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Difesa non armata e nonviolenta. I problemi di fondo dell’attuale dibattito

1di Annibale C. Raineri 

Questi appunti hanno alle spalle le riflessioni collettive e le azioni che la Comunità dell’Arca ha sviluppato negli ultimi quattro anni, a partire dalla invasione russa dell’Ucraina. Essi sono però espressione unicamente del mio pensiero e specialmente della inquietudine suscitatami dalla proposta di legge di iniziativa popolare. 

È in corso la raccolta di firme per la presentazione di un disegno di legge di iniziativa popolare sulla istituzione, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, di un Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta, proposto dalla Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile, da Rete Italiana Pace e Disarmo, e da Sbilanciamoci, depositato in Cassazione il 16 marzo 2026. Tale iniziativa concretizza la “campagna per il disarmo e la difesa civile” il cui obiettivo è la «costituzione di un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile con le proprie autonomia e modalità di lavoro delle varie componenti oggi esistenti fra cui il Servizio civile, i corpi civili di pace, la Protezione civile oltre ad un ipotizzato Istituto di ricerca su Pace e disarmo» (https://www.difesacivilenonviolenta.org/). 

da Contropiano

da Contropiano

Problematicità 

Contenuti 

Osservo in via preliminare che un valore non secondario di questa iniziativa è il fatto che essa vede come soggetti promotori gran parte delle realtà del pacifismo e della nonviolenza italiani. Questo dato potrebbe costituire, e me lo auguro, un segno di inversione di tendenza rispetto alla lunga tradizione di soggetti che “operano ognuno per sé”, raramente in grado di unificare il proprio agire. L’urgenza che sento di costruzione di un ampio movimento non può infatti essere soddisfatta attraverso la costruzione di “reti”, che per loro natura mantengono inalterata la “individualità” di coloro che, attraverso la rete, entrano “in connessione”.

Il Disegno di legge è stato fatto oggetto di critiche da parte di alcuni esponenti della sinistra. Fra queste critiche un articolo di Serena Tusini sulla rivista online “Contropiano” (https://contropiano.org/news/politica-news/2026/03/28/la-guerra-igiene-del-mondo-politico-0193472 ). Serena Tusini prova a considerare la proposta nell’attuale contesto politico italiano ed internazionale, e la iscrive dentro il quadro della cosiddetta “difesa totale”, teoria da anni assunta da tutti i sistemi di difesa militare, che comprendono dentro di sé l’uso di civili non armati. Non entro nelle argomentazioni dell’articolo. Dico solo che la sua critica mi sollecita la consapevolezza che, dato questo contesto, la proposta potrebbe divenire, nel processo di elaborazione parlamentare e indipendentemente dalla volontà dei promotori, integrabile nel progetto di ristrutturazione del sistema di difesa del governo di destra (ma non solo, v. evoluzioni in sede europea): «La destra potrà portare davanti al proprio elettorato un rilancio del mondo militare e dei suoi valori [nazionalpatriottismo, A. R.], la sinistra porterà un finto pacifismo sotto il quale si nasconde in realtà una completa adesione alla guerra e alla sua preparazione» (S. Tusini).

Alle critiche di Serena Tusini ha risposto su “pressenza.com” Andrea Cozzo (https://www.pressenza.com/it/2026/04/proposta-di-legge-per-un-dipartimento-di-difesa-civile-non-armata-e-nonviolenta-parliamone/). Cozzo rileva che S. Tusini fraintende il senso della proposta, ignorando del tutto i contenuti decennali delle elaborazioni in merito alla difesa civile nonviolenta cui si ispirano i promotori. In particolare l’obiezione alle critiche poste da Serena Tusini consiste nel fatto che viene ignorata l’elaborazione teorica di parte del movimento nonviolento del transarm, secondo cui, essendo improponibile l’immediata soppressione delle forze armate, occorre lavorare ad un processo graduale che, inserendo nei sistemi attuali di difesa strutture e modalità di azione nonviolenta, possa anzitutto incrinare la monoliticità della difesa armata-militare come unico modo di tutela delle comunità e dei territori, con l’obiettivo di sostituire gradualmente un modello di difesa nonviolenta e non armata a quello attuale armato e militarizzato (anche nella forma della “difesa totale”, che include i civili non armati, da tempo teorizzata anche in sede NATO).

Osservo che il senso di un disegno di legge non sta nella cultura di provenienza dei promotori, ma unicamente nel testo dell’articolato e nella Relazione illustrativa. È questo che resta agli atti parlamentari, questo ciò che entra nel dibattito istituzionale. Testi (articolato e relazione) che i singoli parlamentari e i loro gruppi leggeranno a partire dalla propria cultura (che sul tema della difesa e del riarmo non è poi così diversa fra destra e sinistra). Se, come è il nostro caso, non si è anticipatamente costruita una ampia campagna di mobilitazione che produca una narrazione alternativa alla militarizzazione della vita civile e sociale (dentro cui unicamente proporre modifiche istituzionali), resta, nel dibattito politico dentro cui si inserisce un disegno di legge, soltanto ciò che si legge nella Relazione: «L’obiettivo non è quello di sostituire la difesa militare, bensì di affiancarla e integrarla, offrendo allo Stato ulteriori strumenti per affrontare minacce e rischi che, sempre più frequentemente, richiedono risposte civili, partecipate e orientate alla protezione dei diritti fondamentali», o all’art. 1 «[…] la difesa civile, non armata e nonviolenta, […] complementare alle forme di difesa militare e finalizzata alla tutela delle persone, delle comunità e delle istituzioni democratiche».

Sebbene non è proponibile immediatamente la soppressione dell’esercito, queste formulazioni, nel contesto dato, mi sembrano facilmente integrabili nella campagna di paura ed emergenza bellica che giustifica il rilancio militarista, anche perché il concetto di “difesa nazionale” si è progressivamente trasformato in quello di “difesa degli interessi nazionali”, assumendo di fatto un esplicito contenuto aggressivo extraterritoriale. Proprio le espressioni «complementare» «affiancare ed integrare» la difesa militare, stanno alimentando anche nel mondo nonviolento alcune riflessioni critiche, anche da parte di figure autorevoli sia nella riflessione teorica sulla difesa popolare nonviolenta sia nell’impegno politico su tale questione. Sarebbero infatti proprio quelle espressioni della Relazione illustrativa e dell’articolato che mostrano quanto questa proposta non rispecchi la finalità storica del movimento nonviolento di costruire una difesa alternativa a quella militare (osservo incidentalmente che lo slittamento terminologico realizzato negli anni da “Difesa Popolare Nonviolenta” a “Difesa civile nonviolenta” è sintomatico di qualcosa da interrogare).

Un ulteriore appunto sulla questione dei finanziamenti: alcuni sostengono che questa legge introducendo l’opzione fiscale del 6‰ «a favore della difesa civile non armata e nonviolenta […] consentirebbe ai cittadini in sede di dichiarazione dei redditi di decidere di finanziare la pace e non la guerra [riprendendo] una storica battaglia del movimento degli obiettori di coscienza alle spese militari, la cosiddetta obiezione fiscale» (Alfio Nicotra, https://contropiano.org/interventi/2026/04/13/la-difesa-nonviolenta-nemica-irriducibile-della-guerra-come-igiene-del-mondo-0193970, corsivo mio). Osservo che l’opzione del 6‰ non intacca assolutamente la spesa militare. Non demonizzo il fatto ovvio che le somme destinate al Dipartimento sarebbero tolto da altre voci di spesa, ma il rischio è che, senza una battaglia forte contro l’ammontare della spesa militare, il finanziamento del Dipartimento finirebbe per implicare ulteriori tagli alla spesa sociale. Comprendo le ragioni per cui non si è voluto finanziarlo togliendo le somme al Ministero della Difesa (per evitare che, con questa “scusa finanziaria” l’apparato militare pretendesse un ruolo di controllo dell’istituendo Dipartimento), ma essere fedeli alla verità e complessità delle cose è il minimo per non omologarsi alla “politica del piazzista”, per essere autorevoli.

La presentazione di un disegno di legge non è un atto pragmatico. È anzitutto un atto simbolico (la dimensione pragmatica interverrà dopo, nell’iter parlamentare che, se accadrà, darà luogo ad una nuova legge), specialmente in un’epoca di profonde trasformazioni, di crisi profonda (krisis, giudizio, taglio simbolico). È su questa dimensione simbolica che dovremo misurare il valore della proposta di legge sulla quale stiamo ragionando. 

Il tempo 

Sento molto l’esigenza di concentrarsi sull’essenziale. Ma l’essenziale non esiste in sé, è il punto di precipitazione del tempo presente. È rispetto al tempo presente che occorre misurare l’essenzialità o l’accidentalità delle azioni che decidiamo di compiere. È rispetto al tempo presente che prima di agire devo interrogarmi: «Perché desidero compiere questa determinata azione?»

Il tempo presente è segnato dalla forza della violenza, della guerra che tenta di penetrare in tutti gli ambiti della vita e senza alcun limite né morale né giuridico. Guerra e dittatura (anche non formale, “democratica”) sono il nostro orizzonte. Questa realtà del tempo presente non è colta dalle forze politiche democratiche o di sinistra, ma viene colta sempre più da ampie fasce di persone che rispondono quando e se si sentono interpellate, da una parola vera, cioè anzitutto non equivoca (e per questo autorevole). È stato il caso di Gaza e della Global sumud flottilla ed è stato il caso del referendum costituzionale e del movimento No Kings. Se invece il discorso è privo del senso di drammaticità del presente, se è privo di questo legame forte fra la parola e il reale (privo cioè di verità), cade nel disinteresse.

A me sembra che entrare in questo modo e in questo contesto dentro dinamiche istituzionali significa far sì che il discorso nonviolento resti intrappolato in discussioni infinite che aleggiano in un mondo del tutto immaginario. In questo mondo surreale si perde la forza di contestazione e di estraneità al sistema militare, che non è solo le armi, ma è disciplinamento, catena di comando che si estende sempre più all’intera vita delle persone (come ben sapevano coloro che subivano la galera lottando, nella posizione di richiamati, per la democratizzazione e costituzionalizzazione dell’esercito, cosa che, assieme all’obiezione, è stata cancellata dalla sospensione della leva obbligatoria e dalla professionalizzazione totale dell’esercito). 

9788816402539Profezia 

Entrare in questo modo in una dinamica istituzionale rischia di far perdere totalmente al discorso nonviolento la profezia. È ciò che ci chiede il tempo presente? Costruire un discorso profetico intorno alla pace e alla guerra, farne narrazione comune non è fare una campagna d’opinione. La profezia non è un’opinione: non è forse la mite ma ferma parola profetica del Papa a generare una forza insperata, perché proprio da quella capacità di “tenere la posizione” (tecnica nonviolenta) ottiene autorevolezza, possiede la “forza della verità”? Il discorso nonviolento, nella sua dimensione profetica, mira alla coscienza, e così può disinteressarsi dei numeri. La sua forza deriva dalla verità inconfutabile delle sue parole, si basa «sulla forza di costrizione racchiusa nel semplice enunciato che due più due fa quattro» (Lanza del Vasto, Che cos’è la non violenza, trad. it. Jaca Book, Milano 1990: 16). Scopo del discorso profetico non è quello di convincere (per questo non ha problema di maggioranza o minoranza), esso mira a produrre un effetto di verità nella coscienza di chi ne è raggiunto (colpito, trafitto). Il discorso profetico non ha come fine di svelare ciò-che-è-nascosto (ancor meno di predire il futuro). Esso piuttosto costringe a vedere ciò-che-non-è-nascosto, ciò che è sotto gli occhi di tutti ma che ci si rifiuta di vedere. Per questo non abbisogna della retorica dialettica o della argomentazione confutatoria o dimostrativa.

So bene che profezia e politica, diverse, sono ambedue necessarie (anche se ciascun tempo richiede un diverso bilanciamento delle due [1]), ma so pure che un discorso politico che abbia perso il rapporto con la parola profetica è o mero dominio o subalternità inessenziale, mero flatus vocis che copre altre dinamiche ed un altro senso. 

Politica 

Torno quindi alla dimensione politica dentro cui nasce la questione che abbiamo di fronte, e che per sua natura non ha l’evidenza e la cogenza del 2+2=4. A differenza dell’azione profetica (che si impone per se stessa), l’agire politico ha una intrinseca dimensione strategica: non può pensarsi nella forma della “lista della spesa”, ma piuttosto, avendo di mira l’efficacia delle azioni, necessita della loro gerarchizzazione e della costruzione di una sequenza temporale («Cosa è più importante? cosa faccio prima e cosa faccio dopo per raggiungere lo scopo che mi prefiggo?»), in relazione alla situazione data, cioè al campo di forze (e alla loro costruzione) che sono presenti nella congiuntura.

nokingsRitorno quindi alla questione che più mi preme: Perché si è deciso di lanciare, oggi e così, questa proposta? Perché non impegnarsi (in questo contesto di rinascita di movimenti di opposizione No Kings, No Wars, per la difesa e il rilancio della Costituzione, e specialmente dello straordinario risveglio del mondo cattolico contro la guerra) a costruire un grande movimento autonomo “Per la pace e contro la militarizzazione della società e della vita”, e dentro questa cornice di senso, dentro la costruzione di una narrazione alternativa, avanzare le proposte concrete che la nonviolenza ha elaborato nel tempo? Non sarebbe questo più rispondente alla drammaticità dei tempi? La prima cosa che oggi mi sembra necessaria è rispondere ad una domanda di senso, che precede l’articolazione dei significati (e quindi l’ingegneria istituzionale), domanda che sale profonda da una società che si sente minacciata dalla combinazione micidiale di guerre e di poteri sempre più arbitrari, e da una minaccia costante alla possibilità stessa del vivere quotidiano. Senza senso non c’è significato possibile. 

Come posizionarsi rispetto alla raccolta di firme per il disegno di legge di iniziativa popolare? 

Cosa ci proponiamo? Un precedente 

La prima questione è interrogarsi sul fine che ci si propone. È un nodo che la piccola Comunità dell’Arca si è trovata di fronte a seguito della invasione dell’Ucraina da parte della Russia. La spinta verso una logica di guerra che, con la legittimazione di quella invasione, diveniva sempre più esplicita sul terreno politico-istituzionale, mentre nella società italiana continuava a prevalere un sentimento di pace, ci convinse della necessità di dare voce pubblica a quel sentimento. Pensammo quindi alla necessità di un’ampia campagna di obiezione alla guerra che raggiungesse le persone comuni, oltre la ristretta cerchia dei gruppi nonviolenti. Solo a questa condizione sarebbe stata possibile un’azione che avesse valore politico, cioè un effetto diretto sul piano dei poteri effettuali. Provammo quindi a rivolgere questo appello ai gruppi e alle associazioni con le quali eravamo in grado di tentare un approccio, ma specialmente provammo a convincere il Movimento Nonviolento ad allargare a quanti più altri soggetti, e possibilmente i più vari, la campagna di “Obiezione alla guerra” che aveva lanciato (https://www.movimentononviolento.it/campagne/obiezione-alla-guerra).

quaderni-satyagraha-1Il rifiuto da parte del Movimento Nonviolento di coinvolgere nella campagna altri soggetti – per cui ogni finalità immediatamente politica diveniva puramente immaginaria (per avere un effetto politico sarebbero state necessarie milioni di firme! in quattro anni 8.000 firme sono, sul piano politico, una sconfitta) – ha obbligato la Comunità dell’Arca ad approfondire la propria motivazione: l’azione nonviolenta deve mirare alla coscienza. Il risultato di questo cammino è stato rappresentato nel libro La coscienza dice NO alla guerra. Per un rilancio all’obiezione di coscienza a tutti gli eserciti e per una nuova idea di difesa (Pubblicato come n. 48 dei “Quaderni di Satyāgraha”, editi dal Centro Gandhi di Pisa [2]). Abbiamo così continuato a raccogliere adesioni per la lettera di “obiezione alla guerra e disponibilità ad addestrarsi alla difesa civile nonviolenta” da inviare alle massime cariche della Repubblica, ma considerando questa attività come semplice modo per “allargare la coscienza” attraverso l’incontro, personale e diretto – con i corpi – con persone e gruppi. Non solo, ma, in questo modo, abbiamo potuto chiarire in modo più rigoroso la nostra prospettiva nonviolenta: per evitare equivoci “patriottici”, nell’appello elaborato non compare la parola “Patria”: ciò che vogliamo difendere, sono «i luoghi che abitiamo, le comunità di cui facciamo parte», «i luoghi che ci hanno accolti alla nascita […] le persone che li abitano [e] ancor più, fra costoro, coloro che soffrono e sono oppressi» (ibid: 17). E il modo in cui abbiamo condotto l’incontro con le persone e i gruppi attorno al tema della “obiezione alla guerra e al servizio militare” ha sempre posto al centro la necessità di un posizionamento etico, unico atto che dia senso a tutta l’articolazione storica e giuridica che il tema della obiezione al servizio militare richiede. Questo percorso è stato per noi un vero spostamento di prospettiva. 

3-libro-la-coscienza-dice-no-alla-guerraLa scelta 

Ritorna quindi, anche rispetto alla proposta di legge di iniziativa popolare sulla istituzione di un “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta”, la domanda: «Quale intenzione mi muove?» Senza questa interrogazione soggettiva le azioni che si compiono (in quanto individui e, ancor più, come gruppi), le parole che si dicono sono mosse anzitutto dal bisogno di dare certezza al proprio esistere («Esisto realmente?»), cercando tale certezza attraverso la legittimazione dell’Altro-istituzione. Per tal via, a fronte di una conferma puramente immaginaria, l’agire “politico” finisce per produrre una subalternità al sistema politico-istituzionale dato, e per smarrire alla fine l’orizzonte di senso [3].

Tale interrogazione soggettiva («A cosa miro?») mi spinge a ridefinire l’intenzione che mi anima, e a spostare la domanda, dopo aver preso atto che, per il modo in cui è stato costruito il percorso, e per il contesto politico attuale, tale proposta non ha alcuna possibilità di avere effetti politici (desiderati, mentre ha tutte le possibilità – non necessità – negative prospettate da Serena Tusini). Lasciato cadere il piano puramente immaginario di una immediata efficacia sul piano politico-istituzionale, la domanda ritrova l’essenziale: mirare alla coscienza.

La questione, dopo questo lungo percorso, trova così una più adeguata articolazione: promuovere la campagna di raccolta firme, costruendola attraverso dialoghi reali ed incontri con i corpi e non raccogliendo click, e con contenuti non ambigui (nonostante i limiti dell’articolato e della Relazione illustrativa), può essere un modo di mirare alla coscienza? oppure i contenuti dei due testi (Relazione ed articolato), nonché i tempi e i modi dell’iniziativa, hanno delle ambiguità insormontabili che ne inficiano il senso nonviolento? 

4-copertina-campagna-17-anni-copiaParallelamente 

Proseguendo nella prospettiva del risveglio della coscienza la Comunità dell’Arca, assieme a Pax Christi, al Movimento dei focolari Italia  e al Centro palermitano del Movimento Nonviolento, sta sviluppando ulteriormente il tema della obiezione alla guerra, al servizio militare e in favore della difesa civile nonviolenta e non armata, con una iniziativa rivolta ai diciasettenni: “17 anni e sei già in lista: lo sapevi?” (https://trefinestre.com/17-anni). Rivolgendosi ai giovani diciassettenni si vorrebbe infatti richiamare chi più di altri potrebbe a breve essere chiamato ad imbracciare le armi alla semplice domanda interiore: «Se fossi chiamato, sarei disposto ad uccidere altri esseri umani, a contribuire alla distruzione a volte irreversibile di beni civili e dell’ambiente?» Laddove la risposta di coscienza dovesse essere un NO, l’iniziativa propone di renderla pubblica con una lettera al proprio sindaco chiamato per legge alla compilazione delle liste di leva e ad annotare ogni osservazione da parte dei giovani interessati.

La proposta ha riscosso un primo apprezzamento dal sindaco del comune siciliano di Capaci, Pietro Puccio, che ha dichiarato la propria intenzione di informare i giovani diciassettenni della loro iscrizione nelle liste di leva e della normativa vigente che, costituzionalmente, equipara le due forme di “difesa della patria” (militare e civile non armata). Il sindaco, primo in Italia, ha anche dichiarato la propria disponibilità ad accogliere le eventuali richieste di giovani da iscrivere nelle liste di leva di annotare in esse la opzione (preventiva) di “obiezione al servizio militare” (https://www.avvenire.it/attualita/il-sindaco-pacifista-tutti-i-giovani-di-capaci-nelle-liste-di-leva-potranno-dichiararsi-obiettori_107614). Con delibera di Giunta del Comune di Cinisi del 6 giugno 2026 l’orientamento del sindaco è stato assunto formalmente, ed è stato anche approvato il modello di “Dichiarazione preventiva” di obiezione che i giovani iscritti nelle liste di leva possono utilizzare. La prospettiva è quella di attivare un movimento di coscienza dal basso, di cittadini e sindaci, che, senza salti, possa raggiungere i livelli “alti” dell’organizzazione statuale. La progressività delle azioni (passo dopo passo) è uno dei principi fondamentali della nonviolenza di Gandhi: un’altra grammatica dell’agire politico, che cerca di sottrarsi alle trappole dell’immaginario, il quale, mentre ti promette di raggiungere immediatamente il “cuore del comando”, in realtà ti fissa all’inamovibilità dell’esser così e non altrimenti. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026 
Note
[1]  Ho provato a pensare come si articola questo dualismo nel tempo presente, tempo della catastrofe, in: Ancora. Cambiare il mondo nel tramonto della politica, Navarra, Palermo 2022. Ne ha discusso su queste pagine Vincenzo Guarrasi: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/dellagire-profetico-nel-tempo-della-catastrofe/
[2]  Il volume comprende contributi di vari esponenti di realtà pacifiste, nonviolente ed antimilitariste. Il libro può essere richiesto all’indirizzo com.arcadishantidas@libero.it.
[3]  Intravedo questa dinamica in tante “campagne” che si realizzano nella richiesta di un click su uno schermo touch.

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Annibale C. Raineri, ha avuto una prima formazione in “Gioventù studentesca” fino al ’68; in seguito ha alternato esperienze di dissenso cattolico – è stato tra i fondatori di “Cristiani per il socialismo” a Palermo – ed ateismo, cui perverrà definitivamente alla metà degli anni ’70. Dal ’69 all’84 ha attraversato l’esperienza della “sinistra rivoluzionaria” dal “Circolo Lenin” a “il manifesto”, da “Pdup per il comunismo” a “Praxis”. Nei primi anni ’90 ha animato a Palermo l’esperienza nazionale della “Società per la rinascita della sinistra” e ha avuto un impegno anche in Rifondazione comunista. Laureato in filosofia, dopo anni di insegnamento nella scuola di servizio sociale E.SI.S. C. Vittorelli, ha lavorato come funzionario nell’amministrazione della Regione Sicilia. Delegato sindacale Cgil “in produzione”, negli anni ’80 e ’90 ha animato, dall’esperienza di “Essere Sindacato”, la lotta dentro l’amministrazione regionale per la dignità del lavoro pubblico e contro lo scambio tra il sottosistema politico e quello economico, permeato da contiguità mafiose. È responsabile nella Comunità dell’Arca della fraternità siciliana “Tre finestre”. Ha pubblicato nel 2022 il volume ANCORA Cambiare il mondo nel tramonto della politica, edito da Area Navarra e, nel 2025 ha curato con Vincenzo Sanfilippo il n. 48 dei “Quaderni di Satyagraha” editi dal Centro Gandhi di Pisa, La coscienza dice NO alla guerra. Per un rilancio dell’obiezione di coscienza a tutti gli eserciti e per una nuova idea di difesa.

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