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Dono ed elemosina: due facce della stessa medaglia?

Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2015 @ 00:18 In Cultura,Società | No Comments

Giotto,Il dono del mantello,1295

Giotto, Il dono del mantello, 1295

 di Antonella Modica

Parlare di dono oggi ha il sapore dell’anacronismo. Nell’odierna società capitalistica ciascuno di noi sa che può comprare tutto, o quasi. I nostri sogni, i nostri desideri e i nostri stessi bisogni sono sempre più condizionati dalla pubblicità, dai messaggi che ogni giorno, in modi diversi e attraverso differenti canali di comunicazione, ci bombardano.

Il dono ha assunto un ruolo marginale nella nostra vita. Lo scambio dei doni è oggi limitato ad occasioni ben precise e socialmente stabilite: compleanni, Natale, matrimoni, lauree… In queste situazioni ci poniamo molte domande «Cosa posso comprare? Questo regalo sarà adatto? Piacerà alla mia amica? Avrò speso abbastanza?». Ma cosa significa donare?

Letteralmente il dono, dal latino donum, è un bene che si consegna volontariamente ad una seconda persona, senza ricevere o esigere di contro una ricompensa. Un gesto libero, disinteressato, svincolato da qualunque logica utilitaristica che mette in relazione tra loro due soggetti, indipendentemente dal valore del dono. Quest’ultimo deve però fare i conti con un elemento chiave insito nella sua stessa natura: la reciprocità.

Negli anni Venti del ‘900 il francese Marcel Mauss nel suo Saggio sul dono dimostra come presso numerosissime società gli scambi e le relazioni economiche avvengano sotto forma di doni e come la stessa dinamica del dono abbia in sé una logica contrattuale. L’elemento centrale di questo complesso meccanismo diventa allora il dovere sociale del ricambiare con un dono di valore almeno equivalente a quello ricevuto. La restituzione è un obbligo morale che presuppone una grande fiducia nei confronti degli altri. Il dono non ricambiato crea una situazione di asimmetria, di disequilibrio e disordine che deve risolversi per tornare su un piano di equilibrio.

Seguendo Mauss, i doni si configurano quindi come un potente mezzo per stabilire e mantenere rapporti di carattere sociale. Da questa prospettiva il dono acquista un’importanza sociologica fondamentale: lo scambio di beni (materiali e immateriali) è un elemento cenrale e costitutivo di ogni rapporto sociale. Donare non è un mero fatto economico. Ciò che conta è che attraverso lo scambio reciproco di beni e servizi sia possibile accrescere la coesione e la solidarietà all’interno del proprio gruppo sociale. Il donare ha quindi una portata più ampia del dare, una ricchezza che crea legami tra donatori e donatari. L’atto del donare è un tipo di relazione simmetrica, basata sulla triade dare-ricevere-restituire dalla quale non si può facilmente uscire per l’implicito doppio legame che lega donatore e donatario in catene di prestazioni e controprestazioni, offerte e contro offerte che trascendono dalla semplice interpretazione economicista.

Parmigianino: L'adorazione dei magi

Parmigianino, L’adorazione dei magi, 1529 (particolare)

Claude Lévi Strauss, prendendo spunto dalle osservazioni di Marcel Mauss, sottolinea come anche nella nostra società sussistano delle grandi forme di scambio ritualizzato la cui funzione è quella di rinsaldare i vincoli di reciprocità e fiducia che ci legano gli uni agli altri. Ritroviamo il principio di reciprocità alle origini del matrimonio e delle strutture della parentela. «Lo scambio, fenomeno totale, è innanzitutto uno scambio totale che abbraccia le cibarie, gli oggetti fabbricati e la categoria dei beni più preziosi: ossia le donne» (Lévi Strauss, 1947: 111). Le regole del gioco, basate sul principio di reciprocità, sono molto semplici: un padre dona la propria figlia e sa che attraverso tale dono creerà un’alleanza destinata ad alimentare una serie di scambi successivi per cui il figlio o il nipote riceveranno a loro volta una donna. Il dono, ancora una volta, è il principio costitutivo delle relazioni umane e della stessa vita sociale. Inoltre il dono «non concerne soltanto momenti isolati e discontinui dell’esistenza sociale, ma la sua stessa totalità. Ancor oggi non è possibile avviare o intraprendere alcunché, niente può crescere e funzionare se non nutrito dal dono» (Godbout, 1993)

Nel corso degli anni è andato pian piano affermandosi un nuovo tipo di dono agli sconosciuti, detto dono generalizzato.

«La reciprocità è un’intera classe di scambi, un continuum di forme […]; ad un’estremità del continuum c’è l’assistenza prestata gratuitamente, i piccoli scambi delle relazioni quotidiane, familiari, di amicizia e di vicinato, il regalo puro come lo chiamò Malinowski, al cui riguardo sarebbe impensabile e non amichevole un aperto contratto di restituzione. All’estremità opposta c’è la rapina volta all’interesse personale» (Sahlins, 1972: 104-105).
«Il dono della carità non è più il dono al prossimo, al vicino, a qualcuno che conosciamo, ma diventa un dono finalizzato a lenire tutte le sofferenze in generale. Al soggetto singolo del destinatario si sostituisce una categoria (poveri, affamati, affetti da determinate malattie, colpiti da catastrofi) più o meno vasta e quanto mai anonima» (Godelier, 1996: 12).

Il dono generalizzato non presuppone e non crea legami di nessun tipo tra donatore e donatario e viene a configurarsi come un sistema che ha come scopo principale la diffusione di un sentimento di solidarietà tra chi ha ricevuto di più e chi ha ricevuto di meno. Sostanzialmente ciò che differenzia il dono dal dono generalizzato è la scelta libera e consapevole e il non aspettarsi nulla in cambio, almeno nell’immediato. Nel dono generalizzato il donatore non sceglie un oggetto o un servizio che possa in qualche modo rappresentare e dare voce al suo rapporto con il donatario. Il donatore spesso non conosce il donatario e quindi, venendo meno il legame che si crea attraverso il dono viene a mancare il rapporto tra donatore e donatario, tradizionalmente basato sulla fiducia. Il dono a sconosciuti non prevede un controdono:

«il dono generalizzato è una ruota che gira. Si dà non a qualcuno ma alla società e si sa che si riceverà».(Godbout, 1998: 40).

Nel dono generalizzato chi riceve non entra nella spirale del dare-ricevere-ricambiare ma l’atto del donare si conclude esattamente nel momento stesso della ricezione del dono. Viene a crearsi una falla nel sistema di dono che «dà vita a gerarchie sociali ed economiche che si trasformano inevitabilmente in rapporti di forza e trasforma il ricevente in debitore impotente» (Aime, 2002: XVIII). Ciò che potrebbe quindi sembrare un atto gratuito si rivela un gesto ambiguo e rischioso perché, come già detto da Mauss, nulla è meno gratuito del dono.

Silvestro Lega,L'elemosina,1864

Silvestro Lega, L’elemosina, 1864

L’elemosina, a ben vedere, si configura come una particolare forma di dono generalizzato. Il termine deriva dal greco eleemosyne, a sua volta da eleèo – ho compassione, pietà – , e indica un atto generoso nei confronti di chi si trova in una situazione di svantaggio, ciò che si dona per carità. L’elemosina quindi si basa sulla disparità e sulla differenza tra chi dona e chi riceve, sia sul piano sociale che economico, concludendosi nell’atto stesso della donazione; non impone nessuna relazione duale e non sottolinea il legame necessario fra dono e contro dono. Il donatore non ha alcun interesse ad instaurare qualsivoglia tipo di rapporto con il donatario, escludendolo in tal modo dalla propria dimensione socio-culturale. Viceversa chiedere l’elemosina si configura come un gesto di rinuncia e rassegnazione, di esclusione da questa società che non ha posto al suo interno per coloro che, trovandosi in una situazione di disagio e svantaggio, non rispondono ai canoni da essa stessa stabiliti e imposti.

Il circolo virtuoso identificato da Mauss si spezza. Alla triade donare-ricevere.-contraccambiare viene a mancare il terzo elemento. L’elemosina viene quindi a configurarsi come un rapporto di dono asimmetrico che ha la sua essenza nel binomio dare/ricevere e il suo movente nella disuguaglianza economica e sociale. I mendicanti, i poveri, gli emarginati, gli immigrati, i loro volti anonimi segnati da stenti e fatiche sono tutto quello che noi non siamo, sono tutto quello che noi non vorremmo mai diventare, altro da noi stessi, così lontani da noi ma nello stesso tempo così vicini.

«Sono una frontiera, l’inattraversabile, l’impercorribile, un po’ come già morti. E l’idea dell’offerta a questi morti partecipa di una volontà evidente e immediata di restare all’interno delle nostre frontiere, né mendicanti anonimi, sprofondati sull’asfalto dei corridoi, né peraltro nessuno dei nostri compagni occasionali»(Augé, 2010: 79).

Ritorna ancora una volta il tema della paura dell’altro, del diverso, dello straniero che la politica e i mass media contribuiscono in larga parte ad alimentare. In giro per le nostre città sempre più spesso ci imbattiamo in senzatetto, immigrati e non, che chiedono l’elemosina, alcuni

«sostituendo alla domanda orale salmodiata un pezzo di cartone o una lavagna che fornisce qualche informazione sulla loro sorte e sulla loro situazione, instaurando così una specie di mendicità “muta”, per usare un’espressione relativa al primo commercio con i popoli “primitivi” benché sostituita dalla scrittura» (Augé, 2010: 77).

Di fronte a tale spettacolo ci si sente insicuri, si ha paura, le sicurezze personali barcollano, la certezza di appartenere ad unospecifico e riconoscibile gruppo sociale, di possedere una peculiare e riconoscibile cultura viene meno, si dissolve in un melting-pot più grande dei propri punti di riferimento socio-culturali. Da qui l’atteggiamento di rabbia e sfida nei confronti di chi è causa di questa “nostra” situazione di straniamento e malessere. Per porvi fine è necessario, e qui entra in scena Bauman, considerare gli stranieri non come il parametro di riferimento privilegiato per analizzare l’alterità ma, poiché fanno parte della nostra società e vivono tra noi, farne il metro di valutazione e paragone per osservare noi stessi.

Dialoghi Mediterranei, n.15, settembre 2015
Riferimenti bibliografici
M. Aime, Prefazione all’edizione italiana dell’Essay  sur  le  don  di Marcel Mauss, Einaudi, Torino, 2004.
M. Augé, Un etnologo nel metrò, trad. it., Elèuthera, Milano, 2010
Z. Bauman, Voglia di comunità, trad. it., Laterza, Roma-Bari, 2001.
J.T. Godbout, Lo spirito del dono, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 1993           .
J.T. Godbout, Il linguaggio del dono, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 1998
M. Godelier, L’énigme du don, Fayard, Paris, 1996.
C. Lévi Strauss, Le strutture elementari della parentela, trad. it., Feltrinelli, Milano, 1947.
M. Mauss, Saggio sul dono, trad. it., Einaudi, Torino, 2002.
M.D. Sahlins, La sociologia dello scambio primitivo, in  E. Grendi (a cura), L’antropologia economica, trad. it., Einaudi, Torino, 1972.
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Antonella Modica, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo con un lavoro di ricerca dal titolo Cannibalismo e sacrifici umani: quando l’uomo diventa buono da mangiare, si è successivamente specializzata nella valorizzazione e musealizzazione delle tradizioni etno-antropologiche. Tra i suoi interessi questioni relative soprattutto al recupero della conoscenza degli antichi mestieri e della cultura immateriale ad essi connessa.

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