CIP
di Maurizio Tondolo
«Un bacino idrografico è un territorio i cui limiti non sono i confini politici, ma quelli geografici degli ecosistemi e sociali delle comunità umane insediate: abbastanza ampia per tutelare l’integrità degli ecosistemi e abbastanza piccola perché le comunità la considerino casa propria» (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente).
Premessa
Gli ecomusei, di regola, sono musei “eretici”, fuori norma e fuori scala: si differenziano dai musei tradizionali poiché non mettono in primo piano le collezioni e la loro conservazione, ma operano sul territorio puntando a valorizzare e gestire il patrimonio diffuso, naturale e culturale, rendendo partecipe la popolazione.
Nello specifico, l’Ecomuseo delle Acque del Gemonese è anche un po’ “militante”, nel senso che opera “sul campo” curando progetti al fianco di amministrazioni pubbliche e comunità. Si tratta di processi collettivi che rivitalizzano il territorio, sono un modello di integrazione di discipline diverse sviluppando un approccio articolato che coinvolge architettura, urbanistica, antropologia, ecologia, paesaggio… Alla base di tutte le azioni promosse c’è un coinvolgimento diffuso che reinterpreta il legame tra memoria, creatività e territorio ed è in grado di costruire e sviluppare reti. Questo metodo interdisciplinare è a favore di un’economia rigenerativa che, a partire da piccoli ma significativi programmi di lavoro, da una parte consuma meno risorse grazie all’efficienza e al recupero, dall’altra conserva gli ecosistemi naturali che si rivelano fondamentali per la geodiversità e la biodiversità.
In generale, la capacità degli ecomusei è di fare sistema, mettere in collegamento, intrecciare fili, unendo puntini e dando un senso profondo a situazioni e cose (apparentemente) distanti. Costituiscono il motore di un cambiamento culturale: in questa evoluzione risiedono il loro valore e il loro spirito più profondo.
Il Contratto
Il 2025 ha visto l’Ecomuseo delle Acque dare avvio a un processo che è un po’ nel suo Dna, considerando i precedenti che hanno segnato un percorso lungo 25 anni, audace e innovatore (istituito nel 2000, è l’ecomuseo più longevo della Regione Friuli Venezia Giulia). L’obiettivo è dare concretezza a un’idea, partita da lontano, che configura una gestione sostenibile del territorio, applicata al contesto geografico dove questo “governo nuovo” avrebbe modo di manifestarsi e svilupparsi al meglio: il bacino idrografico. Lo strumento a cui fare riferimento è il Contratto di Fiume, un processo partecipativo che, attraverso l’adozione di regole condivise, consente di gestire e rigenerare un bacino idrografico mettendo sul medesimo piano vari aspetti, riguardanti l’utilità pubblica, il rendimento economico, il valore sociale, la sostenibilità ambientale. Così si è espresso nel 2000 il World Water Forum, concetto ribadito dalla Carta Nazionale dei Contratti di Fiume che evidenzia come lo strumento richieda uno sforzo culturale oltre che istituzionale, affinché reticoli e bacini idrografici vengano percepiti e governati come “paesaggi di vita”. Attraverso il dialogo e il confronto tra soggetti diversi – rappresentanti delle amministrazioni pubbliche, dell’associazionismo, delle imprese, del mondo accademico, esperti di scienze sociali e naturali – viene proposto un approccio nuovo per innescare un cambiamento che permei la società.
C’è un altro elemento che va considerato e che accomuna i progetti dell’Ecomuseo delle Acque al modello che contraddistingue il Contratto di Fiume: entrambi si fondano su processi partecipativi riferendosi a forme di “democrazia partecipativa” applicabili ai problemi complessi che investono un territorio. Possono fornire un notevole contributo per avviare o consolidare percorsi di rinnovamento inclusivi e nel contempo incidenti sulle scelte di una comunità, prefigurando un futuro che sia sostenibile. E poi all’origine c’è una comune matrice geografica: ecomusei e contratti di fiume nascono in Francia, i primi negli anni Settanta, i secondi negli Ottanta, per poi diffondersi in poco tempo in molti altri Paesi, Italia compresa, dove possono aver trovato molteplici interpretazioni metodologiche e contenutistiche. Però concetti quali “sostenibilità” e “partecipazione” permangono alla base di entrambi i modelli: pur se generici, i due termini indicano qualcosa di intrinsecamente positivo, in grado di assumere il ruolo di aggreganti sociali e catalizzatori di consenso.
L’Ecomuseo
Nel 2025 l’Ecomuseo delle Acque compie dunque 25 anni, i cinque lustri sono l’occasione per una nuova sfida, la riprova di un modo di operare che non è mai venuto meno. In tutto questo tempo l’Ecomuseo ha avviato e realizzato numerosi progetti significativi, privilegiandoli rispetto ad altre iniziative più convenzionali. Nel campo della museologia, si è dimostrato una realtà anomala, irregolare, valorizzando e sostenendo il patrimonio diffuso e puntando sulla partecipazione della popolazione. Forte dell’esperienza acquisita con le “mappe di comunità” e con la strutturazione di reti assurta a modello, ora alza l’asticella cimentandosi in un nuovo processo partecipativo su cui si basa lo strumento innovativo del Contratto di Fiume, applicato al corso d’acqua da sempre in stretta relazione con l’Ecomuseo: il Ledra. Sarà un viaggio lungo e impegnativo, che richiederà un notevole sforzo, facendo collaborare amministrazioni e cittadini, associazioni e categorie.
I presupposti ci stanno tutti: l’Ecomuseo ha individuato sin dall’inizio quale ambito della propria azione un bacino idrografico, comprendente una pianura alluvionale innervata da risorgive (il Campo di Osoppo-Gemona) e un settore montano solcato da un paio di torrenti (il Vegliato e l’Orvenco); ha contribuito attivamente a un’esperienza che ha anticipato i tempi, quella della Consulta di Bacino del Fiume Ledra promossa con il Comune di Artegna, che per alcuni anni ha svolto un’importante funzione, facendo propria una visione che superasse l’approccio parziale e settoriale con cui venivano gestiti i corsi d’acqua; ha avuto la capacità di comprendere che per gli ecomusei intervenire in un contesto geografico omogeneo, che superasse i confini amministrativi, avrebbe permesso loro di svolgere al meglio quel ruolo propositivo che si erano imposti; ha realizzato lungo il corso del Ledra pure progetti artistici (esempio eclatante e premonitore l’installazione “Waiting for water-Aspettare l’acqua” dell’artista palestinese Walid Mawe’d, in collaborazione con la Fondazione Pistoletto) che hanno fatto riflettere sull’importanza di una concezione diversa e sostenibile dei corpi idrici, aprendosi a culture dove l’acqua scarseggia o è all’origine di conflitti. Infine, l’Ecomuseo ha dedicato il “lunari 2025”, con cui annualmente documenta il patrimonio diffuso del territorio, al reticolo idrografico del Ledra, avviando di fatto il processo del Contratto di Fiume.
Il Fiume
Il Ledra, affluente di sinistra del Tagliamento, è un fiume perenne che nasce a sud di Gemona, alimentato inizialmente da una serie di risorgive situate nei pressi dell’abitato di Godo: si tratta delle acque infiltratesi nel materasso alluvionale del Torrente Vegliato, che affiorano in superficie al piede del più esteso conoide della Regione.
Il bacino idrografico del Ledra (73 kmq, ne fanno parte i comuni di Artegna, Buja, Gemona del Friuli, Magnano in Riviera, Majano, Montenars, Osoppo e San Daniele del Friuli) è caratterizzato da tre importanti sottobacini, solcati dai maggiori tributari del fiume. Due di questi sottobacini, relativi ai torrenti Vegliato (15,3 kmq) e Orvenco (12,8 kmq), presentano una morfologia di tipo prettamente montano; il terzo, corrispondente al Rio Bosso (15,3 kmq), si estende in una zona pianeggiante bonificata.
Alla portata del Ledra contribuisce a sud di Godo l’antica roggia che attraversa le frazioni gemonesi di Ospedaletto e Piovega, alimentata a monte da una piccola presa lungo il Tagliamento e dagli apporti torrentizi del Vegliato, il cui alveo si sviluppa alla base del versante meridionale del Monte Chiampon.
Successivamente il fiume assume un andamento sinuoso, solcando la pianura alluvionale del Campo di Osoppo-Gemona e fiancheggiando a nord le cerchie più interne dell’Anfiteatro morenico. Si tratta di una pianura chiusa che corrisponde territorialmente al precedente bacino lacustre formatosi con il ritiro del ghiacciaio tilaventino, avvenuto circa 24 mila anni fa. Il lago primitivo occupava una depressione morfologica sbarrata a valle dai depositi morenici frontali che venne riempita da ghiaie e sabbie trasportate e depositate dal Tagliamento, che fungeva da immissario.
Lungo il corso, la portata del Ledra aumenta gradualmente grazie all’apporto di numerose altre risorgive. In corrispondenza del nodo idraulico di Andreuzza a Buja, il fiume versa buona parte delle sue acque nel Canale “Principale” Ledra Tagliamento; le restanti vengono convogliate nel corso naturale del fiume, rimaneggiato per un tratto da interventi di sistemazione idraulica. Una decina di chilometri a valle, all’altezza di Cimano nel Comune di San Daniele, c’è la confluenza nel Tagliamento.
Nella piana si distinguono tre principali zone di risorgive: le sorgenti più orientali, localizzate nel Comune di Gemona (Pajute, La Macile, Roggia Bianca) e alimentate prevalentemente dalle acque del Vegliato infiltratesi nel terreno permeabile; le sorgenti del settore centrale ad alimentazione mista, con apporti da Vegliato, Orvenco e Tagliamento nei comuni di Artegna e Buja (Molin del Bosso, Rio Rai, Rio Ramp, Rio Gelato); le sorgenti della zona orientale, situate nei comuni di Osoppo e Majano e dovute all’emersione diretta delle infiltrazioni di subalveo del Tagliamento (Rio Tagliamentuzzo, Sorgive di Bars).
Il Ledra è caratterizzato da una portata pressoché costante nel corso dell’anno (trattandosi di un corso d’acqua di risorgiva, le portate minime sono di poco inferiori alle portate medie, mentre le portate massime possono raggiungere valori notevoli) e da una debole pendenza. Le opere realizzate dall’uomo e distribuite nell’arco di quasi un millennio, per bonificare la parte della piana soggetta agli allagamenti provocati dal Tagliamento, sistemare i tributari montani, captare l’acqua per fini irrigui, hanno inevitabilmente trasformato le caratteristiche della rete idrografica, che oggi è un intreccio pressoché inestricabile di naturale e artificiale, di fiumi e canali, di rii e rogge, che si affiancano e si intersecano. In alcuni casi l’uomo è intervenuto per ricalibrare e regimare, allargando, approfondendo e raddrizzando alvei che la natura aveva modellato nel tempo.
Di questo reticolo fanno parte corsi d’acqua che hanno caratteristiche diversissime, dal punto di vista idrologico ma anche morfologico: ad essere definito è un bacino relativamente piccolo ma assolutamente unico nella Regione Friuli Venezia Giulia, solcato da risorgive, torrenti montani, torrenti collinari, collettori di pianura. Discendono i versanti prealpini orientali per confluire nel Ledra i torrenti Vegliato, Petri, Storto e Orvenco, tutti formanti coni di deiezione là dove la pendenza rapidamente si riduce, oltre al Gleriuzza e al Clama che finiscono il loro corso nel Rio Bosso, tributario di pianura del Ledra ma originato dalle acque di ruscellamento provenienti dal Monte Faeit. Dalle colline di Buja, in parte argillose e quindi impermeabili, provengono il Rio Videlis, tributario del Bosso, e il Rio Noale, che confluisce direttamente nel Ledra; ulteriori pur se modesti apporti idrici giungono al Ledra dalle alture di Majano, lambite dal fiume. I collettori di pianura, posti in prossimità dell’Anfiteatro morenico, sono i canali ottenuti con le opere di bonifica: solcano terreni per la gran parte limosi, un tempo paludosi, dove ancora oggi l’acqua si dirama nei pettini regolari di canalette e scoline.
Conclusioni
L’Ecomuseo delle Acque in questi anni ha svolto un intenso lavoro di ricerca e studio sul reticolo idrografico dell’area di riferimento, proponendo numerosi progetti di valorizzazione e contribuendo alla diffusione di una visione olistica dei corsi d’acqua. È quindi il soggetto più indicato a promuovere il processo connaturato al Contratto di Fiume. Alla base vi è un concetto chiave che trova riscontro negli stessi atti del Parlamento Europeo: il bacino idrografico si pone come l’unità di riferimento per le politiche a sostegno della biodiversità. Inoltre, il Contratto di Fiume implica una progettualità dal basso che fa propria l’esigenza di una partecipazione democratica alle decisioni, trattandosi di un accordo volontario che adotta un sistema di regole in cui i criteri di utilità pubblica, valore sociale, sostenibilità ambientale intervengono alla stessa stregua nella ricerca di soluzioni efficaci per la riqualificazione di un bacino fluviale. Princìpi ispiratori: l’approccio ecosistemico e interdisciplinare, la sussidiarietà orizzontale e verticale, lo sviluppo locale partecipato. L’obiettivo è di restituire il corso d’acqua al territorio e il territorio al corso d’acqua.
Il percorso è scandito da una serie di tappe previste dalla normativa (Documento di intenti, Analisi conoscitiva preliminare integrata, Documento strategico, Programma d’azione, Sottoscrizione del Contratto/Accordo di programmazione negoziata, Implementazione delle azioni/Controllo e monitoraggio) che richiederanno senso di responsabilità da parte di tutti i partecipanti, sia pubblici che privati.
L’Ecomuseo si concentrerà inizialmente sulla fase di impostazione del processo, finalizzata alla redazione del Documento di intenti: promuoverà l’organizzazione di incontri informativi e conoscitivi indirizzati alla popolazione, alle categorie interessate e agli ordini professionali, eventi formativi, visite guidate per una conoscenza diretta del territorio, allestimenti di mostre, attività educative e di sensibilizzazione nelle scuole. L’obiettivo è definire una rete di attori territoriali (i cosiddetti portatori di interesse) che possano svolgere una efficace funzione di supporto al comune o al consorzio di bonifica che gestirà formalmente il processo.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Maurizio Tondolo, coordinatore dell’Ecomuseo delle Acque del Gemonese e direttore del Centro di Educazione Ambientale “Mulino Cocconi”. Per l’editore Utopie Concrete ha curato recentemente l’edizione italiana del libro L’ecomuseo singolare e plurale di Hugues de Varine.
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