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Albania: luci e ombre nel cammino verso la democrazia

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2018 @ 01:24 In Cultura,Società | No Comments

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Gruppo familiare di Scutari, 1875 (ph. P. Marubi)

 di Alberto Frasher 

Siamo a quasi trent’anni dalla caduta del muro di Berlino. Un evento epocale che avrebbe dovuto spianare la strada verso la democrazia ai tanti Paesi dell’Est Europa. Si tratta di molte nazioni, vittime a pieno titolo, della seconda guerra mondiale. Loro non avevano conosciuto né sognato il comunismo come ordine di giustizia e di progresso, ma purtroppo furono gli accordi del dopoguerra a decidere le loro sorti. Sofferenti e rassegnati, umiliati e violentati nelle loro identità culturali, vissero un letargo di mezzo secolo e una delle forme più spietate dei totalitarismi del secolo scorso. La loro esistenza fu nient’altro che un triste calvario di privazioni su ogni aspetto della vita.

Ogni minuscolo frammento della vita era dominato dal primato di un’ideologia che non condividevano, ma che riuscì a vigilare le loro anime e a censurare i loro pensieri. Fu una totale alterazione di intere nazioni e delle loro tradizioni culturali. La religione subì persecuzioni inaudite per lasciar spazio libero alla propaganda e all’ideologia del regime.  Per i totalitarismi dell’Est Europa la distribuzione della povertà in porzioni uguali avrebbe dovuto rendere felice e libero il cittadino. Felicità e libertà virtuali.

Erano solo in pochi a ritenere difficile il loro cammino verso una reale democrazia. Il progresso e la democrazia, invece, non si possono costruire in un batter d’occhio a prescindere dalla realtà culturale della nazione. Questo, penso, succede perché pure l’ideale della democrazia di un qualsiasi Paese si matura nell’ambito dell’universo filosofico e culturale della sua nazione.

In Albania i più grandi nuovi partiti facevano capo a ex comunisti mai pentiti. In tutti gli  Stati dell’Est, la formazione culturale dei cittadini risentiva profondamente i limiti posti dall’ideologia dominante del totalitarismo. I nuovi partiti erano guidati da leader, la cui formazione culturale era di stampo comunista nel pensiero che li orientava e nei metodi di lavoro che non conoscevano la collegialità e neanche la tolleranza. Oggettivamente non era facile scegliere, fare da zero una classe politica in grado di guidare il cammino verso la democrazia.

Nel 1993 pubblicai un articolo sulla transizione dell’Albania dal comunismo alla democrazia, nella rivista dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”  di Roma. In quella occasione ebbi una lunga conversazione con il direttore dell’Istituto. Mi disse che avevano la disponibilità di un finanziamento per creare a Scutari un istituto universitario in grado di sostenere la formazione di una nuova classe politica per il Paese, quindi una Facoltà di studi politici e di filosofia. Avevano aspettato inutilmente l’approvazione del progetto da parte del governo albanese  senza mai una risposta. Allora, mi disse il direttore, deragliamo il fondo in Romania, il cui governo ci mise subito in condizioni di realizzare il progetto.

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Donna di Scutari (ph. P. Marubi)

La formazione di una classe politica all’altezza delle esigenze di una società democratica era e continua a essere un serio problema per il Paese. L’Albania rappresentava una delle forme più caratteristiche dei totalitarismi dell’Europa Orientale. Disumano e ermeticamente chiuso a ogni apertura culturale. Nonostante le difficoltà, i governi hanno fatto varie riforme, necessarie in via di principio, ma molto approssimative per la fretta e con errori non trascurabili. Le privatizzazioni, per farne un esempio, hanno premiato visibilmente i ranghi degli ex comunisti e non hanno fatto attenzione alle capacità produttive esistenti. Inevitabile la conseguenza logica di un sensibile aumento  della disoccupazione.

Nella fase iniziale i nuovi ricchi non erano interessati al consolidamento di un eventuale Stato di diritto, poiché sarebbe andato subito in conflitto con le loro ambizioni del momento. Diceva un mio amico ricercatore: «Quando i nuovi signori avranno consolidato le loro ricchezze, vorranno vivere in uno Stato di diritto, per non rischiare i loro trofei». Sostanzialmente questo è successo quasi in tutti i Paesi dell’Est Europa.

L’Albania ha visto una crescita considerevole del suo prodotto interno lordo e questo per il merito indiscusso dei suoi cittadini, che sin dalle prime battute si sono organizzati in imprese piccole e grandi facendo un uso intelligente delle opportunità che il mercato dei Paesi occidentali offriva. Probabilmente nella concorrenza del mercato interno ha avuto migliori risultati la fascia dei cittadini ben istruiti. Secondo una statistica del 2010 risultava che tra i primi cento imprenditori più ricchi del Paese circa novanta erano laureati. Non è escluso che nella fase iniziale dello sviluppo economico il principio di merito ha avuto un ruolo importante.

Il settore delle costruzioni edili ha vissuto una crescita enorme, ma spesso procurando danni notevoli agli aspetti urbanistici dei centri abitati. Nei primi 25 anni, dopo il crollo indecoroso del regime totalitario, l’Albania è riuscita a moltiplicare la sua rete stradale e molte altre infrastrutture. Oggi il settore dell’edilizia in un anno costruisce più abitazioni per i suoi cittadini di quanto non avesse costruito l’ancien régime in quarant’anni. La qualità media della vita ha registrato una crescita rilevante, ma in corrispondenza è aumentato l’inquinamento ambientale.

Il vero problema dell’Albania credo sia l’attività poco trasparente della classe politica e la corruzione dilagante i cui livelli preoccupanti compromettono gravemente il presente e anche il futuro del Paese. Il cittadino, a sua volta, è pienamente consapevole del suo ruolo importante e anche dei danni economici ed etici che una gestione impropria del potere e la conseguente corruzione possano procurare alla nazione.

La vita politica è caratterizzata da una litigiosità continua e dall’incapacità di poter condividere idee e progetti che riguardano aspetti fondamentali della vita della nazione. La litigiosità è anche figlia dell’incapacità di dialogare e dalla difficoltà di rispettare il dissenso. Basterebbe far riferimento alla saggezza popolare. I canoni medioevali dei principati albanesi chiedono ai suoi cittadini di non amare l’avversario, ma di doverlo rispettare.

Due o più partiti giustificano la loro presenza nella vita politica del Paese in virtù delle differenze che segnano l’individualità di ciascuno. I partiti, però, non possono governare  se non hanno, oltre le differenze, anche idee in comune. L’assenza delle idee e dei progetti condivisi rende caotica la realtà socioeconomica del Paese. Il governo di oggi distrugge quanto i governanti di ieri hanno fatto. Così si avrà una sequenza fatale che ci riporta in mente la tela di Penelope, il celebre stratagemma narrato da Omero. Il moltiplicarsi dei partiti e la loro litigiosità sembrano essere un sintomo preoccupante della vita politica non solo dell’Albania, ma anche di tanti altri Paesi.

Coppia di montanari di Scutari (ph. P. Marubi).

Coppia di montanari di   Scutari (ph. P. Marubi)

Da dove arrivano le idee e i progetti per oggi e soprattutto per il futuro dell’Albania? Credo che non sia difficile individuare il radicamento della vita politica nell’universo filosofico e culturale della nazione, come il fondamento che determina e definisce il profilo di un partito. Non è la politica a definire il futuro del Paese. Gli ideali di una nazione nascono come espressione delle tradizioni secolari e fondano le loro radici nella propria identità che, a sua volta, è la più eloquente immagine dell’universo culturale della nazione.

Allora se i partiti si riconoscono negli ideali della nazione, non avranno difficoltà di individuare idee, percorsi e progetti condivisi per il futuro della nazione. Questo è un grande problema della vita pubblica e civile e non riguarda solo l’Albania. Quest’ultima, però, ne ha un’esigenza particolare. Gli albanesi sono una delle nazioni più antiche del continente e parlano una lingua che non è slava né latina, ma molto originale e che insieme all’armeno costituiscono le prime due lingue più antiche del gruppo indoeuropeo, come indicato dall’albero genealogico inserito nella pubblicazione Websters New Twentieth Century Dictionary [2a edizione, William Collins and World Publishing Co., inc., London 1975].

L’arcivescovo francese Brocard dell’arcidiocesi di Tivar (Nord Albania) in una relazione dell’anno 1332, scritta in latino e rinvenuta nella Biblioteca Nazionale di Parigi, sottolineava: «La lingua albanese è completamente diversa dal latino, ma nei loro libri gli albanesi usano il carattere latino». Lo storico Marin Barleti di Scutari, brillante umanista del XV secolo, nella sua opera Assedio di Scutari (1508) parla di libri in lingua albanese già dal XIII secolo.

Purtroppo la classe politica non ha né piena consapevolezza né memoria del background storico culturale della nazione e, spesso, anche buona parte dei cittadini. Il missionario italiano Severino Consolaro, dopo una permanenza di dieci anni in Albania, nel 2005 scriveva:

«Nell’Albania di oggi la vera povertà non è la fame; io vedo una nazione tranquilla, non ricca né particolarmente povera, ma con tanta dignità. A volte si ha l’impressione che essi abbiano perduto la memoria storica sui potenziali umani notevoli che hanno, anche se nei secoli questa terra è stata esempio di coraggio, di eroismo e di santi. In questo meraviglioso Paese non esistono differenze. Sant Antonio ha unito in un’unica comunità: cattolici, ortodossi, musulmani e bektascì, tutti insieme».  

Perché analizzare anche aspetti di ordine storico e culturale? Ci sono Paesi e nazioni che attraversano crisi apparentemente economiche, ma il loro protrarsi nel tempo significa la presenza anche di una componente culturale tra i motivi delle crisi. Una nazione ha bisogno di esperienze e modelli di altri Paesi più evoluti, ma non può mai ripetere mot à mot modelli e schemi standard senza far riferimento alle sue radici culturali. Tra tutti Gli Stati occidentali, per fare un esempio, non esistono due realtà identiche. Questo succede perché ogni sistema, teoricamente ammissibile, non può dare frutti in un determinato Paese se non è compatibile con la realtà culturale della sua nazione. Il pomodoro, se vogliamo, conosce tantissime specie, ognuna formata compatibilmente con un determinato terreno e un particolare clima.

Nel mondo di oggi le società sono assai più complesse del passato. Ho l’impressione che negli ultimi decenni non sia cosa facile avere una classe politica che abbia la necessaria compatibilità con l’universo culturale della nazione. Al di fuori di questa compatibilità difficilmente un governo può guidare il Paese verso gli ideali della nazione.

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Uomo di Scutari (ph. P. Marubi)

Le elezioni di giugno in Albania sono state difficili e senza un minimo di dialogo sereno e costruttivo tra i partiti maggiori. Sono sempre gli stessi leader, sulla cresta dell’onda da almeno un ventennio a cui i cittadini continuano a dare la fiducia. Dobbiamo sperare in un miglioramento dell’azione politica non solo nel campo strettamente economico, ma anche e soprattutto in quello culturale. Perché il futuro trova il suo sostegno nel passato, secondo George Orwell, quindi nel patrimonio storico e culturale ereditato dalla nazione. Un problema clou delle aspiranti democrazie è senza dubbio la formazione delle nuove generazioni. Intendo la formazione culturale che ha come strumento fondamentale la scuola. La verità è che mai i problemi della scuola hanno fatto parte del dibattito politico durante le campagne elettorali.

Perché la scuola? Samì Fràsheri (1850-1904), filosofo, linguista e una delle figure più importanti del Rinascimento nazionale albanese, considerava di fondamentale importanza la questione scolastica. Una sua massima esprime il ruolo strategico della scuola per lo sviluppo di una nazione, anche se nel suo tempo in Albania c’erano già anche scuole e classi comuni per maschi e femmine. Scriveva S. Fràsheri: «Se volete una buona raccolta per la prossima stagione seminate il grano, ma se volete prosperare per i prossimi cento anni, costruite buone scuole». Questa convinzione ha delle radici profonde nella saggezza della nazione. Già dal XVI secolo i vescovi della Chiesa cattolica albanese, P. Budi e P. Bogdani, nei loro scritti ritenevano l’ignoranza causa principale dell’infelicità e della povertà dell’uomo. Il vescovo cattolico G. Buzuku tradusse in albanese e pubblicò il Messale. Correva l’anno  1555. Nei primi anni del Seicento il vescovo P. Budi ordinò ai parroci della sua diocesi di fare le preghiere in albanese. «Dio – disse – vuole conversare con i fedeli solo nella lingua materna».

Nell’immaginazione collettiva, come nei proverbi medioevali, «l’Uomo con la penna è più venerato dell’Uomo con fucile». Questa interessante sensibilità trova conferma nei codici medioevali provenienti da diverse città o principati, come Drisht, Scutari, Beràt, Prizren, ecc. Nel capitolo XLI del codice della città di Drisht (sec. XIV) troviamo le norme che garantivano aiuti ai giovani che frequentavano sia le scuole pubbliche che quelle private.

La saggezza delle tradizioni popolari ha da sempre trasmesso alle nuove generazioni la forte convinzione del primato della scuola. Per l’Albania, che appena ha lasciato alle spalle cinque secoli di dominio ottomano feroce e mezzo secolo di totalitarismo spietato, il ruolo della scuola è fondamentale, quindi non può essere dimenticato nel silenzio colpevole della politica. La cittadinanza sembra osservare impotente e amareggiata il declino delle istituzioni scolastiche.

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Giovane donna di Scutari (ph.P. Marubi)

Molti specialisti europei, e non solo, hanno offerto modelli di riforma per la scuola albanese che in questo modo, ha subìto cambiamenti che non trovano un equilibrio né armonia con la tradizione né con il suo tessuto culturale.  Le scuole dei Paesi occidentali sono simili per quanto riguarda i contenuti delle materie scientifiche e la conoscenza dell’Illu- minismo e dell’identità culturale europea. D’altronde non esistono due sistemi educativi identici, poiché ogni nazione orienta la scuola verso il proprio universo filosofico e culturale. Le scuole, tedesca e francese, olandese e svedese sono ben distinte a causa delle tradizioni culturali la cui componente nazionale resta fondamentale per ogni sistema di educazione. In Albania questo non è successo e la scuola continua  a perdere colpi nell’indifferenza imperdonabile della classe politica.

I regimi totalitari non hanno mai trasformato i sistemi d’istruzione pubblica in macrosistemi di educazione, dove la formazione del cittadino di una società emancipata e democratica sia uno dei compiti principali. Solo una scuola così concepita può garantire la formazione dei giovani come cittadini liberi e indipendenti in grado di comprendere le esigenze di una comunità democratica e di poter valutare l’operato della classe politica.

L’emancipazione e la democratizzazione della società necessitano una scuola libera, non indottrinata. Il cittadino con una formazione culturale scarsa diventa facile preda della propaganda dei partiti e del potere, meno consapevole delle libertà individuali. La democrazia è un ideale che ha bisogno dell’armonizzazione delle libertà individuali con lo Stato di diritto. Ed è in questo equilibrio, appunto, che consiste il fulcro della democrazia, di cui il pluralismo è uno degli aspetti principali, non inteso nella sua natura ideologica o politica, ma soprattutto culturale.

Mi auguro che il cittadino abbia nel futuro un ruolo consapevole e qualificato da poter incidere sulle scelte della classe politica. Voglio credere che il giovane albanese si meriti un futuro prospero e sereno in armonia con le ricche tradizioni storiche e culturali e con i potenziali umani notevoli della sua nazione.

Dialoghi Mediterranei, n.30, marzo 2018
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Alberto Frasher, nato a Tirana, laureato in Matematica (1967), è stato ricercatore e uno dei principali autori della riforma dell’istruzione matematica per tutti i livelli dell’istruzione pubblica. Ha ottenuto un dottorato di ricerca in Matematica presso l’Università di Tirana e  presso l’Università Statale di Pavia. Le sue ricerche e le opere, che riguardano studi sulla matematica, le scienze e le arti, sono state pubblicate in lingua albanese, greca, slava e italiana. Nel 2000 ha pubblicato il romanzo L’amara favola albanese (Rubbettino editore). Il suo libro di saggistica The Magic of National Renaissance (Tirana, 2015; Toronto, 2016) analizza l’universo filosofico e culturale dell’Albania. Ultimamente ha mandato alle stampe il romanzo Il sogno di un musicista.
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