Vivere al confine. Segregazione e lavoro dei richiedenti asilo nel CARA di Mineo

CARA di Mineo

CARA di Mineo

di   Antonella Elisa Castronovo

Come documenta ormai da anni la letteratura sul tema, l’immigrazione è un fenomeno assai complesso che scompiglia l’ordine politico e sociale degli Stati moderni, provocando reazioni talvolta estreme e contraddittorie (Castles 2009). A fronte del processo di internazionalizzazione dei meccanismi decisionali e organizzativi, negli ultimi decenni si sono affermati criteri di selezione della mobilità umana sempre più rigidi, che hanno rafforzato le politiche di controllo delle migrazioni e accresciuto la cooperazione intergovernativa in materia di contrasto dei movimenti umani “irregolari”. Nell’Unione Europea, il rovescio della medaglia degli accordi Schengen è stato il consolidamento del sistema di sorveglianza sulle frontiere esterne e la conseguente costruzione normativa, politica ed ideologica della Fortezza Europa. Da questo punto di vista, non è avventato sostenere che gli sforzi di controllo dei confini nazionali e la crescita dell’importanza politica della lotta alla “immigrazione clandestina” non siano in contrasto con i processi di globalizzazione, ma ne siano una conseguenza (Ambrosini 2013: 10).

La cronaca più recente testimonia come la tensione tra le pressioni di chiusura e le domande di apertura delle frontiere costituisca il leitmotiv del nostro tempo. Il dibattito sull’accoglienza dei profughi e dei titolari di protezione internazionale provenienti dal Sud del mondo – tornato nuovamente centrale in seguito alla guerra in Siria – ha innescato uno scaricabarile internazionale sulle responsabilità dei singoli Paesi, rivelando il ruolo di primo piano degli Stati nella governance delle migrazioni e nella ristabilizzazione dei controlli ai propri confini (Cesareo 2012). Non è un caso che, dopo mesi di silenziosi e sottaciuti “passaggi di frontiera” (Pannarale 2014), i Paesi del Nord Europa abbiano deciso di restringere le maglie per l’ingresso dei richiedenti asilo provenienti dalle coste italiane, applicando in un’ottica assai più rigida i dettami del Regolamento di Dublino. E non è neppure un caso che, all’alba della presidenza del semestre italiano al Parlamento europeo, il governo abbia voluto promuovere l’iniziativa Mos Maiorum, un’operazione di controllo sui migranti irregolari ed i sans-papiers presenti in Europa,

  mostrando una perfetta continuità […] con l’approccio poliziesco e repressivo delle politiche europee, del programma di Stoccolma e degli accordi di Dublino che, secondo i dati resi noti dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni lo scorso 29 settembre, sono responsabili della morte di 40.000 persone dal 2000, e più di 3.000 solo quest’anno nel solo Mediterraneo, che rimane la frontiera più pericolosa al mondo (http://www.cospe.org/comunicati-stampa/mors-maiorum-ordinanza-contro-i-migranti-irregolari/).

Accanto a queste immagini, che raffigurano l’immigrazione come un fenomeno fronteggiato dagli Stati, la letteratura nazionale e internazionale sul tema (Palidda 2010; Harris 1995) ha messo in luce una prospettiva di segno diverso, evidenziando come l’inasprimento delle politiche migratorie e la riduzione dei canali legali di ingresso per ricerca di lavoro non rispondano all’effettiva volontà dei governi nazionali di arrestare la mobilità in entrata, bensì alla necessità di governare e di assoggettare la forza lavoro resa disponibile dai movimenti migratori. D’altro canto, risulta ormai ampiamente documentato il paradosso per il quale i migranti, pur essendo divenuti indispensabili per la sopravvivenza di alcuni settori produttivi, continuino a trovarsi in una condizione di ricattabilità che contribuisce a perpetuare il loro sfruttamento e la loro dequalificazione professionale (Santoro 2010; Ambrosini 2013). È dunque verosimile ipotizzare che, dietro l’insistenza politica sul controllo delle frontiere nazionali ed europee, si celino in realtà dispositivi in grado di mantenere condizioni di disuguaglianza “pervasiva e sistematica” degli immigrati in tutti i settori di vita e di lavoro (Saraceno, Sartor e Sciortino 2013).

Partendo da tale ipotesi, questo contributo punterà ad analizzare criticamente alcuni degli effetti che il controllo del fenomeno migratorio ha prodotto sul mercato occupazionale e sul lavoro irregolare dei cittadini stranieri in Sicilia. Più in particolare, l’attenzione si focalizzerà sulle forme di reclutamento lavorativo dei richiedenti asilo accolti all’interno Cara di Mineo (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo), divenuto dal 2011 uno dei più importanti “laboratori” nei quali viene sperimentata la governance italiana dell’immigrazione. Lo studio sarà supportato dai risultati più significativi di alcune interviste in profondità – realizzate tra il mese di settembre e il mese di ottobre 2013 e rivolte a stakeholder impegnati a vario titolo nel campo dell’immigrazione – con i quali si conta di restituire un quadro sia delle dinamiche economiche e politiche che presiedono a quella che viene definita da più parti come l’industria dell’accoglienza (Centamori 2014), sia dei processi di inserimento dei richiedenti asilo tra le maglie dell’economia informale del territorio calatino.

Il fine ultimo del contributo è quello di mostrare come luoghi concepiti per contenere la mobilità delle persone possano, di contro, configurarsi come spazi a partire dai quali tale mobilità viene indirizzata e messa a valore all’interno di percorsi confinati che si intersecano con le caratteristiche produttive e con i bisogni economici dei contesti nei quali essi sorgono.

01 Mobilità e confinamento dei migranti in Sicilia

Il rapporto tra la libertà di movimento e le scelte costrittive dei migranti caratterizza la Sicilia sin da quando, con lo shock petrolifero del 1973 e con la consequenziale chiusura delle frontiere degli Stati più industrializzati del vecchio Continente, i paesi a Sud del Mediterraneo – «mai interessati dalla mobilità di forza lavoro straniera industriale e pertanto privi di legislazioni restrittive in materia di immigrazione» (Pirrone 2007: 39) – hanno conosciuto la loro trasformazione in aree di destinazione dei flussi migratori. Da allora, l’Isola – da sempre «piattaforma di ingresso e di transito per una parte consistente di popolazione straniera diretta verso l’Italia e la Comunità europea» (Caritas/Migrantes 2004: 457) – ha riformulato la propria posizione nell’ambito dello scenario disegnato dai flussi di mobilità umana sulla scorta delle fasi che hanno caratterizzato il sistema italiano ed europeo di governance dell’immigrazione. Dalla fine degli anni ’90, in seguito al passaggio «dall’Europa della speranza all’Europa della paura» (Rossi, Biondi Dal Monte e Vrenna 2013: 9) e all’affermarsi del paradigma securitario delle politiche migratorie, la Sicilia è assurta al rango di vero e proprio campo di battaglia «in cui si combatterebbe, secondo una visione diffusa, una sfida decisiva per respingere l’invasione in arrivo dall’Africa» (Ambrosini 2013: 17). Ne è la prova evidente l’elevata presenza di sbarchi che hanno fatto dell’Isola la prima e la principale terra di approdo dei richiedenti asilo nel continente europeo. Ma ne è la prova anche l’alta concentrazione di centri di accoglienza per migranti che, secondo quanto è stato recentemente documentato da fonti ufficiali, incidono in Sicilia con una quota pari al 34,0% sul totale delle strutture distribuite su tutto il territorio nazionale (Ansa 2014).

Questo dato se da una parte rimanda alla strategica posizione della regione siciliana nel panorama geopolitico e nella geografia delle rotte migratorie, dall’altra parte ci ricollega a quei dispositivi di natura istituzionale in grado di condizionare l’accesso e il reclutamento dei cittadini stranieri all’interno del mercato del lavoro. Da questo punto di vista, il legame tra i meccanismi di controllo della mobilità umana, la subalternità formale e sostanziale degli stranieri ed il loro sottoinquadramento occupazionale e salariale potrebbe rivelarsi utile per comprendere quali forme stiano assumendo nel contesto siciliano le strategie di governance dei flussi migratori.

02La presenza di immigrati che vedono la Sicilia come una fase temporanea del loro viaggio in Italia e in Europa ha prodotto la disponibilità di una manodopera precaria e a basso costo, da adattare alle esigenze momentanee del mercato e dei settori produttivi locali. Ciò è risultato ancora più vero in una fase storica come quella attuale nella quale la pressione dei flussi migratori in entrata ha coinvolto in modo particolare l’Isola, mettendo in moto una “macchina dell’accoglienza” che ha agito talvolta come dispositivo di selezione della mobilità e di smistamento della manodopera. A questo proposito, è emblematica la testimonianza di Don Luciano de Silvestro – direttore della Caritas diocesana di Caltagirone – da noi raccolta nel corso della nostra indagine:

Quelle persone che vogliono scappare dalla Sicilia e non hanno i mezzi devono trovare per forza un lavoro a volte, anche per un pacchetto di sigarette vanno a lavorare. Tutte le zone del Calatino sono così. Poi vogliamo stare zitti, ma è così. Poi ci sono alcuni imprenditori che continuano a mantenere un minimo di coscienza e allora danno una paga giornaliera un po’ più alta, ma è la minima parte. Chi lavora per 20 o per 25 euro forse ha i permessi di soggiorno, è regolamentato in Italia e si accontenta di poco. Chi invece vuole andare via e ha bisogno di denaro prende qualunque cosa anche a bassissimo prezzo (Don Luciano de Silvestro, 24 settembre 2014).

Il bisogno primario del lavoro da parte dei cittadini stranieri inseriti nel circuito della protezione internazionale ha finito con il convergere con le esigenze economiche dei contesti nei quali i centri per richiedenti asilo sono stati collocati, con conseguenze significative sulle dinamiche occupazionali e sulle forme di convivenza tra immigrati e tra questi ultimi e la popolazione autoctona. Alcuni recenti studi hanno messo in luce questa dialettica tra push and pull factors delle migrazioni internazionali, mostrando come «la presenza di alcuni tra i più grossi centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) italiani a ridosso delle aree del Mezzogiorno nelle quali c’è più richiesta di manodopera» (Perrotta 2014: 31) abbia provocato un effetto paradossale: «migranti africani sopravvissuti al Sahara e alla traversata del Mediterraneo […] finiscono direttamente nei “ghetti”, a chiedere lavoro ai caporali» (Ibidem). Così come è stato sottolineato qualche anno fa per i centri di trattenimento (Giergji 2006), appare dunque chiaro come il sistema di accoglienza dei cittadini stranieri non solo non si sottragga alla logica della svalorizzazione della forza-lavoro straniera, ma contribuisca ad irrobustirne le fondamenta.  Alla luce di tali evidenze, appaiono ancora più significativi i risultati della nostra indagine sui processi di reclutamento lavorativo dei richiedenti asilo nel Cara di Mineo dei quali si offre una prima lettura nelle pagine che seguono.

03 I richiedenti asilo nel CARA di Mineo tra segregazione e lavoro

A conferma dell’importanza del nesso esistente tra i processi migratori e le dinamiche relative alla sfera socio-economica e del lavoro (Zanin 2004), per analizzare le forme con le quali avviene l’inserimento dei richiedenti asilo del Cara di Mineo nell’ambito del mercato sommerso ci soffermeremo in prima battuta sul contesto sociale e produttivo nel quale tale struttura si colloca.

Il Cara di Mineo viene considerato dai gestori il fiore all’occhiello dell’accoglienza italiana. La struttura – che in origine venne concepita come residenza per i marines americani impiegati nella vicina base militare di Sigonella – a partire dal 2011 conobbe una significativa conversione, diventando il principale centro per richiedenti asilo con il quale venne fronteggiata la emergenza Nord Africa e, con essa, la ripresa della “crisi sbarchi” nel Mediterraneo dopo alcuni anni di interruzione. Le testimonianze raccolte nel corso della nostra indagine hanno confermato come questo luogo rientri senz’altro tra i casi più esemplari della cosiddetta Shock Economy (Klein 2008), trattandosi di una “impresa” a finanziamento statale nata sull’onda della psicosi collettiva che colpì Lampedusa in seguito alla gestione politica degli arrivi dal mare e fondata sulla cosiddetta “economia dell’emergenza” (Mangano 2011):

Sicuramente ci sono degli interessi che spingono affinché questo Cara venga gestito sempre in maniera emergenziale. I soldi entrano e la gente percepisce tanti soldi (Beatrice Gornati, Borderline Sicilia, 18 settembre 2014)
A Mineo si pagano 75 euro al giorno per ogni migrante residente lì dentro. Tu considera che se gestisci questo centro come lo gestiscono loro, con dieci avvocati – ci sono dieci avvocati per 4000 persone – e con sei psicologi capisci bene che sicuramente c’è un “mangia mangia” enorme (Riccardo Campochiaro, avvocato del Centro Astalli Catania, 25 settembre 2014)

Nelle parole dei nostri testimoni qualificati, la presenza del Cara ha avuto un forte impatto sul tessuto sociale e sul contesto economico del Calatino, generando una tensione contraddittoria tra opposizione e approvazione da parte dei cittadini:

A Mineo si vive continuamente in questa doppia tensione: il Cara dà fastidio ma al tempo stesso lo si vuole perché crea lavoro e porta ricchezza (Salvo Catalano, giornalista).
Il Cara di Mineo è l’azienda più grossa del Calatino. È naturale che è una fonte di lavoro per tanti, un’opportunità di occupazione anche a breve termine. Tutto questo si ripercuote sul tessuto sociale perché il Cara “offre”. Il nostro business ormai sono diventati gli stranieri (Don Luciano de Silvestro, 24 settembre 2014)
Il Cara di Mineo è il mega business della pseudo-accoglienza. Il Cara è la fonte occupazionale più grande del Calatino. Per questa ragione c’è la totale assenza delle organizzazioni sindacali, che sono solidali solo con i poliziotti quando ci sono le manifestazioni di protesta per richiedere maggiore sicurezza, mentre nessuno si fa carico della maggiore sicurezza delle vittime, che sono i migranti (Alfonso Di Stefano, Rete Antirazzista Catania, 25 settembre 2014).

04Oltre a fornire un contributo significativo in termini occupazionali, la presenza del Cara ha agito nel profondo del contesto produttivo, incidendo in vario modo sull’economia agricola del territorio calatino. Le interviste da noi realizzate hanno messo ben in evidenza come esista un rapporto assai ambiguo tra i coltivatori del luogo e i richiedenti asilo. Il Cara, collocandosi nel mezzo della distesa di agrumeti che connotano la produzione agricola locale, ha infatti innescato una situazione altamente conflittuale tra le parti interessate. Per un verso, la presenza della struttura ha suscitato numerose proteste da parte dei proprietari terrieri che hanno visto il proprio fondo agricolo non soltanto “deprezzato” a causa della vicinanza con il centro, ma anche derubato da alcune “razzie” dei richiedenti asilo, di passaggio nelle campagne per raggiungere il centro abitato di Mineo:

Non abbiamo più pace. Non possiamo più lasciare niente nelle nostre case perché questi extracomunitari vengono nelle campagne e entrano nelle nostre proprietà. Per non parlare degli alberi di arance, tutti distrutti! (P., abitante di Mineo, 9 ottobre 2014)
I richiedenti asilo fanno 11 km a piedi per arrivare a Mineo e, magari anche per dissetarsi, prendono qualche arancia dalle campagne circostanti. Gli agricoltori protestano, vogliono delle indennità per i danni subiti. Ci sono dei casolari abbandonati, ma loro dicono che ormai sono occupati dai migranti, e dunque vogliono il risarcimento (Hassan Maamri, responsabile Immigrazione Arci Sicilia, 24 settembre 2014)
Vicino al Cara ci sono tanti agrumeti che sono andati distrutti dai ragazzi perché passeggiando e uscendo fuori dal Cara qualcosa dovranno pur fare! Allora c’è chi lo fa perché ha voglia e piacere di prendersi quattro arance, c’è chi ruba le arance per andarsele a vendere (Angela Ascanio, presidente della cooperativa “San Giovanni Bosco”, 24 settembre 2014)

Oltre a generare episodi di tensione e di malcontento, la strategica collocazione del Centro ha, per altro verso, attivato un rapporto fecondo con le campagne circostanti, incentivando meccanismi di reclutamento lavorativo dei richiedenti asilo che hanno assunto una portata crescente soprattutto negli ultimi due anni:

Con la crisi che c’è nel mondo agricolo il datore di lavoro tende a risparmiare in tutti i sensi. Rischi di più a far lavorare persone in modo irregolare, ma ci guadagna di più. Gli “affricani” – ed è quello che accade nel Cara di Mineo – si fanno trovare alle 7 del mattino in un determinato posto, passa il tizio locale – ora non ti sa dire che ruolo ha – recluta alcuni lavoratori, li porta a lavorare in campagna e gli da 3 euro l’ora o 10 euro al giorno (Angela Tasca, Fai Cisl Caltagirone, 24 settembre 2014)
 Al Cara di Mineo i ragazzi sostano in attesa che passi il pulmino o qualcuno che li recluti per andare a lavorare per poche decine di euro al giorno. I ragazzi che vivono nel Cara hanno individuato dei punti strategici per la vicinanza alle aziende agricole nei quali si fermano e aspettano che qualcuno li prenda (A. Ascanio)
Al Cara di Mineo i richiedenti asilo sono discriminati due volte non solo perché vengono sfruttati e pagati ancora meno di un immigrato economico, ma anche perché in questo caso viene leso un loro diritto chiaro e legittimo, che è quello di essere inseriti dentro percorsi di inserimento sociale e occupazionale. I ragazzi richiedenti asilo non hanno scelta innanzitutto perché non hanno la possibilità di essere assunti. Finché non si chiarisce il loro status giuridico loro rimangono soltanto come “ospiti temporanei” (H. Maamri).

05Le poche pagine a nostra disposizione non possono fornire un’analisi esaustiva dei primi risultati qui illustrati. Le evidenze empiriche emerse nel corso dell’indagine sono tanti e tali da richiedere un approfondimento ulteriore che ci proponiamo di sviluppare in uno dei numeri successivi della rivista. Volendo tirare le fila della nostra riflessione, non ci rimane che sottolineare come la concentrazione di persone dallo status giuridico indefinito all’interno di contesti che necessitano di una manodopera flessibile e senza diritti abbia creato le condizioni per un adeguamento alle necessità del mercato del lavoro, ed in particolare a quello sommerso. Tale constatazione ci spinge, in termini conclusivi, a consegnare al lettore la domanda che ha aperto questo excursus analitico: è possibile che il sistema di governance delle migrazioni abbia attivato dei dispositivi di natura istituzionale tali da consentire forme di “inclusione differenziale” (Pirrone 2007: 46) dei cittadini stranieri nel perimetro del mercato del lavoro?

Dialoghi Mediterranei, n.10, novembre 2014
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Antonella Elisa Castronovo, giovane laureata in Antropologia culturale presso l’Università degli Studi di Palermo, è attualmente dottoranda di ricerca in Storia e Sociologia della Modernità presso l’Università di Pisa e collabora alle attività di indagine del Dipartimento “Culture e Società” della Scuola delle Scienze Umane e del Patrimonio Culturale dell’Università di Palermo. Tra i suoi interessi di ricerca, lo studio delle migrazioni nel mercato del lavoro italiano e l’analisi dei processi di rappresentazione politico-mediatica della “vicenda Lampedusa”. Su questi temi ha già pubblicato numerosi saggi in volumi collettanei.

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