cultura, consentendo a ogni persona di portare con sé un simbolo di resistenza e di appartenenza [4]. 

3In alcune confessioni cristiane d’Oriente, “El Khomsa” viene talvolta chiamata “Mano di Maria”, in riferimento alla Vergine, e mantiene il suo ruolo di segno protettivo. Essa evoca soprattutto valori fondamentali quali la pazienza, la compassione e l’importanza delle relazioni umane. La pazienza è una virtù fondamentale, perché aiuta a sostenere le difficoltà della vita con fiducia e tranquillità. Per questa caratteristica, i credenti sviluppano la loro capacità di affrontare le sfide divine e, allo stesso tempo, educano un cuore aperto alla misericordia. D’altra parte la compassione, che è un elemento fondamentale della dottrina cristiana, incoraggia a praticare un amore incondizionato verso gli altri, come riflesso dell’amore divino. 

Portare “El Khomsa” può dunque essere visto come un richiamo concreto a mostrare compassione e sensibilità per le sofferenze degli altri. E ancora, questo simbolo mette in risalto la forza dei legami che tengono unita la comunità e la famiglia. La presenza della “Khomsa” in questa tradizione invita a coltivare uno spirito di tolleranza, pazienza e solidarietà, in armonia con i valori fondamentali del messaggio cristiano [5]. 

4Nel mondo musulmano, “El Khomsa” viene associata a Fatima Zahra, figlia del profeta Maometto, simbolo di purezza, forza e pazienza. Alcune interpretazioni fanno riferimento ai cinque pilastri dell’Islam, mentre altri ai cinque membri della famiglia del Profeta Moametto (Ahl al-Kisa) [6]. “El Khomsa”, nota quindi come mano di Fatima, è considerata un forte simbolo di protezione contro il male e le energie negative. Rappresenta la fede sincera in Dio e la confidenza nel Suo divino sostegno, anche di fronte alle difficoltà della vita.

Per i musulmani, portare o mostrare questo simbolo è un modo per esprimere il proprio legame con la provvidenza divina e la fiducia nel destino. Inoltre, “El Khomsa” è legata alla difesa dagli incantesimi e dalle altre forze spirituali malvagie, generando così una sensazione di sicurezza e tranquillità. 

La fede, unita alla protezione che offre “El khomsa”, può influenzare positivamente il destino di una persona: da qui la sua valenza spirituale. La pratica religiosa sottolinea la fiducia in Dio e considera la “Khomsa” come un segno della Sua potenza e presenza. L’oggetto, quindi, non sostituisce la fede, ma la integra, offrendo un sostegno pratico alla spiritualità [7]. 

6“El Khomsa”: un simbolo della cultura mediterranea 

Il Mediterraneo è un vero e proprio crocevia di scambi dove le persone si incontrano e scambiano cose, idee, simboli. È stato il palcoscenico di una trasmissione molto interessante, in cui “El Khosma” ha aiutato a creare un linguaggio che tutti possono capire, si basa su storie leggendarie e riti che vengono tramandati da una generazione all’altra. 

Per molte culture del Mediterraneo, il numero cinque è speciale perché si pensa che tenga lontani gli influssi negativi e il malocchio. “El Khomsa” riflette appieno lo spirito del Mediterraneo, dove si ritrovano motivi a forma di V, che rappresentano il numero cinque in latino, come evidenzia la scrittrice Doubouloz-Laffin: «La main est le symbole du 5 aux nombreuses vertus protectrices à cause de la forme du V latin qui offre à la fois un angle et une pointe» [8]. 

“El Khomsa”, rappresenta quella memoria collettiva che raggruppa i popoli attorno a un segno comune, carico di significati profondi connessi alla loro identità, alla loro storia e al loro legame con il mare e i suoi misteri. La sua importanza va quindi oltre la semplice rappresentazione, essendo un testimone silenzioso che mostra la continuità e la ricchezza culturale del Mediterraneo. 

Nel Nord Africa, “El Khomsa” si è fatta strada lentamente nel corso dei secoli, fino a diventare uno dei simboli più rappresentativi e più profondamente radicati nella cultura popolare. Non è solo la raffigurazione di cinque dita disposte in modo simmetrico: rappresenta una protezione sottile, una difesa simbolica eretta contro il malocchio e le energie malefiche che da sempre incutono inquietudine nelle tradizioni mediterranee.

Tuttavia, la diversità nella struttura della khomsa maghrebina si manifesta nella pluralità delle forme, dei motivi ornamentali e degli elementi decorativi che caratterizzano questo simbolo nelle differenti tradizioni culturali del Maghreb. Pur conservando una funzione simbolica comune legata alla protezione, alla benedizione e alla spiritualità, “El Khomsa” assume configurazioni estetiche differenti a seconda del contesto storico, geografico e sociale in cui viene prodotta e utilizzata. 

9Nel caso della «Khomsa» algerina, la dimensione cromatica occupa un ruolo centrale. I colori non rappresentano semplici elementi decorativi, ma veicolano significati simbolici profondamente radicati nell’immaginario collettivo e nelle credenze popolari. Il blu, ad esempio, è spesso associato alla protezione contro il malocchio e alla stabilità. Il rosso simboleggia la forza vitale, la protezione e talvolta la passione. Il verde richiama la fertilità, la prosperità e la spiritualità; mentre il giallo evoca la luce, la ricchezza e il prestigio sociale [9]. 

7In Marocco, la varietà simbolica della «Khomsa» si manifesta anche in certe raffigurazioni in cui essa non ha la tipica forma della mano aperta. In molte tradizioni artigianali e popolari marocchine «El Khomsa» può essere stilizzata in una forma simile alla croce, testimoniando così una trasformazione estetica e simbolica del motivo originario. Come sostiene la scrittrice Doubouloz-Laffin:  «Au Maroc, on peut voir une khomsa qui n’est pas une main. C’est une croix» [10]. 

8Non occorre pensare che questa rappresentazione rimandi a un significato di religione cristiana, quanto piuttosto a una rilettura artistica e culturale di un simbolo di protezione. Ma, “El khomsa” marocchina si caratterizza anche per la forma di una mano con i due pollici rivolti in direzioni opposte e un occhio al centro del palmo. Le forme geometriche e quelle a croce richiamano l’importanza dei motivi berberi tradizionali, spesso presenti nei gioielli, nei tappeti e negli antichi tatuaggi. La croce ha un significato protettivo e identitario, connesso all’equilibrio, alla fecondità e alla difesa dal malocchio. “El khomsa” marocchina illustra così perfettamente il carattere plurale del patrimonio maghrebino: uno stesso simbolo conserva la funzione protettiva pur assumendo forme diverse a seconda delle sensibilità culturali e artistiche di ogni società. 

In Tunisia, «El khomsa» ha un posto particolarmente importante nell’immaginario collettivo come nelle tradizioni artigianali. Nei mercati tradizionali è spesso modellata in argento, decorata con motivi geometrici o smalti colorati e associata ad altri simboli di protezione come l’occhio o i motivi berberi. Dice la scrittrice Doubouloz-Laffin:«Les khomsa sont parmi les plus jolis bijoux du Magreb. On en a déjà vu une tunisienne en argent coulé au moule» [11]. 

10Per gran parte dei tunisini, non si limita a un semplice oggetto estetico, ma simboleggia una presenza rassicurante, un patrimonio tramandato di generazione in generazione, spesso regalato in occasione di nascite, matrimoni o altri eventi importanti della vita. Di conseguenza, “El khomsa” anche in Tunisia va oltre la sua semplice funzione di ornamento; diventa un elemento di identità culturale, un emblema che unisce memoria, spiritualità popolare e forte attaccamento a un patrimonio comune. 

Questa varietà dimostra la ricchezza degli scambi tra le tradizioni amazigh, arabe, africane e mediterranee che hanno contribuito alla formazione dell’identità culturale del Maghreb. Così, ogni dito sollevato sembra costruire un collegamento tra passato e presente, tra il cielo e la terra, tra le culture che si sono intrecciate sulle rive illuminate dal sole e dalle onde di un blu profondo. 

bou-mergoud-folklore-tunisino-credenze-e-costumi-popolari-di-sfax-e-della-sua-r-293160060064-e1641149105590-600x928Un ponte tra tradizione e modernità 

Nei mercati, gli artigiani realizzano con cura e precisione delicati accessori in argento o rame, decorati con motivi geometrici che si trasformano in amuleti da indossare al collo o ai polsi, oppure da regalare come segno di benedizione. Ma “El khomsa” non è presente solo nei gioielli: si integra nell’architettura tradizionale delle case, si incide sulle porte o si appende al muro, come una sentinella silenziosa che difende gli abitanti dal malocchio e dalle energie negative. 

Si ritrova anche nell’artigianato popolare, dalla ceramica ai tessuti, sempre con colori e motivi tipici di ogni regione, a dimostrazione della varietà culturale del Paese. Ogni ‘‘khomsa’’ ha una storia da raccontare, conserva il ricordo di un artigianato tradizionale e trasforma oggetti comuni in elementi di identità, unendo bellezza, spiritualità e tradizione. Così, va oltre la sua natura di semplice motivo: incarna l’essenza di un popolo, la persistenza di una cultura e la delicata poesia di un simbolo che sfida il tempo. 

“El khomsa” non solo protegge, racconta, diffonde, mette in relazione, ma anche collega il passato al presente, la tradizione alla modernità, gli individui ai loro antenati, così come alla loro identità. In sintesi, non si tratta, di un semplice amuleto, ma è anche un simbolo denso di identità, mistero e poesia. Questa piccola mano a cinque dita, incastonata in una porta, nel legno o nell’argento, indossata a gioco o appesa in casa, unisce protezione, spiritualità e tradizione e veglia su chi la usa come una presenza discreta e rassicurante. 

Ogni elemento, ogni motivo, ogni colore dipinto o modellato rende omaggio alla creatività, alla spiritualità e alla tenacia di un popolo. Pertanto, oltre al suo splendore e al suo significato, “El Khomsa” è la forza silenziosa di un simbolo vivo: eterno, universale, capace di muovere gli occhi e le anime. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026 
Note
[1] DOUBOULOZ-LAFFIN, Marie-Louise, Le Bou-Mergoud, Folklore tunisien. Croyances et coutumes populaires de Sfax et de sa région, Paris, Ed Librairie Orientale et Americaine, G.P. Maisonneuve, 1946: 50
[2] SUGIER Clémence, Symboles et bijoux traditionnels de Tunisie, Tunis, Céres, 1969 :18
[3] https://mouchaart.com/tout-savoir-sur-la-khmissa-marocaine/
[4] https://www.linflux.com/monde-societe/une-main-qui-protege-la-khamsa/    
[5] https://www.belcourt-paris.com/blogs/infos/et-vous-portez-vous-une-main-de-khamsa      
[6] Il gruppo degli “Ahla al Kisa” è costituito da cinque figure di primaria importanza nella tradizione musulmana; il profeta Moametto, sua figlia Fatima al Zahra, suo genero Ali Ibn Abi Talib e i suoi nipoti Hasan e Husain.
[7] http://www.islam.wikibis.com/khamsa_(symbole).php
[8] DOUBOULOZ-LAFFIN, Marie-Louise, Le Bou-Mergoud, Folklore tunisien.  Croyances et coutumes populaires de Sfax et de sa région, Paris, Ed Librairie Orientale et Americaine, G.P. Maisonneuve, 1946: 52
[9] MILIZI Salima, Le costume traditionnel algérien ; entre identité et patrimoine, Ed du XXI siècle, Edition, distributin et traduction, Alger, 2025 :118
[10] DOUBOULOZ-LAFFIN, Marie-Louise, Le Bou-Mergoud. Folklore tunisien. Croyances et coutumes populaires de Sfax et de sa région, Paris, Ed Librairie Orientale et Americaine, G.P. Maisonneuve, 1946: 37
[11] Ivi: 52 
Riferimenti bibliografici
DOUBOULOZ-LAFFIN, Marie-Louise, Le Bou-Mergoud, Folklore tunisien. Croyances et coutumes populaires de Sfax et de sa région, Paris, Ed Librairie Orientale et Americaine, G.P. Maisonneuve, 1946 
MILIZI Salima, Le costume traditionnel algérien ; entre identité et patrimoine, Ed du XXI siècle, Edition, distributin et traduction, Alger, 2025 
SUGIER Clémence, Symboles et bijoux traditionnels de Tunisie, Tunis, Céres, 1969 

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Samia Debbabi, è docente di lingua e civiltà italiana nel settore privato, ha conseguito il dottorato nel 2026 in lingua e letteratura italiana, presso la Facoltà di Lettere e di Scienze Umane dell’Università della Manouba, discutendo una tesi intitolata “Più che estetica, la Bellezza è una convivenza civile”. I suoi ambiti di interesse riguardano il patrimonio culturale tunisino, sia materiale che immateriale con un’attenzione specifica alle sue dinamiche di valorizzazione in un contesto interculturale.

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