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Api e apicoltura in Sudarabia
Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2026 @ 01:43 In Cultura,Società | No Comments
di Giovanni Canova
Il Dipartimento di scienze umane dell’Università di Catania ha organizzato il 22 maggio 2026 l’evento Ape sapiens: conversazioni tra alveare e immaginario, nell’ambito del progetto “Narrare l’ambiente fra Oriente e Occidente” e del dialogo tra Università e Territorio [1]. Qui di seguito il testo del mio intervento, esito di una ricerca effettuata in Yemen e in Dhofar (Oman), tra il 1993 e il 2001 [2].
Lo Yemen è noto sin dall’antichità per l’eccellente qualità del miele, come ricordano Eratostene e Plinio. Per lo storico al-Maqrizi (m. 1442), autore di un’importante opera sull’apicoltura presso gli arabi Lo Yemen è tutto terra da miele. Viaggiatori europei del passato nello Yemen orientale, in particolare in Hadhramawt, quali E. Glaser, il conte di Landberg, Freya Stark accennano spesso al miele che viene loro offerto come segno di ospitalità. Anche nello Yemen attuale il miele continua ad avere un ruolo significativo nell’accoglienza di un ospite.
Il possesso di miele locale (baladi) è considerato uno status symbol: viene scambiato per dirimere dispute e consacrare patti tra privati e tribù. Il miele è ritenuto efficace per la fertilità e il vigore fisico, e per tale ragione viene offerto al ragazzo circonciso o al giovane sposo; costituisce uno speciale dono di nozze per la famiglia della sposa e primo nutrimento per la madre subito dopo il parto. Nella poesia d’amore la dolcezza del miele è paragonata per descrivere la bocca dell’amata; gustare una ‘goccia di miele’ è metafora del piacere nell’unione d’amore.
Il miele occupa un ruolo di rilievo nella medicina popolare: mescolato alla mirra è efficace contro le costipazioni, con i semi di carota è un afrodisiaco, con semi di Asa fœtida favorisce le mestruazioni, associato a certe piante combatte l’epilessia.
In un recente servizio di Al Jazeera da Ta’izz, martoriata dalla guerra civile, viene evidenziato come la difficoltà di procurarsi farmaci e avere cure mediche abbia favorito il massiccio ricorso alla medicina tradizionale, dove il miele costituisce la componente di base.
Le arnie yemenite sono essenzialmente di tre tipi: 1. ricavate da un albero cavo; 2. di forma allungata modellate con la terracotta; 3. ceste di vimini cilindriche intrecciate. Vengono sigillate con fango alle due estremità lasciando qualche foro per il passaggio delle api. Esiste una apicoltura stanziale, con arnie poste nei giardini o sui tetti delle case, coperte da stuoie per proteggerle dal sole o dalla pioggia e un’apicoltura nomade, in particolare nelle regioni orientali dello Yemen. Per il nomadismo sono ora costruite apposite arnie di legno a sezione rettangolare, tali da permettere una migliore e più stabile sistemazione sui pick-up utilizzati nei trasferimenti. In passato erano usati cammelli sia per il nomadismo che per il trasporto; il miele veniva posto in otri di pelle di capra o in zucche cave.
Le tecniche di allevamento delle api e di estrazione del miele sono rimaste quelle tradizionali, anche se si sta cercando di introdurre progressivamente attrezzature e metodi di apicoltura moderni. Quando i favi sono pieni di miele vengono tagliati con un lungo coltello, lasciando un po’ di miele nell’arnia per l’alimentazione delle api nei mesi più aridi. Accanto a un allevamento di carattere familiare con 2-3 arnie, è presente l’attività professionale di apicoltori con decine di arnie, come nella zona meridionale di Zabid o nelle regioni orientali.
Le api sono chiamate in Yemen nub, sing. nuba, mentre il termine comune nel mondo arabo nahl risulta poco diffuso. L’Apis mellifera jemenitica (Ruttner) è più piccola dell’ape europea e presenta strisce grigie nei segmenti addominali. È mirabilmente adattata ai climi delle regioni yemenite e, almeno fino a qualche anno, fa l’isolamento l’aveva preservata dalle malattie.
Per la cattura degli sciami, l’apicoltore individua e prende la regina, mettendola in una piccola cella costruita a questo scopo, quindi la inserisce in una stuoia arrotolata chiusa a un’estremità in forma di arnia, in modo che le api la seguano.
Il miele più pregiato è quello di ‘ilb (Ziziphus spina Christi, L., Willd.), pianta spinosa resistente alla siccità di cui esistono varie specie nella Penisola Arabica, e di acacia. Gli intenditori sono in grado di riconoscere dal colore, dall’aroma e dal sapore la ragione o il wadi di provenienza del miele. Il grado di umidità, e la conseguente minore o maggiore viscosità, sono di grande importanza per la sua valutazione; secondo tradizione si fa cadere una goccia di miele nella sabbia: se rimane integra questo denota la sua purezza, se si espande è invece un indizio che è stato allungato con acqua o sciroppo. Questo metodo distingue anche il miele locale da quelli importati, molto meno densi.
A Sanaa sono stati aperti alcuni centri per la vendita del miele yemenita e dell’attrezzatura per un’apicoltura razionale. A fianco delle varietà di miele locali, più costose e apprezzate, sono offerti anche prodotti d’importazione, in particolare dalla Giordania, dall’Arabia Saudita e dall’Europa, assieme a grani di polline e pappa reale. Sono venduti anche semplici manuali di apicoltura, stampati al Cairo e Beirut, e opuscoli sui benefici del miele nella medicina e nell’alimentazione, basati essenzialmente sulla letteratura religiosa (Corano, detti del Profeta, ‘medicina del Profeta’). È infatti il Corano stesso a sottolineare le peculiari virtù del miele:
Nell’insegna di uno di questi centri è riportato proprio questo passo coranico. Fiumi di ‘miele puro’ scorrono in Paradiso (Corano 47, Sura Muhammad, 15). Non dobbiamo quindi meravigliarci della comune convinzione che api e miele siano portatori di benedizione (baraka).
Il principale di questi centri è il Markaz al-‘asal di Sanaa, il quale si rivolge a “coloro che desiderano gustare la fragranza delle usanze originali del paese”, offrendo miele prodotto “nei migliori wadi yemeniti”, nei Governatorati di Shabwa e in Hadramawt, mentre i mieli delle regioni costiere meridionali (Tihama) sono di qualità inferiore a causa della maggiore fluidità. I mieli migliori provengono in particolare da Wadi Daw’an e Wadi Girdan: il primo è di colore più scuro, è il più famoso e il più richiesto dagli intenditori. Gli apicoltori di Wadi Girdan hanno tuttavia maggiore esperienza. Il più pregiato è il miele di ‘ilb raccolto in novembre-dicembre. Poi i fiori cadono e le api bottinano da varie piante. Verso giugno ha luogo una seconda fioritura di acacia, più modesta, e si ha un miele mara’i, di qualità intermedia tra quello primaverile e quello invernale. Il miele viene venduto in favi.
Nel 1993 ho avuto occasione di incontrare apicoltori a Wadi Markha, Wadi Jirdan, Wadi Hadramaut e Wadi Daw’an. Quelli che praticavano il nomadismo a Wadi Markha, ai bordi del deserto Ramlat al-Sab’atayn utilizzavano alveari di due tipi: a sezione di tronco di cavo e a forma di parallelepipedo, in tavole di legno inchiodate. Gli apicoltori avevano disposto gli alveari su una struttura metallica che li teneva sollevati a mezzo metro da terra. A Wadi Jirdan gli apicoltori erano molto preoccupati per la mancanza di pioggia, che causava non solo la riduzione della produzione di miele, ma la morte degli sciami nei periodi di siccità prolungata.
Lungo il Wadi Hadhramawt, ricco di coltivazioni nella parte centrale, si pratica una duplice apicoltura. Nel fondo fertile apicoltori stanziali dispongono arnie nei terreni di loro proprietà, mentre gli apicoltori che praticano il nomadismo si stabiliscono in una tenda sul pendio e collocano le loro arnie lungo le pareti laterali che chiudono il wadi, coprendole di teli o cartoni per proteggerle dal calore intenso.
Una sosta nei pressi del villaggio di al-Hajarayn, importante località del Wadi Daw’an, mi ha permesso di incontrare alcuni apicoltori che effettuavano il nomadismo lungo il wadi e di raccogliere informazioni sulla loro attività e sull’organizzazione del lavoro. Riporto una sintesi della registrazione dell’intervista, svoltasi nella parlata locale.
«Il mio nome è Mubarak Salimi Batis, della tribù dei Nu’man, di Wadi ‘Amd, Governatorato Daw’an. Sono un apicoltore, mi sposto con il pick-up nel Wadi Daw’an e altrove, dove c’è vegetazione, dove sono cadute piogge. Il miele invernale è il migliore, quello più apprezzato. Portiamo le arnie vicini agli alberi di ‘ilb e di sidr (acacia). Le api bottinano da questi alberi, prendono il miele. In questo periodo (novembre 1993) è cessata la fioritura prima che siano stati riempiti i favi. Alleviamo noi le api: prendiamo sciami selvatici nei monti e in parte ne compriamo da altri apicoltori. Le arnie sono modellate con il fango o l’argilla, da artigiani specializzati che le vendono.
Le api hanno una regina, oggi sappiamo che si tratta di una regina [e non di un re come si credeva in passato], la regina delle api (malikat al-nahl). Ma noi continuiamo a chiamarla ab (‘padre’). Le api (operaie) sono i suoi figli. I maschi sono grandi, ma la regina è ancora più grande. I nostri antenati facevano questo nostro mestiere, che ci trasmesso nel tempo come una eredità. La gente apprezza molto il miele, non solo per il gusto eccellente, ma perché è utile, c’è vantaggio nella cura di qualsiasi malattia. “C’è guarigione per gli uomini” recita il Corano.
Vendiamo il miele nei mercati, vengono da noi commercianti che poi vanno nei suq e lo rivendono nelle città. Viene anche mandato all’estero, negli altri paesi arabi. C’è miele di primavera, ma il migliore è quello invernale. Quello ricavato dalle fioriture delle piante selvatiche è più apprezzato di quello delle coltivazioni. Il miele invernale viene venduto a un prezzo sei volte più alto di quello delle altre stagioni. I mieli cambiano, hanno sapori diversi. Lo vendiamo in contenitori di latta circolari, contenenti ciascuno due strati di favo.
Non badiamo al pericolo derivante dalla puntura delle api, noi siamo abituati, non ci fanno male. Anche se prendo cento punture! Non c’è veleno che ci preoccupi… abbiamo molta esperienza. Per estrarre i favi usiamo il fumo, bruciando uno straccio di cotone pulito vicino all’arnia provochiamo del fumo che fa uscire e allontanare le api. Poi togliamo il coperchio e tagliando in circolo estraiamo il favo con il miele. Lo mettiamo in contenitori di varie dimensioni, con le mani. Non abbiamo attrezzi, facciamo tutto con le mani, un coltello e un po’ di fumo. Ci sono due modalità di vendere il miele: tagliando direttamente una sezione di favo o spremendolo, in modo che il miele coli in un recipiente.
Nella nostra tribù, la maggior parte degli uomini lavorano con le api e il miele, da quando sono giovani. Le donne restano al villaggio. Qui, in questa tenda, siamo tutti della stessa famiglia, restiamo assieme. Non c’è un capo, siamo tutti uguali, abbiamo la stessa esperienza. Il lavoro è unico, le conoscenze sono condivise. Ci sono accenni al miele in alcuni canti, tutti noi conosciamo la Sura dell’Ape nel Corano: “E il tuo Signore rivelò all’ape: fatti case nei monti e negli alberi …” Cor. 16: 68).
Gli Arabi allevano api sin dai tempi antichi, dal tempo del Profeta, Dio sa, forse anche prima. Sin da allora si guariva dalle malattie grazie al miele. Nella medicina tradizionale il miele viene al primo posto. Un tempo non c’erano medici, ospedali, medicine. Il miele curava il vomito, il mal di denti…
In questa regione restiamo quaranta giorni. Poi estraiamo il miele. Lasciamo questi campi e ci muoviamo verso nord, tre-quattro ore di macchina. Quando troviamo un posto adatto, dove sono cadute piogge e c’è una fioritura ci fermiamo. Ci sono piogge in primavera, un po’ in estate poi in autunno; in inverno non ce ne sono molte e fa freddo. Qui, nella nostra tenda, siamo in cinque. Dopo dieci-venti giorni due di noi fanno ritorno nel villaggio e altri due vengono, facciamo turni. Non c’è fatica in questo lavoro, ci si stanca solo negli spostamenti. Si caricano le arnie nel pick-up, verso sera, Tutto deve essere ben legato al suo posto. Si parte di notte, dopo il tramonto. Si viaggia, si scaricano le arnie, prima della luce dell’alba tutto deve essere finito. C’è chi possiede qualche decina di arnie, chi centinaia. Talvolta le api escono dall’alveare e non fanno ritorno, muoiono, ci sono malattie. In quel caso siamo costretti a bruciare l’arnia.
Non abbiamo problemi nei rapporti con la gente. Non ci occorre chiedere il permesso prima di stabilirci in un luogo. In tutta la regione siamo un unico popolo, non ci sono contrasti. Noi lavoriamo qui (a Wadi Daw’an) e altrove, ci spostiamo di luogo in luogo a seconda delle stagioni, con il favore di Dio».
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