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Antropologia endogamica, per una genealogia indisciplinata della ricerca etnografica

Ernesto De Martino

Ernesto de Martino

di Massimo Canevacci

Le mie esperienze in quanto ricercatore confermato “e” docente incaricato di Antropologia Culturale alla Sapienza sono state singolari e, applicando un metodo etnografico indisciplinato e genealogico ai concorsi e alle valutazioni scientifiche, anticipo la possibile conclusione: la gestione delle materie di riferimento sembra essere caratterizzata da una clausura disciplinare, anzi disciplinata. Gli anni ’90 del secolo scorso furono caratterizzati da impetuose correnti di mutamenti paradigmatici internazionali che, per motivi personali, furono accompagnati da me con ingenua gioia epistemica nelle ricerche e nell’insegnamento, ma non nelle istituzioni accademiche.

Bisogna tener presente per i non addetti a lavori che la DEA, sigla ministeriale che unificava le scienze demo-etno-antropologiche, aveva come totem disciplinare Ernesto de Martino, la cui eredità – seguendo le tesi sui tipi logici (cfr. Bateson) – non coincide con le opere dell’autore. I discepoli non sono il maestro, ovviamente: la mappa non è il territorio. Pur tuttavia, il totem creato dagli allievi divenne un tabù per chiunque non si allineasse alla sua riproduzione teorica e, più ancora, accademica.

Premetto che il mio arrivo alla Facoltà di Sociologia fu dovuto da un docente che aveva collaborato alle prime ricerche di de Martino, ma se ne era allontanato per diversi motivi, a quanto mi rivelò: l’autore di Sud e Magia era un grande docente e studioso con una personalità fortemente autoritaria; chi non si sottometteva alle sue decisioni, veniva estromesso; l’approccio fondato sull’antropologia psicologica – o cultura e personalità, di matrice statunitense – non era gradito, per cui il mio futuro prof fu espulso dal cerchio magico. Infine, i diversi docenti ex-discepoli autonominatisi ortodossi diventarono gestori politici indiscussi della DEA.

La mia formazione filosofica era basata sulla Scuola di Francoforte, un marxismo eterodosso diverso dal maestro e ancor più dai discepoli diventati “Accademia”. Verificai ben presto nella mia appassionata ingenuità che, per esempio, le analisi indisciplinate di Benjamin (che non casualmente fu bocciato al concorso perché i commissari, come rivelarono successivamente, non capirono il suo testo sul “barocco”) sull’antropologia urbana erano non solo ignorate ma considerate una intromissione filosofica indebita sulle ricerche in ambito cultural- metropolitano. Adorno, poi, non era minimamente capito, per giocare con il suo capolavoro Minima Moralia. Marcuse e Fromm litigavano sull’eredità freudiana ed erano considerati eccentrici di successo immeritato. Horkheimer e Kracauer erano del tutto ignorati, come gli ex studenti H. J. Krahl, O. Negt, Rudi Dutschke.

2In tale contesto, la casa editrice Anabasi di Milano mi chiese di curare il testo in corso di traduzione Antropologia come critica culturale, di Marcus e Fischer. La mia introduzione nell’aprile 1994 (quindi scritta nel ’93) iniziava con questa citazione: A great deal is happening in contemporary ethnography, di Webster che dall’originale risultava del 1983! Si mettevano in discussione, nel testo, i metodi tradizionali del fare ricerca sul campo e della scrittura, modificandone i fondamenti epistemologici: «La ricerca etnografica produce il suo oggetto di ricerca e, nell’atto stesso della sua rappresentazione, sperimenta forme riflessive su se stessa, sul fare scienza, sulla cultura di appartenenza del ricercatore» (1994:7). L’antropologia “rimpatria”, l’alterità diventa interna ed esterna, anziché riprodurre l’entropia triste di Lévi-Strauss, basata sulla purezza incontaminata del passato (l’alterità esotica), si mettono in risalto le contaminazioni, le miscelazioni, i sincretismi culturali e le ibridazioni etniche, contro e oltre le angosciose omologazioni. Walter Benjamin diventava l’autore di riferimento per la svolta nel linguaggio, la ricerca micrologica sul campo, la coincidenza tra metodo e scrittura, le sensibilità verso le nuove tecnologie, l’arte, la comunicazione: insomma il poetico e il politico.  Avanguardie e sperimentazioni entrarono dentro un’etnologia stanca, “popolare” o, meglio, populista che osserva processioni e miracolate.

La svolta fu la pubblicazione del Diario segreto di Malinowski, specie nell’interpretazione di Geertz, come si vedrà dopo, che getterà  pesanti interrogativi sulla ricerca sul campo e stesura del testo; infine, avvenne  la nuova pubblicazione di Naven di Bateson con una decisiva post-fazione di George Marcus circa l’impossibilità di spiegare un rituale e di una crisi irreversibile della ricerca antropologica (infatti, dopo Bateson non farà più etnografia, tranne una ricerca visuale a Bali con l’allora moglie, Margaret Mead).

Naturalmente la pubblicazione di Anabasi rimase del tutto ignorata o censurata. La DEA era insensibile all’arrivo di questo “great deal”, che affrontava i più classici autori e relativi paradigmi antropologici sotto la lente della critica radicale. Per ricomporre la genealogia autoriale egemonica in Italia, bisogna fare un passo indietro. Nel 1987 esce la prima edizione del libro di Geertz, Interpretazioni di culture, che aveva suscitato enorme interesse non solo in ambito antropologico per le componenti semiotiche testuali e in molti Paesi, tranne nel nostro, dove vinse il principio di ignorarlo. Eppure, Il Mulino lo tradusse con l’introduzione di Remotti, ottimo etnologo di formazione strutturalista; il risultato fu imbarazzante in quanto Geertz era un critico durissimo di Lévi-Strauss, pur riconoscendone l’importanza specie nello stile narrativo, mentre Remotti interpretava Geertz senza coglierne la dimensione di rottura con la tradizione classica dell’antropologia, in particolare quella strutturalista. Fu un risultato imbarazzante, tanto che la stessa casa editrice decise di fare una nuova edizione con la prefazione di Alessandro Del Lago, un sociologo attento ma non esperto di antropologia, che fu giudicata interessante, formale ed eccentrica rispetto al cuore della critica interpretativista.  Il risultato era chiaro: piuttosto che mantenere una imbarazzante prefazione filo-strutturalista su un testo che ne era la più acuta critica, si decise di optare non per un altro antropologo accademico, inesistente, ma per un sociologo. Infatti, i pochi antropologi DEA che avevano affrontato Geertz, lo avevano usato come una sorta di grande muraglia contro tutta la nuova antropologia molto più critica, basata su ex-dottorandi spesso proprio di Geertz che avevano radicalizzato ed esteso la sua critica: Clifford, Rosaldo, Crapanzano, gli stessi Marcus e Fischer.  L’onda era nata ed era immensa e non controllabile, ma censurabile o al meglio ignorata dalla DEA.

9788841750162-itFu così che Anabasi fallì e la nuova casa editrice romana emergente nelle scienze etno-antropologiche – Meltemi – mi chiese di ripubblicare nel 1998 Antropologia come critica culturale, con la mia stessa prefazione e con una breve premessa. Ne fui molto felice. Poco dopo, nel 2001, lo stesso accadde con il bel libro Cultura e verità, di Renato Rosaldo, altra prefazione critica mia. Silenzio DEA. In quegli anni adottavo il bel testo di James Clifford I frutti puri impazziscono, che per me apriva la nuova antropologia critica, tra avanguardie surrealiste (Leiris e Picasso), testualità narrative (Conrad e Malinowski), mutazioni ibride nelle culture indigene (Mashpee). Silenzio DEA.

Contemporaneamente, escono sia le ricerche dette post-coloniali, che radicalizzano ancor di più le discipline etno-antropologiche, anzi le indisciplinano, verificando che i confini disciplinari erano  diventati ghetti teorici da spalancare, grazie a Bhabha, Appadurai, Mbembe, Spivak, tutti tradotti sempre da Meltemi e sempre  ignorati dagli accademici DEA, causando la crisi economica della casa editrice romana che fallì e, dopo vicissitudine giudiziarie, venne ripresa con lo stesso nome da un gruppo editoriale milanese. Accuso formalmente DEA di aver affossato la migliore casa editrice di respiro internazionale o globale (come si sarebbe detto meglio) che esistesse in Italia.

81ocanzvfrl-_ac_uf10001000_ql80_E sia le ricerche di sociologia della cultura; ero entrato in contatto con il gruppo britannico di Theory, Culture & Society diretto da Mike Featherstone. Molti studiosi di diversa nazionalità e formazione si concentrarono in questa rivista, pubblicata dalla prestigiosa Sage, per focalizzare un mutamento nel nesso tra cultura, comunicazione e consumo nell’era della globalizzazione. Anzi il geniale Robertson elaborò, in un convegno in Portogallo nel 1994 (dove ero presente anche io), il concetto di glocal, un miscuglio di globale e locale che esprimeva meglio concettualmente un processo che stava cambiando i classici concetti anni ’60 di omologazione e centralità eurocentrica. Il mio primo saggio sui sincretismi fu pubblicato proprio da questa rivista e divenne in seguito, rielaborato, un libro in Italia e in Brasile per me decisivo, specie per le mie successive ricerche. Infine, nel 1996 tradussi e feci una prefazione sul libro di Featherstone Cultura Globale.

Silenzio DEA.

La chiusura endogamica in gran parte folklorizzata fu la scelta di DEA. Tentai di fare due volte i concorsi, ma percepii specie nell’ultimo l’aspetto farsesco di un set dentro il quale tutto era stato già deciso secondo uno schema scientifico che compresi successivamente, una sorta di formula di concorsi o dell’immobilità del potere. Un autore segreto descrisse nel modo più preciso quanto avveniva durante le stanze chiuse, serrate, concorsuali; riporto letteralmente una citazione “immaginaria”: 

Prese carta e penna e scrisse di fronte allo stupore del commissario: 
A > a >E; E > b>D; D >c >A 
Questa è la formula! Antropologo dà “a” a Etnologo; Etnologo dà “b” a Demologo; Demologo dà “c” ad Antropologo. Il cerchio si chiude: DEA è una e trina, ogni sigla offre un posto a,b,c da associato o ordinario alla successiva, così ogni docente ha il suo successore. La legalità è salva, si rende omaggio al concorso basato sul principio strutturale del dono, che risolve come tra i “primitivi” il conflitto tra competizione e solidarietà clanica; anzi, secondo il suo concetto vigente, il dono si fa scambio. La reciprocità privata si fa governo accademico attraverso la fiction del concorso pubblico: tutto funziona alla perfezione e riproduce la matrice selvaggia dei docenti che sono divisi e uniti, si odiano e si sorridono, sono in competizione solidale tra loro, detestandosi. Solo il dono trasfigurato in scambio evita l’autodistruzione disciplinata: lo scambio è il cemento teorico oltre che istituzionale della DEA. La legge dei concorsi all’università l’ha scritta Marcel Mauss, e Lévi-Strauss l’ha ben strutturata, capisce?».
Strizzò un occhio soddisfattissimo

La cosa imbarazzante fu che alcuni Presidi di Sociologia e di Scienze della Comunicazione, divenuti amici oltre che colleghi, mi confidarono che erano sicuri che io dovevo essere da tempo professore ordinario e rimasero molto stupiti quando dissi loro che ero solo ricercatore. Accadde che alcuni di loro, senza far nome, mi consigliarono di passare dalla DEA a Processi Culturali, ma io orgogliosamente respinsi l’offerta. Mi ero creato una sorta di enclave in facoltà, con connessioni istituzionali straniere, per cui non solo insegnavo in diversi Paesi, Brasile, Cina, Giappone, ma molti testi miei venivano tradotti; questo, insieme ai rapporti creativi con i miei studenti, mi riempiva di soddisfazione e pensavo, sbagliando, che fosse sufficiente per la mia realizzazione scientifica. Quando compresi, troppo tardi, che il mio isolamento orgoglioso avrebbe bloccato la possibilità di poter insegnare ai miei migliori laureati e anche dottorandi, mi convinsi ad accettare l’ultima affettuosa offerta di un collega che, incredulo di essere io ancora ricercatore, volle riparare l’ingiustizia disciplinare. Fu così che feci il concorso a Processi Culturali, lo vinsi facilmente e potei continuare a insegnare Antropologia Culturale per un sistema complesso quanto ridicolo del potere didattico assegnato a ogni Facoltà. Dopo  i tre anni che necessitano per avere la convalidazione come Associato, decisi di andare in pensione anticipata per una serie di problemi connessi sia al “governo” del nuovo Preside (che volle eliminare Antropologia Culturale dall’ordine degli studi), sia all’offerta di una università cinese, CUCN, per insegnare sei mesi, e dopo per una università brasiliana a Florianopolis (UFSC) nel sud del Brasile; poi a São Paulo nella prestigiosa IEA/USP, cioè un Instituto di Estudios Avançados, dove non dovevo insegnare ma fare ricerca e qualche seminario, l’ideale per me; infine a Rio de Janeiro (UERJ), oltre a  partecipare in diversi convegni o inviti in tante università non solo brasiliane, ma anche spagnole, giapponesi, eccetera.

tcs-volume3-issue1-1986In conclusione, la mia presenza nella DEA è stata nulla, invisibile in ogni livello accademico. A livello locale (la mia Facoltà) e internazionale ho avuto molti riconoscimenti. In Brasile ho avuto anche l’onorificenza più prestigiosa, Ordem Cruzeiros do Sul, la Croce del Sud, con la qualifica persino di Commendador per le mie ricerche a São Paulo; onorificenza che restituii quando Temer da vice diventò presidente per alcuni giorni, realizzando un golpe bianco contro la Presidenta eletta Dilma Rousseff. Ne nacque un serio problema, a causa di una intervista in un giornale molto diffuso, A Folha de São Paulo, che causò reazioni contrastanti di odio già all’epoca purtroppo violento, ma anche di solidarietà. In conseguenza di tali esperienza, rimango sempre più convinto che il sistema universitario basato su didattica e ricerca non può più essere basato su un sistema disciplinato, sia anche inter-disciplinare , in quanto si dovrebbe permettere a ricercatori ma anche a dottorandi e laureandi di poter svolgere ricerche – coordinate da un docente ovviamente – che possano attraversare i confini disciplinari, che sono in connessione con la divisione sociale e culturale del lavoro, la cui matrice, non affrontabile in questa sede, viene dal ‘700 di Adam Smith e che, con le sue ricerche sugli spilli, definì l’egoismo come la parola chiave per raggiungere la felicità e il successo. Se Marx aveva criticato queste teorie nei suoi celebri manoscritti del ’44, usando il concetto di matrice hegeliana di estraneazione, successivamente si precisò con reificazione di Lucáks e dei francofortesi, per estendersi nell’attuale fase tra chi ha il potere di comunicare e di chi è comunicato, una divisione comunicazionale del lavoro.

Insomma, questa genealogia riflessiva non è solo circoscritta alla mia esperienza, ma vorrebbe affrontare un problema più vasto del potere accademico, la cui autorità da tempo si è rovesciata in autoritarismo cieco e privo di concetto, begrifflose, che tende a bloccare lo sviluppo dell’Università in generale ed emarginare i migliori o più originali studiosi che si spostano nei livelli internazionali, mal visti dai tradizionalisti. Ne è un esempio oscuro l’attuale gestione dell’idoneità, che non è più legata al numero dei posti disponibili (come nella formula citata), eppure coagula l’estremo potere di un’autorità indiscutibile, sorda, verticistica. Paradossalmente, DEA è stata un mix di discipline fin troppo endogamiche: i riferimenti nelle ricerche e nei testi erano orientati verso processioni, santi patroni, san giovanni, sagre del vino, canti popolari, strumenti tradizionali di lavoro e di suono. Già l’arrivo di studiosi detti post-coloniali è stato ignorato, ma ancor più grave è stata la rimozione della critica de-coloniale, tranne alcuni studiosi, che preferisco non ricordare per scritto e solo nel cuore.  La conclusione è uno stallo cui si potrebbe reagire elaborando una sorta di manifesto indisciplinato. Chi sa? In bibliografia non ho messo i miei libri, molti tradotti in portoghese, alcuni in inglese e spagnolo, cito solo i testi di cui ho curato le introduzioni e a volte le traduzioni, infine qualche saggio in anglo, giapponese, cinese e arabo per civetteria. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 
Riferimenti bibliografici
Ubiquitous Design. Ethnographic glances toward syncretisms, polyphonies, meta-fetishisms, Design for Next, The Design Journal, Taylor&Francis, London, 2017c
Digital Ubiquity in the Anthropocene: The Non-Anthropocentric Anthropology of Massimo Canevacci, in R. Lemos Morais, Antrocom Online Journal of Anthropology, vol.12, n.1, 2016
An Astonished Facticity: Toward a Meta-fetishist Ethnography, in Critical Theory and the Challenge of Praxis (ed. by Stefano Giacchetti), Farnham, Ashgate Publishing, 2015
Body-corpse, Musashino Art University, Tokyo, 2008a
Hybridentities, in Hybrid-Living in Paradox, “Ars Electronica”, Hatje-Cantz, Linz, 2005a
Prefazione, R. Rosaldo, “Cultura e verità”, Meltemi, Roma, 2001
Introduzione L’autorità della scrittura, in Marcus-Fischer, “Antropologia come critica culturale”, Meltemi, Roma, 1988 (riedizione del testo uscito da Anabasi, Milano, 1994)
Introduzione a “Cultura Globale” (ed. M. Featherstone), Seam, Roma, 1996
Prefazione in Mike Featherstone “Cultura del consumo e postmodernismo”, Roma, TCC-Seam, 1994
Image Accumulation and Cultural Syncretism, in “Theory, Culture & Society”, vol.9 n.3, Sage Publication, London, Newbury Park and New Dehli, 1992a
The Anthropological Interpretation of Sport: a Task for Museums, in “Museum”, United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO), tr. in francese, spagnolo, arabo, russo, italiano, n. 170, 1991

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Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, come Visiting Professor è stato invitato in diverse università europee, a Tokyo (Giappone), Nanjing (China). Dal 2010 al 2017, è stato Professor Visitante in Brasile: lorianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), São Paulo (ECA/USP – Instituto de Estudos Avançados IEA/USP). Tra i suoi libri: La Linea di Polvere. Meltemi, Milano, 2017; Meta-feticismo, Roma, Manifesto Libri, 2022; Stupore Indigeno, Napoli, Mar dei Sargassi, 2023; Cittadinanza Transitiva, Milano, Meltemi, 2024.

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