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Visioni bahiane

Bahia, cattedrale barocca

Salvador de Bahia, cattedrale barocca (ph. Massimo Canevacci)

di Massimo Canevacci

- 1. doppie file

Negli ultimissimi anni sono stato spesso a Salvador, nonostante che la “mia” metropoli prescelta e vissuta a lungo sia stata São Paulo; ora vorrei trattare un argomento che a me sembra centrale, almeno per il traffico (e la cultura) di Roma, che causa non solo caos, blocchi, liti e persino comportamenti vissuti come “normali”, cioè lasciare la propria auto in seconda e a volte persino in terza fila, sentendosi liberi di andare aL caffè, dalla mamma, a lavoro e anche a mangiare con tranquillità. La questione presenta diverse riflessioni, comportamentali, architettoniche, urbaniste, etiche e persino del codice.

Nel Brasile che conosco bene, Salvador e São Paulo, fermarsi in doppia fila è percepito come violare una regola di sopravvivenza e di legittimità: nessuno ferma la propria macchina in doppia fila se non per pochi secondi (far scendere o far salire una persona), con un senso di colpa e una attenzione a liberare prima possibile, scusandosi, la corsia occupata. Una regola inconcepibile per qualsiasi guidatore romano. Non parliamo delle soste sulle strisce, che ormai è diventata una prassi accettata persino dai pedoni, atteggiamento impossibile in questo Brasile, o addirittura la sosta sopra il marciapiede. Perché?

Le motivazioni sono diverse:

Urbanistica: le case normalmente hanno il parcheggio delle auto private sotto l’edificio, e la gestione dei parcheggi affidati a singoli inquilini è gestita da funzionari riconosciuti come tali; certamente questo libera una parte considerevole del traffico urbano, ma non è sufficiente. Se una coppia o una famiglia va a mangiare o al cinema, con sicurezza trova una persona che si occupa di parcheggiare a pagamento l’auto e poi e riportarla al proprietario. Evidentemente si è diffuso un sistema negli spazi vicini dove è possibile parcheggiare l’auto ed è visto come ovvio pagare anche 20-25 reais (5 euro circa) per essere liberi di mangiare o vedere un film, visitare la mamma o l’amante senza lasciare chiusa a chiave l’auto in doppia fila.

Regole: i e le vigili girano con le biciclette, oppure un sistema digitale permette di verificare qualsiasi infrazione e le multe sono immediate, se si superano un certo numero, può essere ritirata la patente e persino l’auto; questo vale anche quando il limite di velocità è di 40km. Il controllo è capillare e riconosciuto legittimo

Valori: ma sono soprattutto i valori condivisi che affermano la impossibilità del parcheggio in doppia fila; si sa che il traffico è delicato, specie in una metropoli paulista; persino bloccare un incrocio col verde è visto come negativo, le persone intervengono col clacson se qualcuno si è sbagliato e blocca il traffico per un verde che non permette di arrivare oltre l’incrocio. I valori condivisi sono una questione seria. Sono convinto che, al di là delle questioni storiche sulla forma della città, le etiche di brasiliani condannano le soste in doppia fila, in quanto causano il blocco o la distorsione del traffico, che tutti hanno capito essere più importante di andare a trovare la mamma o bere il caffè.

Quindi un mix di questioni architettoniche (tutte le case recenti hanno il parcheggio sotto), urbaniste (ogni cinema ha vicino un parcheggio a pagamento), valoriali (bloccare il traffico con la doppia fila è immorale), disciplinari (i controlli dei vigili sono rapidi) hanno creato un sistema per cui la doppia fila è inimmaginabile, se non per pochi secondi. E a Roma? il comportamento anarcoide, apparentemente libero, di fatto egoista, ha diffuso la normalità della doppia fila o delle strisce come parcheggio momentaneo; da romano penso che sia impossibile mutarlo se non con una gestione eticamente precisa del traffico, educando i giovani e mobilitando le regole, chi le fa valere e chi le sostiene. 

Yemanjà

Salvador de Bahia, Yemanjà (ph. Massimo Canevacci)

- 2. Yemanjà

Lei è la divinità del mare, dell’amore, della femminilità. In passato sincretizzata con la Madonna nonostante i suoi seni prosperosi, i fianchi larghi, il sorriso sensuale; e ora libera di essere una dea amata e venerata da molti brasiliani e non solo, tranne gli irriducibili evangelici, nemici della Madonna come della sua controfigura afro-brasiliana. 

Il tassista che mi porta a Rio Vermelho (da lei), è ciarliero, gli piace parlare di calcio, appena ha scoperto che sono italiano e quindi via coi ricordi di Paolo Rossi, ossessione irrisolta dei tifosi, della saudade del 1970 con l’immortale Pelé e la tristessa dell’82, quando la nazionale verde-oro era forse la migliore di sempre. Scendo che arriva il tramonto, la dea si affaccia sul mare e sembra abbracciarlo in un tramonto infuocato; giovani seguaci si fotografano inquadrando lei; di lato scopro la famosa pescheria che mostra il risultato della pesca: quattro bei pesci grandi in attesa di compratori. 

Nel tornare a fissare quel tramonto amoroso, decido di camminare sul lungo mare; a un certo punto una signora vestita da hippie eterna mi ferma e comincia a parlare con tutta probabilità per vendermi qualcosa, ma quando capisce che non sono straniero, che parlo portoghese, che le rispondo in modo chiaro che stavo passeggiando, lei mi sorride, mi stringe la mani e mi dice con affetto una frase che molti italiani potrebbero fraintendere: Fica a vontade, cioè, stai tranquillo, fai quello che vuoi.

I fraintendimenti linguistici nel portoghese brasiliano sono tantissimi, tante parole italiane hanno un significato diverso e persino opposto in Brasile e viceversa. Sorrido tra me e me mentre riprendo a camminare sulle incomprensioni che un italiano turista avrebbe potuto capire, cioè fraintendere, in quella dolce frase della bella signora. 

Bahia, mercato (ph. Massimo Canevacci)

Salvador de Bahia, mercato (ph. Massimo Canevacci)

- 3. Pelò

Il centro storico e turistico rimane sempre il Pelourinho, da tempo trasformato in spazi per artigianato, alcuni creativi altri riproducibili, ristoranti, barzinhos e anche il barbiere dove fui 20 anni fa. Rimango indeciso sulla soglia, poi decido di entrare: ci sono 5-6 persone che ridono, si raccontano storie, nessuno è seduto sulla sedia di lavoro. Inizio a parlare con la persona più gentile e dico che ero stato qui tanti anni fa, dove un anziano cabeleleiro mi aveva tagliato i capelli e con cui avevamo riso raccontando storie. Purtroppo è morto, mi dice il mio interlocutore, e lui è il nipote, indicandomi un signore silenzioso che mi saluta con un cenno del capo ma senza voglia di parlare.

È un negozio che potrebbe essere un museo vivo, vissuto su questa arte popolare, ogni oggetto sembra evocare un passato che è vivo e presente, le sedie girevoli dei clienti, i rasoi minacciosi, le creme infinite, gli specchi ampi e “decolorati”, le persone che ridono e chiacchierano nonostante la mia presenza, una musica dolce in sottofondo, alcune foto antiche attaccate nei muri screpolati. Ringrazio, saluto ed esco intimidito: non riuscivo più a comunicare a parole o a gesti.

Sulla grande piazza in discesa, di fronte alla casa-museo dedicata a Jorge Amado, il grande scrittore bahiano, un gruppo di musicisti suona e canta o samba, mentre alcune persone ballano; intorno, i poliziotti controllano discreti, altre persone stanno sedute a bere cerveja bem jelada o a chiacchierare (fofocare).

Risalendo su una stradina che conoscevo benissimo e che ora mi si presenta uguale e diversa, senza che riesca a capire i cambiamenti; alla fine, dopo la grande chiesa do Carmo, inizia una stradina che adoravo e sulla quale ho vissuto a lungo in una bellissima pousada diretta da una geniale italiana che avevo conosciuto a Roma. Su uno slargo si erge il Pilão, questa piccola torre devota alla Madonna, con classici azulejos di stile portoghese, che simboleggia devozione e ristoro: infatti di lato si aprono una moltitudine di ristoranti all’aperto o interni che di sera saranno strapieni di gente. Mi siedo anche io, ordino una birra ma, preso dalla malattia luso-brasiliana della saudade, ne bevo un sorso e vado via. 

Bahia (ph. Massimo Canevacci)

Salvador de Bahia (ph. Massimo Canevacci)

- 4. Politica

Una cena con amici inizia con i ricordi della festa di São Roque (San Rocco), in particolare sul sagrato di una chiesa cattolica a San Salvador, dove scoprii molte cose tra il sacro, il profano e i sincretismi. Tutto inizia con la pipoca (pop corn) che hanno una affinità con le malattie della pelle, specie della pellagra, perché i chicchi di mais esplosi diventano bianchi, neri, marroni. La pelle malata è affine, per un modello di pensiero studiato dall’antropologia e qui vissuto dal quotidiano, all’eruzione della pipoca. E Omolù, divinità del Candomblé (religione afro-brasiliana), è l’orixà che protegge da queste malattie della pelle. Per cui fuori la chiesa, i e le fedeli lanciavano una gran quantità di pipoca che rotolava sui corpi e sul sagrato: mentre le donne bahiane coi larghi vestiti bianchi e collane colorate ruotavano danzando e cantando, celebrando la connessione cosmologica tra São Roque e Omolù.

Il mio amico era iniziato al Candomblé e confermava la mia ricostruzione di quell’evento che continua a essere festeggiato in occasione del santo (dei sagrados); ma ben presto la discussione precipitò sulla politica: la questione della famiglia Bolsonaro, che ha il potere diffuso a Rio de Janeiro, a Bahia acquista una tensione conflittuale e complessa. Il padre-patriarca, dopo il grossolano tentativo di golpe a Brasilia, è stato condannato prima al carcere, poi per questioni di salute in ospedale e ai domiciliari; il figlio maggiore, tristemente famoso per aver distrutto a calci la targa dedicata a Marielle Franco, la militante favelada, sociologa, politica, bisessuale, afro-discendente, assassinata brutalmente da una azione para-militare, poi eletto deputato nello Stato di Rio e infine esiliato in Texas per evitare la sua eventuale partecipazione alla decisione di assassinare la “mia” (se possibile) deputata. Il terzo rampollo più giovane concorre per l’elezione del Presidente della Repubblica a ottobre e incute rabbia, angoscia, impegno per evitare questa tendenza, ormai quasi mondiale, dell’attrazione verso una destra violenta, autoritaria, difesa dalle varie religioni evangeliche (specie la Igreja Universal) che cerca la vendetta mobilitando una moltitudine di persone spesso molto violente e in ogni caso autoritarie.

La prospettiva autonoma è sempre Lula, presidente molto amato e anche odiato per le sue origini nordestine, operaie, fondatore del sindacato CUT durante la dittatura militare, organizzando il primo sciopero nella grande cintura operaia di São Paulo, detta ABC dalle iniziali dei quartieri. Lula è anziano, ha 80 anni, è lucidissimo, sfida Trump che non solo difende i Bolsonaros ma ha anche investito il Brasile di dazi enormi per bloccare le importazioni e decidere le scelte elettorali: ed è ancora lui, Lula, il candidato di una sinistra riformista che, purtroppo non ha un successore adeguato. Sulle motivazioni di questa difficoltà della coalizione di sinistra nell’affrontare le elezioni si è discusso molto: i miei amici hanno sottolineato la vittoria delle destre a São Paulo e delle sinistre a Bahia, ma non si nascondono le grandi difficoltà.

Certo la bolsa familia è stata una legge importante, con cui si aiutano le famiglie a basso reddito per poter mangiare dignitosamente e mandare i figli a scuola, invece di essere meninos sbandati nelle ruas per assumere crack e anche droghe peggiori se possibile; e così le quote per andare all’università anche afrodiscendenti e nativi/e delle varie aldeias indigene. La ministra per gli affari amazzonici, le questioni ecologiche, la protezione della foresta pluviale sono scelte coraggiose da portare avanti ma che si scontrano contro interessi precisi di fazendeiros, allevatori, cercatori d’oro ecc.

Leggo le preoccupazioni nei visi dei miei amici e inizio a preoccuparmi anche io, in genere tendenzialmente ottimista. Torno a casa silenzioso, è tutto maledettamente difficile; ripenso a Salinas, il mio amico filosofo torturato durante la dittatura nella sua prigionia fino alla sua morte. Fu suicida per non riuscire a liberarsi del dolore nell’anima oltre che nelle cicatrici che mi mostrò sorridendo tristemente sugli stinchi delle sue bambe magre.

Il passato ritorna nella cieca violenza che attira una parte del Paese. E non solo del Brasile…. 

Bahia (ph. Massimo Canevacci)

Salvador de Bahia (ph. Massimo Canevacci)

- 5. Tramonti.

Qualcosa di struggente mi sorprende in una piazzetta che si affaccia sul mare, sull’oceano bahiano. In genere il tramonto è visto in silenzio da molte persone, innamorati abbracciati, madri coi figli che corrono, anziani da soli, giovani in attesa; mi colpisce per due volte un uomo sui cinquant’anni che sta seduto con la chitarra e senza riferirsi a nessun altro che non sia il tramonto, canta con voce roca e con moduli in forma di samba la fine del sole che si annega rosso e lucente nel mare, forse tra la braccia di Yemanjà. Cioè lui canta per se stesso, spesso colgo parole dolorose di un amore finito, non cerca il pubblico o l’applauso, sta lì con la sua chitarra stonata, le canzoni tristi, la voce roca, enunciando frasi cantate su un amore passato e impossibile. Finito il tramonto, il cantante solitario va via e lo seguo per un breve tragitto, poi lo lascio. Ognuno con la sua solitudine, penso. 

Sulla spiaggia, si vedono due ragazze che si stanno fotografando. Con scherzi e risa, si muovono libere cercando la loro bellezza o la felicità tra le onde. 

Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
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Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, come Visiting Professor è stato invitato in diverse università europee, a Tokyo (Giappone), Nanjing (China). Dal 2010 al 2017, è stato Professor Visitante in Brasile: lorianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), São Paulo (ECA/USP – Instituto de Estudos Avançados IEA/USP). Tra i suoi libri: La Linea di Polvere. Meltemi, Milano, 2017; Meta-feticismo, Roma, Manifesto Libri, 2022; Stupore Indigeno, Napoli, Mar dei Sargassi, 2023; Cittadinanza Transitiva, Milano, Meltemi, 2024.

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