Raccontare i luoghi vissuti quotidianamente da una moltitudine di persone in transito, in cui le relazioni sono fluide ed estemporanee, dove i paesaggi sonori fatti di rotaie, treni in partenza, vocii, fischi e annunci, fanno da sfondo ad una cornice di anime peripatetiche e corpi supini al tempo della transumanza lavorativa ed ontologica; mettere al centro della narrazione la marginalizzazione degli abitanti clandestini dei luoghi della socializzazione istantanea, come la Stazione Centrale di Roma, è parte dell’obiettivo prefissato dai registi del docufilm “San Damiano”: uno sguardo trasversale su vite a margine, in un lavoro cinematografico basato sull’osservazione partecipante, che sviscera mondi paralleli a quelli istituzionalizzati e convenzionali. Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes, in questo lungometraggio distribuito da Red Sparrow, scandagliano un mondo inesplorato e invisibile, scartato e reietto.
Il film “San Damiano” ha un titolo ossimorico. Gli spettatori si trovano di fronte a volti e corpi esposti senza mediazioni o filtri all’obiettivo. Crudo, diretto, il documentario girato tra i clochard della stazione capitolina è un viaggio introspettivo sull’esistenza irregolare e turbolenta dei protagonisti: Damiano, Sofia, Christofer, Alessio, Dorota, e tanti altri, ai quali viene affidato il compito di offrirsi nella loro nudità e urlare il proprio grido di dolore attraverso le riprese della routine quotidiana, delle scansioni della precaria esistenza.
L’ossimoro si coglie nell’esperienza del protagonista principale, Damiano, un giovane trentacinquenne polacco, trasferitosi a Roma per cercar fortuna e riscattarsi attraverso il rap, ma presto pedina di sistemi devianti, esito visibile di quei mondi difficili da attraversare posti sul sottile crinale tra normalità e crimine.
Il film è incentrato sulla figura del giovane, che porta il nome di un santo, ai quali vengono attribuiti poteri taumaturgici e protettivi nella storia del Cristianesimo, ma è anche il nome la cui etimologia rimanda al demos, al popolo, letteralmente, “uomo del popolo”. Secondo la Chiesa cattolica, Damiano d’Africa fu un soldato romano martirizzato per la sua fede cristiana.
Damiano vive tra le volte delle mura Aureliane. Lì, tra i sassi e gli scarti di cibo avanzato, si muove il protagonista che mostra l’inferno in cui è immerso, le lotte intestine tra i senzatetto, le dinamiche della sottocultura rispetto ad un sistema sociale che non tollera gli emarginati e gli inetti della Capitale. In gioco, l’identità plurale del giovane polacco, traumatizzato dalle violenze e dal rapporto conflittuale con la madre, Damiano è, al contempo, un Santo che protegge, e un Diavolo all’inferno.
“Io non sono un barbone”, questa la stringa che segna nell’immediato il processo di costruzione identitaria di Damiano, che traccia in prima istanza il confine tra clochard e vincitori sociali in una scala idiosincratica, fatta di categorie emendate e strutturate sul cosmo che i protagonisti stessi hanno creato.
Lo sguardo plurale su cui si soffermano i registi nella narrazione filmica dei profili dei protagonisti è molto denso. Ogni personaggio racconta il proprio habitus, attraverso l’esposizione diretta, senza filtri né espedienti e strategie filmiche edulcorate. Primi piani, sorrisi, scene del quotidiano, soste e stazionamenti sui marciapiedi della stazione sono i luoghi simbolici di queste vite al limite. Le storie di vita dei personaggi intervistati e seguiti durante l’intera giornata per lunghi periodi aprono scenari aberranti, sollevano dubbi circa le dinamiche sociali di quel sottogruppo che vive nell’area metropolitana in un microcosmo ordinato da regole precise con ruoli, forme e codici prestabiliti.
È il volto sorridente di Sofia, la donna di origine africana, che ha una liaçon con Damiano. Le scene inequivocabili mostrano una donna provata con una carriera manageriale alle spalle e una consapevolezza forte del sé. Prostituzione, droga e violenza fisica, sono le determinanti che fanno da cornice al quadro esistenziale di questa donna. Protetta e al contempo picchiata da Damiano, Sofia chiede spiccioli ai passanti delle aree adiacenti, trascorrendo la giornata sul ciglio della strada davanti al semaforo. Anche lei vive tra le mura, beve vino rosso e racconta che vivere la stazione non è poi così male, poiché “ognuno vive nel suo mondo”. “Io non faccio la schiava” asserisce Sofia durante le interviste biografiche sul campo, ponendo in evidenza quello scontro di civiltà che rievoca conflitti latenti.
È lo sguardo cupo e triste di Alessio, asservito alla droga; quello dolce di Christofer, appassionato di musica e compagno di avventure di Damiano, orfano e straniero, anche lui abitante delle mura Aureliane. È la dolcezza di Dorota, che racconta di essere stata drogata e violentata da un gruppo di uomini puniti dal protagonista che, in una scena molto forte, picchia brutalmente il “compagno” esanime. Il Santo assolve ai suoi obblighi, protegge e mantiene l‘ordine.
“San Damiano” è un racconto di vita di pasoliniana memoria. È un film in cui l’obiettivo secondario, ma non meno importante, è quello di fotografare attraverso la narrazione biografica e la ricerca sul campo, la zona liminale in cui vive il “rifiuto” delle grandi metropoli urbanizzate, ma è anche il fil rouge che racconta di vite spezzate, corpi abusati, sostanze alteranti, rapporti promiscui e leggi taciute ma note alle bande.
Una scena che ricorre spesso vede Damiano intento a salire su questa torre, alla stregua di un soldato. La sua routine è cadenzata tra la difficoltà di trovare abiti puliti, le richieste di aiuto per il cibo, in una trama narrativa in cui presente e passato convivono e si mescolano.
Un documentario che sembra denunciare una società inetta e, per contro, la rivalsa e la resilienza cui questi uomini e queste donne ambiscono. Cercano spazio in questo mondo ordinato attraverso la musica, ma non sempre l’epilogo delle vite al margine è positivo.
Dopo avere raccontato le logiche che governano le storie dei protagonisti, il film presenta l’altra faccia della medaglia: lo Stato di diritto. Parallelo e poco affidabile, fa capolino, mediante un espediente criminogeno. Sofia viene picchiata brutalmente da Damiano e decide di denunciarlo. Viene arrestato e condannato ai domiciliari, ma poiché sprovvisto di dimora, è condotto in carcere. Sofia avvia un rapporto epistolare, ma le loro vite si separano. I volti provati e sorridenti che campeggiavano nello schermo, spariscono. Pare che non vivano più in stazione.
L’epilogo del film è affidato alla musica di Damiano: dolore, rabbia, violenza, aneliti d’amore. Questi gli elementi costitutivi e consustanziali della vita di Damiano e della storia di “San Damiano”. Di un mondo a parte, eppure vicino, terribilmente vicino. Di un universo umano invisibile, eppure vivo e presente accanto a noi, in mezzo a noi, sprezzanti, distratti o indifferenti.
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
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Valeria Salanitro, ha conseguito una laurea magistrale in Scienze della Comunicazione Pubblica, d’Impresa e Pubblicità (curriculum Comunicazione Sociale e Istituzionale), presso l’Università degli Studi di Palermo; nonché un diploma in Politica Internazionale (ISPI) e uno in Studi Europei (I. Me.SI.). Ricercatrice indipendente, redattrice e autrice di molteplici contributi inerenti la Politica estera, le Scienze Umane e i Gender Studies. Ha collaborato con diversi Istituti e testate giornalistiche. Il suo ambito di ricerca verte sui Visual and Culture Studies e sulla Sociologia dei fenomeni Politici; si occupa di immagini declinate in senso plurale, nonché dell’uso politico delle medesime nel contesto internazionale. Tra le sue pubblicazioni scientifiche annoveriamo: La rappresentazione mediatica dello Stato Islamico, edito da Aracne 2022 e Immagini di genere. Donne, potere e violenza politica in Afghanistan, Aracne 2023.
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