Gaza al centro delle cronache del nostro incerto presente rimane anche in questo numero nodo complesso e doloroso di ragionamenti, di testimonianze e di dibattiti. Gaza martoriata e distrutta, braccata e spolpata come un osso, sequestrata e colonizzata, consegnata al destino di una tregua infida e precaria. Gaza lungamente ostaggio di una guerra fratricida tra gente di origine semita, vittima, al cospetto del mondo e della Storia, dello scandalo più sconcertante e paradossale, che ha trasformato il più perseguitato dei popoli nel persecutore più feroce. Gaza spartita, lacerata, sventrata. Gaza contesa tra gli dèi, tra la Bibbia e il Corano, minacciata dalle tirannie di certe ideologie nazional-religiose che aspirano a diventare teocratiche. Gaza privata del presente, del futuro e perfino del suo passato, mutilato e cancellato dalla rivendicazione di un presunto diritto fondato sul mito della Terra promessa evocata da un libro scritto oltre tremila anni fa.
Gaza senza terra e senza patria parla di noi, de te fabula narratur. Quando ci interroghiamo sul destino dei Palestinesi parliamo di noi, delle parole che diciamo, dei gesti che compiamo, delle identità che agitiamo, del nostro stare nel mondo. Gaza è il nome, il significante di una tragedia collettiva che trascende il significato del dato geografico, dei confini del luogo, della cronaca quotidiana, essendo diventata quella piccola striscia di terra straziata simbolo, paradigma di una cicatrice mai rimarginata, profonda decenni di odi reciproci, percorsa per più generazioni da una ininterrotta scia di lutti e di sangue. Gaza è il Mediterraneo irrisolto, groviglio di fili intrecciati nel “fardello” coloniale che l’Occidente sostiene in forma di rimorso ma anche di rimosso. Frontiera politica dell’indicibile e dell’impensabile, Gaza è teatro traumatico della nostra cattiva coscienza, del tramonto del diritto internazionale, della crisi della civiltà dell’umano.
«La tragedia di Gaza ci parla: – scrive in questo numero Dario Inglese – parla ai nostri simboli, interroga il futuro delle nostre società, modifica i contorni dell’ordine internazionale in cui viviamo. Ci riguarda tutti: i modi in cui è stato perpetrato il massacro, i modi in cui è stato raccontato, i modi in cui è stato osservato. Ci riguarda, perché a Gaza abbiamo assistito al lento e fragoroso collasso dell’idea di Occidente con cui siamo cresciuti e che da tempo poniamo a fondamento del nostro agire politico e sociale». Tra le aporie del nostro tempo la gestione dell’instabile dopoguerra nella Palestina che verrà determinerà non solo il destino delle popolazioni mediorientali ma anche quello delle nostre fragili democrazie.
Ecco perché quando si sprofonda nel precipizio degli orrori e si tocca il fondo limaccioso della storia con il ritorno degli imperialismi, delle pulizie etniche e delle sopraffazioni più violente è davvero confortante assistere ad un sussulto di democrazia popolare che tenta dal basso di contrastare la muta accettazione dello status quo, di sperimentare nuove energie politiche sorgive, di ricercare il riscatto dall’inerzia e dalla connivenza. È quanto accaduto nelle piazze riempite dai giovani promosse nel nome di Gaza e fuori da ogni logica di appartenenza. È quanto ha rappresentato l’impresa della Global Sumud Flotilla che nella testimonianza di un gesto di disobbedienza civile ha rivendicato il diritto alla resistenza pacifica, alla solidarietà, alla giustizia. Scendere in piazza o salire a bordo della Flotilla ha significato rifiutarsi di ripiegarsi su se stessi davanti a un mondo di forze arroganti e soverchianti, governato da una consorteria di potenti che coltiva paure, acquiescenza e segregazione. Non sappiamo se le risorse di mobilitazione collettiva saranno disperse, se la generazione Z avrà la capacità di trasformare l’indignazione in strutturali ed efficaci forme alternative di teorie e prassi politiche. Perché non inaridisca, il seme piantato ha bisogno di essere sostenuto, accolto, curato. In quel seme si custodisce la speranza «perché – ha osservato la scrittrice Viola Ardone citata di Pietro Clemente – è sempre dai figli che arriva la lingua del tempo nuovo: è solo quando Telemaco si mette in viaggio che inizia l’Odissea».
Da questa speranza, dalla riflessione sul senso eminentemente simbolico della Flotilla, sui temi e sui sentimenti di partecipazione civile che ha generato e diffuso nel discorso pubblico muove l’insieme dei testi dedicati in questo numero a Gaza, alla sua storia, alla sua letteratura, al suo futuro. Scopriamo leggendo il saggio di Daniele Sicari che la città ha un passato millenario, con esperienze stratificate di convivenza tra popoli di cultura e religione diversa e un ruolo prestigioso in epoca islamica, «con la sua centralità e la sua importanza sia nel contesto della regione palestinese sia in quello più ampio dell’intera regione vicino-orientale, vuoi religiosa, amministrativa o culturale, quali si riflettono nella produzione geografica in lingua araba tra i secoli IX e XIV». Una memoria che si vuole cancellare anche attraverso un uso distorto e funzionale della archeologia, la cui pratica del fare mappe – scrive Fulvio Cozza – «diventa ben presto “un’arma gentile” della colonizzazione, strumento tutt’altro che neutrale bensì capace di incidere profondamente nella configurazione del paesaggio ma specialmente nell’immaginario collettivo nazionalistico». Un modo per giustificare e legittimare la sovranità territoriale israeliana sulla Palestina
A guardar bene, nella spedizione della Flotilla per il fatto stesso di collocarsi su uno scenario tra mare e guerra si addensano simboliche risonanze letterarie ed evidenti implicazioni antropologiche. La sfida nel Mediterraneo che da crocevia di incontri e di scambi è diventato muro invalicabile innalzato da arbitrari blocchi navali rievoca altre vicende, storiche e mitiche, coraggiosi sconfinamenti e utopiche avventure. Lo scontro è emblematicamente asimmetrico e diseguale: da una parte la fragilità di un grappolo di barchette disarmate che portano in dono cibo e farmaci invocando la pace, e dall’altra la potenza militare di un esercito che aggredisce, sequestra, arresta, facendo la guerra, come i pirati d’altri tempi. Nella sconfitta – in gran parte prevista – sono le ragioni del mito della missione umanitaria che ha compiuto un rito consumato col sacrificio degli uomini e delle donne umiliati dalla violenza israeliana e riscattati dalla emozionante partecipazione collettiva di una comunità transnazionale e transculturale, fondata nell’afonia e nel vuoto delle istituzioni politiche internazionali. Resta la potenza ineludibile del gesto, il valore segnico del cimento volto a violare il muro d’acqua, a rompere l’apartheid marittimo. Resta l’impresa ulissica, la testimonianza antropologica della prova, la metafora della traversata, in quanto viaggio, rischio, imprevisto seppure accompagnato dal sostegno ideale e culturale di chi non era a bordo ma da lontano soffiava il vento e gonfiava le vele. Non l’opera di un manipolo di eroi dunque ma una grande impresa collettiva.
Dentro la semantica di questa impresa, Giuseppe Sorce vi legge la sfida alle logiche cartografiche, ai confini disegnati nelle carte, al potere e al controllo sugli spazi del mondo e sui popoli che li abitano. «C’è un margine – si chiede – per poter pensare che il mondo non funzioni come le mappe ci dicono?». L’equipaggio della Global Sumud Flotilla ha dimostrato che «l’esercizio del potere, seppur cartografico, geolocalizzato e geolocalizzabile, deve sempre fare i conti con il mondo che nelle mappe non c’è, con i sentieri che in mare non si vedono ma che guidano le idee di chi ancora riesce a non essere indifferente». Il giovane migrante egiziano di nome Saeed – con cui Sorce si confronta nel suo scritto – chiamato a discutere della flottiglia, riconduce il discorso all’importanza del mare come referente materiale e simbolico del vissuto di quanti come lui tentano la traversata nel Mediterraneo: «Il mare davanti a te diventa una distesa senza sentieri e per questo ti spinge a pensare che qualcosa al di là possa essere meglio di qualcosa nel tuo al di qua. Il mare è morte, per alcuni, per altri è stato salvezza. Le linee che vedi sulle mappe in mare non ci sono. In mare ci sono solo le onde, il vento, le speranze e le paure di tutti».
Nel segno del mare le parole di Saeed e le riflessioni di Sorce connettono le migrazioni travagliate alle peripezie della Flotilla, ovvero la fuga dei migranti all’esodo dei palestinesi, il sogno d’Europa dei primi alle aspirazioni alla patria dei secondi. Un eguale movimento umano spinto dal comune desiderio di un nuovo ordine sociale e politico. Di una cartografia della violenza coloniale contemporanea che disegna «le linee che oggi tracciano le rotte migratorie e delimitano chi può attraversare e chi deve restare», scrive Giovanni-Clemente Rossi che rilegge la lezione di Frantz Fanon, «in un mondo dove le geografie della solidarietà terzomondista sono ormai spezzate», guardando alla condizione delle persone in movimento e alla Palestina come «al futuro dell’umanità stessa, perché è nei territori di confine – geografici, simbolici, affettivi – che si sperimentano le nuove tecniche del dominio e, insieme, le nuove possibilità di liberazione». I dannati della terra di oggi sono ancora come ieri le vittime delle violenze coloniali ma sono anche i figli delle migrazioni, protagonisti della decolonizzazione che «non è un evento del passato ma un processo ancora in corso che attraversa i confini, le città e le nostre stesse coscienze». Si legga a questo proposito la storia dell’operaio agricolo ed ex-schiavo sikh Balbir Singh nell’Agro Pontino, raccontata da Lauso Zagato. La sua liberazione descrive un percorso di soprusi materiali e di riscatto morale e civile dal «corpo notturno della democrazia d’Occidente» ovvero dalle moderne forme ed eterne pratiche del neocolonialismo.
Per partecipare in qualche modo alla tragedia umana ed esistenziale dei palestinesi si legga la struggente Lettera di un popolo condannato a morte di Muin Masri. Lo scrittore palestinese che vive in Italia dal 1985, sottolinea, tra nostalgia e indignazione, il ruolo fondamentale della solidarietà della società civile occidentale e, come in una preghiera, immagina e spera che «un giorno riavrò la mia patria, il mio Stato, la mia casa, il mio campo di grano, gli uliveti, il cimitero dove sono sepolti i nonni, gli amici e i 2000 mila anni di storia, la collina dove d’estate andavamo a caccia del gallo cedrone, la piantagione di banane e di datteri nella valle del Mar Morto e poi l’altro mare, il Mediterraneo, dove andavamo in gita scolastica….». Si legga infine l’intensa intervista che Nabil Bey Salameh, cantautore palestinese naturalizzato italiano, ha concesso a Francesco Medici e Alessandro Perduca, per capire la funzione politica della letteratura araba e della poesia in particolare, che «non è mai stata soltanto un esercizio di stile, ma un vero e proprio spazio di resistenza, di memoria e di sopravvivenza. In una condizione storica in cui il nostro popolo è stato espropriato della terra, disperso nel mondo e costretto a vivere sotto occupazione e assedio, la parola poetica ha custodito la nostra identità, la nostra lingua e la nostra dignità». Se la lingua è la patria dei palestinesi, la poesia è la casa, il riparo, la bandiera.
Le testimonianze di Muin Masri e di Nabil Bey Salameh ci riportano a Gaza, alla guerra mitigata da una tregua che è, in verità, annota Pietro Clemente, «un equivoco intermezzo pieno di minaccia. In questi due anni c’è stato davvero un incenerimento di esseri umani e di milizie, la distruzione di interi villaggi e di paesaggi, l’abolizione dei confini: non c’è che il vuoto intorno. Resta la paura del peggio». Se è vero infatti che a fare la pace non sono le istituzioni che firmano i trattati ma i popoli che imparano a convivere e a dialogare, la strada da percorrere è lunga e accidentata, piena di ostacoli e di trappole. Tanto più che “la pace attraverso la forza” progettata e perseguita nell’egocentrico disegno trumpiano è destinata a produrre tensioni, ad aprire nuovi fronti di combattimento, ad incubare altre più laceranti guerre. «In questo clima di mancanza di senso, di interdizione del pensiero attivo – aggiunge Clemente – in cui l’assurdo è la realtà e la realtà è l’assurdo, penso che la figura di Trump sia costruita come al contrario di una qualsiasi figura morale, una figura che pesca nell’immaginario del “cattivo” sul modello del male, mai su quella del bene. Ed è questo che disorienta continuamente».
Nel Mediterraneo dei Dialoghi di questo numero non c’è in tutta evidenza solo la Palestina. C’è come sempre la Sardegna, l’Isola di Emilio Lussu, di Grazia Deledda e della Casa Steri che ospita a Siddi il Museo delle tradizioni agroalimentari, illustrato con i contributi degli antropologi e degli studiosi che hanno collaborato venticinque anni fa alla sua fondazione. C’è la Tunisia di Claudia Cardinale, delle famiglie e degli artisti italiani che hanno vissuto nel Paese nordafricano nonché delle Scritture migranti che sono state al centro del convegno della IV edizione di Matabbia, tenutosi a Marsiglia: Da una riva all’altra, da una lingua all’altra, da un immaginario all’altro: l’ampia rassegna degli interventi qui pubblicati sulla letteratura degli italo-tunisini restituisce visibilità e rilevanza ad un patrimonio umano e intellettuale rimasto troppo a lungo nell’ombra. C’è poi tutto quello che fa di questa rivista un luogo ibrido di dialoghi e dibattiti sui libri letti, sulle mostre visitate, sull’attualità politica e culturale, sulla Storia e le storie del nostro Paese, sulle esperienze di ricerca e di studi, sulle problematiche delle aree interne e su figure come quella del giornalista Giuseppe Fava che nel centenario della nascita è ricordato con un approfondimento sugli aspetti poco noti della sua produzione artistica e letteraria. Ci sono infine le recensioni del film “Il castello indistruttibile”, che con la leggerezza di una fiaba racconta di bambini impegnati, in un contesto urbano degradato, a trasformare un edificio abbandonato in un luogo magico al riparo dalla violenza del mondo.
Nell’album che chiude il numero la fotografia d’autore – come quella intensamente espressiva scattata da Anna Consilia Alemanno, posta in apertura di questo editoriale – ribadisce nella varietà di temi e stili l’essenza figurativa e concettuale racchiusa in ogni inquadratura, la quintessenza di questa arte che rivela l’invisibile ai margini del visibile, quel paradigma formale per cui l’immagine non è mai solo se stessa rinviando ad altro, ad altro immaginario, ad altro da sé. Quanto rappresenta – soggetto, spazio, geometrie, luce, atmosfere – descrive in qualche misura anche lo sguardo di chi ha guardato per noi, prima di noi, ci dice qualcosa del fotografo e del suo modo di vedere e di stare nel mondo. Perché la fotografia è sempre un dialogo tra chi l’ha scattata, chi vi è ripreso e chi infine la guarda. Un dialogo che può aiutare a ripensare e riorganizzare la grammatica dei nostri sistemi di osservazione e di percezione della realtà in un tempo di rarefazione dei sensi e nella babele di rutilanti quanto effimere immagini mediatiche.
Domani scade il Memorandum che il nostro Paese ha firmato con la Libia nel 2017 e che è stato già rinnovato per ben due volte. Otto anni durante i quali una grande mole di documenti, inchieste e testimonianze dirette ha certificato l’orrore di quanto accade nei centri di detenzione libici dove sono destinati i migranti che respingiamo con l’aiuto delle milizie della Guardia costiera, da noi addestrata, finanziata ed equipaggiata. Una strategia odiosa sul piano morale e fallimentare sotto il profilo politico, dal momento che i flussi di immigrazione dalla Libia non sono affatto cessati. «Una vera e propria economia della violenza delegata: – scrive in questo numero Antonio Ricci – gli Stati donatori mantengono l’immagine di rispettare i principi umanitari, mentre le violazioni vengono “esternalizzate” a governi terzi, al riparo dallo sguardo delle opinioni pubbliche interne». Facciamo appello che sia sospeso e revocato definitivamente questo patto scellerato che ci rende responsabili della inosservanza delle convenzioni internazionali e dei diritti elementari delle persone, vergognosamente complici dei crimini sistematicamente commessi contro l’umanità.
Si confondono la pioggia e il sole/ in una gioia ch’è forse conservata/ come una scheggia dell’altra storia,/ non più nostra – in fondo al cuore/ di questi poveri viaggiatori:/ vivi, soltanto vivi, nel calore/ che fa più grande della storia la vita:/ Tu ti perdi nel paradiso interiore,/e anche la tua pietà gli è nemica.
A cinquant’anni dalla morte la voce del Poeta ci giunge ancora limpida e viva nel tempo inquieto delle passioni tristi.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025






