di Chiara Scolaro
Quando Lorenzo Reina, nei giorni dell’intervista destinata a confluire nella mia tesi di laurea, mi ha accolto con generosità e spirito di collaborazione, non avrei mai immaginato che così presto avrei dovuto parlarne al passato, né che la fotografia qui accanto, scattata quello stesso giorno, in cui indossava il consueto cappello che ne tracciava la fisionomia, sarebbe stata la prima e l’ultima.
Mi risuonano ancora oggi nella mente le sue parole, pronunciate quando ha saputo che avrei voluto incentrare la mia tesi sul racconto della sua vita e sul suo percorso artistico. Pur non avendo mai avuto occasione di incontrarlo prima, in così breve tempo, è riuscito a trasmettermi la sua energia, poiché egli stesso era energia, immagine del futuro, del guardare oltre e della forza fisica e, immerso fin da bambino nella dimensione pastorale della sua famiglia, sognò la scultura, la inseguì e la fece propria in ogni sua forma, tanto nella tecnica quanto in quella concettuale, poetica, monumentale e installativa, destinata a diventare cuore pulsante del suo territorio (Santo Stefano Quisquina, sui monti Sicani) e metafora di una Sicilia poetica e arcana, fuori dagli stereotipi.
Ho conosciuto Lorenzo grazie alla mia precedente conoscenza dell’artista Alfonso Leto, l’altra forte personalità artistica del territorio, decidendo quindi di inserire entrambi come protagonisti della mia ricerca e raccontando anche il profondo e vitale legame di amicizia che unisce questi due grandi artisti. Per me, oggi, rappresenta anche un modo per ricordare l’artista prematuramente scomparso ed evidenziare soprattutto ciò che lo rendeva davvero speciale: la capacità di esprimere la sua concezione dell’amore attraverso gesti quotidiani, come uomo che si prendeva cura di tutti gli esseri viventi attorno a sé, dalle persone agli alberi, ai fiori, agli animali. Ricordo come i suoi cani lo seguivano durante le lunghe passeggiate mattutine nei boschi dell’Eremo di Santa Rosalia alla Quisquina; lo si poteva incontrare lungo quei sentieri e fermarsi un istante con lui a raccogliere i suoi modi gentili, il suo sorriso capace di illuminare il cammino, e talvolta accadeva di vederlo raccogliere i rifiuti lasciati dai passanti, lasciando un piccolo bigliettino con solo il suo nome, a ricordare che bastava un semplice gesto di rispetto per la Natura che è Madre.
Lorenzo è stato una presenza generosa, capace di accogliere le mie riflessioni e le mie paure, ricordandomi che in ciascuno di noi, anche nei momenti più fragili, dimora una forza silenziosa pronta a sorreggerci, a mostrarci la via da seguire e a farci comprendere il vero senso dell’esistenza.
La mia ricerca, il cui protagonista è stato appunto Lorenzo, ha per titolo LA ‘SICILIA FREDDA’. Entroterra e vitalità dell’arte contemporanea a Santo Stefano Quisquina: Alfonso Leto e Lorenzo Reina, un focus (Università degli Studi di Palermo – Dipartimento Culture e Società, relatrice Prof.ssa Cristina Costanzo, anno accademico 2023/2024). Trae ispirazione da un’espressione di Leonardo Sciascia nel romanzo Il cavaliere e la morte, in cui lo scrittore, alla domanda “Lei è siciliano?”, risponde: «Sì, ma della Sicilia fredda: di un piccolo paese dell’interno, tra le montagne, in cui lungamente, nell’inverno, c’è neve; o almeno c’era, negli anni della mia infanzia. Una Sicilia che qui [al nord] nessuno riesce a immaginare».
Questa immagine si è rivelata per me una chiave interpretativa fondamentale per esplorare le molteplici sfaccettature dell’identità siciliana, andando ben oltre il freddo tangibile vissuto dallo scrittore e discostandosi dall’immagine estetica mediterranea tradizionalmente associata all’isola; una Sicilia forse inaspettata, difficile da immaginare, dove il “freddo” metaforico, non solo climatico, si manifesta nell’entroterra montano, in netto contrasto con il calore e l’espansività delle aree costiere, simbolo della mediterraneità solare.
Esaminando con attenzione questo entroterra, oltre quel compiacimento letterario, è emersa l’evidenza di una terra che, pur ricca di storia e tradizioni, appare segnata da un profondo senso di emarginazione e da un progressivo processo di desertificazione sociale e culturale, una realtà che mette a dura prova la fiducia e le aspirazioni delle giovani generazioni, le quali, percependola come priva di prospettive di sviluppo e destinata a un inesorabile impoverimento, tendono a cercare altrove opportunità più promettenti sia sul piano economico sia per il loro percorso di crescita personale e professionale.
È proprio in questo scenario di durezza e marginalità che ho deciso, in parte, di riportare e raccontare nella mia tesi il confronto umano e artistico di Lorenzo Reina e Alfonso Leto, dimostrando come, anche nelle realtà più periferiche, possano emergere energie resistenti capaci di aprire nuovi orizzonti culturali e umani, e dove, principalmente, si evince un dialogo di qualità lungo la vita di questi due Maestri dell’arte contemporanea siciliana.
Lorenzo Reina: dalle prime sculture di un giovane pastore al Teatro Andromeda, un intenso percorso di arte e vita
«Mio padre mi volle pastore. Cominciai a scolpire nei lunghi silenzi delle transumanze, perché quando si sta dietro a un gregge è facile trovare della creta dove le pecore si abbeverano, o una radica d’ulivo da intagliare. Scolpivo alabastri di notte, in una stalla accanto a quella dove riposavano altri pastori, che mi urlavano bestemmiando di andare a dormire. Scolpivo al lume di una fiaccola, fatta con uno straccio immerso nella nafta, e quando le mie narici si riempivano di polvere e di fumo uscivo a respirare sotto le stelle» (L. Colonnelli, Teatro Andromeda. Storia di Lorenzo Reina. Artista Pastore che mutò le pecore in stelle, Marsilio, Venezia 2023:11).
Si raccontava così Lorenzo, dove viveva e lavorava tra i silenzi e le bellezze dei Monti Sicani, incarnando fin da bambino l’immagine dell’“artista pastore”. Alla mia domanda: “Quando ha percepito con chiarezza che la sua strada dovesse essere tracciata dalla scultura? E quali sono state le difficoltà più rilevanti incontrate?”, l’artista risponde: «La scoperta della scultura è arrivata tardi. Da bambino, in seconda elementare iniziai a scrivere poesie e continuai, ancor prima di appassionarmi definitivamente alla scultura, fino all’età di diciassette anni. C’erano stati però diversi tentativi, la prima volta a dodici anni. Ricordo di aver preso della creta in un cretto del fiume Magazzolo, a “Chiruddu”, in territorio di Bivona, dove custodivo un gregge che riposava all’ombra dopo l’abbeverata e modellai lì il mio primo volto, qualcosa di molto simile al Grido di E. Munch, ma non mi piacque e lo distrussi subito. In seguito presi a intagliare con un coltellino radiche e rami contorti in cui, come nelle nuvole, vedevo figure antropomorfe o animali. Ma l’anno di consacrazione all’arte avvenne nel 1979, quando decisi di dare un volto al mio destino, decisi che nella mia vita, al di là del bene e del male, mi sarei speso per un sogno tutto mio e non quello di mio padre che mi voleva pastore».
Lorenzo mi ha raccontato di aver esposto le sue prime opere nell’agosto del 1981, in una personale organizzata dal poeta Cesare Sermenghi, dal professore di lettere Stefano Centinaro e dall’amico Alfonso Leto nella Biblioteca Comunale di Santo Stefano Quisquina, segnando non solo l’inizio del suo percorso artistico, ma anche un vero e proprio punto di svolta nella sua vita, quando un giovane artista autodidatta, legato alla terra e alla pastorizia, venne riconosciuto da studiosi e critici per il suo talento e trovò il coraggio di seguire la propria vocazione. In quell’occasione presentò circa venti sculture in alabastro, pietra, legno, terracotta e bronzo. La mostra ebbe molto successo e diversi lavori furono acquisiti in collezioni private a Palermo, tanto che il 29 maggio 1982 L’Ora gli dedicò una recensione a firma di Eduardo Rebulla, che lodò la sua capacità tecnica e formale, la sua versatilità tra materiali e stili, definendolo «una delle più autentiche speranze dell’arte siciliana».
Con le prime commissioni pubbliche, tra cui la bellissima e monumentale Santa Rosalia che accoglie i visitatori sul sentiero che conduce all’Eremo della Quisquina, il suo talento venne sempre più apprezzato, inducendolo a costruirsi un laboratorio vicino al luogo dove custodiva il suo gregge, nella solitudine della rocca sopra il paese, dove realizzò un nuovo ciclo di opere che maturavano sempre di più il suo status di scultore riconosciuto.
Molti anni dopo, nel 2012, su invito di Vittorio Sgarbi, partecipò alla Biennale d’Arte di Venezia, che includeva una sezione al Palazzo delle Esposizioni di Torino; Sgarbi lo aveva scoperto durante un viaggio in Sicilia, quando notò una scultura di soggetto contadino a Bivona che, pur risalendo agli anni Ottanta, gli apparve così efficace da sembrare dei primi decenni del Novecento, e scoprì con sorpresa che l’autore era ancora attivo. Impressionato, visitò lo studio di Reina, dove constatarono insieme un talento che univa tradizione e modernità, dall’uso di materiali come pietra, legno e terracotta fino a resine che inglobavano elementi naturali, dimostrando una visione artistica a dir poco raffinata. Convinto dunque dell’importanza di valorizzare artisti autentici, Sgarbi lo invitò appunto alla Biennale, dove presentò l’opera Santuzza, e successivamente all’Expo di Milano 2015 presso Villa Bagatti Valsecchi, con l’installazione Terra Protetta, un campo di grano in argilla e acciaio, mentre nello stesso periodo prese parte a mostre ad Agrigento, Palermo e Catania, e nel 2014 alla mostra Artisti di Sicilia. Da Pirandello a Iudice, curata anch’essa da Sgarbi.
Nel 2018, su segnalazione dell’architetto Mario Cucinella, partecipò alla XVI Biennale Internazionale di Architettura di Venezia, presentando il Teatro Andromeda attraverso fotografie realizzate dal figlio Christian, nell’ambito del progetto Arcipelago Italia, che evidenziava l’identità culturale dei territori e la necessità di valorizzare luoghi meno conosciuti, mantenendo un legame tra tradizione, paesaggio e innovazione. Nel 2023 è stato protagonista di una mostra nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, curata da Filippo Camerota e Agostino De Rosa, con un’introduzione di Paolo Zermani ispirata al dialogo tra Krishnamurti e Bohm: il Teatro Andromeda veniva presentato come esperimento scenico e costruttivo, esplorando il tempo come elemento essenziale del processo creativo. Infine, tra il 2024 e il 2025, è stato protagonista di diverse mostre personali, tra cui Scolpire gli elementi presso la Fondazione La Verde La Malfa, un percorso di riflessione sul senso della vita, sulla luce e sul rapporto tra uomo e universo, che tracciava un viaggio iniziatico unendo consapevolezza, memoria storica e connessione con il cosmo, e, in occasione della XIX edizione del Sole Luna Doc Film Festival, la GAM di Palermo ospitò una mostra immersiva dedicata sempre al Teatro Andromeda, con fotografie, modelli, tavole interattive e sculture, evidenziando il legame tra arte, natura e storia locale nel quattrocentesimo anniversario del ritrovamento delle reliquie di Santa Rosalia.
Lorenzo Reina e Alfonso Leto: un’intensa amicizia, un lungo dialogo all’insegna dell’arte e della creatività
Nella mia ricerca, oltre a raccontare la vita e la carriera artistica di Reina e Leto, dalle prime mostre locali, fino alle rilevanti esposizioni nazionali e internazionali, e a evidenziare i loro contributi significativi, come la cura o l’ideazione di mostre locali che hanno arricchito e vivacizzato il panorama culturale di Santo Stefano Quisquina, e del territorio, ho descritto qualcosa di ancora più profondo: l’amicizia che li legava, coltivata nel tempo e definita dallo stesso Alfonso “unica e speciale”, un legame nato dalla passione condivisa per l’arte e dalla stima reciproca, in cui le affinità artistiche risiedevano nella condivisione di idee e nella collaborazione, un terreno fertile dove linguaggi diversi si incontravano e si potenziavano a vicenda.
Questo legame è nato in un contesto altrettanto significativo, gli anni ‘60 e ‘70 del Novecento, un periodo segnato dalla seconda grande ondata migratoria, quando anche molti siciliani lasciavano la propria terra in cerca di lavoro in Germania o in America, opportunità che la Sicilia stessa non riusciva a offrire. In questo scenario, entrambe le famiglie degli artisti erano ben radicate e attive a Santo Stefano Quisquina, circostanza che rese possibile il loro incontro, favorito anche dall’amico comune, il poeta Costantino Chillura (1961-2019), e da Cesare Sermenghi (1918-1997), poeta e intellettuale cresciuto a Bivona e legato nel corso della sua vita a figure di spicco come Leonardo Sciascia, Renato Guttuso e Ugo Attardi. L’attenzione di Sermenghi per questi giovanissimi artisti fu fondamentale alla loro formazione iniziale, diventando per loro un punto di riferimento quasi paterno e una preziosa guida per la loro attività artistica.
Per Leto, conoscere Reina, nonostante fosse più giovane di quattro anni, fu una “rivelazione”: uno si dedicava alla pittura, l’altro alla scultura; uno guardava al contemporaneo, l’altro era inizialmente legato agli schemi classici della figurazione.
“Cresciuti insieme nella stessa famiglia di idee”, nel 1988 Leto testimoniò il talento e la qualità artistica dell’amico Lorenzo, introducendo a Palermo una mostra a lui dedicata, organizzata dall’associazione culturale e teatrale Il Labirinto e corredata da un testo di grande rilievo che ne sottolineava il valore artistico, dal titolo intrigante A César quello che è di César, descrivendo opere che testimoniarono una continua ricerca sui materiali, dal legno all’alabastro, dal ferro al piombo, alla terra, sempre sviluppata con soluzioni tecniche e narrative coerenti. Pur mantenendo una matrice arcaica, il titolo riusciva ad alleggerire e modernizzare la percezione delle opere, creando un equilibrio tra tradizione e innovazione e conferendo loro una vitalità inarrestabile. In quella mostra, Lorenzo lasciò alle spalle la scultura tradizionale, mentre Alfonso proseguì una pittura volutamente “oscurata”: tavole e tele immerse nel silenzio, ricoperte da un encausto di cera nerissima, le cui superfici modulavano luce e ombra creando profondità e mistero; fu proprio in questo spazio di sospensione e introspezione che Lorenzo percepì una vicinanza con Alfonso e una visione condivisa, dando vita a un dialogo artistico che unì i due amici nella ricerca di nuovi orizzonti espressivi.
Nel 1993 questa collaborazione si estese alla fondazione del periodico di cronaca e cultura del territorio Entroterra, nato a Santo Stefano Quisquina e durato appena un anno, esempio concreto, anche se effimero, di come le periferie, ricche di storia e vitalità, potessero diventare centri di innovazione: Alfonso vi dedicò un articolo per incoraggiare Lorenzo a perseguire il suo sogno, la costruzione della struttura ottagonale oggi parte integrante della Fattoria dell’Arte a Rocca Reina. In quel periodo, Lorenzo avviò un progetto ambizioso: accanto alla fattoria didattica immaginò un “museo personale” all’interno di una torre a tre piani, ispirata a una forma tronco-conica che fondeva elementi dell’architettura nuragica e sumera. Con grande fiducia presentò la sua visione innovativa al Comune di Santo Stefano Quisquina, convinto che avrebbe trovato sostegno, ma ricevette un rifiuto inaspettato; nonostante ciò, numerosi amici scultori, pittori e scrittori si impegnarono affinché l’obiettivo venisse raggiunto e, come ricordava Lorenzo stesso, l’intervento del pittore Alfonso Leto risultò particolarmente significativo, testimoniando il forte legame di amicizia e l’incoraggiamento reciproco tra i due. In particolare, con l’articolo L’arte e la terra (n. 2, agosto 1994), una delle più significative del periodico, Leto coinvolse Lorenzo aiutandolo ad affrontare la costruzione dell’“archi scultura”: la prima idea nascente di una struttura monumentale in omaggio alla cultura pastorale e contadina, integrata in dialogo con l’ambiente naturale circostante.
Nonostante l’intervento di Leto e gli altri sostegni pubblici la situazione non cambiò. Qualche anno dopo, una nuova opportunità permise di inserire il museo in un progetto più ampio e di ottenere finalmente il permesso edilizio; Lorenzo decise allora di finanziare personalmente l’opera, senza alcun intervento pubblico, con l’intento di donarla alla Regione Siciliana, al Comune di Santo Stefano Quisquina o a un altro ente morale che ne garantisse la fruizione pubblica.
Così nacque il Museo ottagonale, la cui forma iniziale non seguiva più l’alveo naturale del suo percorso artistico, eppure Lorenzo lo definiva il suo “utero”. Nel tempo è stato anche uno spazio espositivo di diverse mostre curate dalla Fattoria dell’Arte. Oggi quella torre ottagonale assume un valore e un significato simbolico forte, la materializzazione di una visione che lo stesso artista aveva indicato: proprio nel nucleo del basamento di quella costruzione, oggi è collocata l’urna cineraria dell’artista, proprio nel punto in cui lo stesso Lorenzo aveva scelto prima della morte.
A dimostrazione di quanto afferma Alfonso Leto, «dire di Lorenzo Reina ‘se n’è andato’ è alquanto impreciso sul piano astrale, perché la sua traccia fisica terrestre è così marcata e ben strutturata sul territorio che non è possibile, neanche volendo, parlare di ‘scomparsa’». Leto parla invece di “persistenza”, che si manifesta oltre la sua massima espressione monumentale, il Teatro Andromeda, realizzato dopo il museo ottagonale e definito da Lorenzo, nelle nostre conversazioni, la sua «opera ‘omnia’, il figlio col quale è cresciuto e invecchiato». Come lui stesso mi ha dichiarato, «Il teatro Andromeda, come un’architettura antica, ha visto una trasformazione attiva e continua nell’arco di quattro decenni. Iniziato a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, povero e privo di mezzi, il primo teatro sorse come una ‘Para’ premicenea costruita da pastori sicani. Su quelle fondamenta crebbe lentamente, sotto l’impulso dell’architettura organica vivente di Rudolf Steiner. Un’architettura – Foresta di simboli, che vengono esperite qui ed ora senza ulteriori rimandi metaforici. Così capita di assistere alla luce catturata dalla Porta Solare al Solstizio d’estate o sederti su una stella e guardare la Terra mentre viaggia verso la Galassia M31 di Andromeda. Qui, tutto vive e muta nell’ordine ciclico della trasformazione, ordine e prima legge che muove l’Universo. «In oltre quarant’anni di ossessione e ripensamenti, ho tra queste pietre riversato tutta la poiesis che domina la mia anima. Ma ogni opera, riavvolgendo il nastro, ha segnato un momento di evoluzione irrepetibile e non ho figli minori da disconoscere, o privilegiare».
Ritengo importante condividere la conversazione avvenuta tra me e gli artisti, oggi molto significativa, perché custodisce il ricordo di un incontro straordinario le cui parole resteranno indelebili nella mia memoria, restituendo ciò che vi era di sincero nel legame tra i due:
Come descrivereste la visione artistica che condividete?
Alfonso Leto: Ovviamente, le condivisioni, valgono molto di più delle differenze di opinioni su diversi punti, che pure ci sono, in quanto la nostra amicizia nasce proprio sulla condivisione e poi, semmai – per così dire – si specializza nelle differenze. Incontrare il giovane Lorenzo Reina la cui esistenza mi era stata annunciata dall’amico comune Costantino Chillura è stata una rivelazione per me, di quattro anni più grande, ma che stavo per concludere gli studi all’Accademia di Belle Arti. Mi lusingava essere considerato da questi enfants prodiges – uno nella poesia e l’altro nella scultura – uno più sognatore dell’altro, per i quali io diventavo, perché più maturo e già artisticamente attivo, una sorta di punto di riferimento con cui si poteva crescere insieme, sognare insieme cose più grandi di noi. In fondo è ciò che abbiamo fatto io e Lorenzo: siamo cresciuti insieme, nella stessa famiglia di idee, relazionandoci sempre nel nostro operare artistico, condividendo spesso esperienze, immaginando talvolta le stesse cose e avendo sempre uno sguardo lucido e amorevole nei confronti delle nostre rispettive creazioni. È chiaro e naturale che la mia fisionomia espressiva e la sua, maturando, mostrano punti di separazione, e di lontananza talvolta, ma sempre in un criterio di consanguineità ideale molto stretta che ci fa essere fratelli in arte. Tutto ciò non è scorporabile dai rispettivi contesti familiari a cui ciascuno di noi ha dato vita instaurando e mantenendo rapporti di grande affetto.
Lorenzo Reina: Alfonso c’è sempre stato. Lui stesso lo ha raccontato benissimo nell’intervista rilasciata per il doc film “Pietra Pesante” del regista Davide Gambino. È stata una presenza costante e confortante nel mio anomalo percorso da autodidatta, ma non ha avuto tuttavia implicazioni nella ricerca artistica individuale. Pittura e scultura erano nel Rinascimento “una medesima cosa”, ma il metodo contemporaneo porta inevitabilmente a risultati e visioni differenti, anche se le due discipline nel frattempo sono state dichiarate estinte a favore di una definizione unificante di “arti visive”. La pittura di Alfonso che ricordo negli anni Settanta, era una pittura fantastica e psichedelica, guardava a Pontormo e al Manierismo e si nutriva già “dell’ideologia del traditore” di Achille Bonito Oliva, e di lì a poco, Alfonso avrebbe dato un contributo significativo al movimento della Transavanguardia con una storica mostra presentata dallo stesso Bonito Oliva nei suggestivi spazi dell’Eremo della Quisquina. Tutto questo accadeva mentre io ancora mi tormentavo tra Michelangelo e Rodin, studi di anatomia e canoni classici stentati.
Ci sono opere nelle vostre rispettive creazioni che, pur utilizzando tecniche e materiali diversi, presentano qualche affinità?
Alfonso Leto: Ne potrei citare una emblematica: il mio quadro Fagotto è composto da un dipinto su tela inglobato in una cornice di gesso su cui a sua volta è innestata una cornice materiale di rami. Ebbene quella cassaforma di gesso è stata realizzata da Lorenzo, nel suo studio, con i suoi materiali e la sua affettuosa consulenza. Qui l’affinità sta proprio nell’atto fattuale dell’opera: la condivisione materiale di un risultato che per una porzione diventa comune. Poi trovo molto a me affini le opere di Lorenzo in cui sono presenti ossa animali e grano. Il grano, in particolare l’ho inserito anch’io in due mie opere pittoriche (dal titolo emblematico Risorsa, 1990-91) in cui il contenuto è fisicamente contenuto nel corpo dell’opera ed è costituito appunto da grano. In questo senso interessantissimo è il lavoro di Lorenzo in cui si invertono i concetti di contenitore e di contenuto: come ad esempio le cavità orali umane che danno vita ad un positivo volumetrico, quasi odontotecnico, a dei boli di bronzo, di grande potenza espressiva; oppure l’interno toracico-addominale della pecora che Lorenzo ha trasformato in un positivo, facendone una fantastica e abnorme crisalide. Inoltre trovo molto interessante e a me affine la capacità di Lorenzo di usare lamelle di piombo e gli ossidi per nobilitare, attraverso cromatismi metallici spericolati, le superfici delle sue sculture.
Lorenzo Reina: Un momento di consonanza creativa c’è stato negli anni Novanta, quando archiviata la grande abbuffata ipercromica degli anni ottanta, ci fu un ritorno critico (Filiberto Menna) verso un’arte neo minimalista che escludeva il colore e si affidava a nitide forme monocrome. In quel periodo mi ero lasciato alle spalle la scultura “raffigurativa” con una mostra alla galleria “Il Labirinto” di Palermo, non a caso, presentata in catalogo da Alfonso, che in questo contesto, stava conducendo una pittura volutamente “oscurata”. Erano tavole e tele piene di silenzio, ricoperte da un pigmento di cera nerissima in encausto. Le superficie venivano poi sapientemente modulate da tracce contrapposte di pennellate che assorbivano o riflettevano la luce. Ecco, in queste opere sentivo una vicinanza particolare, una idea di visione comune.
Quali aspetti del lavoro dell’altro trovi più affascinanti o degni di ammirazione nel contesto artistico?
Alfonso Leto: Del lavoro di Lorenzo trovo affascinante la visione d’insieme e la coerenza ideale che tenta di perseguire, quando relaziona le sue idee ad un ideale alto, ad una direzione mistica che però non perde mai il suo legame con la terra. Anzi parte proprio dalla terra per lanciare la sua idea verso un’altitudine spirituale o animistica, ma il peso visivo dei suoi materiali è così dominante che alla fine questa idea torna a far parte dei valori umani e terrestri. È un’acrobazia concettuale, un boomerang linguistico, direi, in cui lui è maestro e che mi affascina perché in un certo senso mi è estranea: io non provo nulla di eccitante nel relazionarmi con entità alte e altre. L’arte è per me, sì, un esercizio spirituale, ma lo Spirito per me non è trascendenza ma è il linguaggio insito in tutte le cose e la nostra capacità di decifrarlo e di forgiarlo creando codici. In definitiva, a me piace pensare che io e Lorenzo interpretiamo perfettamente quelle due fisionomie disciplinari che sono descritte nell’inchiesta cinquecentesca del Varchi su pittura e scultura, quando – cito a memoria – il Pontormo così risponde: il primo, il pittore, avvezzo a immaginare fuochi lontani ha più spesso male di capo e fastidi di mente. Lo scultore, invece è di migliore complessione fisica, ed è avvantaggiato, giacché Dio quando fece l’uomo lo fece di rilievo. A me diverte molto questa comparazione psicofisica: ci vedo sempre di riflesso Lorenzo e me, anche in merito alla sua straordinaria forza fisica che gli ha permesso in passato di fare cose davvero titaniche.
Lorenzo Reina: Non conosco artista, dopo Pablo Picasso, che abbia con la stessa vulcanica creatività, adoperato stilemi e rivisitazioni della storia dell’arte quanto la poliedrica produzione artistica di Alfonso Leto. In questo mezzo secolo di pittura ha sperimentato una libertà onnivora e metabolizzata dei codici espressivi contemporanei, restituendone con un magistero tecnico straordinario una lettura mai prevedibile. Una caratura artistica alta, sostenuta anche dall’essere l’intellettuale libero e carismatico quale è.
Oltre all’aspetto professionale, cosa rende unico e speciale il vostro rapporto?
Alfonso Leto: Onestamente, mi sento di dire che il nostro rapporto è veramente “unico e speciale” perché, oltretutto, uniche e speciali sono le condizioni in cui è venuto alla luce. L’entroterra agrigentino: negli anni ‘60/’70 del Novecento un bacino culturale ed economico da profondo sud, lasciato indietro da tutto e da tutti, che già in quegli anni si spopolava delle migliori braccia e professionalità del mondo agropastorale per farne operai al Nord Italia, in Germania, negli Stati Uniti. Erano anni della seconda grande ondata di spoliazione migratoria. Io e Lorenzo, in fondo, se pur di due diversi contesti familiari (il mio: artigiano e commerciale, per via dei mestieri dei miei e agropastorale il suo) abbiamo scelto strade convergenti ma maturate in contesti diversi: io non ho avuto alcuna difficoltà a fare accettare ai miei la mia scelta, e già a 14 anni sono andato a studiare a Palermo al Liceo Artistico: una scuola che in paese si stentava a capire cosa fosse e a cosa servisse. Lorenzo ha dovuto lottare molto prima di far accettare ai suoi che la sua strada era la scultura. Ecco da un punto di vista socio ambientale abbiamo percorso strade che nel nostro territorio erano ritenute prive di significato, e soprattutto di riconoscibilità sociale e professionale. Il nostro è stato comunque un gesto di antagonismo culturale, e quasi vocazionale, come quello degli altri nostri amici artisti che in quegli anni presero la stessa via: Francesco Chillura, per primo e Peppe Rizzo… e così via. In questo contesto, va detto, un ruolo importante lo ha avuto il poeta Cesare Sermenghi, che vegliò sui nostri inizi, incoraggiandoli, e in un certo senso sulle nostre amicizie.
Lorenzo Reina: Quando un rapporto umano si fonda sulla stima reciproca testimoniata dal corso di tutta una vita, subentra una naturale e affettuosa vicinanza. Ci si sente compagni di viaggio, partecipi felici dei risultati professionali conseguiti e si auspica per quelli a venire. Il tempo ha cancellato molte mie vecchie amicizie, così tante che adesso quelle rimaste le posso contare in una sola mano. E Fofò, sta nel cuore di quella mano.
Conclusioni
Raccontare Lorenzo Reina non è stato semplicemente un lavoro universitario, ma un vero e proprio viaggio verso ciò che non tutti riescono a vedere a occhio nudo, e quindi solo con il cuore, con l’anima, con le sensazioni. L’aver potuto, in questo contesto, offrire una doppia lettura del rapporto tra questi grandi artisti ha dato maggiore spessore a questa esperienza, rendendola più ricca di contenuti, e mi ha aiutato a capire meglio l’opera e la personalità del grande scultore che ci ha da poco lasciati.
Il Teatro Andromeda è la sua opera più nota, e mi piace in chiusura ricordarla con le parole di Lauretta Colonnelli, nel libro Teatro Andromeda. Storia di Lorenzo Reina. Artista Pastore che mutò le pecore in stelle (Marsilio, 2023), come «un’unica grande opera che incornicia performance infinita della natura, dove confluiscono spontaneamente Land Art e classicismo postmoderno, arte concettuale e arte povera, in una originalissima rielaborazione».
Chiunque osservi la sua arte, così come lui stesso ci ha insegnato a fare, potrà udire la sua voce e la sua concezione di vita. La sua presenza sarà lì, vibrante e silenziosa, visibile agli occhi e percepibile al cuore, a ricordarci che un grande artista non muore mai.
Le sue opere continueranno a vivere grazie alle cure che la moglie Angela e i suoi figli sapranno riservare a questo grande patrimonio artistico. Libero e Christian, i figli di Lorenzo, hanno tutte le caratteristiche umane per poter conservare e valorizzare la visione paterna. Hanno inoltre la sensibilità artistica (essendo entrambi attivi nei loro campi: la musica e la fotografia) per trasfondere nuove energie e nuove visioni, grazie all’insegnamento e all’eredità etica ed estetica che già da anni Lorenzo aveva affidato con grande orgoglio e fiducia proprio alla loro sensibilità.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Chiara Scolaro, è dott.ssa in Storia dell’Arte, laureata presso l’Università degli Studi di Palermo con tesi “La ‘Sicilia fredda’. Entroterra e vitalità dell’arte contemporanea a Santo Stefano Quisquina: Alfonso Leto e Lorenzo Reina, un focus”, relatrice prof.ssa Cristina Costanzo (a.a. 2023/2024). Appassionata di storia, letteratura, arti visive e fotografia, ha conseguito il diploma di laurea di I livello in Arte Sacra Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo (2023) e il Master di I livello in Discipline socio-letterarie, storiche e geografiche presso l’Università UniCamillus di Roma (2025).
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