Stampa Articolo

Campi di concentramento in Italia per prigionieri di guerra: una storia rimasta a lungo in ombra

copertina-testo-insolvibiledi Grazia Messina 

In ogni guerra le notizie e le immagini più drammatiche, e di conseguenza dibattiti, confronti, studi e ricerche, di solito hanno come oggetto privilegiato due aspetti fondamentali: da un lato gli attacchi armati e gli armamenti disponibili, quindi le strategie belliche e le risorse militari in atto o già adottate se si tratta di vecchi conflitti, dall’altro il numero delle vittime, termine con cui si fa generalmente riferimento ai morti, militari e civili, caduti nel corso degli scontri.

Eppure, come sostiene la storica Isabella Insolvibile, «la prigionia come fenomeno è addirittura più esteso e diffuso della guerra stessa che, anche quando globale, si sviluppa solo in parte dei territori delle nazioni coinvolte». Con questa premessa l’autrice accompagna l’impegno intrapreso in lunghe ricerche e studi comparati nel volume La prigionia alleata in Italia 1940-1943 (Viella, Roma 2023), offrendo il primo quadro organico del piano di detenzione dei militari alleati in mano italiana durante la Seconda guerra mondiale.

Campi di concentramento fascisti in Italia, 1943

Campi di concentramento fascisti in Italia, 1943

L’apporto storiografico è notevole per metodo e contenuti, poiché pone fine a indagini e studi rimasti per molto tempo legati ad esposizioni frammentarie, lacunose e con diverso registro descrittivo, per offrire un lavoro scientifico in cui tutti i reali protagonisti di quella storia, ritenuta da molti negli anni successivi “imbarazzante”, sono finalmente chiamati in causa con precise responsabilità e diversificata presenza. Nelle oltre quattrocento pagine del poderoso volume troviamo infatti le istituzioni coinvolte, i militari, gli addetti ai campi di prigionia a vari livelli, i soldati detenuti, la popolazione civile di quasi tutte le regioni italiane. Perché, sebbene si tratti di un dato ancora poco noto, furono 76 mila i prigionieri britannici, francesi, sudafricani, neozelandesi e indiani trasferiti in campi italiani dopo gli scontri nel Mediterraneo e in Nord Africa tra il 1940 e il 1943, a cui s’aggiunsero greci, iugoslavi, sovietici. Nacquero di conseguenza una sessantina di campi di transito, di concentramento e di lavoro su tutto il territorio nazionale (con l’eccezione di Molise, Basilicata e Calabria). Nel Sud furono creati cinque campi di transito (due in Sicilia, a Castelvetrano e S. Giuseppe Jato) e nove di concentramento, 14 campi di concentramento (soprattutto in Toscana, Marche e Lazio) sorsero nel Centro Italia, altri 13 nelle regioni settentrionali. Dalla metà del 1942 molti dei campi vennero trasformati in campi di lavoro «per sopperire alla deficienza di mano d’opera nazionale» che la guerra stava determinando, e altri ne nacquero con la medesima finalità.

A lungo ritenuti marginali, nella storiografia italiana gli studi sulla prigionia nel periodo bellico hanno conosciuto un significativo incremento negli ultimi trenta-quaranta anni. Nello stesso arco di tempo, nel mondo anglosassone è stato dato rilievo al recupero storico e memorialistico della detenzione britannica in Germania e Giappone, considerando la permanenza più o meno lunga in Italia quasi come un necessario transito verso i campi tedeschi.

Anche sul rapporto tra prigionieri e detentori gli studi non hanno avuto corso omogeneo. La prigionia nei campi italiani è stata raramente raccontata nelle memorie dei reduci e in molte narrazioni si è conservata una distinzione tra italiani fascisti, responsabili di maltrattamenti crudeli e feroci, e gli altri italiani, per lo più contadini e in genere benevoli, con cui i prigionieri avevano avuto quotidiani contatti per la vita nei campi e le attività lavorative esterne. L’amministrazione italiana dei campi ha avuto caratteri diversi da quella teutonica, per organizzazione, modalità e risultati. Pur riconoscendo l’agire mostruoso di alcuni comandanti nei campi italiani, fino agli anni Settanta si incontrava spesso anche negli studi di settore «un più generalizzato riferimento agli italiani disorganizzati e arruffoni, buffi pasticcioni alla cui simpatia e al cui buon cuore, un po’ infantili, si perdonavano le pecche del sistema».

Prigionieri italiani in Gran Bretagna

Prigionieri italiani in Gran Bretagna

Più significativa per una analisi scientifica del processo storico e socio-politico scevra da stereotipi si è prospettata negli ultimi anni una produzione comparativa «sulla prigionia quale esperienza accomunante delle nazioni in guerra, almeno nei due conflitti mondiali, e della costruzione di tale esperienza in identità e patrimonio culturale, dunque memoria». Decisamente interessante si presenta inoltre la comprensione del lavoro dei prigionieri al servizio del detentore, destinata ad offrire probabilmente nuove opportunità di studio. Notevoli furono per esempio le differenze tra Gran Bretagna e Italia nel ricorso agli uomini catturati per fronteggiare la crisi economica interna. I britannici portarono nel proprio Paese migliaia di prigionieri italiani, contadini assai abili alla coltivazione dei campi, di cui si servirono proficuamente per affrontare la crisi alimentare nei momenti più duri del conflitto. Gli italiani invece catturarono e mantennero nei campi migliaia di soldati britannici che si erano formati nelle città industriali, ed erano per lo più operai, maestri, professori che non avevano assolutamente intenzione di aiutare i loro detentori. In altre parole, quella duplice (e reciproca) detenzione si rivelò per l’Italia un’arma a doppio taglio: i contadini italiani detenuti in Gran Bretagna aiutarono il Paese detentore con il loro lavoro, contribuendo per certi versi alla vittoria finale, mentre i britannici in Italia rappresentarono soltanto una ulteriore spesa da affrontare per i lunghi mesi della detenzione e fino alla resa del 1943.

Prigionieri britannici nel campo di Caputa, 1943

Prigionieri britannici nel campo di Capua, 1943

L’impianto della ricerca condotta nel testo è solidissimo e articolato. La ricca risorsa bibliografica e documentaria sorregge e accompagna tutta la trattazione e viene integrata in appendice, offrendo allo studioso e al lettore utili risorse digitali per proseguire con approfondimenti e visualizzazioni.

Il volume restituisce in questo interessante studio sui campi di prigionia alleata in Italia la dimensione umana universale della cattività, e al contempo specifica ciò che ha fatto parte dell’esperienza italiana come Paese detentore, senza trascurare il ruolo della popolazione civile, in vario modo e in diverse aree del Paese trascinata in azioni e comportamenti ancora poco conosciuti. In tale quadro di riferimento potrebbe essere importante far conoscere anche nelle aule scolastiche che pure in Italia, e non solo in Germania e Giappone, sorsero decine di campi di concentramento per prigionieri di guerra, in cui si viveva costretti alla fame e al freddo, sottoposti a continui maltrattamenti, pestaggi, violenze e torture, con malattie che non di rado portavano alla morte. Erano campi nati in prossimità di villaggi e paesi di provincia, in cui gli stessi abitanti furono talvolta chiamati a fare da sentinelle con presidi locali e ad assistere a ripetuti crimini di guerra.

Una storia di tanti, rimasta a lungo in ombra. Un percorso scientifico e didattico, come quello qui proposto per siti di prigionia e di internamento, da integrare con opportune indicazioni e mappe topografiche, potrebbe quindi costituire quella tessera mancante nella conoscenza storica degli eventi che hanno segnato il territorio italiano durante la Seconda guerra mondiale. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026

 _____________________________________________________________

Grazia Messina, direttrice della ricerca scientifica nel Museo Etneo delle Migrazioni di Giarre per la Rete dei Musei siciliani dell’Emigrazione. Laureata in Filosofia, Master in “Economia della Cultura” (Università Roma Tor Vergata), ha insegnato Storia e Filosofia nei licei statali. Promuove laboratori didattici e piattaforme digitali, con workshop nel territorio per la tutela della memoria storica. È autrice di articoli e saggi editi su riviste e volumi anche collettanei. Ha scritto con Antonio Cortese La Sicilia Migrante, Tau Editrice (2022). Nel 2023 ha curato la sezione “Sicilia” nel Rapporto Italiani nel Mondo (RIM 2023), edito dalla Fondazione Migrantes.

_____________________________________________________________

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>