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Di Sicilia, di libri e altre cartoline. Conversazione con lo scrittore Michele Burgio

61ddwwxlnvl-_sl1500_di Alberto Genovese

Ama scrivere “Cartoline dall’Isola”, isola innominata per vezzo letterario, nella quale ognuno ravvisa la Sicilia. Ora la Sicilia dell’interno, la petrosa, la disadorna, l’immota, la sequestrata alla storia, la generosa di letterati. Dicono qui le cartoline di sentieri di adolescente avventuroso percorsi nelle campagne, di dimore cadenti visitate dall’immaginazione, dell’oro della nostalgia, dell’affetto di figlio. Foto di un album felice, di promesse di vita non tradite. Poi la Sicilia della costa, metropolitana, alma mater del sapere di adulto, splendida, sgarrupata, terragna, nell’insieme vera, ma come incompleta, come una somma di spiccioli alla quale ne manca sempre uno perché la si possa degnamente spendere.

Cartoline del presente, colme di civile furore, che denunciano, s’indignano, pongono domande irriverenti, formulano quesiti da sfinge per precipitare l’incauto, narrano la gioia della lettura, avvistano autori navigando controcorrente, svelano covi di prelibate cibarie. Cartoline mai omertose nel dichiarare lo stare qui invece che là, cartoline che fanno di Palermo, città d’elezione, un’opera al nero, decomposta con fede nell’oro futuro.  

Molte di queste cartoline sono lacerti di fine letteratura, frasi che pensano (è forse una regola fra gli scrittori?), ricamate con un lessico alto, e tanto più sono da antologia quanto più, a volte, l’oggetto dello scritto è per intenzione ordinario dinnanzi alla forma. Un musicologo le chiamerebbe – le migliori fra queste missive – “studi trascendentali”: partiture per esercizi di virtuosismo, per la stupefazione del lettore, oltre che per la scrittura dell’autore, che ti chiama a una sfida, a un esempio.

Queste cartoline dall’Isola non sono affrancate. Imbucate su Facebook, a beneficio di chiunque.  A scriverle è Michele Burgio, classe 1982, originario di Serradifalco, palermitano d’adozione, linguista, dialettologo, con un prestigioso titolo di abilitazione all’insegnamento universitario. Mente rubata alla cattedra, nudo di toga per maneggi, si è inoltrato nel sentiero del romanzo, e per eterogenesi dei fini gli è arriso il successo. Il primo squillo del suo talento risale al 2022: è fra i 29 “segnalati” della giuria (926 i concorrenti) alla 35a edizione dell’esigente “Premio Calvino” con il romanzo inedito U’ tortu («per l’esatta radiografia di un ceto borghese ottocentesco siciliano, da cui germina un delitto nel torbido intreccio di conformismo e desiderio»). Ma già in quello stesso anno Ianieri pubblica Mondo è stato (terzo classificato al “Premio Giallo Garda” del 2023), e nel 2024 Altro da Palermo, entrambi nella collana “Le dalie nere”, dedicata ai romanzi gialli.

Quest’anno la consacrazione nel gran mondo editoriale: Bompiani ripubblica Mondo è stato col titolo (meno idiomatico e più ecumenico) di Il fumo e l’incenso. Il libro ha avuto recensioni di rilievo, e tutte più che favorevoli, e nell’insieme esaustive [1]. Di nostro potremmo aggiungere, a margine, come ulteriore nota di merito, lo studiato equilibrio linguistico fra l’inclito e il popolare, secondo il bisogno di ogni singola scena narrativa, ulteriore e istintiva metafora del dualismo fra il fumo della turba, acre ma con la virtù del vero, e l’incenso dei maggiorenti, ieratico e ipocrita, che sfuggiranno all’ignominia della colpevolezza. A noi, però, interessa (e confidiamo che i nostri lettori siano della medesima opinione) intervistare Michele Burgio più come intellettuale e meno come autore. E, certo, con qualche divagazione…

2Da un po’ di anni a questa parte i romanzi di investigazione, i cosiddetti “gialli”, godono fra i lettori di grande successo. Io credo che non sia un caso, anzi è un fenomeno che vuol dirci qualcosa, rivelarci un sentimento del nostro presente, un bisogno non chiaro alla coscienza del lettore. 

«Più semplice pensare che un giallo è facile da leggere, spesso scorrevole. Se ci pensi, ancora miglior salute gode il romance che, come il giallo classico, viene costruito su uno schema prevedibile. Il fatto che il successo commerciale arrida a romanzi di questi generi dimostra che i lettori ci sono ancora – e questo è un bene – ma sono sempre più “deboli”, hanno bisogno di libri che calzino comodamente.

Fra i “non-solo-giallisti” – penso a Fois, Alajmo, Stassi – c’è la volontà di allontanarsi dai cliché, giocare con il genere, ampliarlo, dargli respiro: mi piace molto questa tendenza. Ci sono in giro anche testi che provano a dissimulare qualcos’altro attraverso il giallo o a destrutturare il genere dall’interno. Questi libri, però, disorientano i lettori avidi o distratti e se non promossi in modo mirato, o se non godono già dell’autorevolezza del nome di chi li ha scritti, rischiano di restare “incompresi”». 

A proposito di libri polizieschi, molti di questi sono ambientati in Sicilia. Nella “statistica” della “narrativa del delitto” è certo preponderante, almeno nell’ultimo decennio, la produzione di Camilleri. A prescindere dal genere, e dunque includendo anche i romanzi “senza un crimine” che hanno la Sicilia come cornice dei fatti, viene da chiedersi di quale Sicilia si tratti. La nostra è un’isola talmente affastellata, direi quasi incrostata, di miti, che è quasi fatale, per chi scrive, rimanere impigliati nel dialettismo e nella oleografia. Sembrano tuttora convivere nella narrativa due Sicilie: una Sicilia di carta, esotica, una Sicilia “che ci fa”, nostalgica dell’epica e dei simboli più corrivi, e una Sicilia “che c’è”, una Sicilia il cui suggestivo e ineliminabile passato viene temperato da un qual realismo. Qual è, a tuo avviso, il bilancio che ne se può fare nel presente? 

«A ben guardare, forse queste due Sicilie rappresentano tipologie diverse di scrittori siciliani: quelli che in Sicilia hanno vissuto poco e non ci vivono più, e quelli che sono rimasti. Queste categorie sono sempre esistite, oltretutto: Verga ha trascorso in Sicilia i due terzi dell’esistenza, Pirandello non ha più fatto ritorno; Camilleri e Consolo erano “di mare aperto”, Sciascia e Bufalino “di scoglio”. È naturale che chi racconta la Sicilia dal continente ha più strumenti per uno sguardo distaccato e plurale, chi invece la vive quotidianamente ne può meglio raccontare le dinamiche pulsanti, i microcambiamenti».  

3Certo, poi c’è un’opera-mondo, unica, come Horcynus Orca, di Stefano D’Arrigo, che lascia interdetti: senza veri predecessori né prosecutori reinventa il mito terracqueo di Scilla e Cariddi, riscrive il femminino siculo, declina in chiave ingloriosa l’epopea del ritorno. So che l’hai letto, e certo non ti chiederò un pur minimo giudizio: di fronte ai capolavori si tace. Però, tu, come giovane scrittore che ha dinnanzi praterie di anni e progetti di nuovi romanzi che probabilmente ti sollecitano e ti urgono, forse potresti dirci se in quell’immensità di pagine ti sia apparsa l’epigrafe di un insegnamento di cui potrai giovarti. In fondo, non sono proprio libri come questi le migliori scuole di scrittura? 

«Ho sentito parlare di Horcynus Orca al primo anno di Lettere e mi ha subito attratto e respinto. In quell’anno Oga magoga di Giuseppe Occhiato aveva vinto il premio Alvaro ed era quindi risorto l’interesse nei confronti dei libri monstre. Qualcosa del genere sta avvenendo in questo momento grazie ai ponderosi romanzi di Griffi (Ferrovie del Messico e Digressione, in ultimo) che, però, non hanno il respiro né la pretesa di essere romanzi-mondo. D’Arrigo era una promessa lasciata indietro vent’anni fa e ho scelto di mantenerla nell’estate appena trascorsa. Non credo che potrò imparare molto da quel lavoro perché la sua scrittura fluviale e ondosa è distante dal mio sentire di autore, ma non ho potuto che ammirarne la grandezza, la profondità, la maestria nel trascinare una scena, un puntiglio, per pagine e pagine. Dici bene: di fronte a un prodigio del genere ci si lascia travolgere e si assapora il viaggio in silenzio. Posso confermarti, però, che è un pasto infinito e che lascia ancora affamati». 

Il mondo sta vivendo anni tristissimi, e questo mi porta d’impeto a considerare il ruolo dell’intellettuale nella temperie di una società che soffre le doglie di un futuro insondabile. Vi sono stati tempi, non remoti, e che tuttavia lo sembrano, durante i quali lo scrittore non era soltanto uno scrittore, ma anche una auctoritas. Penso, fra i tanti, e in disordine, in Italia, a Sciascia, Pasolini, Michela Murgia… E in Francia Sartre, Camus, De Beauvoir, Michel Houellebecq… Può lo scrittore elevarsi tuttora a coscienza critica dei suoi anni? Denunciare con forza profetica lo svilimento della convivenza civile? Trascinare le coscienze? Segnalare il baratro? Ed è ancora possibile farlo con i libri? 

«Ognuno può provare a farlo se crede di esserne capace, se lo vuole, se lo sente. Con la consapevolezza del rischio, però, che l’esposizione di un pensiero complesso, sfaccettato, sfugga a molti lettori. Alcuni lo tacceranno di poca chiarezza; altri, per non ammettere di non aver capito, diranno di essere annoiati da quel tipo di scrittura. Non so, non credo che ne valga neanche la pena. L’intellettuale in grado di aprire nuove prospettive è di necessità “scomodo” e ha senso solo davanti ad un pubblico che capisce quel che dice e perché lo dice; di altri esseri pensanti, insomma, che lo fronteggino nei giusti spazi di dibattito. Se lo spirito critico appartiene a una ristretta cerchia, anche l’analisi del reale rischia di essere parziale e inane. Gli scaffali delle librerie offrono saggi di intellettuali di varia statura: i pochi veramente coraggiosi sono quelli che hanno minor mercato. Vale per questo discorso ciò che vale per i romanzi. La maggior parte dei lettori amano le conferme in quello che già credono di pensare; la polarizzazione delle posizioni in atto favorisce la stesura di libri facili, che seguono la traccia segnata dal solco, e lo riempiono di parole più o meno infiocchettate.

Mi permetto un riferimento relativo a un ambito che conosco direttamente: la scuola. Quattro o cinque intellettuali, sempre gli stessi, pontificano quotidianamente su aspetti financo minuti riguardanti l’educazione, la didattica, i metodi di studio: scrivono banalità di media ragionevolezza, basandosi immagino su ciò che leggono o che gli riferiscono, visto che la maggior parte di loro non è mai entrato in un’aula scolastica. Infatti, ogni tanto la sparano grossa e gli si annuvolano attorno polveroni di critiche da parte di chi quel lavoro lo fa ogni giorno. Eppure le fonti di informazione, spesso carenti di testimonianze dirette dal mondo della scuola, riportano ogni loro sospiro come se fosse il verbo di un messia». 

41sscszfhtl-_sy445_sx342_ml2_Credi che sia possibile un ritratto del lettore odierno? Sembra prevalere, dai titoli di maggiore successo, il gusto per l’immediata divagazione e l’insofferenza agli spasimi dello stile e ai rovelli della narrativa pensante. 

«Ai miei occhi il lettore odierno è quello di vent’anni fa, assediato dagli impegni di una vita caotica, con in più l’impatto dello smartphone. Più dei pc, più dei primi telefonini, sono stati gli smartphone a cambiarci la vita. La capacità di concentrazione di chi ha uno smartphone accanto è imparagonabile a quella di chi non ce l’ha. Stiamo parlando di un aggeggio che, anche quando sei nella più rosea pace della lettura, ti sollecita in continuazione non solo con trilli e notifiche, ma anche con la perenne tentazione del riscontro, magari innocente e legato a ciò che stai leggendo (“quando è nato l’autore? cos’altro ha scritto?”). In più il fatto di poter controllare senza sforzo anche le stupidaggini (“sarà uscita quella circolare? mi avranno accreditato quell’importo?”) ci fa vivere in uno stato di facile distraibilità. Per queste premesse, il lettore odierno spesso può impegnare solo una parte del cervello, e predilige una lettura facile da smettere e ricominciare. Ecco quindi, nella narrativa, la banalizzazione delle trame, la sottrazione nelle descrizioni, l’abbondanza dei dialoghi». 

Come lettore e come scrittore, ovvero come lettore che legge un testo con la consapevolezza critica del mestiere, qual è il tuo parere sulla qualità della lingua nella produzione letteraria dei nostri giorni, quantomeno rispetto a un passato abbastanza prossimo da potersi istituire un ragionevole confronto? 

«Escono in continuazione romanzi che denotano una volontà di riflessione metalinguistica, anche se a mio avviso trovo che spesso sia condotta proprio male, non sia suffragata da vere competenze di una disciplina che è complessa come poche. Ma va bene lo stesso, perché quantomeno non ci si appiattisce su una qualche forma di italiano standard, che tanto sarebbe ugualmente fuori dalla realtà. Così c’è chi si ostina a spalmare qui e là dialettismi, spesso senza motivo, chi nasconde il vuoto delle trame in una lingua che arrovella e si attorciglia, chi si crea un proprio linguaggio dentro il quale “devi entrare” (e spesso ne esci presto con le borse piene), chi straborda di gergalità ammiccante. Eppure, visto che mi domandi in maniera specifica della lingua, il mio bilancio è sorprendentemente positivo: questo casino lessicale è centrifugo, creativo, mi mette allegria. Se poi parliamo dello stile, è un altro discorso». 

Un giorno, non ricordo quale, comunque nella pienezza degli anni giovanili, mi prese il furore di cimentarmi nella scrittura di un romanzo. Credevo di avere gli strumenti per provarci. Scrivere, sì, ma cosa? Mi ci voleva un’idea, quale che fosse, un’ispirazione. Ma non venne fuori nulla. Mi resi conto, qualche anno dopo, che il germe della scrittura è una storia. L’occulto sottotitolo di tutti i romanzi è “Ti racconto una storia”. (Mi permetto sommessamente di aggiungere che una storia senza una lingua è muta, ma la lingua senza una storia è cieca. Ed è il “modo” di questo connubio il sostrato di ogni stile). Tu hai scritto un giallo, Il fumo e l’incenso, che ha un intreccio di ispirata invenzione. Ma anche il tuo Altro da Palermo è un sofisticato romanzo ad incastro di tre personaggi che condividono l’iniziale del cognome e il filo di un destino. È, dunque, questa risorsa immaginativa, per uno scrittore, l’alba del talento (e di converso anche la sua notte, quando l’immaginazione si eclissa)? 

«Non credo che esistano regole universali. Leggo di autori per cui l’atto della scrittura è un travaglio, un’urgenza, un parto. C’è chi vive in uno stato di precarietà e scrive appeso a una tegola, chi lavora dalle sei del mattino alle dieci di sera e scrive tra le due e le quattro di notte, chi in assenza di penna è capace di scrivere con il carbone della stufa… Io li invidio tutti perché se non sono riposato, se non ho tutto in ordine, se non ho la piena concentrazione, non butto giù una parola. Per me vale la regola dello “scrivere felicemente”, cioè come un atto di puro piacere, di maturazione serena del pensiero. Certo, ci vuole una storia, e la storia nasce quasi sempre da un’esperienza di vita. Ammetto che ci siano storie più urgenti di altre, idee che vengono concepite già con chiarezza dal primo barlume e altre che invece hanno bisogno di lunga maturazione. Nel caso di Altro da Palermo, il primo motore è stata la volontà di raccontare la ferocia borghese di questa città; per Serrapriola, la mia adolescenza serradifalchese è stata incubatrice di un modo di guardare all’evoluzione del “sistema Sicilia” attraverso un osservatorio periferico e marginale. C’è un romanzo al quale lavoro da due anni e che fa molta fatica a venir fuori: lì la storia è urgentissima, ma è così dolorosa che apro il file e dopo poco mi assalgono l’angoscia e il groppo alla gola. Questo non mi era mai successo, ma sento di doverlo finire, prima o poi». 

Michele Burgio

Michele Burgio

Qual è, Michele, il tuo lettore ideale? E cosa (invece, o a conferma) percepisci dal pubblico che affolla le molte presentazioni dei tuoi libri? 

«Il termine affollarsi non è appropriato al numero dei partecipanti alle presentazioni dei miei libri, che oltretutto non sono poi molte, né ai miei numeri di vendita. E però questo non lo vedo come un dato per forza negativo, perché mi rendo conto di avere già – e di stare costruendo vieppiù – uno zoccolo duro di lettori, che sono esattamente i miei lettori ideali. Persone che hanno voglia di godere leggendo, che non cercano soltanto una bella storia, ma che hanno proprio voglia di emozionarsi, arrabbiarsi, sorprendersi e, magari, poi, venirmelo a dire. Ricevo spesso riscontri da parte di sconosciuti che, dal niente, sentono il bisogno di farsi vivi e raccontarmi cosa ha lasciato loro una cartolina o un romanzo. Qualcuno si ricorda che quel fatto è successo “pari pari” anche a lui, un altro protesta per la sorte dei personaggi, qualcuno si arrovella sul perché abbia scelto un finale piuttosto che un altro. Questo è molto gratificante». 

Ho omesso, nella presentazione, di dire che tu insegni nelle scuole serali. Parrebbe un osservatorio privilegiato per indagare le ragioni della fuga dalla lettura. O magari il tuo riscontro non è così negativo. 

«Il mondo delle scuole serali – il mio mondo da dieci anni a questa parte – è un osservatorio privilegiato per guardare all’umanità. Non c’è cinghiale più ottuso del borghese che frequenta borghesi e si muove dentro il perimetro dei quartieri residenziali. Senza la sfida quotidiana lanciata dai miei alunni, senza il loro scarto, le loro diversità e intelligenza, sarei molto più povero di spirito. Gli istituti superiori serali non sono frequentati da rifiuti della società o da tardoni un po’ stupidi; al contrario qui viene chi, dopo una giornata di lavoro, riesce a stare con una forza di volontà fuori dal comune altre cinque ore seduto e concentrato dietro alla storia, al diritto, alla letteratura, all’economia e alla matematica. Non mi scandalizza se, tornando a casa, non trovano il tempo o la voglia di immergersi in un romanzo di Sartre. Sono orgoglioso, però, di quelli tra di loro che hanno scoperto a scuola il piacere dell’apprendimento e hanno capito che nulla gli è precluso. Alcuni dei miei alunni si sono iscritti all’università, persino in Lettere».   

Si mormora che stai lavorando ad una “trilogia” di Serrapriola, il paese immaginario de Il fumo e l’incenso. Dovremmo aspettarci dunque altri due romanzi. È una maldicenza? 

«Sarebbe una benedizione, altroché».  

Vorrei terminare questa conversazione, alla quale ti sei cortesemente prestato, con una domanda forse intempestiva, perché raramente l’epifania del nostro fare si palesa mentre siamo assorti nel fare. Mi concedo di provarci: cos’è per te la scrittura? La consideri un destino verso cui sei andato incontro? Oppure (o anche) l’umana ricerca di un senso dello stare nel mondo, una metaforica “linea di minor resistenza”? O cos’altro? 

«Oggi per me la scrittura rappresenta così tante cose che, se dovessi risponderti con completezza, finirei per dire troppo e alla fine mi sentirei nudo e in difficoltà. Nelle sue varie forme, la scrittura è la mia vita, e questo lo sa chi mi conosce da quand’ero bambino. Non riesco a immaginare un mese intero senza scrivere e sono ragionevolmente certo che non sia mai trascorso in passato. Dai dieci ai vent’anni ho compilato diari d’ardore foscoliano, scritto poesie brutte e altre passabili, vergato lettere d’amore che non ho mai spedito. In seguito, mi sono buttato anima e corpo nella ricerca scientifica e per quindici anni ho scritto tutti i giorni di linguistica. Già al crepuscolo di quell’esperienza ho iniziato a buttar giù ‘U tortu, il romanzo storico cui facevi riferimento prima. E poi tutto il resto: i quattro libri pubblicati e gli altri quattro inediti. No, non riesco a immaginarmi con l’inchiostro a secco neanche fra quarant’anni. Diverso è il discorso relativo all’esperienza editoriale. Quella, in via precauzionale, voglio pensarla come una parentesi che si è aperta con discrezione cinque anni fa e che potrebbe richiudersi prima della mia reale volontà di farlo. Ma vedremo: per strada s’aggiusta la soma». 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Note
[1] Si veda, fra le molte, https://ilmanifesto.it/se-lapparente-tranquillita-va-fuori-controllo; https://www.rainews.it/tgr/sicilia/video/2025/07/il-fumo-e-lincenso-il-giallo-comunitario-di-michele-burgio-766cb283-88d5-4615-b82c-d2c73874eff3.html (con un breve intervento dell’autore).
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Alberto Genovese, nato a Trapani, dove vive, è laureato in Filosofia. Ha collaborato con la casa editrice “Novecento” di Palermo, per la quale è stato co-curatore della prima edizione italiana (1989) del Nachsommer (Tarda estate) di Adalbert Stifter. Come scrittore ha esordito nel 2022 con la casa editrice Manni (L’alternativa del cavaliere), segnalato nell’edizione 2019 del Premio Calvino, e finalista alla VI edizione del Premio letterario “Città di Erice” (2024). Collabora per le recensioni di libri con “tuttatoscanalibri” e “Azioni Parallele”.

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