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Dalla parte delle donne. Vita di una partigiana

di-giorgi-copertinadi Piero Di Giorgi

Leggere un libro che ti richiama alla memoria parte della tua vita giovanile è un fatto coinvolgente, ti attiva mondi vitali, passioni lontane, ideali incarnati nella prassi, entusiasmi ma anche sofferenze e delusioni vissute e, perché no, anche errori compiuti.

Quando la mia amica Minette Macioti mi ha parlato del progetto di fare un libro di testimonianze su Maria Michetti e mi ha proposto di contribuire con un mio ricordo personale, ho declinato l’invito perché pensavo di non sapere cosa scrivere, non avendo avuto un rapporto continuativo di frequentazioni con Maria. Eppure, leggendo il libro collettaneo, curato da Maria Immacolata Macioti (Maria Michetti, Volevo un mondo migliore, Ediesse edizioni 2019, in copertina ritratto di Raphael Mafai) e con un lungo saggio  della stessa curatrice e poi con la testimonianza della sorella più piccola Maria Giuseppina e i contributi di Sandro Portelli, Nicola R. Porro, il figlio Marco Marroni, Franco Ferrarotti, Donatella Panzieri, Carla Modesti, mi sono riaffiorati tanti ricordi e tante cose che condividevo con il personaggio del libro. Sì, perché Maria Michetti è stata una protagonista importante del Novecento, ma di quelle che, per coerenza coi propri ideali, non fanno carriera e quindi vengono presto dimenticate, tranne da coloro che l’hanno conosciuta tra cui chi ha scritto di lei in questo libro.

foto1Quando ho avuto la fortuna di conoscerla, Maria era una signora cinquantenne. Lavorava presso il dipartimento di sociologia di Ferrarotti, che, all’epoca, si trovava sotto la galleria Esedra, nella piazza omonima, poi rinominata piazza della Repubblica, vicino al noto bar-pasticceria Dagnino, palermitano, dove andavamo e ancora oggi vado, quando sono a Roma, a mangiare il cannolo o altre specialità siciliane. Allora, alcuni di noi di psicologia, che collaboravamo con la cattedra di Gerard Lutte e quelli della scuola di sociologia di Ferrarotti, sentivamo l’esigenza comune di un cambiamento di metodi della ricerca, da quelli quantitativi a quelli qualitativi, basati sulla raccolta di storie di vita. E anche noi, prima di passare alla nuova facoltà di psicologia in via dei Sardi, eravamo ospiti nella facoltà di magistero a piazza Esedra, sul lato opposto, accanto alla chiesa di S. Maria degli Angeli. Io, allora ero professore incaricato di Psicologia dell’età evolutiva presso la facoltà di lettere e filosofia della Sapienza e perciò spesso attraversavo la piazza e andavo a trovare Maria Immacolata Macioti e anche Maria Michetti. In quel periodo ero anche redattore del Manifesto e ricordo che anche Maria mostrava vicinanza con le posizioni dei fuoriusciti dal PCI, anche perché lei era stata sempre molto vicina a Aldo Natoli all’interno del Partito nel quale aveva sempre militato.

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Forte Bravetta, fucilazione dell’anarchico Schirru

Come lei stessa ha scritto, sono state le braccianti del Casaletto a farle acquisire una prima consapevolezza politica, allorché un giorno l’hanno invitata ad alzarsi l’indomani all’alba perché avrebbero fucilato Schirru al Forte Bravetta. Maria aveva appena 9 anni, esce di casa e vede donne e uomini che aspettavano il crepitìo dei colpi delle fucilate. Quando si è consumato l’assassinio, le donne pregavano in ginocchio e gli uomini bestemmiavano. Quella scena è rimasta impressa in lei per sempre. Tuttavia, la sua prima presa di coscienza antifascista avviene nel 1938, allorquando per effetto delle leggi razziali, ha visto scomparire dalla sua classe alcuni compagni di scuola ebrei. Infatti, Maria ha frequentato il liceo Visconti, luogo di formazione antifascista, dove i professori erano contrari al regime, nonostante portassero il distintivo del Partito Nazionale Fascista. Questa scelta si è consolidata nel momento in cui l’Italia è entrata in guerra nel 1940 e Maria era una convinta pacifista.

Per quanto riguarda i suoi primi contatti con il Partito comunista, lei dichiara che ciò è avvenuto nel 1942 ma non dice chi è stato a metterla in contatto con la struttura clandestina del Partito. Di certo c’è che Maria, antifascista e di sinistra critica, simpatizzante del PCI clandestino, è già una militante il 25 luglio del 1943 e l’8 settembre partecipa, non con le armi perché era profondamente contro la violenza, alle vicende che si svolgono intorno a Porta S. Paolo, dove incontra un suo professore del Visconti, Raffaele Persichetti, che lì è morto. Lei è stata una giovane partigiana nei nove mesi della Resistenza romana, clandestina, che compariva e scompariva da casa, dormiva in decine di luoghi diversi, faceva la staffetta e organizzava anche le donne, soprattutto quelle del Casaletto e gli assalti senza armi ai forni per il pane, per temperare la fame sua e delle donne, contribuendo a liberare l’Italia e a restituire l’onore agli italiani. In quei mesi si era diffuso il mito della “riccia” per la sua chioma molto abbondante e, dopo la liberazione di Roma nel giugno del 1944, Maria è conosciuta in tutta la città ma soprattutto nelle borgate e tra le donne. Riprende gli studi universitari ma li interrompe quando le manca solo un esame e la tesi per laurearsi in lettere, perché coinvolta a tempo pieno nell’attività politica. Comincia a lavorare come funzionaria nella Federazione romana del PCI e comincia a viaggiare.

A guerra finita, nel 1945, viene inviata nella Iugoslavia a una riunione della gioventù comunista. Nel 1946, si reca in Unione Sovietica con una delegazione del PCI. Nel 1952, all’età di trenta anni, fa parte come assessore alle politiche sociali della giunta provinciale romana guidata dall’avvocato Giuseppe Sotgiu e fino all’aprile del 1956, battendosi per il lavoro, soprattutto delle donne, realizza una rete di asili-nido e potenzia i servizi in favore delle famiglie più disagiate. Entra anche nell’organigramma della Federazione romana. Nella primavera del 1956, Maria viene inviata in Sicilia dove si svolgono le elezioni amministrative. Ricorda che le campane suonavano a stormo quando lei iniziava a parlare in molti paesi siciliani e un comizio è stato sciolto a suon di fucilate e bombe carta dai mazzieri del capomafia locale.

cngresooAll’VIII Congresso nazionale del dicembre 1956, viene eletta nella Commissione centrale di controllo e successivamente nella Commissione femminile nazionale. Nello stesso 1956, finita l’esperienza alla Provincia, Maria è stata eletta nel consiglio comunale di Roma, capogruppo era Aldo Natoli, con cui si è sviluppato un lungo rapporto di profonda amicizia e dove resterà fino al 1971. È sempre in prima linea nel ruolo di opposizione in una lotta senza quartiere contro l’assistenzialismo democristiano. Cominciano gradualmente gli anni delle grandi speculazioni edilizie e il sacco di Roma. Durante la sua lunga attività in Consiglio comunale, è sempre impegnata a favore dei più deboli che, in quel periodo, erano gli abitanti delle baracche, sorte nelle periferie della città. Maria ancora una volta candidata al consiglio comunale di Roma, ma non sostenuta dall’apparato di partito, sfiora ugualmente l’elezione a sorpresa per la simpatia e la stima di cui gode in parte dell’elettorato. Dopo l’espulsione dei compagni del Manifesto, è rimasta vicina alle posizioni di Pietro Ingrao. Tutto ciò l’ha portata gradualmente verso una dolorosa emarginazione e verso una forte crisi esistenziale.

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Maria Michetti con la delegazione del PCI in visita in Cina nel 1959. Mao al centro, all’inpiedi Chiaramonte, seduto a sx. Pajetta

A partire dal 1959, aveva iniziato a collaborare con Nilde Jotti presso la sessione femminile delle Botteghe oscure, divenendo la sua vice nazionale. Nello stesso anno parte per la Cina con la prima delegazione ufficiale del PCI. Nel 1960 viene rieletta nella Commissione centrale di controllo al IX congresso del PCI e confermata in tale incarico nel X e XI congresso (1962, 1966), continuando a collaborare come vice della Jotti nella Commissione femminile delle Botteghe Oscure, anche se c’è un’aria diversa nel PCI, anche a causa dell’indebolimento della Jotti a seguito della morte di Togliatti nel 1964, ma soprattutto per le posizioni critiche di Maria, molto vicina alle posizioni di Pietro Ingrao e di Aldo Natoli e di alcuni del gruppo del Manifesto, come Luciana Castellina, con la quale aveva una stretta amicizia nata all’interno dell’UDI (Unione Donne Italiane).

udi_1949_iii-congresso-nazionale_0306-1024x781Al XII Congresso del PCI del 1969, Maria viene esclusa dalla Commissione centrale di controllo pur rimanendo funzionaria presso la Sezione femminile delle Botteghe Oscure. Constatata una graduale emarginazione, scrive alcune lettere ai massimi dirigenti del PCI, di cui l’ultima a Enrico Berlinguer, in cui chiede spiegazioni della sua progressiva estromissione e dalle quali emerge una grande amarezza e delusione. Maria, in quest’ultima lettera, lunga e articolata, tra l’altro scrive: «il compagno, il funzionario di Partito, che dissente su specifici problemi e in determinate situazioni, ma mantiene alta la sua tensione  morale e intellettuale e non risparmia se stesso nel lavoro e nell’impegno, non è un colpevole che va punito, ma un combattente al quale si chiede uno sforzo maggiore, proprio perché in lui è presente un dubbio sulla giustezza delle scelte operate, ma non gli si può chiedere di rinunciare alle proprie opinioni». La sua graduale esclusione da incarichi nazionali avviene nonostante, il 21 novembre 1969, Maria Michetti non abbia votato contro l’espulsione ma si sia astenuta e nonostante avesse rimarcato che alcune delle posizioni sostenute dai compagni del Manifesto non la trovavano concorde. In altri termini, Maria Michetti è stata una vittima sacrificale delle posizioni dogmatiche e autoritarie del PCI dell’epoca, nonché della arretratezza del partito e del moralismo sulla questione femminile e familiare, considerato anche il caso Togliatti-Jotti, vissuto come uno scandalo.

udi_1945_1-congresso-nazionale-delludi_088La sua condizione di malessere e di disagio è lapidariamente espressa in risposta a una lettera del segretario della federazione romana Luigi Petroselli, che considerava grave e inammissibile la posizione di Maria di non partecipare alla seduta del consiglio comunale per dissenso con le posizioni del Partito, alle quali ella risponde che è «molto provata e nelle peggiori condizioni personali», dichiarando che non aveva intenzione di lasciare il Partito. Da lì a poco, però, Maria consegna la lettera di dimissioni da funzionaria del Partito, dove, tuttavia, continua a militare fino al cambiamento del nome e oltre.

Pur non rinunciando mai al primato della politica, Maria si caratterizzava per la sua libertà da schemi ideologici rigidi, ovunque esplicasse il suo impegno. Ha agito sempre con spirito libero e inquieto. Come la definisce Ferrarotti, è «la minoritaria nata», «colei che pratica quotidianamente, giorno dopo giorno, lo spirito critico, l’anarchia naturale». Ciò vale nel PCI, dove Maria non è stata mai subalterna e ligia alle posizioni ufficiali del Partito come nell’UDI, dove non è stata incline né al femminismo collaterale verso il PCI né al femminismo radicale, entrando spesso in conflitto con l’organizzazione, in particolare con Adriana Seroni, dirigente del femminismo di partito, alla quale rimproverava un’omologazione ai modelli culturali maschili.

Maria stessa, in un incontro con le donne nella sede dell’UDI di Bologna, nel 1990, afferma: «non sono mai stata funzionaria dell’UDI. La mia presenza nell’associazione ha avuto sempre un carattere volontario dai lontani anni ’40 fino a oggi. LUDI è stata quindi per me un luogo scelto nel quale si è venuta maturando la mia presa di coscienza e il mio impegno nel movimento delle donne e nel femminismo». Infatti Maria, sin dalla lotta clandestina partigiana ha lavorato sempre tra le donne romane, dall’assistenza alle parenti dei partigiani incarcerati e caduti durante l’assalto ai forni, passa al lavoro politico sempre con le donne dopo la liberazione di Roma. Si è impegnata nei quartieri e nelle borgate, che conosceva molto bene ed era conosciuta e stimata da operai, fornaciai e prostitute e cioè degli ultimi della scala sociale.

a63b1e4204f84a3c38be04ed7c4e9a82_xlNegli atti della conferenza della federazione romana del PCI del 1944 si legge che la partigiana Maria Michetti ha dato conto della situazione delle donne iscritte nelle sezioni (2200 a Roma e 914 nella Provincia). E anche recentemente la centenaria Marisa Cinciari Rodano ha voluto ricordare l’azione svolta dalla Commissione femminile del PCI diretta da Maria Michetti, impegnata nella battaglia per fare partecipare le donne all’attività del Partito. Attraverso i documenti dell’Archivio centrale dell’UDI e presso la Fondazione Gramsci si possono ricostruire i 40 anni di militanza di Maria nell’UDI, la quale, nel 1954, è entrata formalmente nel Consiglio nazionale.

Dopo essere stata emarginata dalla politica istituzionale per le sue posizioni critiche, Maria si dimette da funzionaria nel 1971, ma rimane nel Comitato federale di Roma e, allorché c’è stata la svolta della Bolognina, ha aderito alla seconda mozione, venendo eletta al primo Comitato Centrale del PDS per la minoranza. Tuttavia, dal 1971, le sue energie sono soprattutto investite nell’Università. Si laurea con una tesi sull’evasione scolastica e comincia a collaborare con la cattedra di sociologia di Franco Ferrarotti, dove continua il suo impegno civile e sociale divenendo ricercatrice confermata. Dedita alla riqualificazione urbana nelle borgate romane, persegue sempre i suoi obiettivi, cerca le donne delle borgate e delle periferie romane, proseguendo la sua battaglia di rivendicazione dei diritti di uguaglianza e giustizia, mostrando concretamente la sua lontananza dai giochi di potere, dalla politica come carriera. Lei la faceva per passione e con grande coerenza ai princìpi cui si era sempre ispirata e che l’avevano portata alle scelte che aveva fatto. Non a caso era sempre attenta ai movimenti e alle esperienze di dissenso.

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Maria Michetti davati alla demolizione del borghetto di Valle Aurelia, primi anni 80 (ph. Franco Ferrarotti)

Come ricorda la Macioti nel suo intervento, Maria è l’artefice principale delle loro immersioni nelle periferie urbane disastrate, dove c’è sempre qualcuno che la riconosce e ciò rappresenta una garanzia per essere accolti, una sicura agevolazione del lavoro dell’équipe di ricerca.

Negli anni ’80 c’erano già i migranti, il cui punto di riferimento a Ostia erano la Caritas e il gruppo di Ferrarotti, tra cui la Macioti e la Michetti avevano condotto centinaia di interviste per conto del Centro sudi del Comune di Roma.  Sempre la Macioti ricorda come l’anno 1977 sia stato un anno nero, non soltanto per Maria, che perde il marito Marcello il 30 settembre, ma anche per l’occupazione della facoltà di sociologia, l’impossibilità di fare lezioni, l’aggressione a Ferrarotti, la morte dello studente di Lotta Continua da parte dei fascisti sempre il 30 settembre, mentre Pietro Ingrao, Presidente della Camera si trovava a fare le condoglianze a Maria Michetti.

scuolaLa Macioti ricorda anche il lavoro comune di ricerca sulla scuola, fatto alla Magliana Nuova con il nostro amico e collega Gerard Lutte, convinti come eravamo, già allora, dell’importanza dell’interdisciplinarietà e con la partecipazione degli abitanti che avevano capito che eravamo dalla loro parte. Da questa esperienza è nato il nostro libro collettaneo dal titolo Scuola alla Magliana. Ragazzi e ragazze delle medie di organizzano in collettivo e lottano per una scuola diversa, edito dal Centro di documentazione di Pistoia e dal centro di cultura proletaria della Magliana.

Maria lascia l’università nel 1987 per pensionamento, ma continuerà a lavorare nella ricerca. La collaborazione tra Maria Immacolata Macioti e Maria Michetti dura ancora per anni, sicuramente fino al 2000. Poi cominciano per Maria una serie di cadute, che la porteranno su una sedia a rotelle e tuttavia Maria Immacolata Macioti continua ad andarla a trovare fino al 2004, finché Maria non vorrà più essere vista da nessuno. La sua dimora terrena si conclude l’8 settembre 2007.

Penso si possa dire che Maria Michetti è stata una persona poliedrica, un’infaticabile e attiva protagonista nella politica, nell’impegno culturale, nella ricerca, esperienze tenute insieme grazie alla sua sensibilità umana attenta al riscatto degli ultimi e al miglioramento del mondo.

Dialoghi Mediterranei, n. 42, 2020

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Piero Di Giorgi, già docente presso la Facoltà di Psicologia di Roma “La Sapienza” e di Palermo, psicologo e avvocato, già redattore del Manifesto, fondatore dell’Agenzia di stampa Adista, ha diretto diverse riviste e scritto molti saggi. Tra i più recenti: Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa (F. Angeli, Milano 2004); Dalle oligarchie alla democrazia partecipata (Sellerio, Palermo 2009); Il ’68 dei cristiani: Il Vaticano II e le due Chiese (Luiss University, Roma 2008), Il codice del cosmo e la sfinge della mente (2014); Siamo tutti politici (2018).

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