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Dopo cinquant’anni

Posted By Comitato di Redazione On 1 luglio 2026 @ 03:37 In Cultura,Letture | No Comments

Sciopero a Le Creusot, di Jules Adler, 1899

Sciopero a Le Creusot, di Jules Adler, 1899

di Roberto Fineschi [*]

L’edizione del Libro primo del Capitale di Karl Marx che esce in lingua italiana sotto la mia responsabilità scientifica presso l’Editore Einaudi di Torino, nella classica collana dei Millenni, in un grosso volume rilegato in 8° di 1288 pagine, arricchito da 16 quadricromie fuori testo inserite fra le pp. 208 e 689, la sedicesima delle quali, Lo sciopero, un olio su tela del 1899 di Jules Adler (1865-1952), un naturalista ricordato come «pittore degli umili», figura anche sulla prima pagina della sovracopertina. Quasi tutte le illustrazioni, opere dell’Ottocento e del Novecento, hanno a tema lo sfruttamento della classe operaia e la «questione sociale» mentre solo due sono legate alla ricezione di Marx nell’Unione Sovietica ed al realismo socialista. Il verso del cofanetto, un poster del 1980, nel quale una enorme bandiera rossa priva di simboli sovrasta piccole silouhettes di manifestanti in corteo, del pittore comunista Herbert Sandberg (1908-1991), già iscritto alla DKP e recluso negli anni 30 nel campo di concentramento di Buchenwald, ricorda assai discretamente il luogo in cui si volle fortemente la nuova edizione delle opere complete di Marx ed Engels, note con l’acronimo di Mega2(Marx-Engels-Gesamtausgabe), i cui primi due volumi uscirono nell’autunno del 1975 presso il Dietz Verlag di Berlino Est, la capitale della Repubblica Democratica Tedesca, che sarebbe perita nel 1989, prima del collasso dell’Unione Sovietica.

communist-manifesto8La mia edizione non sarebbe mai stata concepita senza la pubblicazione in edizione critica di tutte le edizioni e di tutti i manoscritti di Marx relativi al Capitale dal 1857,  l’opera senza la quale Marx sarebbe stato ricordato soltanto come un esponente minore della Scuola hegeliana di sinistra, filosofo disoccupato scolaro di Bruno Bauer e giornalista politico votato alla rivoluzione del 1848 in Germania e scampato alla cattura con l’esilio in Francia, Belgio e, infine, in Inghilterra, che diverrà la sua seconda patria. Il suo grandioso studio del modo di produzione capitalistico, purtroppo incompiuto a causa della vastità dell’impresa non dominabile da una sola persona, è ancora il modello teorico insuperato dell’economia capitalistica, essenziale alla comprensione del mondo in cui viviamo, ancorché non immediatamente applicabile, senza necessarie integrazioni teoriche, a orientarsi nei conflitti del tempo di quello che io chiamo il «capitalismo crepuscolare». Così s’illude chi fra le opere di Marx voglia trovare una organica teoria della politica, che egli ebbe bensì fra i suoi progetti che non ebbe mai il tempo di realizzare, così come non ebbe il tempo di elaborare il testo del secondo e terzo libro del Capitale, la cui pubblicazione si deve a Friedrich Engels, che si servì dei relativi manoscritti incompiuti dell’amico e sodale.

La mia edizione del Primo libro del Capitale, alla quale ho dedicato più di un ventennio e che finalmente posso dedicare al mio maestro e mentore Alessandro Mazzone, è basata sulla sezione seconda della muova MEGA, destinata a raccogliere tutti gli scritti economici di Marx dal 1857 alla morte. Questa sezione venne completata nel 2012 e consta di quindici volumi in ventitré tomi e consente di studiare l’autore Karl Marx indipendentemente da Engels e senza i filtri dei differenti marxismi che dalla morte di Marx in poi si sono avvicendati sulla scia soprattutto di movimenti politici, rivoluzionari o riformisti, democratici o autoritari.

7bdb695316e3a19bf9fcdf87c18fc6f5La prima edizione tedesca del Primo libro uscita nel 1867 rappresentò più che un approdo l’inizio di una rielaborazione che s’articola in quattro tappe. Le prime due riguardano la preparazione della seconda edizione tedesca, che subì modifiche sostanziali nel capitolo Merce e denaro, ed il lavoro per la traduzione francese, che Marx seguì passo passo redigendo e redistribuendo la teoria dell’accumulazione. Con l’edizione francese, la cui traduzione non soddisfece mai Marx, si conclude l’elaborazione della teoria di merce e denaro, del valore, del plusvalore e dell’accumulazione. La terza tappa è costituita dall’inserimento operato da Engels dei cambiamenti fondamentali nella terza edizione tedesca (postuma del 1883). La quarta edizione tedesca (1890) curata da Engels aggiunge altri passi dall’edizione francese ed è integrata da note di Engels.

Quanto ai primi capitoli, il primo specialmente, le modifiche sono decisive, soprattutto per la distinzione rigorosa fra valore e valore di scambio, che nell’edizione del 1867 non venivano usati univocamente. Nella seconda edizione il valore è la sostanza di valore mentre il valore di scambio ne è la forma fenomenica. Molte di queste modifiche furono elaborate nel Manoscritto 1871-72, che in questa edizione Einaudi è dato alle pp. 991-1072. Nella seconda edizione tedesca si ha poi una importante serie di precisazioni, p. es. la distinzione fra lavoro e processo lavorativo nel quinto capitolo o, per quanto riguarda la teoria del plusvalore, si mostra come il saggio di sfruttamento non ne dia la grandezza assoluta. Viene poi, altresì, sottolineata la differenza fra capitale costante e capitale variabile ed evidenziato il ruolo delle macchine nell’aumento dello sfruttamento della forza-lavoro.

Nell’edizione francese i cambiamenti si concentrano nella seconda parte del testo. Si introduce la categoria fondamentale di lavoratore complessivo come nuova soggettività lavorante, accolto da Engels nella terza edizione tedesca. Come accennato, però, le modifiche più importanti riguardano la teoria dell’accumulazione, con il concetto di «composizione organica» e la distinzione tra concentrazione e centralizzazione dei capitali.

Tutto ciò posto, qual è tra le edizioni menzionate quella da considerare la definitiva? Cronologicamente l’ultima pubblicata sotto la responsabilità di Marx è quella francese, che l’autore ritenne doversi indicare ai lettori tedeschi addirittura come testo di riferimento.  Ciononostante, nel suo complesso, l’edizione francese non è l’«ultima mano» di Marx al Libro primo del Capitale. Infatti, in un prospetto per una terza edizione tedesca, Marx indica la seconda edizione tedesca come testo di riferimento da integrare, analogamente all’indicazione da lui data per una solo progettata edizione statunitense. La medesima istruzione è data dall’autore per la traduzione russa.  Pertanto, nonostante il valore che l’autore annettesse agli sviluppi della teoria dell’accumulazione trattati nell’edizione francese, mai Marx considerò la francese quella definitiva, non da ultimo per la qualità della traduzione che Marx non riuscì a rendere adeguata nonostante la sua personale revisione. Lo si vede chiaramente dagli scostamenti della traduzione francese dal tedesco registrati dall’apparato al volume VII della seconda sezione della nuova MEGA. Quella che ne risente maggiormente è la terminologia filosofica dell’autore.

9788882924249La nuova edizione Einaudi ha in appendice tutti i materiali preparatori relativi al primo libro. La loro traduzione, in base ad un lessico concordato (pp. XXXIV-XLII), è nata dalla cooperazione tra me, Stefano Breda, Gabriele Schimmenti e Giovanni Sgrò. Una edizione italiana precedente da me curata come volume XXXI in due tomi delle Opere complete di Marx ed Engels per i tipi de La città del Sole, Napoli 2011, utilizzava parzialmente, rivedendola, la versione autorevole di Delio Cantimori, valendosi della collaborazione di Giovanni Sgrò, che tradusse il Capitolo VI inedito. Quella edizione può essere considerata preliminare e preparatoria della presente einaudiana.

Qualche considerazione va a questo punto fatta riguardo al rapporto di Marx con Engels, visto che, alla luce dei risultati filologici acquisiti dalla nuova MEGA, non è più possibile sostenere che il pensiero dei due amici fosse identico. In particolare occorre affrontare la questione dibattuta sulla cosiddetta «produzione mercantile semplice» come fase storica della produzione umana e il nodo teorico a questa questione connesso del rapporto fra metodo logico e metodo storico.

In rapida sintesi: la «produzione mercantile semplice» di cui disse Engels non esiste, né come fase storica della produzione umana associata precedente il capitalismo, né come antecedente logico o categoriale del modo di produzione capitalistico. Oggi il consenso degli studiosi su questo punto è unanime ed accoglie le conclusioni cui è giunto Rolf Hecker: ciò di cui si tratta nel Capitale è la circolazione semplice e non la produzione semplice di merci. Marx costruisce un modello nel quale si mostra che cosa è necessario perché lo scambio sia pensabile, senza riferimento diretto al modo in cui le merci sono state prodotte.

L’altro errore di Engels sarebbe la contrapposizione di metodo logico e metodo storico. Infatti solo disponendo di un modello teorico si può accedere all’empiria e solo in virtù di questo stesso modello si può intendere che cosa significhi storico. La successione cronologica degli accadimenti non è altro che una congerie di fatti privi di rilevanza scientifica. Un prima e un dopo è infatti pensabile solo assumendo la continuità delle forze produttive. Incorrendo in questi errori Engels sarebbe stato troppo poco hegeliano, nonostante convenisse con Marx sul ruolo essenziale della dialettica, innegabilmente teorizzata nella logica di Hegel.

Attraverso studi accurati ritengo che dedicandosi alla critica dell’economia politica Marx abbia abbandonato la critica della dialettica mistificata di Hegel del 1843, nonostante che echi dell’appropriazione giovanile della filosofia hegeliana sopravvivano anche nell’opera matura, anche dopo la «cesura epistemologica» intervenuta nel 1845 di althusseriana memoria. In altri termini: non si capisce in che cosa consista il famoso capovolgimento della filosofia hegeliana.  Sostenere che il primato spetti all’essere e non più all’Idea o al pensiero non dice molto perché presuppone che queste categorie siano note e investigate, tanto più che nelle interpretazioni più grossolane si accetta l’identità in Hegel di pensiero e coscienza, dove quindi il rapporto pensiero-materia viene ridotto alla banalità secondo cui in Hegel quello che gli individui pensano determinerebbe il rapporto sociale mentre per Marx varrebbe il contrario.

9788858160749_0_0_424_0_75A ben vedere, per il Marx maturo, che prima di procedere alla stesura del Capitale rilegge con profitto la Logica di Hegel, è proprio la teoria a dirci che cosa sia la realtà del capitale prima in forma astratta e poi in modo sempre più concreto e determinato, ma sempre sulla base del proprio autosviluppo, sulla base cioè della logica specifica dell’oggetto specifico, e non con il paragone con qualcosa di storico che gli sia estraneo. Questo è per Marx l’unico modo di appropriarsi della realtà. Naturalmente l’essere non coincide con il proprio rispecchiamento, al quale altrimenti sarebbe identico, ma ciò non significa che la teoria non sia la chiave di accesso alla realtà e che essa non la rappresenti nella misura in cui è sviluppata. Non resta dunque che cercare la dialettica nella teoria del capitale, ossia svolgerne la contraddizione immanente, per vedere se così è possibile sviluppare un modello complessivo.

Ho già detto dell’incompiutezza dell’analisi marxiana. Si tratta ora di fare qualche cenno a ciò che in quest’analisi manca.  Sicuramente manca una teoria organica della finanza. A Marx non sfuggiva che la teoria del capitale dovesse raggiungere il suo apice proprio nella dimensione finanziaria, ma oltre a formulare il concetto base del capitale azionario non c’è molto altro nei suoi scritti: Si tenga conto che, ai suoi tempi, erano le condizioni a non esser mature per svolgere l’argomento in tutta la sua complessità. Gli sviluppi reali non si manifestavano ancora. La seconda assenza rilevante è poi quella dello Stato, inteso sia come agente economico che come ente politico-ideologico che retroagisce sulle condizioni economiche.

Resta infine da formulare una sintesi capace di tenere insieme tutto quanto, in un sistema delle relazioni economiche nazionali-transnazionali e tra Stati. È un lavoro immane ma Marx ci ha lasciato gli strumenti adatti per affrontarlo.

Accenno a due possibili vie da imboccare, coerenti con l’impianto del Capitale e, così spero, idonee a spiegare alcuni dei fenomeni drammatici con cui ci confrontiamo oggi. Come Marx aveva previsto, nel mondo capitalisticamente avanzato ci troviamo di fronte ad una crisi di stagnazione, vale a dire di difficile valorizzazione reale del capitale, dovuta alla crisi strutturale di sovrapproduzione in diversi settori fondamentali. A questo fenomeno si aggiunge una crescente disoccupazione, prevista da Marx, con processi che ormai coinvolgono anche il lavoro intellettuale.  Esistono da alcuni anni fabbriche automatizzate al 100% ma ora anche giornalisti, avvocati, scrittori ecc., tutti largamente coadiuvati dall’intelligenza artificiale. Una massa crescente di individui rientra in quella che Marx chiamava disoccupazione stagnante. Vi sono persone che non hanno più un salario da spendere in beni di consumo, ciò che, a sua volta, comprime la domanda di beni.

Questa disoccupazione ormai strutturale si ripercuote sulla figura identitaria fondamentale generata dal capitalismo nella fase della sua ascesa, ossia la persona, fondamento degli ideali universalistici borghesi, i diritti dell’uomo e del cittadino. Questi principi hanno funzionato finché il capitalismo è riuscito a tenere assieme sfruttamento della forza-lavoro nella produzione e universalità dei diritti a livello della società degli scambianti, di modo che gli sfruttati nella produzione si sentissero liberi e capaci di autorealizzazione come agenti dello scambio. La disoccupazione strutturale comporta che i diritti universali di cui gli individui sono titolari per legge vanno a confliggere con l’impossibilità di praticarli nella vita reale. Nel sistema nasce quindi il problema dell’inclusione e dell’esclusione: se i posti sono limitati, chi potrà accaparrarsene uno e chi invece sarà tagliato fuori?

Contro i troppi esclusi sono possibili politiche di sostentamento artificiale, come il reddito di cittadinanza, che corrispondono alle erogazioni del tardo impero romano. Oppure si può passare alle maniere forti, ovvero farle morire di stenti o direttamente ucciderli.  Il tentativo di arginare in maniera violenta le masse di migranti o direttamente di sopprimerle è una strategia drammaticamente coerente con queste dinamiche generali.

Moltissimo resterebbe ancora da dire ma debbo tuttavia giungere a una conclusione di questo mio intervento. Quel che mi premeva era indicare sommariamente come alcuni degli aspetti più drammatici dell’attuale fase di sviluppo capitalistico trovino spiegazione come tendenze di lungo periodo teorizzate da Marx, per quanto egli stesso non potesse immaginarle direttamente. Insomma Marx fornisce un orizzonte di senso a fenomeni quali quello appena delineato. Questo orizzonte di senso necessita, come quadro teorico generale, di specifici approfondimenti.

Quello marxiano, naturalmente se correttamente inteso, resta un solido modello analitico, uno strumento ancora vitale, indispensabile per orientarsi nel difficile mondo che ci circonda, per non perdere la speranza in un cambiamento possibile, per operare quel passaggio urgente verso una società libera ed emancipata. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
[*] Il presente testo è frutto della rielaborazione dell’intervento del sottoscritto tenuto a Palermo in data 8 maggio 2026 in occasione della presentazione della nuova edizione del Capitale organizzata dall’Istituto Gramsci e svoltasi nei locali di Legambiente presso i Cantieri Culturali della Zisa.
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Roberto Fineschi, è professore presso la Siena School for Liberal Arts, docente di Storia della filosofia e di Filosofia Politica in Study Abroad Program for American Universitied and Colleges, ha insegnato all’Università dell’Oregon è si è affermato come studioso di livello internazionale dell’opera di Marx già prima di conseguire il dottorato di ricerca a Palermo, ricevendo il premio Rjazanov a Berlino nel 2002 dall’Associazione per la promozione dell’edizione MEGA (secxonda edizione critica delle opere di Marx ed Engels). È autore di una decina di monografie e di numerosissimi articoli. Definitiva per l’Italia è l’edizione da lui diretta del Primo Libro del Capitale di Marx uscito per i Millenni Einaudi.

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