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Dialogo tra le parole del Vangelo e gli articoli della Costituzione

9791256142194_0_0_536_0_75di Orietta Sorgi          

Cosa succede quando la parola del Vangelo incontra quella del diritto? Quando il pensiero laico si trova a ripercorrere lo spesso cammino dell’orizzonte religioso, nel tentativo di porre soluzioni – sul piano astratto e concreto – ai temi della disuguaglianza sociale e di tutto ciò che ne consegue e che affligge il nostro Millennio? In altre parole – ci si chiede – esiste realmente una giustizia per i poveri nel senso di una legge davvero uguale per tutti? O è divenuta piuttosto uno stratagemma per mantenere la ricchezza e il potere nelle mani di pochi eletti a fronte di una massa di esclusi dal “banchetto della vita”? Qual è allora il senso di una democrazia? Esiste di fatto e non a parole uno Stato di diritto capace di esplicare le sue politiche a favore dei cittadini, mettendo in pratica ciò che dice la Costituzione?

Su queste problematiche e su questi interrogativi si confrontano due grandi personalità del pensiero contemporaneo: un giurista del calibro di Gustavo Zagrebelski, presidente emerito della Corte Costituzionale nonché professore emerito di diritto costituzionale dell’Università di Torino e un sacerdote, Virginio Colmegna, presidente onorario della Casa di Carità e fondatore dell’Associazione SON – Speranza Oltre Noi, in un dialogo infervorato e appassionante, dal titolo La Costituzione dei poveri, a cura di Daniela Padoan, edito  da Castelvecchi.  

Allo stato dei fatti – concordano in apertura i nostri interlocutori – quando tutto sembra ormai destinato inesorabilmente verso il marketing e la privatizzazione, a dispetto dei principali bisogni dei cittadini come il diritto all’istruzione e alla salute, di fronte a una oligarchia del potere e del denaro a tutto svantaggio di una massa di diseredati, il problema più urgente, quello su cui riflettere, sembra essere quello della dignità alla persona. Restituire la dignità dell’essere umano. Ma questo dovrebbe avvenire non tanto attraverso forme di assistenza, concessioni e benefici, quanto piuttosto garantendo il diritto al lavoro per tutti, facendo sì che ogni individuo possa realmente sentirsi parte attiva e incidere sulla vita sociale. Qualsiasi manifestazione di beneficienza è un modo per i ricchi di scaricarsi la coscienza, una forma subdola di mantenimento del potere nelle mani di pochi relegando tutti gli altri ai margini del tessuto produttivo.

Oggi al contrario si assiste ad azioni sistematiche di annullamento e violazione della dignità: si pensi alle anguste condizioni delle nostre carceri o al dramma dei migranti che, in fuga dai loro paesi colpiti da guerre e carestie, approdano sulle coste siciliane, sopravvissuti alle precarie traversate in mare e ai naufragi. Spesso si dimentica che in questo caso il problema dell’accoglienza non è una concessione ma è un diritto. Lo ricorda la Costituzione quando afferma che la Repubblica deve garantire il diritto d’asilo a tutti gli stranieri ai quali sia impedito nel loro paese l’esercizio delle libertà democratiche.

D’altra parte – se facciamo un passo indietro nella storia – ricordiamo che fin dagli esordi dell’umanità, i popoli, tutti i popoli sono stati migranti e hanno superato i loro confini di nascita per ragioni di sopravvivenza o per semplice conoscenza. L’idea di Stato-nazione è solo un fenomeno recente dell’età moderna e così anche il concetto di identità razziale, un prodotto dell’Occidente, relativo e transitorio. Non esiste una sola identità e gli antropologi lo sanno bene, esistono piuttosto tante identità come effetto di mescolanze e contaminazioni. Un meticciato, quindi, che non deve essere considerato un tabu da cui difendersi ma una ricchezza. Questo per dire che se è vero che nel proprio paese dove si è nati e cresciuti si sviluppano legami affettivi e altri tipi di relazioni, è anche vero che i territori non sono un possesso individuale ma un patrimonio di tutti.

Sulla nave Geo Barents  i migranti soccorsi, 2022 (ph. Massimo Pica, ansa)

Sulla nave Geo Barents i migranti soccorsi, 2022 (ph. Massimo Pica, ansa)

Da qui a domani le migrazioni saranno sempre più frequenti per ragioni di sopravvivenza e questo fa sì che il migrante debba essere considerato cittadino a tutti gli effetti e non come forza lavoro di cui si ha bisogno. Confinandoli in una posizione utilitaristica di marginalità si dà spazio a fenomeni di divisione, esclusione e pericolosità sociale: ma questo vale per tutti coloro che vivono in una sorta di precarietà sociale e non soltanto per i migranti.

«Tutte le nostre sovrastrutture ideologiche, i confini, le paure, le identità religiose e sociali sono nulla di fronte alla somiglianza dell’uomo con l’uomo», ammonisce Virginio Colmegna. E Zagrebelski ribadisce che «forse nelle scuole e nelle città, nei luoghi di lavoro, dovremmo trovare la strada per spiegare che si può essere italiani in tanti modi. Si può essere italiani, e orgogliosi di esserlo, perché cittadini di un Paese aperto al confronto e alla crescita in comune».

Anche la scuola, ad esempio, che negli anni Settanta ha conosciuto una stagione felice di inclusione e partecipazione alla vita democratica da parte sia degli studenti che dei genitori e degli insegnanti, sembra oggi rappresentare uno dei principali canali di riproduzione delle disuguaglianze sociali. Dal 1998 – anno della riforma Berlinguer – la scuola è stata concepita non più come un luogo di formazione, ma come un’impresa votata alla privatizzazione. Il preside a capo della gerarchia come un manager d’azienda che deve ratificare il profitto. Fino a quando, in tempi più recenti, il nostro attuale governo ha deciso di intitolare il Ministero non soltanto all’istruzione ma al merito, fomentando gerarchie sociali e competizioni che sembrano essere destinate solo ai privilegiati che per nascita, risorse economiche e ambiente sociale hanno i mezzi per sostenerle. A dispetto ancora una volta della nostra Costituzione che ricorda che i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto a raggiungere i gradi più alti della società (art. 34). La scuola dovrebbe rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della personalità, garantendo l’uguaglianza sociale, ma questo obiettivo fondamentale oggi è costantemente disatteso e la scuola, anziché favorire la creatività e le attitudini dei giovani, è unicamente subordinata al mercato del lavoro.

31gtarh9-rl-_sy445_sx342_ml2_Il pensiero dei nostri autori va, a questo proposito, alle esperienze della Scuola di Barbiana di Don Milani nella sua Lettera a una professoressa, alla sua forza di combattere perché la cultura divenisse l’elemento fondamentale per superare l’emarginazione, la solitudine e le ingiustizie. Non bisogna mai dimenticare quanto l’ignoranza possa essere perniciosa, una vera minaccia per la democrazia. «Una minaccia – afferma il giurista – che porta all’autarchia, ovvero al dominio dei pochi sul gregge. E la democrazia del gregge, francamente, è un regime politico odioso». E Colmegna fa appello perché sia difeso «il diritto costituzionale all’istruzione come costruzione di comunità, bene comune, patrimonio di uguaglianza».

Cosa dire ancora – si chiedono i due interlocutori – rispetto all’attuale situazione della nostra sanità pubblica che dovrebbe rispondere ai bisogni di quel bene universale che è la salute umana? Anche in questo caso è triste constatare che proprio la salute che non dovrebbe mai conoscere discriminazioni di classe e di censo, è ridotta ad un affare di marketing soggetta alle leggi del profitto.

Oggi i nostri ospedali pubblici vivono in condizioni d’affanno per carenza di personale medico e infermieristico e mancanza di mezzi economici che vengono dirottati verso le strutture private. Malgrado l’art. 32 della Costituzione ribadisca che la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto del cittadino e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti, la salute è un privilegio di quei pochi che possono permettersi il ricorso a costosissime cliniche private, che, peraltro, malgrado il confort degli ambienti, non garantiscono le prestazioni e le competenze della ormai sgangherata sanità pubblica.

Qualsiasi aspetto della vita sociale è ridotta pertanto a una mera mercificazione, frutto di business economico e accumulazione di denaro. Il caso delle RSA, case di riposo per gli anziani, è forse una delle testimonianze più eloquenti del modo in cui l’imprenditoria privata risolva, senza scrupoli e con un cinismo quasi disumano, il problema dell’emarginazione della vecchiaia, della solitudine e dell’esclusione dai vincoli affettivi e familiari.

carceri-italiane«Una volta c’era il medico della mutua, una figura conosciuta e rispettata che seguiva le famiglie negli anni, vedeva crescere i piccoli e morire i vecchi: occorre ricostruire figure di riferimento e di cura che non siano presenze episodiche, volti che appaiono e poi spariscono, mere funzioni, ma che facciano parte dell’orizzonte sociale e persino affettivo che è il collante delle comunità». Così ricorda e ragiona don Colmegna e tutto torna al punto da dove si era partiti e cioè al rispetto e alla dignità della persona, anche in una fase avanzata e forse estrema della vita. Non è un caso che i nostri interlocutori concludano il loro dialogo sul tema drammatico delle carceri, luoghi di annientamento dell’essere umano. È curioso osservare – secondo Zagrebelski – come proprio nella Costituzione non si accenna mai al carcere ma solo alla pena. La pena come strumento riabilitativo, un percorso di recupero che deve mirare a reinserire chiunque abbia commesso un reato nel tessuto della vita sociale. Il carcere è il contrario di tutto questo: è il luogo dove per le sue disumane condizioni la delinquenza prolifera e lo stato di emarginazione resta un marchio per tutta l’esistenza. Da qui la penosa frequenza con cui molti detenuti, spesso giovani, pongono fine alla propria vita. Zagrebelski auspica una giustizia mite, capace del perdono e non della vendetta di chi esalta l’ergastolo, la reclusione a vita senza possibilità di redenzione.

Sono pagine intense, cariche di umanità, che hanno riacceso l’attenzione verso le principali criticità del mondo contemporaneo.«Un libro felicemente insurrezionale» lo ha definito Daniele Padoan che ha curato il dialogo annotando che «tra le parole più amate da entrambi sono “radicalità” e “rivoluzione”». Opera di due voci autorevoli che hanno percorso il Novecento  guardando indietro nella storia, ma ancora capaci di proiettarsi avanti con fiducia e ottimismo, a volte con ironia, altre con malinconia, ma sempre spinti dalla volontà di costruire un futuro a favore di una cultura dei diritti, che coniughi la laicità della giustizia con i principi fondanti del cristianesimo. Si chiede alla fine Zagrebelski «se esista una “Costituzione dei poveri”, o se invece da quella nostra casa comune proprio i poveri siano sostanzialmente respinti. Ogni politica dovrebbe cominciare da qui, – aggiunge – e quando questo non accade, si dà il fallimento delle politiche che chiamiamo sociali, democratiche, progressiste, e il ritorno delle pulsioni più egoistiche, feroci, e al fondo potenzialmente criminali». Chissà se questa nuova alleanza fra laici e cattolici potrà fermare la irrefrenabile corsa verso i sovranismi e i regimi autoritari, e, con essi, le guerre e le distruzioni! 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 

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 Orietta Sorgi, etnoantropologa, ha lavorato presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, quale responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006); Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015); La canzone siciliana a Palermo. Un’identità perduta (2015); Sicilia rurale. Memoria di una terra antica, con Salvatore Silvano Nigro (2017).

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                                                                                                                      Orietta Sorgi

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