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Dalla selva oscura al Blues. Riletture afroamericane della “Commedia”

(Fig. 1: Eastman Johnson, The Lord is My Shepherd (Psalm 23), 1853, Smithsonian American Art Museum)

Eastman Johnson, The Lord is My Shepherd (Psalm 23, 1853, Smithsonian American Art Museum)

di Valerio Cappozzo  

“Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me”, recita il Salmo 23:4, conosciuto sin dal Seicento dagli schiavi deportati dall’Africa e convertiti al Cristianesimo sulle coste americane. I versetti biblici vengono cantati negli Spiritual e nei Gospel, musiche nate in condizione di schiavitù e di lavoro forzato in una terra nuova e ostile, priva di radici e appartenenze. In quelle melodie, la Bibbia non è soltanto un testo sacro, ma un linguaggio di resistenza, la promessa di liberazione e di emancipazione. Da questa matrice nascono il Blues e il Jazz, forme espressive attraverso cui la comunità nera racconta la storia degli Stati Uniti, trasformando il dolore dell’emarginazione in poesia musicale.

Uno dei pochi schiavi riusciti a conquistare la libertà, dopo essere stato venduto più volte dai campi di cotone del Kentucky fino al Missouri, raggiunge clandestinamente l’Inghilterra e, nell’estate del 1852, visita la National Gallery di Londra. Qui si aggira per le sale piene della ricchezza culturale europea e rimane incantato dal quadro del pittore scozzese Joseph Noel Paton. Il dipinto raffigura Dante Alighieri immerso nella contemplazione della storia di Paolo e Francesca. Il poeta ha il volto concentrato, immerso in un’inquietudine morale, come se stesse riflettendo sul destino umano e sulle conseguenze delle scelte compiute nel corso della vita. 

(Fig. 2: Joseph Noel Paton, Dante Meditating the Episode of Francesca da Rimini and Paolo Malatesta, 1852, Bury Art Museum)

Joseph Noel Paton, Dante Meditating the Episode of Francesca da Rimini and Paolo Malatesta, 1852, Bury Art Museum)

Per l’ex schiavo, abituato a leggere la propria esistenza attraverso la costrizione, quel quadro rappresenta qualcosa di più di una semplice esperienza estetica. Recentemente aveva letto The Prophecy of Dante di Lord Byron, poemetto in terza rima dove il poeta inglese, anch’esso esule, si identifica con Dante, scrive dell’amore per Beatrice e dell’insperato ritorno a Firenze. A questo punto il giovane afroamericano guarda l’immagine del poeta malinconico e bandito dalla propria città e non vede soltanto il grande autore europeo celebrato nelle accademie, ma vi riconosce una figura familiare, un uomo costretto a vivere lontano dalla propria patria, un esule vittima dell’ingiustizia.

L’anno successivo, William Wells Brown, dopo aver preso il cognome dall’uomo che lo ha accolto dopo la fuga dalla schiavitù, pubblica a Londra il primo romanzo afroamericano in cui la protagonista è la figlia mulatta del terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson e della schiava afroamericana della moglie. Attraverso questa scelta narrativa scomoda, in Clotel; or, The President’s Daughter (1853), il fuggitivo costruisce una controstoria degli Stati Uniti, dove il padre della Dichiarazione d’Indipendenza, simbolo della libertà americana, diventa il centro di una vicenda che mette in luce la contraddizione originaria della nazione, la coesistenza tra l’ideale dell’uguaglianza e il sistema schiavista.

Quando Brown scrive il romanzo, le diverse gravidanze della giovane schiava di famiglia, di nome Sally Hemings, appartenevano ancora al territorio di supposizioni e controversie. Soltanto nel novembre del 1998 le analisi genetiche, pubblicate sulla rivista scientifica britannica «Nature», hanno definitivamente confermato che il presidente ebbe con lei diversi figli. Quei bambini illegittimi, nati da padre bianco e madre nera, erano definiti “mulatti” secondo la terminologia dell’epoca, occupavano una posizione particolarmente ambigua nella società americana ed erano spesso bersaglio delle discriminazioni provenienti da entrambi i lati della linea del colore. Questo “inferno” è il tema portante dell’intero romanzo di William Wells Brown, che rielabora in forma narrativa la condizione autobiografica della schiavitù attraverso la figura di Jerome, uno schiavo nero in fuga e innamorato di Clotelle (come viene chiamata nell’edizione del 1867).

Uscito dalla National Gallery e pensando ai versi di Lord Byron, l’immagine ormai indelebile del quadro di Sir Joseph Noel Paton riemerge nella costruzione del rapporto amoroso tra Clotelle e Jerome, i due schiavi uniti dalla speranza della libertà. Brown scrive: 

«Jerome sperava di poter portare via con sé anche Clotelle, ed era questa speranza che lo tratteneva dal fuggire da solo. L’amore di Dante per Beatrice […] non era maggiore di quello di Jerome per Clotelle […]. All’insaputa del padre, che era il padrone dei due schiavi, la signorina Willson insegnava a Clotelle, e quest’ultima trasmetteva le lezioni al suo amante, finché non furono in grado di leggere». 
(Fig. 3: William Wells Brown, Clotel; or, The President’s Daughter, Londra, 1853).

William Wells Brown, Clotel; or, The President’s Daughter, Londra, 1833

Il riferimento non è ornamentale. Per la prima volta una storia d’amore tra schiavi viene posta sullo stesso piano simbolico della storia d’amore tra Paolo e Francesca, una delle più celebri della letteratura occidentale.

Ma «galeotto fu il libro», è il caso di dire, difatti Clotelle impara a leggere grazie all’aiuto della giovane figlia del padrone e trasmette poi quelle conoscenze a Jerome. Come Paolo e Francesca, anche loro sono uniti dai libri.

Nell’ultima versione del romanzo, pubblicata nel 1867, Jerome ormai libero insieme alla sua amata, si immerge nello studio dei classici e, nel rielaborare il peso del proprio passato, arriva a identificarsi esplicitamente con Dante: 

«Questo figlio di una razza disprezzata cercava nei libri quel sapere che la schiavitù gli aveva negato negli anni della giovinezza. [...] Piangeva [...] e, col cuore palpitante, seguiva Dante, esule e indigente, con una sentenza di fuoco sospesa sul capo, mentre abbandonava la sua amata Firenze e andava errando di città in città alla ricerca di pace, senza altri compagni che i sette primi canti del suo poema, composti prima della sentenza che lo aveva condannato all’esilio dalla terra natia». 

Da questa identificazione nel poeta fiorentino prende forma il primo Dante afroamericano. Lo schiavo fuggiasco ne riconosce non il monumento letterario europeo, ma l’esule, non il padre della lingua italiana, ma l’uomo espulso dalla propria comunità. L’esilio diventa il punto d’incontro tra il Medioevo e la diaspora africana.

L’anno dell’ultima edizione del romanzo, ormai con il titolo Clotelle, or The Colored Heroine: A Tale of the Southern States (1867) coincide con l’anno di edizione della traduzione integrale della commedia dantesca ad opera di Henry Wadsworth Longfellow. Poeta e accademico di Harvard, fu tra i primi intellettuali bianchi a confrontarsi sistematicamente con il testo dantesco, non limitandosi a una lettura parziale o antologica, ma affrontando l’intera struttura architettonica del poema con l’intento di restituire la complessità teologica, filosofica e poetica al pubblico anglofono. La sua traduzione ha avuto un impatto culturale significativo, legittimando Dante Alighieri come autore centrale nel canone letterario occidentale anche negli Stati Uniti. Non più, quindi, come figura della tradizione italiana, ma punto di riferimento universale della poesia e del pensiero cristiano.

Fig. 4: W.E.B. Du Bois, The Souls of Black Folk, Chicago, 1903).

W.E.B. Du Bois, The Souls of Black Folk, Chicago, 1903).

Grazie a questo crescente interesse degli intellettuali statunitensi viene fondato il Dante Club, un circolo di lettura composto da studiosi e scrittori di area bostoniana, che si riunivano per discutere e commentare alcuni canti del poema. Questo ambiente culturale ha favorito la nascita di una più strutturata istituzione accademica, la Dante Society of America, fondata nel 1881 e oggi ancora attiva, diventata rapidamente il principale centro di riferimento per gli studi danteschi in Nord America.

Il processo di diffusione di Dante, per tornare alla ricezione degli afroamericani che in quegli anni avevano difficoltà ad accedere agli incontri accademici, si innesta in circuiti culturali e religiosi più periferici rispetto all’élite universitaria di Harvard, assumendo spesso forme ibride e meno note. In questo senso, la presenza dantesca nel romanzo Clotelle e una pubblicazione legata alla Chiesa Episcopale Anglicana dello Stato di New York, segnalano un’interessante circolazione “orizzontale” del poeta fiorentino, che entra in contatto con pubblici e contesti sociali diversi dalla cultura accademica.

La poetessa e insegnante Henrietta Cordelia Ray (cfr. https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-letteratura-italiana-senza-dante-la-lezione-di-francesco-de-sanctis-e-di-cordelia-ray/) gli dedica un intero componimento nel 1885. Per Ray Dante è una figura profetica: 

Grande, solitario Poeta! che ascendi alle altezze divine
e sollevi il velo da gravi misteri.
Attraverso i secoli oscuri tu ancora parli
con fragore di tuono…
 

In questo contesto Alighieri viene evocato non solo come autore letterario, ma come figura esemplare, storica e religiosa insieme. La poesia, dal titolo Dante, testimonia la progressiva interiorizzazione del poeta fiorentino nel panorama culturale americano non solo come oggetto di studio, ma come fonte di ispirazione creativa.

Così nel corso del Novecento la struttura della Commedia viene progressivamente reinterpretata dalla letteratura afroamericana come forma narrativa e interpretativa dell’esperienza storica della schiavitù e della segregazione, dando vita a un’originale riscrittura della modernità statunitense. In The Souls of Black Folk (1903) di W.E.B. Du Bois, la condizione degli afroamericani diventa un viaggio morale collettivo, una discesa agli inferi della società razzista. La sua teoria della “double consciousness”, secondo cui il soggetto nero è costretto a vedersi simultaneamente attraverso il proprio sguardo e quello della società bianca, richiama la condizione del pellegrino dantesco, insieme protagonista e osservatore del proprio cammino. Più che attraverso citazioni dirette, l’influenza di Dante agisce qui come modello strutturale e simbolico, offrendo una forma narrativa capace di anticipare le riflessioni che accompagneranno la stagione delle lotte per i Diritti Civili.

 (Fig. 5: Go Down, Death! The Story of Jesus and the Devil, regia di Spencer Williams Jr., 1944).

Go Down, Death! The Story of Jesus and the Devil, regia di Spencer Williams Jr., 1944)

L’immaginario dantesco esce presto dai libri per entrare nella cultura popolare. Nel film Go Down, Death! (1944), il regista afroamericano Spencer Williams Jr. inserisce, nei momenti più intensi del sermone pronunciato dal pastore che incarna il bene contro il padrone della locanda, figura del male, alcune sequenze tratte dall’adattamento cinematografico dell’Inferno realizzato in Italia nel 1911 da Francesco Bertolini, Giuseppe De Liguoro e Adolfo Padoan. Le immagini delle anime dannate, dei demoni e di Lucifero che divora i peccatori, si sovrappongono così alla vicenda raccontata nel film di Williams. Dante entra nella cultura visiva afroamericana e contribuisce a costituire una rappresentazione dell’aldilà cristiano insieme a una metafora dell’inferno vissuto in terra.

In Black Boy (1945) di Richard Wright, lettore appassionato della Commedia, il Sud segregato appare come un inferno sociale e psicologico da cui il protagonista cerca di liberarsi attraverso la lettura. Come per Jerome e Clotelle, i libri aprono unna breccia nelle mura della segregazione e rendono possibile una forma di resistenza interiore. Il finale, con lo sguardo rivolto alle stelle, richiama inevitabilmente il verso dantesco “e quindi uscimmo a riveder le stelle”, e insieme la Stella Polare che guidava gli schiavi in fuga verso Nord, celebrata nei tanti Spiritual ispirati all’Esodo.

La ricerca di un’uscita dall’oscurità prosegue in Invisible Man (1952), dove Ralph Ellison radicalizza ulteriormente il modello infernale, addentrandosi nei sotterranei della metropoli e del ghetto, trasformato in un moderno sistema di gironi, mentre la musica afroamericana diventa la porta d’accesso alla visione.

«Sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro come quelli che ossessionavano Edgar Allan Poe; e non sono neppure uno degli ectoplasmi dei film di Hollywood. Sono un uomo di sostanza, di carne e ossa, fibre e liquidi, e si potrebbe quasi dire che possiedo un cervello. Sono invisibile, capite, semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi. […]
Una notte, rinchiuso in un seminterrato, scoprii un nuovo modo analitico di ascoltare la musica. Quella notte mi accadde di ascoltare non solo nel tempo, ma anche nello spazio. Non entrai soltanto nella musica, ma vi discesi, come fa Dante, nelle sue profondità. E sotto la rapidità del tempo acceso si apriva un tempo più lento, una cavità, e vi entrai e mi guardai intorno e udii una vecchia donna cantare uno spiritual pieno di dolore del mondo quanto un flamenco; e sotto ancora giaceva un livello più profondo in cui vidi una bellissima ragazza color avorio che supplicava con una voce simile a quella di mia madre mentre stava davanti a un gruppo di schiavisti che facevano offerte per il suo corpo nudo; e ancora più in basso trovai un livello inferiore e un tempo più rapido, e udii gente gridare». 
 (Fig. 6: Ralph Ellison, Invisible Man, New York, 1952)

Ralph Ellison, Invisible Man, New York, 1952)

Parlando delle proprie referenze culturali, anni dopo l’uscita del suo romanzo più famoso, Ralph Ellison accosta “Mark Twain e Richard Wright, Mahalia Jackson e Charlie Parker, e il paesaggio dantesco di Harlem, la scena e il simbolo della perpetua alienazione del nero nella terra in cui è nato”. La città moderna, sostituendosi all’oltretomba dantesco, diventa così il teatro quotidiano dell’esclusione, dell’invisibilità e della marginalizzazione, dove le forme dell’ingiustizia sociale, l’avidità, la violenza e le forme di tradimento, condizionano tragicamente la vita collettiva.

Questa linea interpretativa, che riprende dall’Inferno la struttura morale e simbolica dei gironi, culmina negli anni Sessanta con LeRoi Jones (poi noto come Amiri Baraka). In The System of Dante’s Hell (1963), l’autore segue fedelmente la struttura dantesca, in cui ogni cerchio corrisponde a una forma di vizio reinterpretata come espressione dell’alienazione razziale. L’unica variazione significativa riguarda la collocazione degli Eretici dal VI cerchio a quello più profondo, giustificando la scelta con parole esplicite: «Colloco gli Eretici nella parte più profonda dell’inferno, benché Dante li abbia risparmiati, ponendoli su un girone più elevato. È eresia, contro le proprie stesse radici, una fuga nel terrore, la negazione delle proprie risposte più profonde e delle proprie intuizioni e del sentire… ciò che io considero il male più basso».

(Fig. 7: LeRoi Jones, The System of Dante’s Hell, New York, 1963)

LeRoi Jones, The System of Dante’s Hell, New York, 1963)

In questa prospettiva, il “Purgatorio” afroamericano coincide con il processo di formazione e di risalita attraverso l’educazione e la memoria. È nella scuola, nella lettura e nelle forme culturali afroamericane che si apre la possibilità di trasformare il trauma in consapevolezza. L’educazione diventa così il luogo simbolico della risalita, l’uscita dal ghetto verso uno spazio di ricostruzione dell’identità.

(Fig. 8: Gloria Naylor, Linden Hills, New York, 1985).

Gloria Naylor, Linden Hills, New York, 1985).

Gloria Naylor, con Linden Hills (1985), riscrive la geografia della Commedia.  La collina del romanzo richiama la montagna del Purgatorio, articolata in quartieri disposti in cornici successive, mentre in cima si trova la scuola. Sulla porta d’ingresso compare una targa di bronzo che rielabora l’iscrizione dantesca: “Abandon ignorance, ye who enter here”. Non è più la speranza a dover essere lasciata fuori, come in Dante, ma l’ignoranza, intesa come origine dell’inferno storico e sociale degli afroamericani. La conoscenza diventa così la condizione di accesso a una possibile liberazione e, in termini letterari, corrisponde a una vera e propria ascesa purgatoriale.

(Fig. 9: Toni Morrison, Beloved (1987), Jazz (1992), Paradise (1997).

Toni Morrison, Beloved (1987), Jazz (1992), Paradise (1997)

Il “Paradiso” di questo percorso non coincide quindi con una redenzione stabile e definitiva, ma con un bagliore istantaneo grazie al riconoscimento della scrittura afroamericana sancito dal Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Toni Morrison nel 1993. La sua opera conferma la fase più matura di questa tradizione narrativa e si caratterizza, come recitano le motivazioni del premio, per la «forza visionaria e l’intensità poetica che danno vita a un aspetto essenziale della realtà nordamericana», quello della comunità afroamericana. In romanzi come Beloved (Amatissima, 1987), Jazz (1992) e Paradise (1997), Morrison costruisce consapevolmente una trilogia dantesca della memoria. Nei suoi romanzi emergono il ritorno traumatico dei morti, la memoria ritmica della città e la tensione tra comunità e redenzione, tuttavia, non esiste mai una salvezza definitiva, la ferita della schiavitù continua a sanguinare nel presente, impedendo ogni chiusura consolatoria.

Lungo il Novecento, la Commedia di Dante si trasforma così in una grammatica globale della sofferenza e della possibilità di riscatto. Dallo schiavo fuggitivo William Wells Brown fino a Toni Morrison, la tradizione afroamericana incorpora e reinventa Dante, mostrando come la sua opera possa essere riletta al di fuori del canone europeo. In questa direzione vanno diversi interventi critici, come ad esempio il lavoro di Dennis Looney Freedom Readers del 2011 dedicato alla ricezione afroamericana di Dante.

cappozzoRecentemente, in una delle molte riaperture contemporanee della fortuna del poeta, si è tenuto il 6 giugno a Firenze un incontro dal titolo Dante Globale, organizzato dalla casa editrice Leo S. Olschki nell’ambito della rassegna La città dei lettori [1]. L’evento ha riunito prospettive diverse sulla diffusione planetaria della Commedia. Claudio Giunta ha discusso la ricezione di Dante in Estremo Oriente, mettendo in luce le trasformazioni, le semplificazioni e le reinvenzioni che il poema ha subito nei processi di traduzione culturale; Paolo Nori ha invece affrontato il caso russo, dove Dante è stato letto non soltanto come autore letterario ma come figura quasi mitica della lingua e della forma poetica. La conclusione dell’incontro l’ho, invece, dedicata alla rilettura afroamericana della Divina Commedia, portando il poema al suo asse più problematico e fertile, quello di essere un dispositivo narrativo globale, capace di fare dell’emarginazione una forma collettiva di conoscenza.

Spiritual, Gospel, Blues, Jazz elaborano, infatti, una propria fenomenologia del dolore e della speranza, con il convincimento che la sofferenza non è soltanto una condizione da subire ma, proprio come ha fatto Dante, uno spazio da attraversare. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026 
Note
[1] https://www.olschki.it/chi-siamo/140anni/catalogo140

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Valerio Cappozzo, lavora sulla letteratura medievale e contemporanea. Di recente pubblicazione sono: A Female Apostle in Medieval Italy: The Life of Clare of Rimini (con Jacques Dalarun e Sean Field, University of Pennsylvania Press 2023) e Dreambooks in the Middle Ages: A Global Perspettive (Brill 2026). Di imminente pubblicazione è il suo Giorgio Bassani: cartoline dal Nord America (Olschki). Già presidente dell’Associazione Amici di Leonardo Sciascia, vicepresidente della American Boccaccio Association, è membro del comitato scientifico della Fondazione Giorgio Bassani, direttore della rivista statunitense Annali d’Italianistica e, per la casa editrice Leo S. Olschki, dirige la nuova collana “Pollini. Studi sulla contaminazione culturale”.

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