- Dialoghi Mediterranei - https://www.istitutoeuroarabo.it/DM -
EDITORIALE
Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2026 @ 04:33 In Editoriali | No Comments
Tra le tante immagini che ci hanno accompagnato durante questa estate incendiaria ce ne è una che è rimasta ai margini delle cronache pur essendo terribilmente significativa di quanto sta accadendo mentre siamo distratti dai riti del ferragosto e spossati dal caldo tropicale. Dai ghiacciai che si sciolgono vengono alla luce corpi di alpinisti, di scalatori di alta quota, di vittime di valanghe ma anche di incidenti aerei di decine di anni fa. Tornano in superficie come memorie dissepolte di relitti, reperti di un’inedita archeologia, moniti della Terra che ribolle.
In contrappunto altri corpi – quelli dei migranti – continuano a precipitare senza alcun rumore mediatico nei fondali del Mediterraneo: più di un migliaio dall’inizio dell’anno con un forte aumento rispetto al 2025 e a fronte di una diminuzione generale degli sbarchi, secondo i dati stimati dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Corpi che riaffiorano dalle montagne disseccate e corpi che affondano nel mare come in un sepolcro. Immagini solo apparentemente dissociate e in realtà strettamente connesse e riconducibili ad una comune causa di ordine epocale e globale, la crisi climatica, la profonda mutazione ambientale in corso che minaccia la vita umana, l’esistenza stessa di città e comunità dell’intero pianeta.
«Il cambiamento climatico è anzitutto un problema di disuguaglianza geopolitica», ha affermato lo scrittore e antropologo indiano Amitav Ghosh. C’è un nesso che si tende impudentemente a rimuovere, la relazione che passa tra ecologia ed economia, tra lo stato di salute della Terra e il sistema di governo delle risorse materiali e dei diritti umani, tra le condizioni dell’habitat e quelle degli abitanti di tutte le specie. Sebbene la scienza abbia ampiamente spiegato e documentato che il paradigma dell’interdipendenza sostiene e tutela la vita elementare degli organismi viventi, la politica e la coscienza collettiva stentano a riconoscerne i principi, le conseguenze e le responsabilità. Nel saggio La grande cecità Ghosh fa riferimento agli squilibri territoriali e alle disparità di potere tra il Nord e il Sud del mondo quali cause principali dei disastri ambientali. Se pensiamo agli effetti catastrofici delle guerre, alle pratiche neocoloniali di un sistema produttivo basato sul modello estrattivista del capitalismo, sullo sviluppo illimitato e sulla dittatura della crescita, si riconnettono i fili intrecciati tra il riscaldamento della terra e le diaspore e i flussi migratori, il consumo intensivo di suolo e risorse e lo spopolamento delle aree interne, il moltiplicarsi degli incendi e lo scioglimento dei ghiacciai e la volontà sempre più diffusa, sempre più pervasiva, di sfruttamento e di dominio. Tutto si tiene nel disegno apocalittico di una “tempesta perfetta” che – come ha scritto Vincenzo Guarrasi – sembra spingere l’umanità verso l’abisso, fino «a cospirare contro se stessa». Una sorta di eutanasia collettiva.
Di queste complesse questioni che riguardano il nostro stare nel mondo nell’incerto presente e nell’ancor più incerto futuro ragionano in questo numero molti autori con sguardi, discorsi e approcci diversi. A tutti appare più grave della stessa mutazione climatica, l’assenza della politica, l’inerzia e il colpevole ritardo delle istituzioni pubbliche rispetto al rapido concatenarsi degli eventi, alle urgenze delle risposte da dare all’acuirsi e sovrapporsi delle crisi. «Mi pare – scrive a questo proposito Pietro Clemente – che in questo momento storico, non vi sia un pensiero collettivo sui grandi temi nonostante l’orrore di un mondo che procede per guerre e senza rispetto per le leggi e nonostante la drammatica crisi ambientale che abbiamo vissuto sulla nostra pelle in questa lunga estate tropicale. Non vi è risposta, non vi è un respiro comune, una voce che faccia diventare un singolo parte di una comunità, di un popolo». Ci affanniamo a difendere confini, sovranità e identità nazionali e non raccogliamo l’appello che Marguerite Yourcenar rivolse quasi quaranta anni fa in occasione della V Conferenza internazionale di Diritto costituzionale, dedicata al diritto alla qualità dell’ambiente, tenutasi il 30 settembre 1987 a Laval, in Quebec. «La formula “Terra degli uomini” è estremamente pericolosa. La Terra appartiene a tutti gli esseri viventi e noi dipendiamo in definitiva da tutti gli esseri viventi. Ci salveremo o moriremo con loro e con lei». Parole che si possono leggere oggi nel volume Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra, edito da Einaudi e qui recensito da Chiara Dallavalle. Precorrendo le attuali estreme tendenze Yourcenar invitava a diventare «consumatori ponderati anziché predatori sconsiderati» e, nel criticare l’antropocentrismo, posizionava l’uomo nella fitta rete di interrelazioni con gli altri esseri non umani.
Il tema del destino comune degli uomini e degli altri soggetti viventi lo ritroviamo nelle pagine del denso saggio etico-filosofico di Lauso Zagato, dedicato ai diritti e più in generale alla condizione giuridica degli animali, ai quali la natura antropocentrica delle legislazioni, in larga parte fondate sulla reificazione dell’altro e sulla gerarchizzazione delle forme di vita, non riconosce soggettività e capacità senzienti. Di specismo e antispecismo e del nostro rapporto con quella entità che chiamiamo Natura, come dei processi di transizione ecologica che riguardano anche le comunità indigene, delle torsioni antropologiche e demografiche determinate dalle distorsioni dell’industria turistica, del processo incontrollato della cementificazione, del cibo merce tra le merci nelle filiere della produzione e della grande distribuzione agroalimentare, di questo e di altro si discute in vari contributi della rivista. Questioni eminentemente culturali e politiche che convocano principi e valori, responsabilità collettive a difesa dei beni comuni, la condivisione delle regole democratiche, la consapevolezza dei limiti e l’accettazione della vulnerabilità, il primato della giustizia, della cura e della solidarietà. Tutte condizioni e prerogative che nel Mediterraneo oggi sembrano negate e osteggiate, se per esempio volgiamo lo sguardo su Gaza, Lampedusa e Ceuta.
Tre piccolissime realtà geografiche protagoniste della storia contemporanea, epicentri di politiche cieche e dissennate, snodi cruciali tra terra e mare, tra la vita e la morte, faglie di sommovimenti e di repressioni, teatri di confine e di frontiera, di guerre e di oppressioni. Luoghi liminari ai margini degli imperi economici, periferie abitate o attraversate da corpi esposti alla violenza dei poteri, corpi cacciati dalle proprie case, corpi laceri di naufraghi, corpi barattati, venduti, sacrificati, segregati, deportati. Vittime invisibili di una globalizzazione che nel Mediterraneo produce i suoi effetti più drammatici, sovvertendo l’ordine del diritto internazionale e violando ogni regola elementare della convivenza civile. Sono per questo spazi e nomi geografici altamente simbolici, coagulando in sé tutte le contraddizioni, tra aspirazioni, rimozioni e soppressioni, embricate nelle crisi di questo nostro tempo.
Gaza oggi spianata e distrutta è al centro di una cultura predatoria che vuole trasformare le macerie in un osceno investimento immobiliare e inglobare tutta la Palestina nel disegno strategico della Grande Israele. A questa confisca di terre e di sovranità la popolazione oppone resistenza nei territori occupati e negli stessi campi profughi, “fa corpo con i luoghi” minacciati e saccheggiati, ritesse i fili della comunità anche nella condizione di esuli, dovunque si trovi celebra la Giornata della Terra e porta con sé – scrivono Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti in questo numero– una manciata di terra «da deporre sotto la nuca dei defunti, perché riposino sul suolo natio». Una forma materiale e simbolica di “restanza” che si manifesta anche nella strenua difesa degli olivi sradicati dai coloni israeliani, ultimo crudele oltraggio del genocidio in corso. All’ombra del quale – ci spiega nel suo puntuale e approfondito intervento Iain Chambers – tutto l’Occidente, con le retoriche coloniali consustanziali ai concetti di storia e di memoria, sta consumando la sua tragica agonia.
Lampedusa e Ceuta sono isole-mondo: la prima un atollo in mezzo al mare, la seconda una exclave europea sulla costa africana, un pezzo di Spagna ai confini col Marocco. Entrambe regioni di contatto, di passaggio tra due continenti, di controllo militare e di selezione politica, soglie mobili e trincee nello stesso tempo. Qui, in questo lembo del Mediterraneo, osserva Antonio Ricci, «l’Europa incontra se stessa», «l’idea stessa di Europa è chiamata a rendere conto di sé». Da qui l’importanza delle parole che papa Leone ha pronunciato a Lampedusa definendo i morti nel mar Mediterraneo come «vittime di decisioni prese e di decisioni mancate», e affermando altrove che «prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone». Da qui l’interrogativo che pone Ricci su quale idea di Europa stiamo costruendo: «Un continente che ha fatto della dignità umana il fondamento della propria architettura giuridica può accettare che il Mediterraneo continui a essere il confine più letale del pianeta?».
La verità è che Lampedusa e Ceuta dialogano nel momento in cui entrambi interpretano nell’immaginario dei migranti il topos dei desideri, il mito dell’Occidente, l’effimera e scintillante rappresentazione di un’Europa ricca e felice. Chi tenta di sbarcare a Lampedusa e di arrivare a nuoto a Ceuta «desidera esattamente ciò che quella stessa Europa ha costruito come desiderabile, ha mostrato come raggiungibile, ha offerto come modello», annota Giorgia Rubera, che aggiunge: «L’Europa respinge i propri ammiratori. O più precisamente respinge coloro che hanno preso sul serio la propria immagine». A guardar bene quanto accaduto a Ceuta e le reazioni internazionali a quella cosiddetta “invasione”, la dinamica di quei fatti tradisce il gioco tattico e strumentale che trasforma i migranti in “weapons of mass migration”, capri espiatori di un mercato elettorale permanente, clandestini senza diritti e senza identità, merce da manovrare e spostare, non persone ma categorie astratte dei nostri discorsi, non persone ma “dublinanti” da respingere, deportare o rimpatriare. Così che, secondo Stefano Allievi, a Ceuta abbiamo assistito ad «una specie di flash mob geopolitico, la scena clou di un film distopico, il trailer di una guerra ibrida organizzata».
Abbiamo in verità scoperto che i veri trafficanti di esseri umani da perseguire in tutto l’orbe terraqueo sono gli stessi Stati, i governi europei, sono essi stessi gli scafisti che ne gestiscono la tratta prevedendo la negoziazione contrattuale con Paesi terzi, l’esternalizzazione delle frontiere, il trasferimento dei centri di detenzione in Uganda o in Albania, in funzione di una retorica securitaria volta a intercettare il consenso politico. Fabbricano paure e spacciano protezione, narrano di voler difendere i sacri confini e si rendono responsabili di crimini contro l’umanità, boicottando e sanzionando le operazioni di soccorso in mare organizzate dalle Ong e ipocritamente ammiccando e concretamente “trafficando” con i trafficanti libici, turchi, tunisini, egiziani e marocchini.
“La comunità di destino” auspicata a Ventotene sembra dunque definitivamente frantumata e sepolta sotto il cieco furore dei sovranismi e dei rinascenti nazionalismi. Ma quegli stessi migranti respinti e osteggiati stanno, nonostante tutto, carsicamente plasmando un’altra Europa, quella plurale e stratificata, nella quale «persone, affetti e responsabilità attraversano continuamente i confini». Così scrive Ada Bellanova impegnata a raccogliere storie, a raccontare «le vite delle persone che si svolgono contemporaneamente in più Paesi, attraverso telefonate, rimesse, viaggi, ricordi, responsabilità familiari. Non esiste più una netta distinzione fra chi parte e chi resta. È l’Europa, non quella delle istituzioni, ma quella delle vite quotidiane. Il ristoratore italiano in Germania, la madre nell’Italia del Sud, la badante dell’Europa orientale, la figlia rimasta nel paese d’origine: sono tutti parte della stessa geografia umana. Le frontiere politiche esistono ancora, ma le relazioni di cura, di lavoro e di appartenenza le attraversano continuamente. Ostinatamente».
Insieme ad Ada Dialoghi Mediterranei coltiva la speranza di contribuire alla conoscenza dei fenomeni complessi come le migrazioni, offrendo punti di vista diversi, testimonianze, studi, esperienze e ricerche su cui riflettere. In questo numero, per esempio, tra i tanti temi proposti si ragiona sulla multireligiosità nei percorsi formativi all’interno del quadro normativo della Costituzione, sui processi di istituzionalizzazione dell’islam nel nostro Paese, sulla diaspora italiana e la formidabile rete tessuta dalle comunità all’estero, sulle molteplici relazioni che nel connettere territori differenti elaborano forme di appartenenza che non coincidono con i confini nazionali, dal momento che «la mobilità non trasporta soltanto culture: le produce», precisa Tiziana Chiappelli. Si dibatte sulla critica decoloniale degli spazi urbani attraverso pratiche di cittadinanza attiva che promuovono una rilettura di alcuni luoghi e monumenti storici di Roma, come illustra con attenzione nel suo scritto Giulia Casentini. Sulle diverse esperienze legate al migrare e sui significati che trascendono la dimensione meramente geografica si legga il bel contributo di Francesca Spinola che così si conclude: «Il viaggio, nel mondo arabo-islamico come nella Tunisia contemporanea, non è mai soltanto un andare. È un andare e venire. È partire sapendo, o sperando, di poter tornare. È lasciare una terra per poter continuare ad appartenerle. Ed è proprio in questo movimento incessante tra lontananza e ritorno che il Mediterraneo smette di essere soltanto una frontiera e torna a essere ciò che è stato per secoli: una strada».
Migrante è, in fondo, anche Pietro Clemente che nel suo trasferirsi altrove, in verità, non si è mai allontanato dalla sua Sardegna, restando radicato e affratellato al destino dell’Isola. In questo numero nel raccontare la sua identità sghemba di sardo ne decostruisce le trappole, le ambiguità, gli inganni di un certo tipo di rappresentazioni. «La mia riflessione, scrive, è dedicata a coloro che credono che ci sia solo un modo di essere sardi, duri, veri e identitari, dotati di DNA. Io vivo a Siena da 53 anni ma, mi spiace per i puristi, sono sardo…Mi sento italiano perché sono sardo, e mi sento sardo in quanto sono italiano». Le memorie che mette insieme sono affettuosamente nostalgiche ma duramente critiche sui rovinosi sviluppi economici e sulla mutazione antropologica di una regione spogliata dagli incendi, sempre più spopolata di abitanti e sempre più spolpata dai turisti. Nel contesto di un’attualità che ha corrotto e avvelenato il concetto di identità e l’uso della parola, le pagine di Clemente costituiscono una preziosa testimonianza civile, una lezione di rigore culturale e di onestà intellettuale.
Il percorso che questo editoriale ha fin qui tracciato nella intricata mappa disegnata dal sommario omette in tutta evidenza larga parte dei titoli e dei temi presenti in questo numero della rivista. Nella “Finestra”, per esempio, il fil rouge dei testi sembra ispirare la definizione di “animali poetici” coniata dall’antropologa francese Michèle Petit per rimarcare lo statuto della nostra essenza profonda di esseri umani. Vale inoltre la pena segnalare che due podcast, a cura di Francesco Marino, accompagnano rispettivamente il racconto di Ada Bellanova e la ricerca di Maurizio Crispi su Il cammino di Santiago. Ma tra le tante sollecitazioni proposte hanno un particolare rilievo le arti visuali e quelle musicali. Insieme ai numerosi libri recensiti trionfano le immagini, con loro bellezza e con la loro efficacia simbolica, non solo nello splendido album fotografico che di consueto chiude il fascicolo. C’è una interessante lettura collettiva del volume di Monica Maffioli sui Fotografi siciliani del Novecento, uno straordinario atlante che ricostruisce con la produzione di circa trecento autori «i nessi antropologici e le dinamiche sociali, le articolate reti locali, i rapporti tra centri e periferie, le committenze, le mostre e le Riviste, le storie familiari e dinastiche», ha osservato Sergio Todesco: un lavoro di scavo capillare che non era mai stato fin ad oggi realizzato, destinato a diventare un punto di riferimento imprescindibile per gli storici della fotografia. Due film sono al centro di un altro partecipato dibattito: l’Odyssey di Cristopher Nolan – il caso cinematografico dell’anno – che ha suscitato un’attenta riflessione intorno all’attualità dei miti e dell’opera di Omero, un confronto critico sulle consumate questioni della riscrittura dei classici, segnando tra l’altro un ritorno popolare al cinema e all’esperienza visiva e sonora esclusiva offerta dalle sale; e il docufilm di Tiziano Locci e Tito Puglielli, Ampio appartamento in palazzo di pregio, che nel racconto poetico di vite condominiali disvela i problemi sociali della gentrificazione urbana e ci ricorda – rileva acutamente Rossana Salerno – che «il vero patrimonio urbano non coincide esclusivamente con l’architettura. Esso vive nelle persone che vi abitano, nelle relazioni che costruiscono e nelle memorie che continuano a generare».
C’è spazio infine per ricordare due figure di artisti che non si sono mai incontrati ma che avevano probabilmente qualcosa in comune. A distanza di poco meno di un mese dalla scomparsa di Francesco Guccini ci si interroga sulla sua eredità musicale, sulla formidabile capacità di risonanza delle sue parole nella vita e nella cultura di chi appartiene a un’altra generazione. Scrive Eleonora Melis: «Non ho vissuto le piazze, le attese, le battaglie politiche e le disillusioni del suo tempo. Non conosco per esperienza il mondo nel quale quelle canzoni sono nate. Eppure le ascolto da un presente che continua, in qualche modo, a riconoscersi in esse». Forse la ininterrotta popolarità delle sue canzoni sta semplicemente nella sua poetica musicale che si sostanzia – osserva Nicola Grato – nel «rinvenimento delle storie che costituiscono la storia di un luogo, di persone, di paesi», ovvero nel «tema delle radici, delle origini e delle tante “desinenze” che siamo nel mondo».
Storie e tema che ritroviamo nell’opera di Marilena Monti, scrittrice e cantautrice, che a tre anni esatti dalla sua scomparsa è qui ricordata da amici e colleghi. Anche Marilena amava la parola scritta, recitata e cantata nelle ballate e nelle canzoni popolari come mezzo di impegno civile e narrazione sociale. Anche lei ha fatto delle sue origini, cioè della Sicilia, il movente fondante dei testi musicali e letterari, fino al punto che «la strategia della sua ispirazione – annota creativamente Lina Prosa – era quella di “insulare”, fare diventare verbo l’Isola». Una identificazione viscerale e sentimentale ma priva di sentimentalismi e di languori romantici. Una sicilianità senza sicilianismo e una sicilitudine senza vittimismo. L’orgoglio per la bellezza dell’isola e la rabbia per le sue brutture. Come nella produzione di Francesco Guccini, con le evidenti differenze di stile e di scuola, anche Marilena ha mutuato dalla cultura popolare motivi e materiali proposti nell’ambito del folk revival siciliano degli anni ’70, muovendosi parallelamente a figure indimenticabili come Rosa Balestrieri.
I diversi autori delle testimonianze raccolte in questo numero di Dialoghi Mediterranei ricompongono come in un puzzle i molteplici aspetti del complesso profilo umano e artistico di Marilena Monti: la discografia, il talento di drammaturga e regista teatrale, le esperienze di didattica e di laboratorio creativo con i giovani, la vocazione letteraria per la narrativa e per la poesia, la collaborazione ventennale con la Rai regionale quale programmista e regista di storiche trasmissioni televisive, le performance nei recital con il pubblico delle piazze, la scrittura e la lingua siciliana assunti a strumenti di resistenza culturale, il vivissimo impegno civile che, tra l’altro, la portava il 19 luglio di ogni anno in via d’Amelio a leggere il poema che aveva scritto per Paolo Borsellino e gli uomini della scorta, vittime della strage mafiosa. Una pluralità di voci, di ritratti, di ricordi, di documenti che dialogano e si intrecciano, una rassegna di contributi destinati ad arricchire quell’Archivio a lei dedicato che, a cura di Marilù Balsamo e di Ermelinda Palmeri, si sta meritoriamente costituendo nel suo paese natale.
Mentre chiudiamo questo editoriale ci giungono infine le ultime drammatiche immagini dell’estate, le conseguenze della terribile alluvione nel Nepal che non cessa di minacciare la valle dopo il collasso del ghiacciaio, le migliaia di morti e dispersi, il fango che ha travolto ogni cosa. Una immane catastrofe, una scena apocalittica. Potrebbe essere il destino del pianeta, l’approssimarsi del giorno in cui la Terra desertificata non sarà più l’aiuola abitabile e vivibile, un rischio sempre più concreto se continuiamo a pensare e ad agire come ciechi sonnambuli che ballano in mezzo alla nebbia.

Article printed from Dialoghi Mediterranei: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM
URL to article: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/editoriale-80/
Click here to print.
Copyright © 2013-2020 Dialoghi Mediterranei. All rights reserved.