di Francesco Medici, Alessandro Perduca
La guerra di Gaza, scoppiata a seguito dell’attacco del 7 ottobre 2023 pianificato da Hamas contro Israele, ha drammaticamente (ri)portato all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale la complessa e annosa questione del conflitto israelo-palestinese, e più in generale di quello arabo-israeliano. Negli ultimi due anni, anche in Italia, si è registrato pertanto uno straordinario incremento di pubblicazioni sull’argomento afferenti ai generi più disparati: dalla saggistica alla letteratura, dagli instant book ai reportage.
In ordine cronologico, tra i titoli di maggiore risalto, si distingue Hamas della giornalista Paola Caridi [1]. Uscito nel novembre 2023, a 14 anni dalla prima edizione, il saggio è il frutto di un lungo lavoro sul campo dell’autrice tra Gerusalemme, la Cisgiordania, Gaza e i Paesi limitrofi. L’intento dell’opera è quello di indagare le ragioni per cui l’organizzazione abbia ottenuto un così vasto consenso popolare, fino al sorprendente successo elettorale conseguito nel 2006, e come essa si sia evoluta da movimento islamista locale a principale attore politico-militare del conflitto israelo-palestinese.
La città di Gerusalemme, come sottolinea l’autrice, riveste un ruolo simbolico centrale: è l’icona dell’identità nazionale palestinese, rappresentata dalla Cupola della Roccia e dalla Moschea al-Aqsa. Hamas ne ha fatto il pilastro portante della propria propaganda politica in quanto ‘linea rossa’ invalicabile contro l’ebraicizzazione israeliana. Diversi episodi, quali la visita – giudicata dai Palestinesi come provocatoria – dell’allora capo del Likud [2] Ariel Sharon (1928-2014) al Monte del Tempio (la cosiddetta Spianata delle Moschee) nel 2000 e le tensioni del 2021 a Sheikh Jarrah [3], hanno acceso le Intifade [4] e gli scontri più recenti.
Hamas ha costruito il suo consenso non soltanto attraverso la resistenza armata, ma anche grazie al welfare sociale: scuole, ospedali, orfanotrofi e charities hanno garantito servizi essenziali a una popolazione impoverita e isolata, soprattutto nei campi profughi. Questo ruolo assistenziale, ereditato dalla tradizione dei Fratelli Musulmani [5], ha consolidato la sua immagine di movimento vicino alla gente comune, immune dal clima di corruzione percepito invece in seno a al-Fatah [6] e all’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) [7].
La nascita di Hamas va compresa a partire dalla Nakbah (1948) [8], quando centinaia di migliaia di palestinesi divennero profughi, e dalla successiva Naksah (1967) [9], con la perdita di Gaza, della Cisgiordania e di Gerusalemme Est. In tale contesto i Fratelli Musulmani palestinesi offrirono identità e coesione, preparando il terreno all’emergere del movimento islamista. Le università, e segnatamente quella di Gaza City, si fecero laboratorio politico per la nuova generazione, che intendeva portare la lotta all’interno dei Territori, differenziandosi così dalle fazioni laiche, che si erano contraddistinte fino ad allora per le azioni operate all’estero.
La Prima Intifada (1987) segna il debutto sulla scena pubblica di Hamas, che fonda le Brigate Izz al-Din al-Qassam, braccio armato ispirato allo sceicco Qassam (1882-1935), predicatore siriano giustiziato dalle forze britanniche a Jenin, celebrato come ‘mito della resistenza’. Da quel momento la lotta armata diventa parte integrante delle attività del movimento: dapprima con attacchi contro militari e coloni, poi, dopo il massacro di Hebron del 1994, anche con attentati suicidari dentro Israele. Negli anni Duemila la resistenza cambia strategia, passando dalla pratica degli attentati alle campagne di lancio di razzi Qassam da Gaza.
La Carta del 1988 (anche nota come Mithaq, ovvero il «Patto») fissa l’ideologia fondativa: la Palestina come waqf [10], indivisibile e «terra islamica fino al Giorno del Giudizio», con il rifiuto di Israele e il richiamo al jihad. Sebbene tale statuto non sia mai stato formalmente abrogato, con il tempo Hamas ha cercato di adattarvisi, come dimostra un documento politico stilato nel 2017, che apre alla possibilità di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 pur senza riconoscere Israele. I rapporti dell’organizzazione con l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) [11] e al-Fatah diventano tesi quando essa rifiuta gli Accordi di Oslo (1993), ritenuti un ‘tradimento’. Dopo la morte di Yasser Arafat (1929-2004) e quella del fondatore Ahmed Yassin (1936-2004), Hamas partecipa alle elezioni del 2006 vincendole con larga maggioranza di voti. Il conseguente scontro con al-Fatah si inasprisce ulteriormente, culminando nel 2007 con la guerra civile e la divisione tra la Cisgiordania e Gaza, la prima sotto il controllo di al-Fatah, la seconda sotto quello di Hamas.
A partire dal 2008 si susseguono nuove guerre con Israele, quali “Piombo fuso” (2008-2009), le operazioni del 2012 e del 2014, fino al conflitto del 2021 innescato dai disordini insorti a Gerusalemme. Ogni volta Gaza soffre terribili devastazioni e la perdita di migliaia di vittime civili, mentre l’embargo imposto da Israele e dall’Egitto a partire dal giugno 2007 la trasforma in una ‘prigione a cielo aperto’. La condizione di isolamento internazionale si aggrava, nonostante i rapporti allacciati con Paesi come l’Iran, il Qatar e la Turchia. Negli anni delle Primavere arabe (2010-2012) Hamas tenta di ridefinire le proprie alleanze, ma resta intrappolato tra il ruolo governativo a Gaza e quello di movimento resistenziale. Da forza di opposizione islamista quale era, Hamas si configura oggi come un regime locale, conclude Paola Caridi, in continua oscillazione tra la funzione politica e quella militare, senza mai sciogliere di fatto tale ambiguità di fondo.
Nel saggio Il suicidio di Israele [12], ristampato nell’ottobre del 2024, Anna Foa propone una riflessione di natura storico-morale sullo Stato attuale di Israele e sul rapporto tra identità ebraica, memoria e politica. La sua tesi centrale individua nel progressivo deterioramento dei valori fondativi dello Stato israeliano – la democrazia, la solidarietà interna, il ricordo dell’Olocausto come monito universale – i sintomi di una deriva che la storica definisce appunto ‘suicidio’. Non si tratta, secondo Foa, di un collasso esterno imposto da forze nemiche, bensì di un processo di progressiva autodistruzione etica e simbolica, generato dall’incapacità di distinguere difesa e oppressione, sicurezza e dominio. L’autrice legge l’occupazione dei Territori palestinesi, la radicalizzazione religiosa e la chiusura verso la diaspora come segni di un’identità che si ripiega su se stessa, rinnegando il principio di giustizia che ne aveva legittimato l’esistenza.
In quanto a sua volta ebrea della diaspora, Foa si mostra emotivamente e intimamente coinvolta, e a maggior ragione consapevole della necessità di un atteggiamento critico che sia insieme atto di responsabilità e di appartenenza. L’incisività del testo risiede nella capacità di coniugare la prospettiva storica con un’urgenza morale che si fa quasi profetica. Foa non mira a una denuncia politica in senso stretto, ma a un appello alla coscienza collettiva basato sulla convinzione che ogni comunità, per sopravvivere, debba saper interrogare i propri errori. In questa chiave, il ‘suicidio di Israele’ non è un fatto compiuto, ma una minaccia che può essere scongiurata soltanto attraverso un radicale ripensamento del rapporto con l’altro – in primo luogo con il popolo palestinese – e del ruolo stesso della memoria ebraica nel mondo contemporaneo.
I palestinesi di Maher Charif e Issam Nassar, pubblicato in arabo in Libano nel 2018 e uscito in Italia lo scorso gennaio [13], è un’opera di particolare rilievo. Gli autori conducono il lettore in un viaggio di oltre due secoli, dall’era ottomana fino ai giorni nostri, dove il popolo palestinese è protagonista della propria storia. La coscienza nazionale si fortifica attraverso fasi di mobilitazione e traumi, dalla Nakbah fino alle Intifade. Il saggio brilla per la densità e la ricchezza dei temi trattati: le correnti politiche (laiche e religiose), le esperienze diasporiche, le voci delle donne. Dieci capitoli sapientemente strutturati presentano eventi decisivi, dalla nascita dell’OLP alla crisi dell’ANP. Tuttavia, il punto di vista interno assunto dai due storici rischia di smorzare lo sguardo critico sulle élite palestinesi, nonché di trascurare l’influenza delle dinamiche internazionali sul conflitto.
Nel suo saggio Olocausti [14] (titolo volutamente provocatorio), uscito in traduzione italiana nel settembre 2024, Gilles Kepel, tra i più eminenti studiosi occidentali del mondo arabo, adotta un’ottica differente rispetto a Charif e Nassar. Gli eventi del 7 ottobre vengono interpretati dal politologo francese come il momento cruciale di un più ampio processo di destabilizzazione che coinvolge l’intero Medio Oriente e le relazioni tra Islam e Occidente. Kepel inquadra quegli accadimenti in una cornice geopolitica e simbolica, evidenziando come le narrazioni del martirio e del sacrificio intensifichino i conflitti attuali e conferiscano maggiore peso al cosiddetto ‘asse della resistenza’ guidato dall’Iran. L’analisi di taglio politico-religioso condotta da Kepel fornisce una lettura profonda del presente a livello macroscopico, tralasciando però gli aspetti della vita quotidiana dei locali e della politica interna palestinese. In altri termini, i due studi presentano prospettive in certa misura opposte e complementari.
Uscito il 30 settembre 2025, Ebrei in guerra [15] intende rappresentare un confronto interno al mondo ebraico attraverso le posizioni contrapposte di due personalità autorevoli: Gad Lerner, giornalista e intellettuale critico verso Israele, e Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, garante dell’ortodossia comunitaria. Il testo, costruito in forma dialogica, si articola come un’indagine sulle fratture dell’ebraismo contemporaneo, ponendo al centro i temi della guerra, dell’appartenenza e del nuovo antisemitismo. A partire da un episodio apparentemente marginale – la presunta censura di libri ritenuti ‘scomodi’ nelle librerie comunitarie –, gli autori dibattono sul delicato equilibrio tra identità religiosa e libertà di coscienza, lealtà verso Israele e messa in discussione delle sue politiche. La dialettica che ne emerge, più che risolvere, espone le tensioni di un’identità plurale costretta a interrogarsi nel vivo di una crisi storica e morale. Mediante un faccia a faccia lucido e misurato, l’opera tenta di ridare voce al dissenso in un contesto polarizzato, pur restando ancorata all’attualità di un conflitto che rende ogni riflessione potenzialmente divisiva: Lerner incarna, come detto, la necessità di un’etica critica, Di Segni quella di una responsabilità istituzionale. La densa conversazione tra i due interlocutori – priva di retorica e talvolta asimmetrica – tradisce tutta la difficoltà di mantenere un dialogo autentico quando la fedeltà comunitaria si intreccia inestricabilmente con il giudizio politico. In tal senso, Ebrei in guerra costituisce a suo modo un documento della condizione ebraica nell’età presente, tra fede, identità e storia.
Sul versante della narrativa palestinese si segnala tra gli altri la riedizione nell’ottobre 2024 del bestseller Ogni mattina a Jenin, romanzo d’esordio della scrittrice, poetessa, scienziata e attivista Susan Abulhawa [16]. È pur vero tuttavia che, senza dimenticare prosatori del calibro di Jabra Ibrahim Jabra (1919-1995), Emil Habibi (1922-1996) e Ghassan Kanafani (1936-1972), è la poesia a rivestire un ruolo fondamentale nella cultura araba in generale, e in quella palestinese in modo particolare, fin dai primi del Novecento, con illustri esponenti quali Khalil al-Sakakini (1878-1953), Ibrahim Tuqan (1905-1941), Fadwa Tuqan (1917-2003), il già menzionato Jabra, Tawfik Zayyad (1929-1994), Samih al-Qasim (1939-2014), Mayy al-Sayegh (1940-2023), Mahmoud Darwish (1941-2008), Naim Araidi (1950-2015), Ibrahim Nasrallah e Tamim al-Barghouti [17].
Le prime traduzioni in italiano dei versi di poeti e poetesse palestinesi hanno iniziato a circolare nel nostro Paese a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, da principio in forma perlopiù collettaneo-antologica, poi con una sempre maggiore attenzione riservata ai singoli autori [18]. Il 2024 ha visto l’uscita della terza edizione, ampiamente aggiornata, dell’antologia di letteratura palestinese moderna e contemporanea La terra più amata, che raccoglie brani di romanzi, racconti brevi e anche poesie [19]. Da ultimo, nell’aprile 2025, è stata pubblicata la silloge poetica Il loro grido è la mia voce [20], il cui primo motivo di interesse per i lettori risiede nel fatto che essa fornisce una selezione di poesie (trentadue in totale) di dieci autori e autrici palestinesi contemporanei in larga parte scritte a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, e dunque in condizioni di estrema precarietà: poco prima di essere uccisi dai bombardamenti, come ultima preghiera o testamento poetico (è il caso di Heba Abu Nada e di Refaat Alareer, deceduti rispettivamente nell’ottobre e nel dicembre di quello stesso anno), nell’imminenza di abbandonare la propria abitazione per sfuggire a morte certa, oppure da una tenda o in un campo profughi, sotto la morsa del gelo e della minaccia delle bombe.
Molti dei versi inclusi nell’antologia, i più recenti dei quali composti nel dicembre 2024, possono considerarsi di fatto inediti, poiché mai dati alle stampe, ma scritti ‘all’istante’ e diffusi esclusivamente in rete da gazawi impegnati a sopravvivere all’assedio. Il libro costituisce inoltre un’iniziativa concreta di solidarietà: parte del ricavato delle vendite è infatti destinato da Fazi Editore a supportare Emergency per le sue attività di assistenza sanitaria nella Striscia di Gaza. Quanto al titolo dell’opera, esso è ispirato a un verso tratto da una sezione di L’alfabeto degli universi di Haidar al-Ghazali datata 25/04/2024:
«[…] Oggi / i giovani liberi si sollevano nelle università / e non verrà promosso / chi non supererà l’esame di umanità. / Oggi il mondo mostra una certa giustizia, / una certa umanità, / il loro grido è la mia voce / e il loro sangue è il mio / bolle come la mano di una bambina amputata sulla terra. / Siamo un buon mondo, / governato da demoni bianchi / Perché non diventiamo un solo mondo? / Perché non cresciamo insieme? / La mia voce, la vostra voce / e il mio sangue, se accresce la vostra rabbia, / ora è vostro. / Insegnate ai vostri figli / che il corpo della terra è uno, / che i confini della terra sono un’invenzione / e chi non rifiuta di uccidere / sarà ucciso facilmente. / Fermate il fuoco sui nostri petti, / fermate il fuoco / perché possiamo seminare / la nostra terra / e nutrirvi» [21].
Ilan Pappé, storico ebreo israeliano noto per le sue posizioni dichiaratamente antisioniste – e di cui lo stesso Fazi Editore ha pubblicato il 7 ottobre 2025 la traduzione italiana del saggio La fine di Israele [22] –, nella prefazione indica la chiave di lettura essenziale di queste liriche:
«In Palestina si è continuato a produrre poesia nei peggiori momenti storici […]. Scrivere poesia durante un genocidio dimostra ancora una volta il ruolo cruciale che la poesia svolge nella resistenza e nella resilienza palestinesi. La consapevolezza con cui questi giovani poeti affrontano la possibilità di morire ogni ora eguaglia la loro umanità, che rimane intatta anche se circondati da una carneficina e da una distruzione di inimmaginabile portata. […] Le poesie raccolte nel presente volume […] sono a volte dirette, altre volte metaforiche, estremamente concise o leggermente tortuose, ma è impossibile non cogliere il grido di protesta per la vita e la rassegnazione alla morte, inscritte in una cartografia disastrosa che Israele ha tracciato sul terreno» [23].
E in tale ‘cartografia disastrosa’, costruita sulla brutale deumanizzazione degli oppressi e sul sistematico silenziamento del dissenso – quello interno, certo, ma anche quello espresso a livello internazionale, come evidenzia Chris Hedges in uno degli interventi che arricchiscono il volume [24] –, la poesia, quasi sempre (e sorprendentemente) scevra da sentimenti di odio o di vendetta nei confronti del nemico, si ‘inscrive’ soprattutto grazie alla sua pura forza testimoniale. Ma anche come mero atto di «martyria […] estrema e disperata» [25] (per citare la definizione che ne danno nell’introduzione i curatori della raccolta Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti) della distruzione più totale, o forse proprio perché resoconto pressoché oggettivo di ciò che accade, i versi di questi poeti vengono sovente censurati o incriminati. Emblematico al riguardo il processo subìto da Dareen Tatour, incarcerata in quanto autrice della lirica Resisti o popolo mio, resisti loro, postata in rete nel 2015. La condanna per incitamento alla violenza pronunciata nei suoi confronti dal tribunale israeliano si è fondata sull’ambivalenza del termine arabo «shahid», contenuto nel componimento, che, proprio come il suo corrispettivo greco martys, significa sia ‘testimone’ sia ‘martire’. Sulla scorta di una traduzione in lingua ebraica della poesia prodotta da un poliziotto israeliano, la corte ha voluto pretestuosamente interpretare quel termine come «terrorista» [26]. Durante la detenzione, l’autrice scriverà Allucinazioni di una poetessa prigioniera condannata per terrorismo: «Le vostre armi saranno annientate / e la poesia rimarrà viva […] La poesia nella mia prigione / è nutrimento / è acqua e aria» [27].
Eppure, quanto raccontato dai poeti e dalle poetesse antologizzati sembra avere poco a che fare con una guerra stricto sensu, poiché «la morte non si trova in trincea, ma attende al mercato, sui marciapiedi, cade dal cielo e irrompe nell’intimità domestica». Ed è questo il motivo per cui quello della ‘casa’, nel senso più polisemico del termine, è probabilmente il vero leitmotiv delle loro composizioni:
«La casa è la misura della loro letteratura, dimensione della stessa mancanza. Occorre qui ricordare che il sostantivo bayt, in arabo come in ebraico, significa al tempo stesso il verso poetico e la casa. E proprio la casa si mostra quale prima ossessione: prigione nella prigione. Tra le mura di Gaza si avverte l’insinuarsi neoplastico dei droni comandati a distanza, si distingue – come un grido acuto – quello scarto tra la vita e la morte. Quasi a riscrivere un passo dei Vangeli, in una casa di Gaza a sera, tutti spezzano il pane perché sanno che quella, forse, è la loro ultima cena. Tra le loro sante pareti non c’è mai stata libertà; del resto, vivono rinchiusi in un muro gigantesco che il mondo democratico innalza e di nuovo dimentica. Tra gli abitanti di Gaza – come tra le loro poesie – non sarà difficile incontrare chi ha vissuto senza essere uscito dalle mura di quella prigione. Tale incubo abita queste pagine».
Se è vero dunque che «fare poesia a Gaza vuol dire farla – nell’impossibilità di un luogo – in ogni luogo possibile» [28], ogni luogo – anche virtuale, come per i blog e i social network adoperati in sostituzione di una casa editrice (in arabo, dar al-nashr) – diventa bayt. Ma bayt in arabo indica pure la camera di un’abitazione (ghurfah), che può essere riparo e allo stesso tempo trappola mortale, come scrive Ni’ma Hassan:
«All’inizio di ogni guerra raccolgo i miei bambini intorno a me e comincio a preparare la stanza-fortezza. O almeno vorrei che così fosse. Scelgo una stanza con il soffitto di cemento. I tetti di lamiera di amianto o di zinco, quando vengono giù, non uccidono in un colpo solo. Si lasciano rimpianti alle spalle. Il cemento invece ha potere su tutti gli abitanti della stanza. Crolla in un colpo solo, senza lasciare dietro di sé alcuno spazio per i rimpianti» [29].
Oppure bayt può designare un edificio, un appartamento o una tenda (anche nella forma khaymah), specie quella dei nomadi, che, nei versi di Yousef Elqedra, sfollato nell’accampamento della ‘zona umanitaria’ di al-Mawasi (Khan Yunis), diventa, come la ginestra leopardiana, metafora sia di provvisorietà sia di dignità, fermezza e perseveranza incrollabili: «La tenda è un corpo fragile / […] La tenda non è una casa / […] la tenda rimane in piedi, / a testimoniare che la fragilità / è l’altro volto del Sumud» [30]. E poi c’è il corpo (jasad), casa dell’anima, cantato da al-Ghazali, caratterizzato da quella stessa ‘fralezza’ per cui anche l’amore costituisce una forma di esilio, di dramma nel dramma: «Tu non hai provato l’amore / in tempo di guerra, / non ti sei esiliato due volte / […] Il tuo corpo è tenero, / si scioglie / dalla mia prima frase poetica / e non voglio immaginarlo / sotto la durezza dei proiettili» [31].
La casa, come spiega Refaat Alareer, è il bene assoluto da preservare, perché rappresenta in definitiva il luogo sacro della memoria e della tradizione, e quindi dell’identità palestinese tout court:
«Le nostre case sono piene di racconti e storie che devono essere tramandati. Le nostre case infastidiscono la macchina da guerra israeliana, la prendono in giro, la ossessionano, persino al buio. Non tollera la loro esistenza. E con i dollari delle tasse americane e l’immunità internazionale, Israele presumibilmente continuerà a distruggere i nostri edifici finché non ne rimarrà nulla» [32].
Il Discorso alla Oxford Union, pronunciato da Susan Abulhawa il 28 novembre 2024 per discutere insieme al poeta Mohammed al-Kurd la mozione di un’associazione studentesca dal titolo “Quest’Assemblea crede che Israele sia uno Stato di apartheid responsabile di genocidio”, riprende le riflessioni di Alareer e le estende fino a parlare del suolo e del senso di appartenenza (‘casa’ dunque come ‘Patria’, ‘Paese’ [Watan; Balad]) intendendo quei territori come una cosa sola con i loro abitanti:
«Siete colonizzatori depravati e violenti che credono che la loro ebraicità li autorizzi a prendersi la casa che mio nonno e i suoi fratelli hanno costruito con le loro mani su terre che sono state per secoli delle nostre famiglie. […] Non ci cancellerete, anche se continuerete a uccidere e uccidere e uccidere, ogni giorno per tutto il giorno. Non siamo le rocce da cui Chaim Weizmann [33] pensava di poter ripulire la terra. Siamo la terra stessa. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi e le sue storie, perché sono stati tutti nutriti dai nostri corpi e dalle nostre vite per millenni di continua, ininterrotta abitazione di questo pezzo di mondo tra il Giordano e le acque del Mediterraneo; dai nostri antenati […] e da ogni conquistatore o pellegrino che è passato di qui. […] Le storie favolose e tumultuose di questa terra sono letteralmente nel nostro dna. Non potete sopprimerle a colpi di propaganda, qualunque tecnologia mortale usiate o qualunque arsenale mediatico e hollywoodiano possiate dispiegare. Un giorno la vostra impunità e la vostra arroganza avranno fine. La Palestina sarà libera; sarà restituita alla sua gloria plurale, multireligiosa e multietnica» [34].
Il legame viscerale, anzi, carnale dei Palestinesi con la loro terra emerge anche nei versi di Ni’ma Hassan («Una madre a Gaza non è come tutte le madri / Fa il pane con il sale fresco dei suoi occhi… / e nutre la patria con i suoi figli» [35]) e in New Gaza di Marwan Makhoul («La tua patria non è terra, / né mare che ha profetizzato ciò in cui ci troviamo / e poi è morto. / Ma è il tuo popolo, vieni a conoscerlo» [36]). Quest’ultimo – nato a al-Boquai’a in Galilea, uno dei villaggi arabi palestinesi non riconosciuti dallo Stato di Israele perché sorto dopo la Nakbah, e dunque assente nelle mappe geografiche – è anche autore di una lirica, particolarmente nota per essere apparsa sui muri delle città in protesta e aver accompagnato manifestazioni in tutto il mondo, dal titolo suggestivo di Versi senza casa (Abyat bila manzil): «[…] Essere palestinese del ’48 significa / essere il cittadino più strano del mondo, / eccoti a supplicare tutti i Paesi del mondo di proteggerti / dal tuo stato / […] Se dividono la mia patria in due stati, / emigro» [37]. Il 15 ottobre 2023, cinque giorni prima di perdere la vita a Khan Yunis, Heba Abu Nada scriveva i suoi ultimi versi quasi presagendo a sua volta di ‘emigrare’, ma in una ‘casa’ di pace e beatitudine assolute:
«Noi lassù costruiamo una seconda città, / medici senza pazienti né sangue, / insegnanti senza aule gremite e urla agli studenti, / nuove famiglie senza dolori né tristezza, / e giornalisti che fotografano il paradiso, / e poeti che scrivono sull’amore eterno, / tutti da Gaza, tutti. / Nel paradiso c’è una nuova Gaza che si sta formando ora, senza assedio» [38].
La silloge si conclude con la poesia Se devo morire (If I Must Die), pubblicata in rete da Refaat Alareer poco prima di essere ucciso da un raid israeliano: «Se devo morire, / tu devi vivere / per raccontare la mia storia / […] Se devo morire, / che porti speranza, / che sia una storia»[39]. Si tratta dell’unica lirica inclusa nell’antologia ad essere stata composta originariamente in lingua inglese e la cui traduzione è di Enrico Terrinoni. Traduttore d’eccezione dagli originali in arabo di tutti gli altri testi è invece Nabil Bey Salameh, cantautore palestinese naturalizzato italiano, frontman e fondatore, insieme a Michele Lobaccaro, del gruppo musicale Radiodervish. Il 1° ottobre 2025 l’artista ha concesso agli autori del presente articolo la seguente intervista.
Nella Lettera a Refaat Alareer – una missiva ideale, invero, indirizzata al poeta post mortem – riportata in appendice al volume, lo scrittore e reporter statunitense Chris Hedges, vincitore del Premio Pulitzer nel 2002, si interroga sul «perché gli assassini temono i poeti». Nel suo poemetto L’alfabeto degli universi Haidar al-Ghazali pone la medesima questione, ma nella più cruda forma assiomatica: «un razzo si è avvicinato al nostro quartiere […] / e poiché sono un poeta, / sarei sicuramente morto» [40]. Edward Said (1935-2003)[41] definì la scrittura come «l’ultima resistenza che abbiamo contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità». Infine, lo stesso Alareer nelle sue lezioni impartite agli studenti dell’Università Islamica di Gaza soleva ripetere come un «mantra» che «una poesia è più potente di un’arma» [42]. Cosa rappresenta la letteratura, e la poesia in particolare, per il popolo palestinese? E come vengono percepiti i vostri scrittori e poeti, quelli di ieri e quelli di oggi, da parte degli Israeliani?
«La letteratura palestinese, e in particolare la poesia, ha sempre svolto un ruolo fondamentale: non è mai stata soltanto un esercizio di stile, ma un vero e proprio spazio di resistenza, di memoria e di sopravvivenza. In una condizione storica in cui il nostro popolo è stato espropriato della terra, disperso nel mondo e costretto a vivere sotto occupazione e assedio, la parola poetica ha custodito la nostra identità, la nostra lingua e la nostra dignità. I poeti e gli scrittori palestinesi non sono figure marginali, ma voci centrali nella narrazione collettiva. Mahmoud Darwish, Ghassan Kanafani, Fadwa Tuqan, Refaat Alareer, Haidar al-Ghazali e molti altri hanno dato voce a ciò che la politica e la diplomazia hanno sistematicamente negato. Per noi la poesia è stata una casa quando le case venivano distrutte, un rifugio quando i rifugi venivano bombardati, una bandiera quando le bandiere erano vietate. Ed è per questo che viene temuta. Perché la parola poetica ha la capacità di smascherare le menzogne ufficiali, di raccontare la verità con una forza che nessuna propaganda riesce a oscurare. Agli occhi di molti israeliani, i nostri poeti rappresentano un atto di accusa vivente, uno specchio che riflette una realtà che essi non vogliono vedere. Per questo si cerca di censurarli, delegittimarli, perfino eliminarli fisicamente, come nel caso di Alareer. Ma la poesia continua a circolare, a cantare, a seminare futuro, dimostrando che una poesia può essere davvero più potente di un’arma».
Un passaggio del Discorso alla Oxford Union di Susan Abulhawa recita: «Il male che fanno è diabolico, ma pretendono che tu creda che le vittime sono loro. Invocano l’Olocausto europeo […] e si aspettano che tu metta tra parentesi la fondamentale ragione umana e accetti di credere che il lavoro quotidiano dei cecchini che sparano […] contro i bambini e il bombardamento di interi quartieri […] siano legittima difesa»[43]. Da palestinese, come interpreti certa propaganda di chi sovrappone senza riserve antisionismo, critica alla politica israeliana e antisemitismo, ignorando la tradizione di secolare convivenza tra ebrei e arabi in quelle terre?
«Questa confusione è una delle più grandi trappole del nostro tempo. Accusare chi critica Israele di antisemitismo significa neutralizzare ogni forma di dissenso, trasformando l’oppressione di un popolo in una questione intoccabile. È un meccanismo che ribalta la realtà: chi è vittima della colonizzazione viene accusato di odio razziale, mentre chi esercita un potere coloniale si autoproclama vittima eterna. Io vengo da una terra in cui, per secoli, musulmani, cristiani ed ebrei hanno convissuto. Mio padre ricordava i quartieri di Haifa e di Gerusalemme dove ebrei e arabi vivevano fianco a fianco, scambiandosi doni durante le feste religiose. L’antisemitismo, invece, è un prodotto della storia europea: è lì che è nato, ed è lì che ha avuto il suo apice tragico con la Shoah. Attribuirlo oggi ai Palestinesi significa distorcere la storia e cancellare la nostra realtà. La nostra lotta non è contro una religione, ma contro un progetto politico-militare che ha costruito uno Stato sulle rovine di un altro popolo. Essere antisionisti non significa odiare gli ebrei, significa opporsi a un sistema coloniale di apartheid. E difendere i diritti dei Palestinesi non nega quelli degli ebrei, anzi, li riconosce nella prospettiva di una terra che torni a essere davvero condivisa. La verità è che la convivenza è possibile, perché è già esistita. Ciò che la distrugge è il sionismo politico, non la nostra identità».
Scommettere sull’umanità significa credere che l’aspirazione alla pace sia il movente politico per eccellenza, pur nell’amara consapevolezza che la conquista della libertà può passare a volte anche per le strettoie sanguinose della guerra. Tornano alla mente i versi di Ci tocca amare l’autunno di Mahmoud Darwish, sommo poeta palestinese: «Si ammala un sogno come si ammalano i sognatori? Un autunno, un autunno, può nascere un popolo sulla sua ghigliottina?»[44]. Parole profetiche di un tempo che confidava nella pace. È ancora possibile sognare?
«Sognare per noi Palestinesi non è mai stato un privilegio, ma un dovere. Senza sogno, senza immaginazione, la nostra esistenza sarebbe già stata cancellata. È vero, i sogni si ammalano, come scriveva Darwish, si incrinano sotto il peso delle tragedie quotidiane, ma continuano a germogliare. Oggi, mentre assistiamo a un genocidio sotto gli occhi del mondo, sognare la pace e la libertà sembra un atto quasi impossibile. Eppure, è proprio nei momenti più bui che il sogno diventa necessario. Il sogno è quello dei bambini che continuano a disegnare il mare anche se non l’hanno mai visto; è quello dei giovani di Gaza che studiano musica tra le macerie; è quello dei profughi che conservano ancora le chiavi delle case da cui sono stati cacciati. Sognare non significa illudersi. Significa mantenere viva una visione, un orizzonte, una promessa. La pace non è un’utopia, ma un progetto che richiede giustizia, verità e fine dell’occupazione. Senza giustizia non ci sarà mai pace. Ma il sogno, anche ferito, continua a darci la forza di restare umani e di credere che un giorno questa terra potrà ritrovare la sua armonia e la sua libertà».
L’iniziativa umanitaria internazionale della Global Sumud Flotilla da una parte denuncia un sentimento di sfiducia nei confronti della politica ufficiale dei governi e dall’altra testimonia la convinzione che la resistenza possa e debba sorgere dal basso, attraverso atti collettivi di coraggio e solidarietà. Qual è per te il significato di un simile progetto? Credi possa mantenere viva la speranza di un’umanità partecipe?
«La Global Sumud Flotilla è molto più di una spedizione umanitaria. È il simbolo di una società civile che decide di prendere il mare per sfidare l’indifferenza e l’inerzia dei governi. È un gesto poetico e politico insieme. Poiché sumud in arabo significa “fermezza”, “radicamento”, “resilienza”. E queste barche, con il loro carico di solidarietà, portano anche un messaggio chiaro: la coscienza umana non può essere bloccata da un assedio. Io credo che queste iniziative abbiano una forza immensa perché rompono l’isolamento, costruiscono legami, fanno capire ai Palestinesi che non sono soli. Ogni volta che una nave cerca di arrivare a Gaza, non importa se venga bloccata, ciò che conta è il segnale che lancia. È un segnale al mondo intero, ma anche a noi stessi, che la dignità è ancora viva, che ci sono donne e uomini che non accettano di voltarsi dall’altra parte. Certe azioni non risolvono da sole la tragedia, ma mantengono accesa una scintilla di speranza. E spesso è proprio quella scintilla a salvare l’umanità dalla disperazione definitiva».
La tua nota di traduzione al volume si conclude con un invito ai lettori: «Leggete queste poesie non solo con gli occhi, ma con l’anima. Ascoltate la loro musica, il loro ritmo sottile. Che siano per voi un ponte verso la comprensione, un inno alla dignità, e un ricordo che la bellezza, anche nelle situazioni più difficili, può ancora fiorire» [45]. Alcuni mesi fa, in un post sul suo profilo Instagram, Ahmed Muin Abu Amsha, musicista, compositore e docente di chitarra presso il Conservatorio Nazionale “Edward Said” di Gaza, ha condiviso un video relativo a una canzone da lui composta sulla base di una nota musicale ossessiva, udibile dal cielo: il ronzio infernale e incessante dei droni israeliani che sorvolano a tutte le ore la città, e che l’autore ha utilizzato come una sorta di diapason. Quella sua geniale intuizione ha poi dato vita al progetto musicale dei “Gaza Birds Singing”, che coinvolge non soltanto i suoi studenti, ma anche altri musicisti e gente comune. In un certo senso, si potrebbe affermare che Abu Amsha abbia realizzato – o che quantomeno abbia provato a realizzare – nei fatti il desiderio espresso da Marwan Makhoul nella chiusa di Versi senza casa: «Per scrivere una poesia non politica, / devo ascoltare gli uccelli, / e per sentire gli uccelli / bisogna far tacere gli aerei da caccia» [46]. Anche tu, nel corso della tua lunga carriera artistica, hai dedicato diversi brani del tuo repertorio alla causa palestinese. In quale modo l’arte e la musica possano aiutare ad elaborare il lutto e ad affrontare la tragedia?
«L’arte e la musica hanno la capacità di trasformare il dolore in linguaggio condiviso. In Palestina, la musica accompagna ogni momento della vita: dai matrimoni ai funerali, dalle feste ai giorni di lutto. È una presenza che consola e unisce, che dà voce a chi non può parlare. L’esempio dei “Gaza Birds Singing” è straordinario: prendere il ronzio dei droni, simbolo di paura e di morte, e trasformarlo in ritmo musicale è un gesto di resistenza e di genialità. È come dire: “non potete toglierci la nostra capacità di creare, anche a partire dal rumore delle vostre stesse armi”. Nella mia esperienza artistica, con i Radiodervish e in altri progetti, ho sempre considerato la musica come un ponte. Un ponte che supera barriere linguistiche, religiose e culturali, e che pone le persone di fronte a un’emozione universale. Quando suoniamo una canzone palestinese, non raccontiamo soltanto una storia locale, ma tocchiamo un sentimento umano che appartiene a tutti: la nostalgia, il dolore, la speranza. È così che si elabora il lutto: non nascondendolo, ma trasformandolo in canto, condividendolo, rendendolo universale. La musica non cancella la tragedia, ma la trasfigura, le dà un senso, impedisce che il dolore resti muto. E in quel canto, la vita ricomincia a fiorire, anche tra le macerie».
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Paola Caridi, Hamas. Dalla resistenza al regime, nuova edizione, Feltrinelli, Milano 2023.
[2] Letteralmente in ebraico, il «Consolidamento», è un partito nazionalista conservatore, maggiore formazione politica israeliana di centro-destra. Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, ne è l’attuale leader.
[3] Villaggio palestinese affiliato al Governatorato di Gerusalemme, situato sul lato orientale della città, occupato dagli Israeliani nella guerra del 1967. Oggi è uno dei quartieri di Gerusalemme Est.
[4] Quello dell’intifadah (termine traducibile in italiano come «rivolta» o «sollevazione») rappresenta uno degli aspetti più significativi del conflitto israelo-palestinese a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso.
[5] Movimento politico-religioso fondato da Hasan al-Banna (1906-1949) nel 1928 a Ismailia, diffusosi prima in Egitto e poi nel resto del mondo arabo-islamico, diventando, nonostante alterne e controverse vicende, il punto di riferimento per numerose organizzazioni integraliste. Sul piano religioso propugna il ritorno al Corano; su quello sociale chiama i musulmani alla solidarietà e all’impegno attivo; su quello politico teorizza lo Stato islamico, interpretando l’Islam come un sistema totalizzante senza distinzione tra la sfera religiosa e quella civile.
[6] Letteralmente in arabo, «l’Apertura», «la Conquista» o «la Vittoria» (acronimo inverso di Harakat al-Tahrir al-Watani al-Filistini [Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese]), è un’organizzazione politica della resistenza palestinese. Fondata nel 1958 da esuli palestinesi tra cui Yasser Arafat, che ne avrebbe in seguito assunto la guida, avviò la guerriglia contro Israele nel 1965 e dopo il conflitto del 1967 assunse l’egemonia all’interno dell’OLP. Con le elezioni del 1996 passò a controllare il potere esecutivo e legislativo; decisiva nella Seconda Intifada (2000), perse poi consensi a favore di Hamas, da cui è stata sconfitta nelle elezioni del 2006 e con cui nel 2007 si è scontrata anche militarmente.
[7] Organismo politico di autogoverno palestinese ad interim, costituito nel 1994 in conseguenza degli Accordi di Oslo, per governare la Striscia di Gaza e alcune aree della Cisgiordania.
[8] Letteralmente in arabo, la «Catastrofe», è l’espressione con cui si indica l’esodo forzato di circa 700.000 arabi palestinesi dai territori occupati da Israele nel corso della prima guerra arabo-israeliana.
[9] Cioè la «Ricaduta», espressione che designa, nella storiografia araba, la seconda diaspora palestinese.
[10] Nel diritto islamico, si indicano generalmente così i beni di manomorta, ossia una fondazione pia, con fini di beneficenza.
[11] Nata nel 1964 per iniziativa della Lega Araba, ricoprì tra gli anni Settanta e gli anni Novanta il ruolo di rappresentante politico della nazione palestinese anche in sede internazionale. Dal 2004, dopo la morte di Arafat, è guidata dall’attuale presidente della Palestina Mahmoud Abbas, meglio noto come Abu Mazen.
[12] Anna Foa, Il suicidio di Israele, Laterza, Roma-Bari 2024 (xiv ristampa: 2025).
[13] Maher Charif – Issam Nassar, I Palestinesi. Storia di un popolo e dei suoi movimenti nazionali, prefazione di Isabella Camera d’Afflitto e Ignazio De Francesco, traduzione di Ihab Halawa, Benedetto M. Masi e Paola Pizzi, Carocci, Roma 2025 (cfr. Tarikh al-Filastiniyyin wa harakatihim al-wataniyyah, Institute for Palestine Studies, Beirut 2018).
[14] Gilles Kepel, Olocausti. Israele, Gaza e lo sconvolgimento del mondo dopo il 7 ottobre, traduzione di Lorenzo Alunni, Feltrinelli, Milano 2024 (cfr. Holocaustes. Israël, Gaza et la guerre contre l’Occident, Éditions Plon, Paris 2024).
[15] Gad Lerner – Riccardo Di Segni, Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente, Feltrinelli, Milano 2025.
[16] Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, traduzione di Silvia Rota Sperti, Feltrinelli, Milano 2024 (cfr. The Scar of David, Journey Publications, Summerland, CA 2006; Mornings in Jenin, Bloomsbury, New York 2010).
[17] Per una panoramica generale e una bibliografia più completa (della storiografia e della critica letteraria, nonché dei romanzi, dei racconti e delle poesie palestinesi tradotti in italiano), cfr. Isabella Camera d’Afflitto, Cento anni di cultura palestinese, Carocci, Roma 2007.
[18] Si fornisce qui di seguito una bibliografia generale, benché non esaustiva, delle sole traduzioni dall’arabo (in taluni casi, le raccolte antologiche citate includono solo in parte versi di poeti palestinesi): Calchi di poesia araba contemporanea, a cura di Fuad Cabasi, Arnoldo Mondadori, Milano 1962; Versi di fuoco e di sangue dei poeti arabi della resistenza, traduzione e cura di Isa Naouri, E.A.S.T, Roma 1969; Versi della resistenza palestinese, traduzione e cura di Wasim Dahmash, E.A.S.T., Roma 1972; Poesie e canti della Resistenza Palestinese, Edizioni Movimento Studentesco, Milano 1972; Antologia della letteratura araba, a cura di Francesco Gabrieli e Virginia Vacca, Edizioni Accademia, Milano 1976; Palestina. Poesie, presentazione di Biancamaria Scarcia Amoretti, fotografie di Oscar van Alphen, Ila Palma, Palermo 1982; Il sogno dei gigli bianchi. Versi sparsi dalla Palestina, a cura di Wasim Dahmash, Edizioni Musicali, Monsano-Ancona 1996; Mahmoud Darwish, Meno rose, prefazione di Gianroberto Scarcia, traduzione di Gianroberto Scarcia e Francesca Rambaldi, Cafoscarina, Venezia 1997; Mahmoud Darwish, Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine?, traduzione e cura di Lucy Ladikoff Guasto, San Marco dei Giustiniani, Genova 2002; Sei poeti di Palestina, a cura di Giulio Soravia e Ahmed Addous, Associazione “In forma di parole”, Bologna 2003; «… innalzarono i cuori sulle mani». Poesie della resistenza palestinese, a cura di Fares al-Jamanreh e Ahmad Tailakh, Edizioni Al Hikma, Torino 2003; Intifada: Poesia araba contemporanea, a cura di Mohammed Lamsuni, Prospettiva Editrice, Civitavecchia 2003; Letteratura palestinese. Antologia, traduzione e cura di Wasim Dahmash, Università Sapienza-Nuova Cultura, Roma 2005 (ristampa: 2009); Mahmoud Darwish, Murale, traduzione di Fawzi Al Delmi, Epoché, Milano 2005; Samih al-Qasim, Versi in Galilea, a cura di Wasim Dahmash, Edizioni Q, Roma 2005 (ristampa: 2008); Mahmoud Darwish, La mia ferita è una lampada ad olio, traduzione di Francesca Maria Corrao, De Angelis, Roma 2006; In un mondo senza cielo. Antologia della poesia palestinese, a cura di Francesca Maria Corrao, traduzioni di Fulvia De Luca e Simone Sibilio, Giunti, Firenze 2007; Mahmoud Darwish, Il letto della straniera e altre poesie d’amore, traduzione di Chirine Haidar, Epoché, Milano 2009; Ibrahim Nasrallah, Versi, traduzione e cura di Wasim Dahmash, Edizioni Q, Roma 2009; Mahmoud Darwish, Come fiori di mandorlo o più lontano, traduzione di Chirine Haidar, con uno scritto di John Berger, Epoché, Milano 2010; Jumana Mustafa, Inciampo non appena cammino lentamente, traduzione di Bianca Carlino, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2011; Qui finisce la terra. Antologia di scrittori palestinesi in Israele, a cura di Isadora d’Aimmo, Il Sirente, Napoli, 2012; Naim Araidi, Canzoni di Galilea, a cura di Stefania Battistella e Beppe Costa, Seam Edizioni, Roma 2013; Mahmoud Darwish, Stato d’assedio, traduzione e cura di Wasim Dahmash, Edizioni Q, Roma 2014 (ristampa: 2017); Ashraf Fayadh, Le istruzioni sono all’interno, traduzione di Sana Darghmouni e Gassid Mohammed, Terre d’Ulivi, Lecce 2016; Mahmoud Darwish, Undici pianeti, traduzione di Silvia Moresi, Jouvence, Milano 2018; Mahmoud Darwish, Elogio dell’ombra alta, traduzione di Saleh Zaghloul, Associazione Culturale di Amicizia Sardegna-Palestina, Città di Castello-Cagliari 2019; Ashraf Fayadh, Epicrisi, traduzione di Sana Darghmouni, Di Felice Edizioni, Martinsicuro 2019; Ibrahim Nasrallah, Specchi degli angeli, prefazione di Pina Rosa Piras, traduzione di Wasim Dahmash, Edizioni Q, Roma 2019; Mahmoud Darwish, Inni universali di pace dalla Palestina; Elogio dell’ombra alta: poesie, traduzione di Saleh Zaghloul, Jouvence, Milano 2020.
[19] La terra più amata. Voci della letteratura palestinese, a cura di Tommaso Di Francesco, Pino Blasone, Wasim Dahmash, manifestolibri, Roma 2024. L’opera, che consta di 264 pagine, raccoglie testi di Hiba Abu Nada, Shahd Abu Salama, Abu Salma, Salman Abu Sitta, Mosab Abu Taha, Refaat Alareer, Hanan Awwad, Samira Azzam, Jamal Bannura, Murid Barghuthi, Mu‘in Bsiso, Mahmoud Darwish, Najwan Darwish, Suaad Genem, Raymonda Hawa Tawil, Fatina al-Ghurra, Jabra Ibrahim Jabra, Emil Habibi, Akram Haniyye, Ghassan Kanafani, Dunya al-Amal Ismail, Salma Khadra al-Jayyusi, Jumana Mustafa, Ibrahim Nasrallah, Salman Natur, Samih al-Qasim, Tawfiq Sayigh, Muhammad Ali Taha, al-Mutawakkil Taha, Fadwa Tuqan, Ibrahim Tuqan, Yahya Yakhluf, Ghassan Zaqtan, Tawfiq Zayyad.
[20] Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, prefazione di Ilan Pappé, con interventi di Susan Abulhawa e Chris Hedges, traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh, traduzione dall’inglese di Ginevra Bompiani ed Enrico Terrinoni, a cura di Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini e Leonardo Tosti, Fazi, Roma 2025. D’ora in poi, in queste note, si rimanda all’opera in questione attraverso la dicitura Gaza.
[21] Gaza: 97-99.
[22] Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, traduzione di Nazzareno Mataldi, Fazi, Roma 2025 (cfr. Israel on the Brink. And the Eight Revolutions that Could Lead to Decolonization and Coexistence, Beacon Press, Boston 2025). Appartenente alla corrente dei cosiddetti ‘nuovi storici israeliani’, Pappé fornisce nel volume una diagnosi strutturale del sistema israeliano, sostenendo che la crisi odierna non rappresenti un’anomalia, ma il compimento logico del progetto sionista. A suo giudizio, la fondazione dello Stato di Israele ha implicato fin dalle sue origini la marginalizzazione e l’espulsione della popolazione palestinese, dando vita a un regime che egli definisce di colonialismo d’insediamento. In questa prospettiva, la ‘fine’ di Israele non indica necessariamente la scomparsa fisica dello Stato, ma la disgregazione della sua legittimità politica e morale. Il punto di vista di Pappé è radicale: egli ritiene che il sistema sionista non sia riformabile dall’interno, e che una vera pace possa scaturire soltanto dal suo superamento, attraverso un nuovo modello binazionale fondato sulla giustizia e sull’uguaglianza dei diritti tra i due popoli.
[23] Gaza: x.
[24] Cfr. Gaza: 117-118.
[25] Gaza: 8.
[26] Per una ricostruzione nel dettaglio del processo, cfr. Yehouda Shenhav & Revital Hovel, Theater of the Absurd: The Jewish State vs. Palestinian Poet Dareen Tatour, «Haaretz», August 08, 2017 (https://www.haaretz.com/israel-news/2017-08-08/ty-article/.premium/theater-of-the-absurd-jewish-state-v-poet-dareen-tatour/0000017f-e696-da9b-a1ff-eeff27e40000).
[27] Gaza: 33.
[28] Gaza: 6-9.
[29] Gaza: 17.
[30] Gaza: 25.
[31] Gaza: 93.
[32] Gaza: 125.
[33] Politico e chimico russo naturalizzato israeliano, Chaim Weizmann (1874-1952) è stato il primo presidente dello Stato di Israele. Durante il primo conflitto mondiale indusse il governo britannico a sostenere il programma del sionismo, ottenendo nel 1917 dall’allora ministro degli esteri del Regno Unito Arthur J. Balfour (1848-1930) un documento ufficiale in favore della «creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico» (“Dichiarazione Balfour”). Divenne in seguito presidente dell’Organizzazione Sionista Mondiale (1920) e dell’Agenzia Ebraica per Israele (1929).
[34] Gaza: 134-135.
[35] Gaza: 19.
[36] Gaza: 43.
[37] Gaza: 51, 55.
[38] Gaza: 69.
[39] Gaza: 116.
[40] Gaza: 83.
[41] Intellettuale palestinese residente negli Stati Uniti fin dall’adolescenza, è noto in Occidente soprattutto nell’ambito dei cultural studies grazie al suo celeberrimo saggio del 1978 Orientalism (cfr. Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, traduzione di Stefano Galli, Feltrinelli, Milano 2013). La sua carriera si è divisa tra l’attività di anglista e teorico dell’arte e della letteratura, e l’intensa partecipazione politica al dibattito sul conflitto arabo-israeliano, su cui ha pubblicato numerosi studi, tra cui The Question of Palestine del 1979 (cfr. La questione palestinese, prefazione di Robert Fisk, traduzione di Stefano Chiarini e Antonella Uselli, Il Saggiatore, Milano 2011).
[42] Gaza: 120, 121, 125.
[43] Gaza: 130.
[44] Sei poeti di Palestina, cit.: 23.
[45] Gaza: 137.
[46] Gaza: 55.
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Francesco Medici, membro ufficiale dell’International Association for the Study of the Life and Work of Kahlil Gibran (University of Maryland, College Park, USA) e del Kahlil Gibran Collective (Melbourne, Australia), è tra i maggiori studiosi a livello internazionale dell’opera gibraniana. Del celebre scrittore e artista arabo-americano ha curato e tradotto in Italia numerosi scritti, mentre molti dei suoi saggi sull’autore sono stati pubblicati anche all’estero, principalmente in Libano e negli Stati Uniti, oltre che in Europa. La sua bibliografia critica e le sue traduzioni si estendono ad altri eminenti letterati mediorientali della diaspora americana di inizio XX secolo, quali Ameen Rihani, Mikhail Naimy, Elia Abu Madi. Suoi articoli riguardanti la cultura islamica e la letteratura araba in generale sono comparsi su diversi periodici. Italianista di formazione, si è occupato anche di letteratura italiana moderna e contemporanea, in particolare di Giacomo Leopardi, Luigi Pirandello, Arturo Giovannitti e Mario Luzi, al quale ha dedicato una monografia.
Alessandro Perduca è un anglista e germanista di formazione, con esperienza universitaria di insegnamento e ricerca. Si è occupato di letteratura inglese premoderna, moderna e contemporanea, pubblicando interventi e articoli dedicati a Shakespeare, alla poesia romantica, a Conrad, Auden e Heaney. I suoi contributi scientifici si estendono alla storia delle idee in chiave comparatistica e interculturale, con particolare attenzione ai rapporti tra le tradizioni letterarie europee e mediterranee. Accanto al lavoro accademico, conduce da tempo uno studio personale delle lingue e culture araba ed ebraica, nell’ambito di un più ampio interesse verso l’antropologia e la storia e la cultura del Mediterraneo, anche con incursioni nel campo dell’etnomusicologia. Ha inoltre curato numerose traduzioni, tra cui Le ali spezzate di Kahlil Gibran (Edizioni San Paolo) e testi di pubblicistica tedesca inerenti alla teologia e alle scienze dell’antichità. È docente di lingua e cultura inglese presso il Liceo Classico Statale “Salvatore Quasimodo” di Magenta (MI).
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