di Alessandro Cadoni
Se ci pensiamo, è a iniziare da Sergio Atzeni che Cagliari, fino a quel momento città, se non assente, almeno marginale nella grande narrativa d’ambientazione sarda, assurge a protagonista pulsante: nel senso, peculiarissimo in letteratura, in cui i luoghi sono in grado di guidare e dirottare trame e pensieri dei personaggi. Il romanzo che sancisce questa centralità è Il quinto passo è l’addio, uscito per Mondadori in quello stesso 1995 che avrebbe visto la prematura morte dello scrittore, nel mare dell’isola di San Pietro.
L’apprendistato letterario di Atzeni era stato lungo e faticoso, specie durante gli anni Ottanta, quando s’era sentito costretto alla scelta dell’emigrazione, stabilendosi a Torino. Alle spalle, oltre a una discreta produzione di racconti e poesie, aveva due romanzi che avevano segnalato al mondo letterario uno scrittore eccentrico ma capace di intercettare, dalla specola delle storie sarde, trame cruciali dell’estetica contemporanea – lo sguardo e l’esperienza postcoloniale –, sia dal punto di vista linguistico che da quello tematico: il primo è L’apologo del giudice bandito (1986), suggestivamente ambientato nella Sardegna del 1492, avvitato attorno ad un curioso auto da fé dell’Inquisizione contro le locuste che infestavano l’isola; il secondo Il figlio di Bakunìn, con la sua scrittura capace di attraversare tutto il Novecento, modernista, postmoderno e ipermoderno, un po’ à la Borges nella sua struttura narrativa, all’inseguimento dell’ombra d’un personaggio. Romanzo di lotte politiche, ambientato nelle miniere sulcitane, ma soprattutto votato alla ricostruzione del profilo di un personaggio vivissimo e però sfuggente, Tullio Saba, figlio di anarchico (di qui il titolo, con la deliziosa scelta d’accentazione tronca): furfante omicida o prode ribelle, uomo che amava le donne o laido approfittatore.
Il quinto passo, con la vicenda di Ruggero Gunale, attraverso la quale l’autore convoca sé stesso, è invece il primo romanzo marcatamente urbano, sebbene le quinte cagliaritane fossero già state ampiamente percorse, con quella stessa prosa nervosa e rapida, in diversi racconti brevi, certi editi, altri no: poi raccolti dall’editore Il Maestrale in volumi come Racconti con colonna sonora (2002) e I sogni della città bianca (2005), postumi ma, come mostrano le informate note al testo, rispondenti a progetti d’autore.
Nel Quinto passo, la centralità di Cagliari emerge con particolare efficacia proprio nei momenti in cui la città è sul punto di sottrarsi allo sguardo del protagonista, ossia quando Ruggero la osserva allontanarsi, dalla nave. Curiosamente opposta a quella del Lawrence di Sea and Sardinia – che col piroscafo, invece, arrivava –, eppure convergente in alcune osservazioni (il paragone con Gerusalemme, ad esempio), questa prospettiva ne restituisce la qualità stratificata: «la croce d’oro sulla cupola della cattedrale e attorno a corona digradando i palazzi color catarro dei nobili ispanici decaduti, circondati da bastioni […] dove pendono chiome di capperi al vento». Infine, su tutto, in una pagina ispiratissima, il «dente bianco e alto di calcare» dietro il quale «sparisce l’antica fortezza vedetta dei Fenici, l’avamposto d’Europa al respiro dell’Africa e d’Oriente alle porte d’Occidente, popolato da una scura genia parente di Annibale, adocchiato da predoni scalzi, battuto da tutti i venti, abitato da tutti i profumi e i fetori e da ogni genere d’ingegno e vizio e da qualche virtù, come ovunque siano uomini».
È una Cagliari, questa, che si offre come palinsesto, non come scenario: fortezza mediterranea, crocevia di genti e odori, di violenze e arti minute, inscritta dentro una genealogia che attraversa tutte le civiltà. Il dettaglio decisivo è che questa descrizione non è un fondale: è lo specchio del personaggio. Ruggero, che si «crede principe» ed è invece «figlio di un fabbro e di una “bruscia”», legge la città secondo la propria oscillazione identitaria. La città che si allontana è il correlativo oggettivo della sua precarietà: uno spazio contraddittorio, proprio come lui, in cui nobiltà e degrado convivono senza sintesi. È in questa dialettica – fra un’appartenenza rivendicata e una realtà che la smentisce – che la Cagliari di Atzeni, presenza tutt’altro che illustrativa, agisce, quantomeno come testimone delle derive del suo protagonista. Derive che riflettono, in sostanza, quelle stesse crisi dei tempi e dei luoghi.
La Cagliari che nel Quinto passo è vista nell’atto di allontanarsi dal mare torna in Bellas mariposas come un corpo vivo, osservato da dentro. Qui Atzeni sceglie una prospettiva radicalmente diversa: non più lo sguardo in crisi di un adulto (intellettuale) che parte, ma quello rapido e (quasi) non filtrato di una dodicenne della periferia. Lo si intenda alla stregua di breve romanzo o lungo racconto, Bellas mariposas è pubblicato ancora da Sellerio (insieme a un altro scritto, Il demonio è cane bianco), pochi mesi dopo la morte dell’autore, quasi contemporaneamente all’uscita di quello che diverrà il suo libro più famoso, Passavamo sulla terra leggeri.
Già l’accostamento di questi due testi – scritti più o meno in contemporanea – è sufficiente prova dell’apertura di gamma linguistica e tematica di Atzeni. Difficile immaginare due prose più distanti, almeno in apparenza: una (Passavamo) librata nella costruzione d’un immaginario, nella fondazione di un mito; protesa oltre il recinto di paradigmi identitari che pure – certo, al di là delle intenzioni – contribuisce a rafforzare: scuotendo via, però, gli stereotipi proprio grazie all’innesto fecondo nella corteccia della storia di un’invenzione carica di meraviglia. L’altra, quella di Bellas mariposas, tutta tesa, invece, all’esplorazione di altri codici, altri toni, quinte metropolitane.
Se Passavamo sulla terra leggeri offre una prosa vibrante all’udito, così carica di effetti figurali, giocata su accumulo di anafore ed effetti metrici, si potrebbe dire che Bellas mariposas parta invece dall’udito, attraverso la registrazione d’un flusso di parole: una sorta di diario parlato di Caterina (Cate), dodicenne di Santa Lamenera, «periferia di Kasteddu», quartiere popolare di fantasia in una Cagliari verissima. Diario, si scopre alla fine, da lei dettato a un narratore che, senza giochi letterari troppo scoperti, provvede a registrare su carta:
«questa storia la racconto a te che hai buona memoria e dicono che sei buono a raccontare e scrivere mankaisiasunu barabba de Santu Mikeli ma altro da me non prendi non guardarmi più con quegli occhi hai capito? Non io cercati qualcun’altra prima divento rockstar poi cerco marito non mi interessano i giochi porchi».
Si tratta di un passaggio che, con una certa probabilità, permette anche di individuare il quartiere nel quale si trova la palazzina 47 C di via Gorbaglius, nella quale abitano i personaggi principali, giacché è qui nominato un altro rione popolare, quello di San Michele, a nord della città, nel quale era cresciuto lo stesso scrittore, che in un articolo pubblicato sull’«Unione sarda» nel maggio del 1994 si definiva «un barabba di periferia» proveniente proprio dalla zona appena nominata. Si capisce dunque – magari anche per la prossimità onomastico-agiografica dell’adiacente Sant’Avendrace – come Santa Lamenera possa trovarsi vicino a Santu Mikeli.
Ma torniamo al diario di Cate, verbale di cronologica precisione d’una sola giornata – «il 3 di agosto […] il giorno dell’ammazzamento di Gigi del quinto piano l’innamorato mio» –, di un tour vorticoso di saliscendi – anche inutili – da un autobus all’altro, una piccola filza d’avventure tra la spiaggia e la città alta, il caseggiato e il quartiere, in compagnia di Luna. Amiche, come sorelle, e magari davvero sorelle, stando all’agnizione finale che rovescia l’esito tragico previsto sull’incipit, col riferimento a un ammazzamento: son loro le farfalle del titolo. E se di ali si può parlare, sono giusto quelle di un’intelligenza istintiva, di una prontezza di spirito capace di sollevarle dal degrado quotidiano. Quello degli uomini, ad esempio, per la maggior parte ridicoli e violenti; solo in casa, Caterina presenta un piccolo campionario di orrori: dal padre nullafacente e onanista al fratello Tonio, dalla cui intenzione di uccidere Gigi prende piede l’azione narrata.
Ma torniamo al nodo del linguaggio, alle particolarità stilistiche che dividono gli ultimi due libri di Atzeni. Caterina parla a ruota libera, rivolta a un “tu” che solo alla fine scopriremo essere colui che, con tutta probabilità, trascrive le sue parole. Ecco, una trascrizione, un’immersione mimetica nel linguaggio popolare e nello slang giovanilistico della Cagliari degli anni Novanta, tra piccola criminalità contemporanea e un vuoto morale alla Brutti sporchi e cattivi. Ma la mimesi, in più punti, salta, e il racconto si fa più complesso di quello che pare. Prendiamo un passo ambientato al Poetto, il grande litorale urbano di Cagliari, vulgo” spiaggia dei Centomila”:
«quando nuoto dimentico casa quartiere futuro mio babbo il mondo
e mi dimentico
dovevo nascere pesce
mi piace guizzare sotto il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle ondine di maestrale o abbaglia sulle onde di levante che ti succhiano in basso».
La prosa fratta, procedente per appunti rapidissimi, si accende qui in toni che, vista pure l’impaginazione, si accostano all’isolamento lirico di segnali anche reiterati – la ripetizione del verbo riflessivo mi dimentico è emblematica – per poi abbandonare completamente, nel successivo periodo, qualsiasi tensione imitativa del parlato di Cate. Sempre in questo senso agisce il rovesciamento finale che cambia volto al racconto: tornate al quartiere, Caterina e Luna sorvegliano Tonio, sempre intenzionato a uccidere Gigi. Un’apparizione dalle tinte fiabesche, accompagnata in scena dalle preghiere della protagonista, salverà, in diversi sensi, la situazione:
«è apparsa […] Agenore Crocorigas una donna bellissima che danzava al suono di un tamburello e di una chitarrina / una ballerina con tre lunghe trecce nere che saltavano a destra e a sinistra quando lei volava battendo i piedi uno contro l’altro a un metro da terra […] / otto gatti neri con una macchia bianca attorno all’occhio sinistro balzavano in aria e facevano strane figure attorno alla ballerina».
Un finale che, sommato al passaggio che ho sopra riportato, ravvicina sorprendentemente il racconto al romanzo, dove pure, in certi tratti, alla prosa lirica si mescolavano passaggi crudi o vividi. In Passavamo sulla terra leggeri, difatti, il lirismo – inaugurale già dal titolo, un endecasillabo sincopato che fluisce dalla voce del narratore secondario, Antonio Setzu –convive con fulminei innesti d’un truce realismo. Accanto all’adagio celeberrimo – «Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci…» – emergono infatti pagine di invenzione storica lavorate su una violenza senza attenuazioni, come quelle sulla presa di Karale, o lo sventramento delle donne di Mu, «ognuna legata ai piedi di quattro cavalli che partivano assieme verso i quattro punti cardinali». È in questa frizione tra canto e brutalità, tra apertura lirica e patimento creaturale, che la distanza apparente da Bellas mariposas si rovescia in una convergenza: due libri diversissimi per voce, eppure tenuti insieme dalla medesima urgenza di misurare la grazia e la ferocia della realtà: il tutto a testimonianza d’un narratore eclettico, capace di cambiar registro non nel giro di opere diverse ma all’interno della stessa, in poche righe. Dotato, insomma, di quella capacità limpidissima di chi, attraverso l’invenzione, sa dar forma al reale.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Alessandro Cadoni, si è formato inizialmente all’Università di Sassari, laureandosi nel 2003 in Lettere moderne, per poi proseguire gli studi a Siena, dove ha conseguito il dottorato con una tesi su Pier Paolo Pasolini. È attualmente ricercatore in Letteratura italiana contemporanea all’Università di Sassari. Tra il 2019 e il 2024 è stato consigliere di amministrazione della Fondazione “Sardegna Film Commission”. Studioso di letteratura italiana contemporanea, si è occupato di numerosi autori, tra i quali Andrea Camilleri, Cesare Cases, Grazia Deledda, Roberto Longhi, Mario Soldati, Emanuele Trevi, Elio Vittorini e, in particolar modo, di Pier Paolo Pasolini e Salvatore Mannuzzu. Tra gli altri suoi interessi di ricerca, la storia e la pratica della critica letteraria e cinematografica, la narrativa in Sardegna tra XX e XXI secolo e le possibilità di utilizzo della critica stilistica nell’analisi del film. Vincitore nel 2010, con la tesi di dottorato discussa presso l’Università di Siena, del premio Pasolini presso l’Archivio Pasolini/Cineteca di Bologna. Autore di numerosi saggi e monografie. Tra queste ultime, Il segno della contaminazione. Il film tra critica e letteratura in Pasolini (Mimesis, 2015), Il fantasma e il seduttore. Ritratto di Salvatore Mannuzzu (Donzelli, 2017), La corda tesa. Stile e realtà (Inschibboleth, 2023), Sardegna di carta (Il Palindromo, 2024).
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