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Capo Bon: terra di immigrazione, sbarchi e interazioni culturali

Tunisia, Capo Bon

Tunisia, Capo Bon

di Soumaya Bourougaaoui

Le maggiori ondate di emigrazione italiana verso la Tunisia nel corso della sua storia moderna si registrarono a partire dalla seconda metà del XIX secolo. In quel periodo, il Mezzogiorno italiano – comprendente il Sud della penisola e le isole di Sicilia e Sardegna – era caratterizzato da gravi difficoltà economiche e sociali e attraversava, episodicamente, le profonde convulsioni politiche che avevano accompagnato il travagliato processo di unificazione nazionale dell’Italia.

Queste condizioni resero il Mezzogiorno una delle principali aree di origine dell’emigrazione meridionale: numerosi italiani del Sud, spinti dalla precarietà, dalle vessazioni dei latifondisti e dalla diffusione della malaria, si trasferirono in Tunisia, attratti anche da un quadro giuridico favorevole, sancito dal Patto fondamentale del 1857 e dagli accordi del 1868 con il Regno d’Italia.

I flussi di immigrati, provenienti dai porti di Palermo, Trapani, Agrigento, Mazara del Vallo, Cagliari, Pantelleria e dalle regioni della Calabria e della Campania, attraversavano lo stretto di Sicilia, talvolta su imbarcazioni precarie, prima di approdare al porto della Goulette o in altre località costiere tunisine [1]. Tali spostamenti non rappresentavano trasferimenti temporanei, ma costituivano parte di un progetto di insediamento stabile, animato dalla volontà di costruire una nuova vita più dignitosa e promettente, sia per sé stessi sia per le generazioni future.

La Depeche Tunisienne, 6 agosto 1947

La Depeche Tunisienne, 6 agosto 1947

Il Capo Bon tra immigrazione italiana e flussi clandestini

Il fenomeno migratorio italiano in Tunisia rappresenta un aspetto centrale nello studio delle interazioni culturali e socioeconomiche durante il periodo coloniale. Tra le aree maggiormente interessate, il Capo Bon si distingue come esempio significativo dell’impatto della presenza europea sulla regione. Situata nell’estremo nord-est della Tunisia e delimitata dal Mar Mediterraneo, la penisola del Capo Bon è caratterizzata da un territorio fertile, un clima favorevole e una rete di città e villaggi costieri, che ne facevano un’area di grande rilevanza strategica per l’agricoltura, la viticoltura e lo sviluppo economico durante il periodo coloniale.

In questo contesto, l’immigrazione italiana, prevalentemente siciliana, svolse un ruolo determinante: gli immigrati contribuirono a plasmare il tessuto socioeconomico e linguistico della regione, introducendo nuove pratiche agricole, e viticole in particolare) e partecipando alla costruzione di un mosaico multiculturale locale, in cui le comunità europee interagivano con la popolazione tunisina [2].

Il giornale “La Dépêche Tunisienne”, pubblicato tra il 1889 e il 1961, rappresentava il quotidiano di riferimento durante il periodo coloniale francese. In un articolo, il giornale descrive l’afflusso di clandestini sulle coste tunisine e gli sforzi di polizia e gendarmeria per contrastare, tra difficoltà e successi, questo fenomeno. «Le coste del Capo Bon hanno da sempre rappresentato un luogo di sbarco per gli indesiderati che, fuggendo dalla Sicilia inseguiti dai carabinieri, o per qualsiasi altra ragione, vengono a cercare, sotto le nostre latitudini, pace, pane e libertà», si legge nell’articolo de La Dépêche Tunisienne.

L’articolo, intitolato “TUNISIE, TERRE D’ELECTION – Le Cap-Bon demeure le lieu d’atterrissage favori des clandestins venant de Sicile – Débarquements massifs, Trente arrestations”, racconta di come la gendarmeria di Kélibia avesse catturato sette clandestini provenienti dalla città siciliana di Trapani. Secondo quanto riportato, si trattava di ex prigionieri di guerra nati in Tunisia, le cui famiglie abitavano a Tunisi, nella periferia sud a Hammam Lif, e nella città di Sfax. Anche le coste di Korba e Menzel Temime, secondo il giornale, avrebbero accolto decine di clandestini italiani.

«La polizia e la gendarmeria tentano di arginare il flusso degli sbarcati clandestini, per i quali la Tunisia resta la Terra Promessa», si legge nell’articolo, che riporta anche alcuni passaggi degli interrogatori delle persone arrestate. «Si muore di fame in Sicilia e preferiamo morire qui piuttosto che tornare», avrebbero dichiarato i migranti.

Il quotidiano sottolinea inoltre che, per un certo periodo, i pescherecci italiani furono complici dei trafficanti: «Ci furono persino, in tempi non troppo lontani, imprese di ‘passaggi’ clandestini, e non è detto che i pescherecci italiani catturati di recente nelle nostre acque territoriali non abbiano contribuito in maniera significativa a questo traffico».

Secondo uno studio di Kamel Jerfel, intitolato Siciliens et Maltais en Tunisie aux XIX e et XX e siècles Le cas de la ville de Sousse”, pubblicato nella Revue MAWARID de la Faculté des Lettres et des Sciences Humaines de Sousse nel 2013, la grande emigrazione italiana verso la Tunisia si verificò tra il 1870 e l’inizio del XX secolo. «Fu un’immigrazione massiccia, continua e guidata da reti familiari e locali», spiega Kamel, aggiungendo che «una percentuale molto alta di emigranti arrivava tramite vie difficilmente controllabili», mentre altri utilizzavano “vie non ufficiali”. «La clandestinità e le vie indirette erano la norma, soprattutto in caso di emigrazione politica o per famiglie accompagnate da giovani che cercavano di sfuggire alla leva militare».

La Famiglia Brignone (fonte sancipirello.free.fr)

La Famiglia Brignone (fonte sancipirello.free.fr)

Dalle rive di Pantelleria alla Tunisia: migrazioni e memorie familiari

La famiglia Brignone è originaria di Pantelleria, crocevia di scambi e migrazioni nel Mediterraneo, di fronte alla costa di Capo Kélibia. Qui nacque, il 9 aprile 1861, Antonino Brignone, figlio di una famiglia numerosa. Era figlio di Salvatore Brignone, marinaio nato nel 1823, e di Matilda di Nunzio, nata nel 1827; i due si erano sposati a Pantelleria il 2 luglio 1846.

Come molti isolani dell’epoca, Antonino lasciò presto la sua terra natale per cercare lavoro a Tunisi, città in forte crescita nella seconda metà del XIX secolo. Qui trovò occupazione come muratore, inserendosi in una comunità mediterranea dinamica composta da italiani, maltesi e tunisini. Il 3 febbraio 1883, nel quartiere di Sainte-Croix, sposò Marianna Rosa Lorenza Magro (o Magri), nata a Tunisi il 7 gennaio 1861 e di origine maltese. Antonino e i suoi fratelli esercitarono le professioni di pittori e muratori in una Tunisi in piena espansione urbanistica. Il loro contributo si inserì nel processo di trasformazione architettonica della città e, tra i lavori a cui presero parte, si ricorda la realizzazione della facciata del celebre Hôtel Majestic, testimonianza della presenza delle maestranze mediterranee nello sviluppo della capitale tunisina.

Parallelamente a questa presenza urbana, una fotografia di famiglia ci riporta a un’epoca in cui le comunità di origine italiana erano particolarmente numerose anche nella regione del Capo Bon. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, molti emigrati provenienti dalla Sicilia e dalle isole circostanti si stabilirono in questa zona della Tunisia, attratti dalle opportunità offerte dall’agricoltura e dalla disponibilità di terre coltivabili. Essenzialmente agricoltori, questi italiani gestivano piccoli appezzamenti familiari distribuiti tra Grombalia, Belli e Bou Argoub. Le loro attività contribuirono allo sviluppo agricolo della regione e alla creazione di una rete di comunità rurali in cui si intrecciavano tradizioni mediterranee, lingue e pratiche culturali condivise.

Tra queste famiglie vi erano anche quelle provenienti da Pantelleria, come i Brignone, la cui storia si inserisce pienamente nel più ampio movimento migratorio tra le due sponde del Mediterraneo. Di questa presenza restano oggi tracce preziose: album fotografici, memorie familiari e soprattutto le tombe in cui riposano i membri di queste comunità, testimonianze silenziose di un insediamento duraturo e profondamente radicato nel territorio. È il caso, ad esempio, di Giovanni e Nicolina, nati a Pantelleria alla metà dell’Ottocento e morti a Bouargoub, località che all’epoca si scriveva Bou-Arkoub. Le loro vite rappresentano il percorso di molti emigranti italiani: la partenza dall’isola natale, l’insediamento nel Capo Bon e l’integrazione in una realtà agricola che divenne la loro nuova patria [3].

Lapide di Giovanni e Nicolina Brignone a Bou Arkoub (fonte panellerianotizie.it)

Lapide di Giovanni e Nicolina Brignone a Bou Arkoub (fonte panellerianotizie.it)

Dal Capo Bon alla Sicilia: frammenti di una storia familiare

All’inizio del XX secolo, nel 1908, una famiglia proveniente dalla Sicilia approda in Tunisia, inserendosi in quel vasto movimento migratorio che caratterizzò l’area mediterranea. Da questo evento prende avvio il racconto ricostruito da Agnès Jésupret, che dedica la sua opera a tutti i migranti e a coloro che scelgono di ascoltarli e accoglierli. Attraverso la memoria familiare, l’autrice rievoca esperienze segnate da speranze, sacrifici e delusioni, restituendo il ritratto di una comunità che si sviluppa attorno alla figura simbolica della nonna Agostina Rubino.

I genitori della narratrice, nati a Grombalia, nel Capo Bon tunisino, incarnano una vicenda al tempo stesso intima e universale. La loro storia riflette il destino di molte famiglie mediterranee, le cui vite non possono essere ridotte a una semplice successione di fatti, ma devono essere comprese nel loro intreccio di sentimenti privati, ricordi collettivi e contesti storici.

Nel corso del racconto emerge la figura di Clara Ignorante, ormai giunta alla fine della sua esistenza, che ripercorre con nostalgia il percorso dei suoi nonni siciliani, giunti in Tunisia per sfuggire alla povertà. La loro vita si sviluppa in una terra condivisa e contesa da diverse presenze: coloni francesi, migranti italiani e occupanti tedeschi. In questo scenario complesso, la famiglia conosce dapprima una fase di prosperità, seguita però da un progressivo declino.

Un elemento drammatico segna profondamente la memoria familiare: la scoperta delle ossa del padre di Clara, annerite e interpretate come prova di un possibile avvelenamento. L’episodio solleva interrogativi irrisolti – vendetta, tradimento o fatalità – e spinge la narratrice a esplorare il passato, tentando di ricostruire eventi e segreti rimasti sepolti nel tempo.

les-os-noirs-agnes-jesupretAttraverso questo intreccio, il romanzo ricompone il destino frammentato di una famiglia travolta dalle trasformazioni storiche del Mediterraneo. Tunisia e Sicilia emergono così come spazi connessi da migrazioni, incontri culturali e memorie condivise, mentre il racconto assume un valore più ampio, rappresentando le esperienze di molte comunità migranti.

Agnès Jésupret, che vive a Marsiglia, si dedica da anni alla raccolta e alla scrittura delle memorie altrui, definendosi una biografa anonima al servizio di persone comuni, le cui storie concorrono a illuminare la grande storia collettiva [4].

Questi movimenti migratori delineano un quadro storico caratterizzato da continui scambi tra le due sponde del Mediterraneo. L’emigrazione italiana verso la Tunisia, e in particolare verso il Capo Bon, non fu soltanto il risultato di difficoltà economiche e sociali nel Mezzogiorno, ma anche l’espressione di reti familiari e di opportunità offerte da un territorio percepito come favorevole all’insediamento. In questa regione fertile, i migranti contribuirono allo sviluppo agricolo ed economico, mentre lingue, tradizioni e pratiche culturali diverse si intrecciarono progressivamente, dando vita a un ambiente multiculturale radicato nel tempo.

In parallelo a tali dinamiche, le fonti dell’epoca mostrano come tali spostamenti non seguissero sempre percorsi ufficiali. Accanto ai flussi organizzati, si verificarono arrivi clandestini, spesso motivati dalla precarietà e dalla volontà di sfuggire a condizioni difficili. Le coste del Capo Bon divennero così punti di approdo privilegiati, luoghi di transito e di insediamento che testimoniano la continuità dei rapporti tra Sicilia e Tunisia e il ruolo del Mediterraneo come spazio di mobilità secolare e di interazioni e contatti umani.

In questo contesto generale si collocano le storie familiari, come quella dei Brignone e le vicende ricostruite da Agnès Jésupret, che riflettono su scala individuale i grandi movimenti migratori dell’epoca. Dalle partenze da Pantelleria o dalla Sicilia fino all’insediamento nel Capo Bon, emerge il percorso di famiglie che costruirono nuove forme di appartenenza mantenendo vivi i legami con le proprie origini. Le loro esperienze illustrano la formazione di comunità stabili, integrate nel territorio tunisino ma ancora profondamente connesse al mondo mediterraneo di provenienza.

Le testimonianze materiali e memoriali – fotografie, sepolture, racconti orali tramandati e opere scritte – consentono oggi di ricostruire questa storia e di coglierne la dimensione collettiva. Attraverso tali tracce, l’apporto delle comunità migranti appare evidente nello sviluppo sociale ed economico della Tunisia. Il passato emerge così come una realtà dinamica, in cui le vicende individuali si inseriscono in una storia più ampia di scambi e relazioni, capace di evidenziare il legame profondo e duraturo tra le due sponde del Mediterraneo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026 
Note
[1] Queste informazioni sono citate da Boubaker Ben Fraj, ricercatore e già direttore generale dell’INP. 
[2] Ved, Ferjani, Maher ; Terranova, Giuseppe, Dynamiques scolaires et implantation italienne au Cap Bon: Une lecture géohistorique d’un espace colonial, The Canadian Geographer / Le Géographe canadien, Volume 69, Issue 4, id.e 70038, 9 pp.
[3] Hatem Bourial, Italiens de Tunisie: Les Brignone de Bou Argoub, in, Webdo.tn, 19 novembre 2020; Francesca Marrucci, Panteschi in Tunisia: i Brignone di Bou Argoub ricordati da Webdo, in, www.pantellerianotizie.it.
[4] Hatem Bourial, Agnès Jésupret: De Caltanissetta à Grombalia, in, webdo.tn, 11 décembre 2024. 

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Soumaya Bourougaaoui, è docente universitaria di lingua e civiltà italiana presso l’Università di Cartagine – Istituto Superiore di Lingue di Nabeul. Ha conseguito il dottorato nel 2018 in lingua e letteratura italiana, con specializzazione in civiltà italiana, presso la Facoltà di Lettere e di Scienze Umane dell’Università della Manouba, discutendo una tesi intitolata “La comunità ebraica nell’Italia meridionale ai tempi di Federico II di Svevia”. È membro aderente del CERM (Centro di Ricerca sulle Minoranze) dell’Università degli Studi dell’Insubria. I suoi ambiti di ricerca comprendono la storia medievale e lo studio delle minoranze culturali, religiose e linguistiche in Italia e in Tunisia.

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