Antefatto
Un convegno può essere molte cose insieme. Nell’ottobre del 2024, quando con Vanessa Manceron abbiamo convocato due giornate di studi alla Scuola Forestale dei Carabinieri di Castel Volturno (Caserta) sulle zone umide del litorale domizio, l’intento dichiarato era quello di aprire uno spazio di confronto scientifico e pubblico sul ripristino ambientale, in linea con il nuovo quadro europeo delineato dal Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura.
Il workshop internazionale, intitolato Le zone umide e l’habitat costiero domitio: dall’abbandono alla rinascita?, si è svolto il 25 e 26 ottobre 2024 ed è nato all’interno del progetto internazionale “RulNat – Ruling on Nature. Animals and the Environment before the Court” [1], coordinato da Daniela Berti, Sandrine Revet e Vanessa Manceron, di cui faccio parte come ricercatore associato. RulNat [ https://rulnat.cnrs.fr/ ] terminerà alla fine di quest’anno e per cinque anni ha studiato il modo in cui la “natura” viene regolata, giudicata e governata: un’indagine comparativa su casi giuridici e pratiche di tutela ambientale in Italia, India, Sri Lanka, Colombia e altri angoli del pianeta, attraverso l’analisi di tribunali, enti di gestione e movimenti civici.
Per Vanessa e me, quell’incontro campano fu un doppio esperimento etnografico: da un lato, un atto di restituzione al territorio, per condividere i risultati di anni di ricerca tra le oasi di Soglitelle, i Variconi e la foce del Volturno, insieme agli attivisti ambientalisti e animalisti locali, le guardie zoofile e venatorie della regione; dall’altro, un’occasione per osservare il convegno stesso come evento sociale, un “campo nel campo” in cui istituzioni, attivisti, studiosi e forze dell’ordine mettevano in scena, ciascuno a suo modo, una rappresentazione del rapporto tra legalità, natura e comunità.
La cornice era quella della cosiddetta Terra dei Fuochi, la vasta pianura periurbana tra Napoli e Caserta, il palinsesto materiale era il Villaggio Coppola, una frazione del comune di Castel Volturno ma con una sua storia e identità particolarmente forti; e il lessico dominante era quello della rinascita. La tensione fra questa narrazione ottimistica e la persistenza di logiche estrattiviste, disuguaglianze e fragilità socio-ecologiche costituì, fin dall’inizio, l’oggetto della nostra attenzione antropologica.
A un anno di distanza, questo articolo ripercorre quell’esperienza, osservando come il linguaggio della “rinascita” si sia articolato nei gesti, nei discorsi e nelle relazioni che hanno animato il convegno. L’ipotesi di fondo è che la restituzione etnografica non si esaurisca nella comunicazione dei risultati, ma possa configurarsi come un atto di riparazione: un momento di risonanza fra ricerca, istituzioni e cittadinanza, capace di produrre un territorio immaginato e condiviso, anche solo per la durata di un incontro.
Prologo. La tromba all’alba e l’Auditorium “don Peppe Diana”
Un anno dopo, il ricordo di quella mattina rimane nitido, come se il suono di quella tromba potesse ancora risuonare all’improvviso nella memoria.
Era l’alba del 25 ottobre 2024, quando la caserma di Castel Volturno si svegliò al ritmo dell’inno nazionale italiano. Nelle camerate, le note si propagarono tra i corridoi, rimbalzando sulle pareti bianche dove si alternavano fotografie di carabinieri in azione e immagini di boschi, daini, aquile, fagiani. Era un richiamo disciplinato e solenne, ma anche – per noi ricercatori civili – l’ingresso in un mondo scandito da regole e rituali propri, da un senso dell’ordine che non ci apparteneva e che, tuttavia, ci accoglieva con rispetto.
La Scuola Forestale dei Carabinieri, che ci ospitava, era sorta sul terreno confiscato di quello che fu il Villaggio Coppola, un tempo simbolo dell’abusivismo edilizio e dell’illegalità diffusa sulla costa domizia. Il semplice fatto di trovarsi lì, in un luogo restituito alla collettività e trasformato in centro di formazione ambientale, conteneva già un potente messaggio simbolico: dal crimine alla tutela, dal disordine alla cura. In quella trasformazione materiale si rifletteva il tema stesso del nostro convegno, e la scommessa implicita del progetto RulNat: comprendere come la natura possa essere “giudicata”, e come la giustizia possa, a sua volta, farsi natura.
Mi alzai presto, con una tensione difficile da dissimulare. Quella giornata, che avevamo preparato per mesi, rappresentava la prova tangibile di un doppio esperimento etnografico: un atto di restituzione verso il territorio e, insieme, un’osservazione diretta dei suoi linguaggi pubblici, di come l’ambiente e la legalità vengano rappresentati in un contesto di così alta densità simbolica.
Fuori, l’aria profumava di resina e di mare; il cielo, appena rischiarato, lasciava intravedere le sagome spettrali dei palazzi semi-abbandonati del Villaggio. Quelle architetture ferite, ora silenziose, sembravano assistere al risveglio di un altro ordine, quello della caserma, con i suoi ritmi precisi e la sua compostezza.
Scendendo verso il piano terra, vidi già movimento; giovani allievi in divisa attraversavano il piazzale, mentre un carabiniere sistemava le bandiere all’ingresso dell’auditorium. Era lì che si sarebbe svolta la nostra giornata di lavori: l’Auditorium “don Peppe Diana”, un grande spazio dedicato alla memoria del sacerdote assassinato trent’anni prima per aver denunciato la camorra, a qualche chilometro da lì. Entrarvi quella mattina, sapendo a chi fosse intitolato, dava un senso di gravità e di continuità: il luogo stesso, nella sua metamorfosi, raccontava la possibilità di una redenzione civile.
L’interno era già pronto. Il colonnello Zumbolo, direttore della Scuola, aveva predisposto con cura ogni dettaglio: sul palco, un lungo tavolo con nove poltrone; alle sue spalle, tre maxischermi pronti a proiettare mappe, loghi, immagini delle oasi; ai lati, le bandiere italiana ed europea perfettamente allineate. Tutto parlava di ordine e di rispetto. Io e Vanessa Manceron eravamo tra i primi ad arrivare. Mentre un tecnico dei Carabinieri controllava i microfoni e i collegamenti video, noi verificavamo le ultime slide, i nomi dei relatori, i tempi degli interventi. Vanessa, seduta in prima fila, ripeteva sottovoce la sua introduzione in italiano: l’aveva scritta con attenzione, e la sua voce, nel provarla, tradiva insieme emozione e rigore.
Intorno alle nove e mezza, gli ospiti iniziarono ad arrivare: i generali e i colonnelli dell’Arma, la Procuratrice della Repubblica di Caserta, i sindaci di Castel Volturno e Villa Literno, le dirigenti scolastiche, i biologi della LIPU, gli ornitologi del WWF, i ricercatori e gli studenti dei licei della zona. Era un microcosmo sociale in miniatura, dove ogni attore portava con sé un linguaggio e una postura, e dove il discorso pubblico sulla “rinascita” avrebbe preso corpo nella pluralità dei suoi interpreti.
In quei minuti sospesi, tra saluti, strette di mano e verifiche tecniche, avevo la percezione netta che il convegno stesse già accadendo come evento antropologico. Tutti i segni – le uniformi, le parole di circostanza, il tavolo dei relatori, le immagini dell’Oasi di Soglitelle – componevano una scenografia del possibile, un racconto condiviso in cui la “Terra dei Fuochi” veniva temporaneamente trasfigurata in Terra della Rinascita.
Quando le luci si abbassarono e presi il microfono per aprire i lavori, provai la sensazione di entrare in una dimensione rituale. Ogni gesto – il ringraziamento alle istituzioni, la presentazione degli ospiti, la proiezione del video introduttivo – aveva la forza di un atto simbolico. Non si trattava solo di dare inizio a un convegno, ma di mettere in scena un territorio: mostrarlo a se stesso, offrirgli per un momento una forma ordinata di riconoscimento.
In quel passaggio tra la tromba dell’alba e la sala illuminata dalle bandiere, tra la disciplina militare e la pluralità degli interventi civili, si manifestava, quasi tangibile, la tensione che avrebbe attraversato tutto il workshop: quella tra il linguaggio dell’istituzione e quello della comunità, tra l’idea di controllo e quella di cura.
Rileggendo oggi quelle ore, mi sembra che sia stato proprio lì, in quella prima mattina, che il convegno ha iniziato a produrre un territorio immaginato, per dirla con Clifford Geertz, una “messa in scena del senso” in cui ognuno, a suo modo, cercava di dire cosa significasse abitare, proteggere e riparare la propria terra.
Da quel suono di tromba, da quel tavolo di nove poltrone, da quella sala dedicata a un prete ucciso per la giustizia, ha preso avvio una riflessione più ampia: su come la società italiana, nelle sue forme civili e militari, accademiche e popolari, prova oggi a riscrivere la propria relazione con la natura e con se stessa.
Cornice scientifica e metodo: RulNat ed etnografia condivisa
Quando, nel 2020, prese avvio il progetto RulNat, il nostro obiettivo comune era comprendere come la “natura” venga regolata, giudicata e amministrata nei diversi contesti europei. Sostenuto dall’Agenzia Nazionale della Ricerca francese (ANR), il progetto ha riunito antropologi e giuristi provenienti da svariati Paesi, tutti con un punto di partenza condiviso: nel mondo, oggi, la natura non è solo un insieme di ambienti o di specie da proteggere, ma un oggetto di diritto e, al tempo stesso, un soggetto di controversia. Ciò che appare come “naturale” è, in realtà, il risultato di decisioni, categorie e dispositivi istituzionali che ne stabiliscono i confini, i significati e le responsabilità.
In Italia, l’indagine (condotta in équipe da me e Vanessa) si è concentrata tra Napoli e Caserta, soprattutto lungo il litorale domizio e la piana, territori di frontiera in cui si incontrano gli effetti della modernità estrattiva, della speculazione edilizia e della resistenza ecologica. È qui che abbiamo seguito le traiettorie delle migrazioni avifaunistiche tra le zone umide dei Variconi, dell’Oasi LIPU di Soglitelle e dei Regi Lagni, ma anche le reti umane che, intorno a questi luoghi, lavorano per difenderli o per abitarli diversamente: biologi, ornitologi, volontari, carabinieri forestali, contadini, amministratori locali, magistrati, ambientalisti e studenti.
Questi attori, spesso mossi da motivazioni differenti e persino divergenti, formano ciò che potremmo chiamare una comunità mobile di pratiche ambientali, un insieme di alleanze e frizioni che, a seconda delle circostanze, si aggregano intorno a obiettivi comuni: la tutela di un’oasi, la messa in sicurezza di un canale, la restituzione simbolica di un bene confiscato.
Il tandem di ricerca tra me e Vanessa Manceron si è sviluppato nel corso di cinque anni di missioni sul campo, condividendo non solo dati e materiali, ma anche le scelte interpretative. Il nostro lavoro è stato segnato da una condivisione radicale: ogni intervista, ogni osservazione, ogni scambio con le persone incontrate è diventato parte di un archivio comune, continuamente discusso, riscritto, annotato. In questo modo, RulNat si è configurato non solo come un programma di ricerca, ma come un laboratorio di co-autorialità, dove la distinzione tradizionale fra “ricercatore” e “interlocutore” tende a dissolversi.
L’idea che guida questo approccio è che l’antropologia, per essere pienamente etica, debba essere anche restituita. Non basta osservare, documentare o analizzare: occorre restituire ciò che si è appreso, naturalmente nei modi e nei linguaggi adeguati. In questa prospettiva, la restituzione non è l’atto finale, ma parte integrante del processo di conoscenza. È un modo per riaprire il campo e verificare insieme ai partecipanti le immagini prodotte, le interpretazioni possibili, le contraddizioni irrisolte.
Il workshop di Castel Volturno nacque esattamente in questa logica: come gesto di restituzione e, insieme, come nuovo campo di osservazione. In altri termini, non ci limitavamo a organizzare un convegno “sul territorio”, ma cercavamo di mettere il territorio in scena come soggetto collettivo, invitandolo a prendere parola e a raccontarsi, in un certo senso a rappresentarsi. Il fatto stesso che il convegno fosse ospitato dai Carabinieri Forestali – eredi del Corpo Forestale dello Stato, ma anche simbolo di una legalità istituzionale spesso percepita come distante – aggiungeva una dimensione inedita all’esperimento: quella dell’incontro tra saperi militari e saperi civili, tra linguaggi ufficiali e forme di conoscenza situata.
Dal punto di vista teorico, la nostra impostazione si rifà alla tradizione dell’antropologia interpretativa di Clifford Geertz, secondo cui l’etnografia non descrive semplicemente i fatti, ma ne esplora i significati: un “descrivere denso” (thick description) capace di cogliere i livelli di senso che animano le azioni sociali. Nel nostro caso, l’obiettivo era leggere il convegno come un rito pubblico, una performance collettiva in cui la “rinascita” del territorio non veniva solo enunciata, ma messa in scena.
Accanto a Geertz, il pensiero di Bruno Latour ci ha offerto un’altra chiave interpretativa. Il suo concetto di assemblage, cioè l’idea che la realtà sociale sia fatta di reti ibride di attori umani e non umani, ci ha permesso di considerare il convegno non solo come un incontro di persone, ma come un dispositivo di connessione: microfoni, bandiere, mappe, slide, fotografie di uccelli migratori, loghi istituzionali, documenti e video contribuivano tutti, a loro modo, a produrre la scena della “rinascita”. In questo senso, l’evento stesso era un atto performativo di governance della natura, una forma di messa in ordine simbolico di relazioni complesse.
Infine, sul piano ontologico, le riflessioni di Philippe Descola e Tim Ingold ci hanno aiutato a superare la rigida separazione tra natura e cultura. Se la prima è ormai riconosciuta come un costrutto storico, la seconda si rivela sempre più come un insieme di pratiche materiali e relazionali. Le oasi, le dune, i canali e le zone umide dell’area domizia non sono dunque “sfondi” naturali su cui si proiettano le vicende umane, ma partecipanti attivi di quelle stesse vicende: soggetti di interazione, agenti di memoria, protagonisti di conflitti.
Anche i ringraziamenti formulati nell’introduzione ufficiale del workshop – letti in apertura davanti a un pubblico ampio e variegato – furono, in un certo senso, segni materiali di questa rete di alleanze. Nominare le istituzioni, le associazioni, le scuole, i comuni, la LIPU, i Carabinieri, significava renderne visibile l’intreccio, trasformare una mappa di rapporti informali in una coreografia di riconoscimenti pubblici. Quelle parole – pronunciate proprio da me con gratitudine, ma anche con consapevolezza – non erano mera cortesia: erano parte della performance, atti linguistici di inclusione che contribuivano a dare forma alla comunità effimera del convegno.
Oggi, ripensando a quel momento, mi sembra che la forza di RulNat sia stata proprio questa: la capacità di fare ricerca con le persone, e non su di esse; di concepire la scienza come uno spazio di relazione, in cui le distanze tra osservatore e osservato, tra accademia e società civile, vengono messe alla prova e, talvolta, sospese. In tal senso, l’antropologia si avvicina alla nozione di riparazione: non come semplice correzione di un danno, ma come tentativo di ristabilire continuità tra mondi separati, di costruire, almeno per un momento, una fiducia reciproca.
È in questa prospettiva che il workshop di Castel Volturno si è configurato come un doppio esperimento: da un lato, un’azione di restituzione, di riconsegna pubblica delle conoscenze raccolte; dall’altro, un dispositivo di osservazione etnografica, in cui l’evento stesso diventava oggetto di analisi, con le sue parole, i suoi silenzi e, chiaramente, i suoi simboli. La linea che separava l’organizzazione dalla ricerca, l’impegno civico dall’interpretazione scientifica, era sottile e porosa. Ma è forse proprio in quella porosità che si manifesta la possibilità di un’antropologia realmente condivisa, capace di ascoltare e restituire, di accompagnare e interpretare, di abitare il campo come spazio di relazione e di riparazione.
Il convegno come rituale pubblico
Quando, poco dopo le dieci, presi finalmente la parola per aprire i lavori, eravamo già in ritardo. Ma quel ritardo non era un semplice contrattempo: era parte del movimento stesso con cui le persone, le istituzioni e i tempi si accomodano gli uni agli altri, trovando un ritmo comune. Le autorità erano ormai arrivate, gli studenti sedevano in fondo in silenzio, le bandiere erano illuminate dalla luce che filtrava dalle finestre. Sul tavolo dei relatori, nove microfoni erano pronti, disposti in ordine.
Cominciai con le parole che avevo preparato, e che ancora oggi mi risuonano in mente: “È con grande piacere e onore che vi diamo il benvenuto al convegno Le zone umide e l’habitat costiero domitio: dall’abbandono alla rinascita?…”
Quelle frasi, nella loro apparente formalità, segnavano il passaggio dall’attesa alla messa in scena: non erano solo un atto di apertura, ma un rito di istituzione. Ogni ringraziamento, ogni citazione e ogni nome pronunciato produceva riconoscimento e, insieme, appartenenza. Nel giro di pochi minuti, la sala era diventata una comunità rituale temporanea, convocata attorno all’idea condivisa di “rinascita”.
Nell’antropologia dei rituali pubblici, Victor Turner ha mostrato come le fasi di apertura e di aggregazione coincidano spesso con momenti di liminalità: soglie simboliche in cui la struttura sociale viene temporaneamente sospesa, per lasciare spazio a una forma di comunione effimera, la communitas. Quel che accadde a Castel Volturno non fu molto diverso. L’elenco dei ringraziamenti, pronunciato con cura, costituì una sorta di invocazione collettiva. Citare i partner – il Comando Unità Forestali, il CNRS, la LIPU, i Comuni di Castel Volturno e Villa Literno, l’Ente Riserve, le scuole, la Coldiretti, la SMA Campania – equivaleva a disegnare il perimetro morale del campo. Chi veniva nominato entrava a far parte della scena; chi restava fuori, ne era escluso. Era, in fondo, una mappa politica del territorio, ma tradotta nel linguaggio cerimoniale della gratitudine.
Ogni nome aveva il suo peso e la sua collocazione, come in un rituale gerarchico. I Carabinieri e le istituzioni aprivano la sequenza, seguiti dalle associazioni ambientaliste, poi dalle scuole e, infine, dai singoli cittadini e dai volontari. Quella struttura non era casuale: riproduceva simbolicamente l’ordine del potere, dal centro verso la periferia, dalla legge alla partecipazione. In questo senso, i ringraziamenti erano performativi, cioè creavano la realtà che descrivevano, ma erano anche normativi, nel senso che rimettevano al loro posto le relazioni tra Stato, società civile e territorio.
Terminato il saluto iniziale, invitai il presidente nazionale della LIPU, Alessandro Polinori, a presentare il video La zona umida di Soglitelle, la prima Oasi LIPU strappata alla criminalità. Le luci si abbassarono, e sullo schermo apparvero le immagini della bonifica: ruspe, canneti, stormi di aironi, poi volontari che liberavano uccelli inanellati. Il commento parlava di “restituzione alla legalità”, “tutela della biodiversità”, “rete ecologica territoriale”. Era un linguaggio denso, familiare, che combinava la retorica ecologica con quella della giustizia: la natura come vittima e come testimone, il territorio come soggetto da salvare.
Il video aveva una funzione rituale chiara: non solo informare, ma purificare la scena, offrendo al pubblico un’immagine esemplare della rinascita. Era una mise en ordre nel senso che Mary Douglas attribuiva al concetto di purezza: la riorganizzazione simbolica del disordine, la creazione di un confine fra ciò che è contaminato e ciò che è redento. L’Oasi di Soglitelle, in questa narrazione, diventava il paradigma della trasformazione: un luogo “strappato” alla camorra e restituito alla collettività. Come spesso accade nei rituali di rigenerazione, la metafora della rinascita operava come chiave di legittimazione, non solo per le istituzioni, ma anche per il discorso scientifico e per le associazioni presenti.
Subito dopo, Vanessa Manceron prese la parola e la scena cambiò registro. Cominciò scusandosi (“parlerò un italiano molto francese”), ma il suo testo, letto con precisione e intensità, aprì uno spazio nuovo di riflessione:
«Ci sembra necessario di superare la frattura fra natura e cultura e di inventare nuove forme di coabitazione con il mondo naturale di cui facciamo parte. Questo non è un sogno o un’utopia. È qualcosa che si può costruire collettivamente».
Queste parole, pronunciate in un contesto così fortemente istituzionale, avevano il valore di una rottura gentile. Dopo le formule della legalità e della tutela, il suo intervento riportava l’attenzione al rapporto sensibile tra umani e non umani, alla possibilità di una coesistenza più giusta. Era come se, per un istante, la dimensione del diritto e quella dell’esperienza si sovrapponessero, rivelando la posta in gioco del nostro progetto: far dialogare la giustizia e la vita, il codice penale e la cura del vivente.
In quel momento, l’auditorium “don Peppe Diana” divenne un laboratorio di linguaggi. Da una parte, il lessico amministrativo (rete, tutela, valorizzazione, legalità); dall’altra, quello antropologico (coabitazione, vivente, relazione). Tra i due, una tensione costruttiva, una negoziazione semantica che è, in fondo, il cuore stesso della ricerca etnografica.
Nel corso della giornata, il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura tornò più volte come riferimento. Citato da sindaci, funzionari e tecnici, rappresentava al tempo stesso un vincolo operativo e un orizzonte simbolico. Da un lato, era la cornice normativa che imponeva agli Stati membri obiettivi precisi di rigenerazione ecologica: il 30% degli ecosistemi degradati da restaurare entro il 2030. Dall’altro, fungeva da oggetto rituale, una sorta di testo sacro laico che conferiva legittimità a ogni intervento, a ogni promessa di rinascita. In altre parole, tenere il Regolamento in mano, citarlo, mostrarne il numero ufficiale era un modo per ancorare l’azione locale all’autorità sovranazionale, trasformando la norma giuridica in simbolo di appartenenza europea.
In questo senso, il documento funzionava come un frame, ossia una cornice che definiva che cosa stava accadendo, quali ruoli potevano essere interpretati, quali discorsi erano appropriati. Il frame del Regolamento non solo delimitava il campo semantico del convegno, ma orientava le emozioni: ottimismo, fiducia, senso di partecipazione. Era, potremmo dire, un oggetto di fede laica, la cui autorità stabiliva ciò che si poteva o non si poteva dire sulla natura e sulla rinascita.
Nell’arco di poche ore, la successione dei saluti, delle proiezioni e degli interventi costruì un vero e proprio dramma sociale (Turner 1969). Il convegno mise in scena, con linguaggi differenti, la tensione fra disordine e ordine, degrado e rinascita, illegalità e riscatto. Durante i discorsi istituzionali, le categorie si disponevano come in un rosario laico: territorio, tutela, legalità, rinascita, rete. Ciascuna parola agiva come un emblema, condensando affetti e visioni del mondo. Ma accanto a questa struttura di protocolli e gerarchie si formava, per brevi istanti, una communitas mossa da un desiderio condiviso di riparazione. Come e quando questo sarebbe avvenuto nel futuro è un altro discorso, ma in quel contesto di “rituale pubblico” si riuscì a mettere temporaneamente in pausa i conflitti che attraversano il territorio. In quella sospensione del quotidiano – una sorta di fase liminale, potremmo dire – era possibile immaginare un ordine alternativo, un futuro possibile in cui lo Stato, la cittadinanza e la natura agissero insieme. L’evento, nella sua forma codificata, produceva un senso di unità che forse non esisteva nella pratica, ma che, per la durata della giornata, appariva tangibile.
Il momento della Procuratrice: una soglia
Verso mezzogiorno, dopo una lunga sequenza di saluti e interventi istituzionali – talvolta appassionati, talvolta incontinenti nella loro eloquenza – la parola passò alla Procuratrice della Repubblica, Maria Antonietta Troncone, e il convegno entrò nella sua fase sostanziale. Il rito di legittimazione si era compiuto: la “comunità” era stata istituita, i ruoli distribuiti, il linguaggio comune stabilito. Ora si trattava di riempire di contenuti quel quadro simbolico, di passare dalle dichiarazioni ai problemi concreti – la gestione delle acque, il degrado delle dune, le difficoltà delle riserve.
Il suo intervento, sobrio ma denso, partì dal riconoscimento della complessità del territorio domizio: un’area dove le ferite ambientali e sociali si intrecciano con la storia della criminalità organizzata. Parlò di “duplice ferita”: quella ecologica, inferta da decenni di sversamenti e speculazioni, e quella morale e giuridica, che riguarda la perdita di fiducia nelle istituzioni e nella legge. Ma, allo stesso tempo, delineò una prospettiva di riparazione – non solo punitiva, ma costruttiva – fondata sull’alleanza tra magistratura, forze dell’ordine, scienza e cittadinanza.
Pur nella forma prudente e istituzionale, il suo discorso conteneva un messaggio profondo: che la giustizia ambientale non si fa solo nei tribunali, ma nella capacità collettiva di riformare i legami sociali. “La legalità ambientale,” disse in un passaggio che riporto dalla memoria, “non è una categoria astratta, ma una pratica quotidiana che riguarda tutti: cittadini, imprese, amministratori. Il nostro compito è impedire che l’illegalità diventi abitudine”. Quella formula, semplice e diretta, risuonò come un monito. La legalità non era un valore da celebrare, ma un comportamento da reiterare: un esercizio costante di manutenzione civile. In termini antropologici, potremmo dire che il discorso della Procuratrice rappresentò un passaggio di stato fra la fase rituale – fatta di simboli, ringraziamenti, video e autorità – e quella discorsiva, in cui la parola tornava a essere strumento di diagnosi.
L’intervento di Troncone, seguito da un lungo applauso, mise a fuoco una questione che avrebbe accompagnato tutto il convegno: l’idea di riparazione come concetto duplice, insieme ecologico e giuridico. Da un lato, la riparazione ambientale, intesa come bonifica, restauro, rigenerazione dei suoli e delle acque; dall’altro, la riparazione legale, cioè il ristabilimento dell’ordine violato, della fiducia nei dispositivi pubblici.
Nelle sue parole, la magistratura appariva come custode del territorio, non meno della LIPU o dei Carabinieri Forestali. La giustizia, come l’ecologia, era un lavoro di cura, un’opera lenta e ostinata. In questo senso, il campo semantico del convegno – “rinascita”, “rete”, “tutela”, “legalità” – trovava un’ulteriore articolazione: la rinascita come riparazione giuridico-ecologica. Ma questa sovrapposizione portava con sé anche un rischio: quello della autoreferenzialità istituzionale, o, per usare un’espressione più neutra, del policy talk.
Come osservato da molti studiosi delle politiche ambientali, il linguaggio tecnico e amministrativo tende a costruire una narrazione performativa di efficienza, che spesso oscura la complessità sociale dei problemi. Anche in quel contesto, dietro la solennità dei discorsi, si avvertiva il rischio di una retorica autoregolante, dove le istituzioni parlano a se stesse nel linguaggio del successo.
Durante la pausa, Vanessa ed io commentammo a bassa voce ciò che avevamo appena visto: la mattinata era sembrata, a entrambi, un teatro di rappresentazioni incrociate, in cui ogni attore recitava il proprio ruolo di purezza, mentre invece le linee di conflitto restavano intatte. L’evento, pur nella sua forza simbolica, mostrava anche le crepe del discorso ufficiale: la “rinascita” veniva enunciata, ma non ancora praticata.
Se la mattina fu un rito di passaggio, fu anche un esercizio di gestione simbolica del tempo, perché il programma, più volte riscritto, divenne una partitura flessibile, un copione da reinventare di minuto in minuto. Nella mia agenda, accanto ai nomi dei relatori, avevo annotato a matita frecce, linee, spostamenti. Ogni variazione produceva un riposizionamento: chi saliva sul palco prima o dopo, chi restava seduto, chi veniva salutato in pubblico, chi solo nominato.
Questa continua riorganizzazione non era un difetto, ma un segno della vitalità del campo, nel senso che il protocollo, anziché essere rigido, si mostrava plastico: capace di adattarsi alle circostanze, di piegarsi senza spezzarsi. Come ci ha spiegato Mary Douglas, l’ordine non è mai assoluto, ma si definisce per contrasto con ciò che rischia di turbarlo. Pertanto, nel nostro caso, ogni ritardo, ogni assenza e ogni errore tecnico costituiva una piccola deviazione che veniva poi rimessa in carreggiata attraverso gesti di compensazione simbolica, come un ringraziamento aggiuntivo, una battuta o un accenno all’importanza della collaborazione.
Ne derivò che la “liturgia” mattutina non fu solo una celebrazione dell’ordine, ma anche una sua messa alla prova; infatti dietro l’apparente rigidità del cerimoniale, si svolgeva un lavoro invisibile di mediazione e ascolto, nonché di traduzione tra linguaggi diversi: militare e politico, ambientalista e accademico.
Durante la pausa pranzo, mentre studenti e carabinieri si mescolavano nel cortile e i tavoli allestiti dal liceo alberghiero si riempivano di piatti e sorrisi, l’atmosfera si rilassò. I confini gerarchici si fecero più porosi. Fu lì, in quell’intervallo informale, che si manifestò la communitas reale, ossia l’incontro orizzontale tra persone che, per qualche ora, condividevano lo stesso spazio e la stessa speranza di riparazione. Tuttavia, la sfida vera si sarebbe giocata nel pomeriggio, quando il convegno avrebbe cambiato volto, assumendo un tono più accademico e discorsivo. In altre parole, la “cerimonia” del mattino aveva preparato il terreno per l’analisi pomeridiana, per il confronto tra saperi e prospettive, dove dalla retorica della rinascita si passava alla sostanza del dubbio, della discussione e della conoscenza.
Riframing teorico e voci accademiche
Dopo la pausa pranzo, la luce del pomeriggio filtrava obliqua dalle vetrate dell’auditorium “don Peppe Diana”: la sala si era in gran parte svuotata, perché gli studenti erano tornati a casa, le autorità erano andate via, i giornalisti avevano chiuso i loro taccuini, e la tensione cerimoniale della mattina lasciava il posto a un’atmosfera più raccolta, con studiosi e attivisti. Era il momento della sessione accademica, quella che avevamo pensato come il cuore analitico del workshop.
Vanessa ed io eravamo di nuovo sul palco, ma il tono era diverso: non più quello dei protocolli e delle formalità, bensì quello del dialogo scientifico. L’elasticità del mattino cedeva il passo a un ritmo più disteso, quasi seminariale. La disposizione dei microfoni era rimasta la stessa, ma il linguaggio che li avrebbe attraversati stava per cambiare: dai lessici della “legalità” e della “tutela” a quelli della giustizia ambientale e dell’interdipendenza ecologica.
Durante la pausa, Vanessa elaborò il discorso che diede inizio ai lavori pomeridiani: parlò in francese ed io tradussi quasi in simultanea per chi aveva difficoltà a seguire; fece riferimento all’estrattivismo come «forma di relazione diseguale con il mondo naturale, in cui la natura è ridotta a risorsa e la vita, umana e non umana, a mezzo di produzione». Poi aggiunse –che «la tutela ecologica non può essere separata dalla giustizia sociale. Laddove le persone vivono in condizioni di precarietà, l’ambiente stesso è esposto alla violenza».
Era un passaggio chiave. In poche frasi, Vanessa rovesciava il paradigma implicito della mattina: non più la legalità come fondamento della tutela, ma la giustizia sociale come condizione della giustizia ecologica. Richiamando la nozione di slow violence di Rob Nixon (2011), spiegò che i danni ambientali più profondi non derivano da eventi improvvisi, ma da processi lenti, invisibili, sedimentati nel tempo, «una violenza senza spettacolo, che si accumula e lascia tracce sulle vite più fragili».
Quel riferimento, nel contesto del litorale domizio, assumeva un valore evidente: le discariche abusive, i canali contaminati, le dune erose, intere città costruite abusivamente sul demanio pubblico non sono solo segni di degrado, ma archivi di una violenza lenta che ha colpito corpi, economie e memorie. La sfida, diceva Vanessa, è rendere visibile questa lentezza, «dare voce ai ritmi del danno» e, soprattutto, ai ritorni della vita: alle rigenerazioni parziali, ai tentativi locali di cura che, come scrive Anna Tsing (2015), emergono nelle rovine del capitalismo.
«Proteggere la natura, disse, non significa restaurare un passato perduto, ma accettare di convivere con il danno, imparando da esso nuove forme di alleanza». Si tratta di un riferimento al concetto di multispecies conservation (Lorimer 2015), ossia «una conservazione che riconosce la cooperazione e la vulnerabilità condivisa tra specie diverse».
Queste parole spostarono l’asse del convegno. L’auditorium, che poche ore prima aveva riecheggiato di linguaggi istituzionali, divenne ora uno spazio di riflessione collettiva. La rinascita, da parola d’ordine politico, diventava categoria analitica, da interrogare nelle sue ambiguità: rinascere da cosa, per chi, e con quali costi.
La prima relazione fu di Dario Canzian, storico dell’ambiente all’Università di Padova, sul valore ecosistemico delle aree umide nel Medioevo, in cui mostrò come le paludi, ben prima delle bonifiche moderne, fossero spazi di lavoro e di vita, “depositi di fatiche” più che terre da redimere. Citando il notaio Enverardo (Verona, 1199), ricordò che “bonificare” significava ordinare, non cancellare: regolare le acque, non eliminarle. In chiusura, sottolineò che «ogni paesaggio ha una propria legittimità storica», ovvero un invito a riconoscere nel passato non solo il degrado, ma la continuità delle forme di coabitazione tra umani e acque.
Elisabetta Novello, anch’ella storica dell’ambiente all’Università di Padova, propose una lettura di lungo periodo della bonifica italiana, dal XIX secolo alla contemporaneità. Attraverso mappe, dati e documenti d’archivio, mostrò come la costruzione del paesaggio moderno sia stata segnata da un equilibrio instabile tra interessi economici, esigenze sanitarie e visioni politiche del territorio. Nel suo intervento, la “bonifica integrale” appariva come un dispositivo storico che traduce la natura in valore e l’acqua in problema amministrativo. Dal paradigma igienico-produttivo delle origini a quello ambientale della legge quadro del 1989, Novello mise in luce la continuità di una logica di controllo e appropriazione. Richiamando le nozioni di Antropocene e Capitalocene, concluse che «la questione ecologica è sempre stata anche questione sociale»: non si protegge un’area umida senza ripensare i rapporti di potere, i confini fra pubblico e privato, i significati della parola “sviluppo”.
Seguì Alfonso De Nardo, ingegnere idraulico e coordinatore del Gruppo 183, che presentò una relazione sulla storia dei Regi Lagni. Attraverso una sequenza di immagini d’archivio e rilievi recenti, mostrò come questa rete di canali, nata nel Seicento come grande opera di governo delle acque, sia divenuta nel tempo una struttura ambivalente: dispositivo di sicurezza e, al contempo, fonte di vulnerabilità. La sua tesi era chiara: la storia dei Regi Lagni è anche una storia politica, in cui l’ingegneria idraulica si intreccia con il potere di definire cosa sia “ordine” e cosa sia “disordine” nel paesaggio. «Gestire l’acqua, disse, significa gestire le relazioni sociali che l’acqua mette in tensione».
Il pomeriggio proseguì con Bertrand Sajaloli, ecologo e geografo dell’Université d’Orléans, che introdusse una prospettiva insieme storica e politica: attraverso immagini di Notre-Dame-des-Landes e Sivens, mostrò come le zone umide europee siano da secoli luoghi di tensione tra potere e resistenza; territori contesi, teatro di conflitti ambientali e sociali che rivelano le fratture della modernità. Sajaloli parlò di “laboratori del politico”, dove agricoltori, attivisti e amministrazioni negoziano nuovi modi di abitare la terra e di condividere l’acqua. Le paludi, «violentemente ridotte ma mai vinte», restano spazi liminali e generativi: custodi di biodiversità e, insieme, fucine di forme alternative di convivenza. E, in chiusura, ricordò che «i conflitti intorno alle zone umide non sono incidenti, ma strumenti di conoscenza: ci dicono chi decide, chi perde e chi resiste».
Subentrò poi Mara Benadusi, antropologa dell’Università di Catania, che portò lo sguardo dalla Campania alla Sicilia; per mezzo di fotografie di Siracusa e della rada di Augusta, tracciò la parabola del “miracolo industriale” e del suo fallimento: dalle fabbriche nate accanto alle chiese taumaturgiche al ritorno inatteso dei fenicotteri tra le ciminiere. Benadusi parlò di biogovernamentalità, di specie “sentinella” e “spazzine”, di acque che si tingono di rosso per le perdite industriali. Ma la sua analisi non si fermava alla denuncia: mostrava come, nelle stesse aree inquinate, emergano forme di resilienza spontanea, di cura e di ricomposizione ecologica. Nella sua lettura, la riserva naturale Saline di Priolo non è solo un presidio ambientale, ma un laboratorio politico, dove la resistenza biologica diventa anche resistenza civile, perché, osservò, «ogni crisi ambientale è anche una crisi delle relazioni: tra umani, tra istituzioni, tra specie».
Infine, Eleonora Guadagno, geografa dell’Università “L’Orientale” di Napoli, chiuse la sessione con un intervento lucido e raffinato che, partendo dal concetto di territori idrosociali (Swyngedouw 2015), mostrò come le dinamiche di tutela, uso e valorizzazione delle zone umide siano attraversate da tensioni politiche e scale multiple di potere: flussi economici, infrastrutture turistiche, norme ambientali e percezioni locali raramente coincidono. Guadagno mise in guardia dal rischio di una tutela selettiva, che patrimonializza frammenti di paesaggio senza affrontare le cause strutturali del degrado: «Un ecosistema non si protegge a macchia di leopardo; un’oasi non può sopravvivere se la regione che la circonda continua a essere avvelenata». Propose così di spostare l’attenzione dalla “preservazione” alla giustizia ambientale, intesa come equità nella distribuzione dei rischi, trasparenza decisionale e partecipazione informata delle comunità.
Nel complesso, la sessione pomeridiana si rivelò un esperimento di polifonia disciplinare e civile. Accanto ai contributi accademici, la presenza degli attori della protezione ambientale (LIPU, WWF, ELSA, Fenice Crea Non Distruggere…) e delle associazioni di Castel Volturno, Villa Literno e Casal di Principe arricchì il dibattito, intrecciando saperi scientifici ed esperienze di impegno quotidiano sul territorio. Ogni intervento, pur nella propria autonomia, contribuiva a ridisegnare il campo semantico del convegno: la “rinascita” non più come evento, ma come processo di lunga durata, condiviso, in cui le dinamiche sociali, economiche e affettive si incontrano. La ripetizione stessa di quella parola – rinascita – sembrava progressivamente svuotarla del suo valore retorico per restituirla a una dimensione temporale, relazionale, incarnata: rinascere insieme, lentamente, senza garanzie.
Memorie, giustizia, emozioni: Marisa Diana e Donato Ceglie
Era quasi il tramonto quando, nella penombra dell’auditorium “don Peppe Diana”, si aprì la porta in fondo e fecero il loro ingresso Marisa Diana e Donato Ceglie. Non erano in programma, almeno non ufficialmente. L’ipotesi della loro presenza era rimasta in sospeso fino all’ultimo e la conoscevamo in pochi, e per questo la loro apparizione ebbe l’effetto di una epifania civile: un lampo di memoria che attraversava il protocollo della giornata. Gli applausi si levarono spontanei, ma non fragorosi – un suono breve, come un respiro trattenuto: il Generale Lungo, fino ad allora composto nella postura del comando, si alzò in piedi e tese la mano a Marisa Diana con un gesto di riconoscenza più che di cerimonia.
Il nome di don Peppe Diana – assassinato nella sacrestia di Casal di Principe il 19 marzo 1994 – attraversava quella sala come una presenza viva. E la sorella, minuta ma determinata, portava nel volto e nella voce la memoria di un coraggio quotidiano. Accanto a lei c’era Donato Ceglie, il magistrato che vent’anni prima aveva disposto il sequestro del Villaggio Coppola e ne aveva promosso la riconversione in Scuola Forestale. La scena aveva una forza teatrale naturale, ma nulla di artificioso: era un momento in cui la storia recente del territorio faceva irruzione nel presente del convegno, e il linguaggio della scienza e della politica lasciava spazio a quello dell’esperienza vissuta.
Nel mio taccuino annotai:
«La memoria entra nella sala e non è una celebrazione, ma un richiamo alla realtà. Dopo tante parole sulla rinascita, arrivano le persone che hanno pagato il prezzo della verità».
Quando Marisa Diana prese la parola, la sala si fece silenziosa come se ogni rumore si ritraesse per lasciare spazio al peso delle sue parole. Non aveva appunti né microfono in mano: parlava con la voce nuda, calma e ferma. Disse che la memoria, se non è condivisa, diventa un peso. Che ricordare suo fratello significava non arrendersi all’idea che tutto debba finire nell’oblio o nella rassegnazione: «Don Peppe non era solo mio fratello; era un uomo che aveva scelto di stare dentro la realtà, non sopra. La sua fede era azione, la sua parola era impegno. Lui non ha mai cercato eroi, ma cittadini consapevoli».
Parlava lentamente, ma ogni frase arrivava come una fenditura nella superficie delle cose: «La memoria non è un monumento da visitare una volta all’anno, ma è un lavoro quotidiano, un modo di guardare il mondo e di scegliere da che parte stare». Nelle sue parole non c’era rabbia né retorica, ma una forma di compostezza etica: era come se ricordare don Peppe non significasse soltanto evocare una vittima, ma restituire senso al gesto stesso del parlare di giustizia in quel luogo.
In quel momento, il convegno cessò di essere un evento accademico e diventò un atto di riconciliazione con la realtà.
Quando Donato Ceglie prese il microfono, l’atmosfera cambiò ancora. La sua voce era ferma, quasi priva di inflessioni, ma portava con sé la gravità di chi ha attraversato decenni di indagini e silenzi, nonché di attacchi e umiliazioni. Parlò lentamente, senza enfasi, come se ogni parola dovesse essere pesata prima di uscire:
«Don Peppe l’ho conosciuto bene. Non era solo un sacerdote: era un amico, un fratello, una guida. Una persona che riusciva a coniugare la fede con l’impegno concreto, dentro la realtà più difficile che ci fosse: Casal di Principe, negli anni peggiori. Quella sua lettera, Per amore del mio popolo non tacerò, è un documento profetico. Ancora oggi, se la leggo, mi vengono i brividi. E quando la scrisse, in quel contesto, fu un gesto di coraggio assoluto. Noi, che in quei mesi stavamo lavorando su indagini delicate, la sentimmo come un’alleanza. Come se lui ci dicesse: “Io sono con voi. Io sto dalla parte della giustizia”».
La sala tratteneva il fiato, perché era evidente che non stesse leggendo un ricordo, ma rivivendo un legame. Poi spostò il discorso dal lutto all’azione:
«Dopo quell’omicidio, abbiamo capito che la posta in gioco era altissima. Non si trattava solo di reprimere il crimine, ma di difendere il senso stesso dello Stato. Così è nata una stagione di indagini nuove, che cercavano di collegare ambiente, economia e legalità. Una di queste riguardò proprio il Villaggio Coppola».
Indicò la finestra da cui si vedeva il profilo dei palazzi:
«Qui, dove siamo oggi, c’era un simbolo di impunità: dodici piani di cemento a cento metri dal mare, costruiti senza alcuna autorizzazione. Non era solo abusivismo edilizio: era un sistema. Camorra, politica, affari, silenzi. Eppure, con un gruppo di carabinieri e tecnici determinati, siamo riusciti a ricostruire tutto. Documenti, mappe, firme, omissioni. Alla fine abbiamo fatto uno dei primi sequestri di massa per motivi ambientali. Allora sembrava impossibile. Ma si poteva fare. Si doveva fare».
Si fermò un attimo, come per lasciare sedimentare le parole, e concluse che da quella esperienza aveva imparato una cosa: «la giustizia non è solo punizione, ma costruzione di senso condiviso». Il suo tono non era trionfale, anzi sembrava quasi affaticato, eppure era attraversato da una lucidità che sapeva tenere insieme dolore e responsabilità. Molti, in sala, lo ascoltavano con un rispetto silenzioso (e certamente io mi sentivo così), consapevoli che quelle parole provenivano da chi aveva toccato con mano le ferite del territorio e aveva continuato a lavorare, passo dopo passo, per ricucirle.
L’incontro fra Marisa Diana e Donato Ceglie compose, davanti ai nostri occhi, una sorta di dittico civile. Marisa Diana aveva evocato la giustizia come relazione, come gesto quotidiano di fedeltà alla memoria. Donato Ceglie ne aveva mostrato il volto istituzionale e operativo, la fatica di tradurre l’etica in procedura, la speranza di vedere i luoghi riscattarsi attraverso l’azione dello Stato. Erano due prospettive diverse, ma non opposte: la grazia e la legge, la cura e la norma, il linguaggio del cuore e quello della responsabilità pubblica.
Negli attimi di silenzio che seguirono, si percepiva che il convegno aveva raggiunto una soglia nuova. Non si parlava più di “rinascita” in termini retorici, né di “territorio” come categoria astratta. Ma si parlava di vite e corpi, di scelte che avevano avuto un costo. Fu un momento fragile e irripetibile che, forse, mostrò il senso più profondo di quel convegno: non l’armonia, ma la possibilità di un dialogo tra ferite.
Dietro le quinte: attraversare Villaggio Coppola
Quando la sala si svuotò e le ultime parole del convegno si spensero nei corridoi della Scuola Forestale, ciò che rimaneva non era soltanto la stanchezza, ma un senso di sospensione. Era come se la giornata non si fosse davvero conclusa, ma stesse solo cambiando registro. Dopo un’ora, forse, con un piccolo gruppo di relatori ci rivedemmo a per la cena al ristorante “La Napoli Popolare”, poco fuori dal perimetro della Scuola.
Attorno al tavolo, la discussione oscillava tra entusiasmo e riflessione. Si parlava del successo della giornata, ma anche delle sfide della ricerca, delle difficoltà della carriera universitaria, dei compromessi che ogni percorso richiede. Ricordo in particolare Mara Benadusi che, in tono affettuoso ma deciso, mi incoraggiò a non lasciare in sospeso i progetti più ambiziosi: «Devi scrivere quel libro sul Vesuvio, non aspettare che qualcuno te lo chieda; il territorio è già pronto a parlarti».
Devo ancora rispettare quella esortazione, ma ci sto lavorando. In ogni caso, la conversazione si allargò ai temi della responsabilità pubblica del sapere antropologico: Vanessa rifletteva sul ruolo della restituzione, Dario parlava del rapporto tra scienza e politica, Bertrand scherzava sul fatto che «ogni zona umida è anche un pantano istituzionale». Tra le risate e i brindisi, si percepiva una forma di intimità rara: quella che nasce quando la ricerca smette di essere solo analisi e torna a essere comunità temporanea di senso.
Tornando a piedi verso la Scuola, allungando il passo fino alla linea di sabbia ormai immersa nell’ombra, il Villaggio Coppola appariva come un paesaggio in attesa. Le luci rade disegnavano profili incerti di edifici, mentre il mare, invisibile ma presente, restituiva un rumore continuo, come un respiro. Le sagome dei palazzi, allineate lungo strade silenziose, non incutevano timore: sembravano piuttosto testimoni di un tempo sospeso, pietre che custodiscono le tracce di molte vite, di molte illusioni. Non era un luogo spettrale, ma un paesaggio in ascolto, abitato da una memoria densa, stratificata, che il buio rendeva più nitida.
In quella quiete, l’idea stessa di “rinascita” prendeva un altro senso: non un ritorno al passato né un gesto di redenzione, ma il semplice fatto di esserci ancora, di poter guardare le rovine senza voltarsi altrove. Camminando, si avvertiva che il Villaggio Coppola non era solo un simbolo di ciò che è andato perduto, ma anche una soglia, un luogo in cui la possibilità del futuro convive con le prove del passato.
Marc Augé, nel suo celebre Non-Lieux (1992), descriveva gli spazi della surmodernità come ambienti di transito e anonimato, privi di memoria collettiva. Villaggio Coppola è, paradossalmente, un non-luogo sovraccarico di storia: nato come luogo privato dell’élite, poi diventato terra di nessuno, infine riappropriato come simbolo pubblico, almeno per quanto riguarda la struttura della Scuola. Ogni sua trasformazione ha lasciato un sedimento, un residuo di senso.
Il cemento crepato, l’acqua stagnante nei fossi, la ruggine delle ringhiere sono forme visibili di sedimentazione del danno. Ci ricordano che il tempo non guarisce i territori, ma li stratifica. E che la bonifica simbolica, operata dalla presenza dello Stato, dalle targhe commemorative, dalle cerimonie, non basta da sola a cancellare l’eco della disuguaglianza.
In questo senso, Villaggio Coppola può essere letto come un testo urbano di ecologia politica: un caso in cui la natura, la giustizia e la memoria vengono riscritte nello spazio. Il paradosso è che la “Scuola Forestale”, luogo di tutela ambientale, sorge nel cuore di un paesaggio compromesso, in mezzo ai segni stessi della devastazione che dovrebbe redimere. È un esempio vivido di riuso istituzionale del danno, un dispositivo di redenzione costruito sul corpo della crisi. Eppure, la trasformazione non è del tutto completa, perché si sente ancora il peso della storia, come un’ombra che accompagna ogni gesto di rinascita. La Scuola è un’isola di disciplina in un mare di disordine, ma l’eco del disordine è ciò che la rende necessaria.
Quella notte, il confine tra il campo etnografico e la vita personale si dissolveva. Dormire lì significava abitare il paradosso: la bellezza della rinascita costruita sulle rovine del fallimento.
Il mattino seguente fu annunciato dal fruscio del vento nella pineta. Era il momento di lasciare il microcosmo militare per entrare nel territorio vivo: l’Oasi di Soglitelle e la Riserva dei Variconi, dove il fiume Volturno incontra la costa domizia del mar Tirreno. Le escursioni che avremmo fatto quel giorno non erano semplici visite, ma atti di attraversamento: un modo per mettere alla prova le parole della giornata precedente. Dopo la notte del silenzio e delle riflessioni, ci attendeva la luce aperta dei luoghi, dove la natura e la memoria avrebbero continuato a dialogare, non più nel linguaggio della rappresentazione, ma in quello, più fragile e concreto, dell’esperienza.
Pratiche di conservazione e paesaggi a chiazze
Il pullman dei Carabinieri ci attendeva nel piazzale della Scuola. Relatori e organizzatori del convegno salirono con gli zaini e le macchine fotografiche, forse ancora assonnati ma curiosi. Fu Rino Esposito, responsabile dell’Oasi LIPU di Soglitelle, a dare il buongiorno: “Oggi non andiamo a vedere un museo, ma un corpo vivo che, come tutti i corpi, ha cicatrici”.
Aveva ragione, non si trattava di un’escursione didattica, ma di un modo per spostare l’osservazione dal discorso alla materia, dai concetti al contatto.
L’Oasi di Soglitelle è a qualche chilometro, nel comune di Villa Literno, per cui in pochi minuti arrivammo. Si tratta di una zona umida ricavata da terreni confiscati alla camorra e oggi gestita dalla LIPU. L’ingresso dell’Oasi è discreto, quasi nascosto lungo una via sterrata al di là dei cavalcavia della “Strada statale 7 quater Via Domitiana” che porta dall’area flegrea ai confini con il Lazio. Ci accolse Mimmo, zoologo e responsabile dell’educazione ambientale dell’Oasi LIPU di Soglitelle, insieme a un piccolo gruppo di operatori con le pettorine e i guanti di plastica, impegnati a ripulire il canale da rifiuti di ogni tipo. A una decina di minuti a piedi, al centro della riserva si trova il Centro Visite, uno chalet che funge da accoglienza e deposito dove, su un tavolo di legno, accanto a un binocolo e a un quaderno consunto, erano posati alcuni sacchetti di tela, ognuno contenente un uccello appena catturato per l’inanellamento effettuato da Alessio, Federica ed altri collaboratori. Il laboratorio sul campo si aprì con un gesto quasi invisibile: l’ornitologo prese con delicatezza il primo sacchetto, lo aprì appena e ne trasse una piccola cannaiola dal piumaggio bruno e lucente. Il volatile si agitò per un istante, poi si immobilizzò. L’operatore, con un movimento esperto, misurò la lunghezza dell’ala, pesò il corpo, e infine fissò un piccolo anello metallico alla zampa, registrando il numero su un registro cartaceo, che poi avrebbe riprodotto in un database californiano. Dopodiché lo liberava nell’aria.
Il passaggio dal sacchetto di tela alla rete globale dei dati scientifici condensava un intero paesaggio di compiti, in cui ogni gesto umano è parte di una rete di pratiche che danno forma al mondo. Osservare l’inanellamento era come assistere a una coreografia di cura e conoscenza: il corpo dell’uccello come interfaccia tra sensibilità e scienza.
Ricordo che pensai che, in contesti come questo, la conservazione non è solo una pratica tecnica, ma anche un dispositivo emotivo, nel senso che ogni liberazione è un piccolo rito di restituzione, in cui l’animale torna al suo ambiente, ma anche la comunità si riappropria di un frammento di fiducia nel futuro.
Dopo una lunga e calda escursione guidati da Mimmo tra le “vasche” di Soglitelle, dove sostano gli uccelli migratori, nel pomeriggio riprendemmo il bus e raggiungemmo i Variconi, sulla sponda meridionale della foce del Volturno. Si tratta di un paesaggio di bellezza non infrastrutturata, dove la presenza umana si percepiva solo nei sentieri tracciati e nelle capanne di osservazione ornitologica, ma sulla spiaggia propriamente detta, una immensa distesa di tronchi levigati era adagiata tra resti di plastica portati dalle mareggiate. È proprio qui che, regolarmente, vari gruppi ambientalisti vengono a fare giornate di pulizia, nel tentativo di riscrivere il paesaggio.
Le Soglitelle e i Variconi sono un mosaico di zone umide, dune e canali che resistono tra l’abusivismo e il mare, tra la speculazione edilizia e l’oblio. Sono patchy landscapes, come direbbe Anna Tsing (2015), cioè dei paesaggi a chiazze, dove la vita continua a fiorire negli interstizi del disastro: un paesaggio precario, ma vivo, dove le forme di coesistenza emergono non dalla purezza, ma dal compromesso, dove si manifesta una agency non umana, in cui gli uccelli reagiscono alla presenza umana, perché non sono simboli, ma interlocutori.
Da questo punto di vista, la riserva dei Variconi e l’oasi di Soglitelle non sono luoghi da salvare, ma luoghi che ci salvano; non nel senso romantico, ma perché ci obbligano a pensare insieme la bellezza e la ferita.
Quando fu l’ora dei saluti, ci organizzammo per automobili: una diretta all’aeroporto, un’altra alla stazione ferroviaria, altre ancora verso diversi quartieri di Napoli. Sulla strada del ritorno, lungo il famigerato Asse Mediano, una strada ad alta velocità e ad alto scorrimento, ho percepito chiaramente che i due giorni di workshop non si chiudevano con le relazioni, ma con le esperienze. La giornata sul campo aveva restituito concretezza alle parole della vigilia: la rinascita non come slogan, ma come lavoro quotidiano di osservazione, cura e convivenza.
Conclusione. Il linguaggio della “rinascita” e i suoi limiti
Lungo l’intero workshop, dagli interventi istituzionali del primo giorno alle conversazioni sul campo, una parola è risuonata con insistenza: rinascita, appunto. Nelle bocche dei politici e dei tecnici, nei pannelli informativi, nei discorsi dei dirigenti scolastici e dei rappresentanti delle associazioni, “rinascita” è diventata un termine quasi performativo, capace di produrre consenso e orientare le emozioni. Eppure, proprio questa ubiquità rende necessario un passo indietro analitico: chiedersi cosa fa la parola “rinascita” quando viene pronunciata, più che cosa significa.
Durante i due giorni del convegno ibrido (in aula e sul campo), la “rinascita” appariva come un registro linguistico condiviso, un codice che permetteva a soggetti molto diversi (carabinieri, accademici, attivisti, studenti, amministratori) di riconoscersi in una narrazione comune. Il linguaggio dell’ottimismo funzionava da collante simbolico, producendo una temporanea communitas tra partecipanti che, al di fuori del convegno, operano in spazi e logiche profondamente differenti.
Questa convergenza, tuttavia, era più performata che reale. Nel momento stesso in cui il termine “rinascita” veniva pronunciato, esso compiva un atto di presentazione del sé collettivo: ogni attore (istituzionale o civile) metteva in scena la propria parte, costruendo un’immagine coerente di impegno e speranza. Il convegno, così, non era soltanto un evento scientifico, ma una “drammaturgia dell’ottimismo”, in cui la retorica del riscatto serviva anche a mascherare la complessità, a contenere l’ambiguità, a rimandare le contraddizioni.
Durante le pause, nei dialoghi informali, riaffiorava infatti un’altra tonalità emotiva: più cauta, più disincantata. Molti riconoscevano la distanza tra la retorica pubblica e la realtà ostinata del territorio: la burocrazia che rallenta ogni iniziativa, le infrastrutture incomplete, la mancanza cronica di fondi strutturali, la fragilità delle reti associative, il peso della criminalità o di alcune forme spregiudicate di imprenditoria.
Non a caso, il linguaggio della rinascita si intreccia con quello della sostenibilità, oggi onnipresente nei documenti ufficiali e nei bandi europei: la forza simbolica della sua promessa di un futuro “verde”, condiviso e rigenerato, infatti, rischia di scivolare facilmente nel greenwashing, cioè in una pratica di legittimazione discorsiva che copre continuità di potere e di sfruttamento.
L’impressione etnografica è che la maggior parte degli attori locali si muove in un regime di progettualità permanente, in cui ogni iniziativa e ogni idea deve essere tradotta in progetto, corredato di budget, deliverable, indicatori, partner e loghi. Ne deriva una forma di dipendenza sistemica dai bandi, in cui la capacità di “rinascere” coincide con l’abilità di scrivere, presentare e rendicontare progetti finanziabili.
Questo processo produce effetti paradossali, come la “continuità delle discontinuità”. Detto in altri termini, ogni progetto dura due o tre anni, produce risultati visibili, ma poi si estingue, lasciando dietro di sé una costellazione di micro-interventi, cartelli sbiaditi, percorsi incompiuti. Nel territorio domizio, i segni di questa projectification (Brunsson, Sahlin-Andersson 2000) sono ovunque: cartelli dei progetti finanziati dal Programma Operativo Regionale della Campania, pannelli del programma europeo LIFE per l’ambiente, bandiere con il logo dell’Unione Europea che sventolano accanto a edifici vuoti e cantieri dimenticati, fino ai più recenti del PNRR.
Non si tratta di una truffa, né di una malafede collettiva: è il funzionamento stesso di un’economia morale della speranza. Forse – ma lo si potrà valutare solo nel tempo – il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura, approvato pochi mesi prima del convegno, potrebbe rappresentare un punto di svolta. Infatti, il testo introduce obiettivi vincolanti per il recupero degli ecosistemi degradati, definendo il ripristino come strumento di resilienza climatica e di giustizia intergenerazionale. Tuttavia, anche in questo caso, il Regolamento rischia di ridursi a un dispositivo che, nel passaggio dal livello europeo a quello locale, muta di significato, adattandosi ai contesti, alle istituzioni, alle retoriche. In altri termini, il Regolamento può agire come mediatore più che intermediario, contribuendo a produrre realtà differenti a seconda del modo in cui viene tradotto e mobilitato.
Si tratta di un fenomeno che rivela la tensione tra il linguaggio uniforme delle politiche europee e la eterogeneità radicale dei territori. Evidentemente, la rinascita, così come il ripristino, è una parola che funziona bene nei documenti, ma che sul terreno si scontra con la pluralità delle pratiche, dei tempi e dei materiali. La vera sfida, pertanto, non è solo tecnica o amministrativa, ma semiotica: consiste nel trovare un modo per far convivere la lingua dell’Unione con le lingue locali della cura, del disincanto e della fatica quotidiana.
Perché una parola diventi azione, cioè, occorre stabilizzare la cooperazione territoriale attraverso un tavolo permanente tra istituzioni, ricerca e associazioni. È necessario creare un osservatorio socio-ecologico che unisca dati scientifici e percezioni sociali, integrando monitoraggi ambientali e indagini antropologiche. Occorre sostenere la formazione e il volontariato ambientale, riconoscendo il valore di chi lavora nella cura quotidiana dei luoghi, e fare della manutenzione ordinaria una politica straordinaria: la cura costante dei canali, delle dune, delle oasi vale più di ogni progetto episodico. Infine, non bisogna interrompere la trasmissione della memoria del territorio: musei, riserve naturali, percorsi e segnaletiche dovrebbero essere messi in rete per restituire la complessità delle trasformazioni ambientali e sociali.
A mio modo di vedere, abbiamo la necessità di trasformare una retorica in pratica. I due giorni di convegno mi hanno fatto capire che, come antropologo, il mio compito non è smascherare le illusioni, ma descrivere le condizioni di possibilità del disincanto. Bisogna riconoscere i limiti della rinascita non per negarla, ma per consentirle di diventare reale, anche se fragile. Nonostante la messa in scena dell’ottimismo, emerge la consapevolezza che nessuna rinascita è pura, che ogni futuro sostenibile nasce dentro l’imperfezione.
Scrivere di tutto questo, oggi, significa anche restituire: rendere conto non solo di un evento, ma del modo in cui è stato vissuto, percepito e trasformato. L’etnografia, in questi casi, è sempre condivisa: ciò che si osserva agisce su chi osserva. Il diario di quei giorni, le conversazioni con gli attori locali, le emozioni e le pause… tutto ciò costituisce parte integrante del sapere. La scrittura, dunque, diventa anch’essa un atto di cura, un tentativo di non disperdere la memoria dell’incontro, di tenere insieme ciò che il tempo tende a sciogliere. Come ha detto Vanessa Manceron, «proteggere la natura non è separarla dalla società, ma riconoscere la loro interdipendenza. La giustizia ecologica inizia quando smettiamo di pensare alla natura come qualcosa di esterno a noi»
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025.
Note
[1]“RulNat” è un programma di ricerca dell’ANR (Agence nationale de la recherche), coordinato dal laboratorio PALOC (Patrimoines locaux, Environnement et Globalisation), in partenariato scientifico con il Laboratoire d’Ethnologie et de Sociologie Comparative (Lesc) e il Centre de Recherches Internationales (Ceri, Sciences Po).
Riferimenti bibliografici
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Geertz, C. (1973). The Interpretation of Cultures. New York: Basic Books. Versione italiana: Interpretazione di culture (2019), il Mulino.
Ingold, T. (2000). The Perception of the Environment: Essays on Livelihood, Dwelling and Skill. London: Routledge.
Latour, B. (2004). Politics of Nature. Cambridge, MA: Harvard University Press.
Lorimer, J. (2015). Wildlife in the Anthropocene: Conservation after Nature. Minneapolis: University of Minnesota Press.
Manceron V. (2022). Les veilleurs du vivant. Avec les naturalistes amateurs. Paris: La Découverte.
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Tsing, A. L. (2015). The Mushroom at the End of the World. Princeton: Princeton University Press.
Turner, V. (1969). The Ritual Process: Structure and Anti-Structure. Chicago: Aldine.
Unione Europea (2024). Regolamento (UE) 2024/1991 del Parlamento europeo e del Consiglio, sul ripristino della natura: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:32024R1991.
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Giovanni Gugg, dottore di ricerca in Antropologia culturale è assegnista di ricerca presso il LESC (Laboratoire d’Ethnologie et de Sociologie Comparative) dell’Université Paris-Nanterre e del CNRS (Centre National de la Recherche Scientifique) e docente a contratto di Antropologia urbana presso il Dipartimento di Ingegneria dell’Università “Federico II” di Napoli. Attualmente è scientific advisor per ISSNOVA (Institute for Sustainable Society and Innovation) e membro del consiglio di amministrazione del CMEA (Centro Meridionale di Educazione Ambientale). I suoi studi riguardano il rapporto tra le comunità umane e il loro ambiente, soprattutto quando si tratta di territori a rischio, e la relazione tra umani e animali, con particolare attenzione al contesto giuridico e giudiziario. Ha recentemente pubblicato per le edizioni del Museo Pasqualino il volume: Crisi e riti della contemporaneità. Antropologia ed emergenze sanitarie, belliche e climatiche.
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