di Ahmed Somai
Conclusa la riunione della “Djamā’a” [1] a Qairawan con la decisione di inviare un’armata sotto il comando del Qadhi Assad ibn al Fûrat, iniziarono i preparativi della spedizione armata. Con un discorso che ricordava il Jihad del primo secolo dell’Islam, Assad chiamò i musulmani alla guerra santa: al suo appello risposero le varie tribù ed etnie che componevano il mosaico della popolazione dell’Ifriqia: arabi, berberi, andalusi, khurassaniti [2], e avventurieri in cerca di bottino. Nel frattempo Eufemio aveva raggiunto la città porto Susa e rimase lì ad aspettare l’arrivo di Assad ibn al-Fûrat con il suo esercito. Era il mese arabo rabi’i primo 212 dell’Egira, corrispondente al giugno dell’ 827.
Ecco il racconto del Nuwairi:
«uscì l’ordine di Ziadat Allah per Fimi di raggiungere Sûssa, e di restarvi fino all’arrivo della flotta. Indi, approntò la flotta e riunì i guerrieri. Nominò al comando dell’esercito musulmano, Assad ibn al-Fûrat. La flotta salpò dalla città di Sûssa il sabato di metà Rabi’ primo dell’anno duecentododici, con circa cento navi escluse le imbarcazioni di Fimi, e ciò sotto il califfato di al-Ma’mûn[3]. Raggiunse Mazir (Mazara) il giorno martedì [4]. Ordinò di sbarcare i cavalli, che erano settemila con diecimila uomini. Restò lì tre giorni. Gli venne incontro solo un gruppo di guerrieri. Li catturò, quando seppe che erano di Fimi, li rilasciò» [Nuwairi, 195].
Assad si trattenne a Mazara tre giornI in attesa che arrivassero le altre navi e ciò consentì al Palata di mobilitare un esercito forte di 150 mila combattenti. Cifra per certo enorme rispetto ai settecento cavalieri e i diecimila fanti. Era consuetudine dei cronisti esagerare il numero dei combattenti nemici rispetto ai musulmani per confermare un credo fortemente presente nel primo secolo durante i “Futûh”, cioè le conquiste d’espansione sotto i primi califfi, che Allah è con i suoi guerrieri e li farà vincere nonostante il numero sproporzionato degli infedeli.
Palata aspettò Assad e il suo esercito in una spianata che portava il suo nome, secondo il racconto del Nuwairi. Assad chiamò Femi e gli disse che non aveva bisogno del suo appoggio e che fosse rimasto in disparte, senza partecipare alla battaglia che stava per iniziare. Un altro colpo al cuore per Fimi e una grande umiliazione vedersi accantonato, lui che era andato a cercare i musulmani per riprendere la sua Isola. Ora non gli toccava neanche la soddisfazione di vendicarsi di Palata che gli aveva strappato la sua capitale Siracusa. Doveva stare a guardare l’esito della battaglia respinto sia dai suoi che dai musulmani.
La posta in gioco era altissima: il Palata aveva mobilitato tutte le forze dell’isola per vincere contro i conquistatori, di numero notevolmente inferiore a lui. Ma se fosse stato sconfitto dai Musulmani avrebbe lasciato l’isola senza difese, aperta davanti alla spinta dei saraceni. Dal canto suo Assad, conscio della forte disparità dei due eserciti, doveva a tutti i costi evitare il panico e tener saldo il suo esercito. Perciò seguì il modello dei suoi predecessori dei primi “futûh”, che iniziavano sempre la battaglia con un discorso atto ad accender in loro la fiamma del “Jihad”. Lui stesso si mise di fronte all’esercito nemico, solo, come era l’abitudine dei grandi condottieri dei “Futûh”. Ad alcuni dei suoi compagni, come un certo Ibn Fadhl nella cronaca di Riadh an-Nufûs, sembrava inverosimile vedere un vegliardo di settant’anni, con la spada sguainata, pronto a buttarsi per primo nella mischia. Leggiamo l’andamento della battaglia nel Riadh an-Nufûs del Maliki, il quale più delle altre cronache da ibn al-Athir a Ibn Khaldûn, riferisce particolari significativi della vicenda e del carattere del suo eroe principale, Assad:
«Sulaiman ibn Salem: quando giunse Assad in Sicilia, gli venne contro “Palata”, re di Sicilia, con un folto esercito. Si diceva che fosse di centocinquantamila soldati. Disse ibn Abi-lfadhl: vidi Assad ibn al-Furat che reggeva in mano uno stendardo mentre mormorava e gli si lanciarono incontro. Nelle nostre anime ci fu un gran tremore, mentre Assad leggeva la Surat “Ã yis”. Appena finì disse alle sue genti “coloro sono gli ‘Ajam del Sahel, sono i vostri schiavi. Non li temete!” [5]. Indi si lanciò all’assalto con la bandiera alzata e si lanciarono con lui tutti i suoi compagni, e il grande e supremo Allah sconfisse Palata ed i suoi uomini. Quando Assad tornò giurò per Allah che vide il sange colare dall’asta dello stendardo lungo il braccio fino all’ascella.
Le parole di Assad “coloro sono gli ‘ajam’..”, alludevano a quelli che erano fuggiti dal Sahel [Tunisia] durante la conquista dell’Ifriqia. Ziadat Allah ibn al-Aghlab scrisse della conquista della Sicilia per mano di Assad ibn al-Furat al [califfo] Al-Ma’mûn» [Riadh An-Nufûs: 272]. Dopo la sconfitta, il Palata fuggì a Castrogiovanni, e da lì passò in Calabria dove fu ucciso. Le circostanze della sua morte non sono menzionate.
Dopo aver lasciato Mazara sotto il comando di Abi Zaki al-Kenani, Assad iniziò il suo cammino verso Siracusa. I Musulmani conquistarono varie cittadelle dove Assad lasciò in ognuna di esse una guarnigione per garantire la coesione delle operazioni militari. Arrivò a una fortezza chiamata “Forte Kurrath”, nel testo di Athir, che sarebbe probabilmente una deformazione araba dell’antica Acri [6]. Sparsa la voce della disfatta di Palata e dell’avanzata di Assad verso Siracusa, gli abitanti dell’isola iniziarono a prepararsi nascondendo tutto ciò che sarebbe potuto servire da bottino ed escogitarono una strategia che avrebbe permesso loro di evitare il confronto armato e la distruzione delle case. Quando arrivò ad Acri, Assad trovò un folto numero di gente ad aspettarlo fuori dalla città. Volevano raggiungere un accordo che evitasse il disastro e che permettesse a Siracusa di prepararsi all’assalto dei saraceni. Quindi proposero da subito una tregua promettendo di pagargli la “Gezia” purché si tenesse lontano da loro. In quell’incontro, Eufemio cercò di capovolgere la situazione a suo favore, per salvare la faccia e la propria sorte, visto che finora non aveva guadagnato nulla col tradire i suoi, quindi si avvicinò segretamente a loro esortandoli a resistere e a salvare la loro patria.
Assad stette lontano alcuni giorni poi si rese conto che lo stavano ingannando e che nel frattempo rafforzavano le difese della loro cittadella e nascondevano tutti gli oggetti in oro e in argento delle chiese e delle case, dichiarò loro guerra, e mandò ovunque le sue truppe, le quali raccolsero un ricco bottino, e conquistarono vari paesetti intorno a Siracusa e ciò consentì loro di assediare la città per terra e per mare. Intanto giunsero rinforzi dall’Ifriqia al soccorso di Assad con un gran numero di soldati, e si trincerarono davanti a Siracusa. Bucherellarono la terra intorrno per ostacolare la cavalleria nemica. I “Rûm” si lanciarono contro di loro e caddero nei fossati e nelle buche, e molti di loro perirono [Athir, VI: 156].
Assad tentò di assediare Siracusa, nonostante l’assottigliamento del suo esercito, dovuto in parte ai vari presidi che lasciò nelle fortezze conquistate per garantire la continuità delle operazioni militari, e che si era ridotto dai 15 mila a soli otto o novemila. Inoltre non aveva le attrezzature nè grosse navi necessarie per impadronirsi di una città fortificata e ben difesa. I Bizantini avevano razziato tutti i generi alimentari ed i greggi che si trovavano nel retroterra vicino a Siracusa. Assad con i suoi soldati furono costretti a mangiare la carne dei loro cavalli. Iniziava a serpeggiare il malcontento nelle file dell’esercito. Molti soldati si dettero al brigantaggio per racimolare qualcosa da mangiare. La ribellione era alle porte. I ribelli mandarono Ibn Qādim [7] per convincere Assad a levare l’assedio e tornare in Ifriqia. Andò quindi a trovarlo e gli chiese di rompere l’assedio: “Riportaci in Ifriqia, gli disse Ibn Qādim, la vita di un musulmano è più cara a noi della terra di tutti gli infedeli”. Assad gli rispose: “Non son io quegli che farà tornare addietro i Musulmani usciti alla guerra sacra, mentre hanno ancor tante speranze di vittoria” [Amari, III, 601]. Non tutti però accettarono la sua risposta e Assad volle bruciare le sue navi. Ad Ibn Qādim sfuggì un’osservazione, gli disse: “per meno di ciò fu ucciso Othman ibn Affān” [8]. E Assed lo prese a frustate, però senza spogliarlo. Solo tre o quattro frustate leggere [Riadh an-Nufûs: 273].
Assad strinse l’assedio su Siracusa con l’intenzione di espugnarla, ma arrivò da Costantinopoli la flotta Bizantina fortemente munita di armi e di soldati. Nel frattempo, racconta Athir, scoppiò una epidemia nel campo musulmano nell’anno 213 dell’hegira (828) e tanti di loro morirono. Fra di loro c’era anche Assad ibn al Furât e il comando passò a Muhammad ibn Abi al-Jawari. Quando i musulmani videro l’intensità dell’epidemia e l’arrivo dei Bizantini, salirono sulle loro barche per prendere il mare, ma i Bizantini chiusero con le loro navi le uscite del porto impedendo ai musulmani di uscirne. Quando videro che erano intrappolati senza via d’uscita, i musulmani decisero di bruciare le loro imbarcazioni e di tornare indietro verso Minaw (Mineo). L’assediarono per tre giorni e la presero. Una parte di loro raggiunse il forte di Girgenti. Combatterono i suoi abitanti e si impadronirono della fortezza e rimasero lì. I musulmani ripresero forza d’animo e continuarono sulla via della conquista.[Ibn al-Athîr, VI: 156]
Se la flotta bizantina avesse lasciato i Musulmani imbarcarsi e tornare in Ifriqia, probabilmente non ci sarebbe stata la conquista e la Sicilia non sarebbe diventata musulmana e non ci sarebbe stata una storia della Sicilia musulmana. Ma questa è solo fantastoria. I musulmani intrappolati si rifugiarono sui monti e nelle caverne nell’attesa che qualche soccorso venisse dall’Ifriqia e dall’Andalusia per riprendere la guerra di conquista.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[3] Abu al-Abbes Abdallah al Ma’mûn ibn Harûn ar-Rascid (786-833). Settimo califfo della dinastia degli Abbassidi. Governò dall’ 813 all’833, data della sua morte.
[4] Era un giovedì secondo Amari.
[5] Abu Bakr Abdallah ibn Muhammad al-Maliki, Riadh an-Nufûs: 272. Il termine “Ajam” indica nella lingua araba tutti coloro che non erano di schiatta araba e non parlavano la lingua araba. Allude qui ai Berberi che fuggirono davanti agli eserciti della conquista araba e si rifugiarono in Sicilia. Diceva Yaqut a proposito della Sicilia che “era povera di centri urbani prima dell’Islam, e quando i Musulmani conquistarono l’Ifriqia i popoli dell’Ifriqia fuggirono in Sicilia e si stabilirono in essa, e vi rimasero fino alla conquista aghlabita sotto il comando di Assad ibn al-Fûrat” [Yaqut al-Hamawi: 417]
[6] Si veda in proposito la lunga esposizione di Michele Amari per giungere alla conclusione che si trattasse di Acri. Il termine arabo “Kurrath” indica una pianta: il porro “che altresì, dice Amari, nome di luogo; e tra gli altri d’un isolotto alla punta di capo Passaro, detto anche oggi l’isola dei Porri: nudo scoglio del quale al certo non si tratta del caso presente” [Amari, III, 597 nota 447]. Egli giunge alla conclusione che si tratti di Palazzolo, l’antica Acri.
[7] Sarà probabilmente il Sahnûn ibn Qādim che partecipò al consiglio di Ziadat Allah a Qairawan per decidere l’intervento a fianco di Eufemio.
[8] Il terzo califfo fu ucciso le ribellioni che avevano caratterizzato la seconda metà del suo regno, culminate con l’assedio dei 49 giorni in seguito al quale fu ucciso nel 656, dando inizio alla prima discordia (Fitna).
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Ahmed Somai, italianista e traduttore tunisino. Co-autore dei tre primi manuali per l’insegnamento della lingua italiana in Tunisia (1995-1997). Autore di una Bibliografia italiana sulla Tunisia (ed. Finzi), ha curato per la collana “I Classici” i volumi: G. Verga, Vita dei campi; L. Capuana, Il marchese di Roccaverdina. Dalla metà degli anni ’80 è impegnato in una costante attività di traduzione in arabo di opere e autori italiani: I. Calvino, Fiabe italiane, vol.1, Finzi Ed. Tunisi, 1988; G. Bonaviri, Il sarto della stradalunga, Finzi, Tunisi, 1998; N. Ammaniti, Io non ho paura, Cenatra, Tunisi, 2008; di U. Eco ha tradotto in arabo i romanzi: Il nome della rosa (1991); L’isola del giorno prima (2000); Il cimitero di Praga (2014); Numero zero (2017) e i saggi Semiotica e filosofia del linguaggio (2005); Dire quasi la stessa cosa (2012). Co-traduttore e curatore dell’Antologia di Poeti Tunisini tradotti in italiano, Roma-Tunisi, 2018. Ha tradotto ultimamente per l’editore Madar al Islam, Beirut, 2019, La colonia saracena di Lucera di Pietro Egidi.
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