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Viaggio con Pasolini. “Vogliamo altro”

521954139_25001735526083599_5470898218102195118_ndi Claudia Calabrese [*] 

Passaggio da Roma a Tivoli

1° novembre 2025

E così mantengo la mia promessa e parto per Villa Adriana. Mentre guido penso che non ho neppure fatto colazione, sono in perenne lotta con la bilancia ed è ancora presto per il mio digiuno intermittente, mi fermerò fra un po’ per il caffè e i giornali… Ma continuo a rimandare la sosta, sarà perché non mi posso permettere il mal di pancia da eccesso di bugie e propaganda che arriva sempre con la lettura dei quotidiani. Certo, è un po’ difficile oggi, a meno che non mi rifugi in un eremo e chiuda i contatti con il mondo. Penso ai giornalisti seri e mi viene in mente Sigfrido Ranucci che evidentemente con le sue inchieste disturba qualcuno di troppo…

Ecco, sono entrata nel vortice dei pensieri che fanno soffrire. E infatti, puntuale, arriva Gaza, dove pare sia imminente un attacco di Hamas contro i civili, dicono. Ma non è l’esercito di Netanyahu che ha fatto strage per anni di 70.000 civili? Altro che pace duratura! È solo una tregua, fragilissima. Netanyahu e Hamas sono lì, uno di fronte all’altro, e come minimo si guardano in cagnesco. Chi canta vittoria e intona peana su peana, vantandosi davanti al mondo intero, è ridicolo e forse lo è anche chi ci crede. Far passare il concetto che un’invasione con mezzi sproporzionati sia una guerra, è chiaramente manipolatorio! Ma quale guerra, se continuavano a sparare su gente disarmata, affamata e assetata? Uno sparava e l’altro moriva. E intanto le violenze dei coloni in Cisgiordania proseguono…

Ma quand’è che capiremo che siamo tutti vittime di manipolazioni? Più o meno raffinate, certo. Ecco, sto scivolando nel baratro delle connessioni, ma si attivano senza intenzione, un’altra donna è stata uccisa dal suo ex compagno. A che numero siamo arrivati? Perché c’è chi le conta… ma nessuno parla di educazione sentimentale e tutti lì – oddio, non proprio tutti – ad avercela con la “cultura patriarcale”, espressione eterea che non si sa bene cosa significhi. Invece bisogna dirlo chiaro e tondo: il problema è il maschio borioso, fragile come un guscio vuoto, possessivo e mammone, che fa il gradasso ma è un vigliacco. E lo sono tutte le istituzioni ampiamente al di sotto delle necessità, stracolme di gente incapace di affrontare il problema come si dovrebbe.

Veduta di Tivoli

Veduta di Tivoli

Devo calmarmi, altrimenti non so in che condizioni arrivo a Villa Adriana. Accendo la radio, il Concorso Chopin trasmesso in diretta mi viene in soccorso. Zitong Wang sta suonando il Prelude in D minor, Op. 28 No. 24 e qualcosa di puro e vastissimo prende il posto di tutto il frastuono di menzogne e violenza nella mia testa… Sono convita che nella musica, come negli abissi interiori, sopravviva qualcosa di arcaico che, certo, non consola ma ci fa sentire la vita come un miracolo.

Quando abbiamo smesso di meravigliarci, di accogliere l’amore più sublime e il dolore, la bellezza e l’orrore senza separarli come facciamo sempre per rassicurarci? È proprio vero che nella musica il miracolo resiste: il respiro ritorna dono, il battito del cuore mistero…

Rispetto all’epoca di Pasolini la possibilità di esprimersi certo non manca ma spesso i toni eccedono, le parole hanno poco fondamento o si usano per far male, ferire, uccidere, le parole sono pietre si diceva tempo fa… Sempre più isolati, senza comunità di riferimento reali, parti ormai di quell’immensa schiera dei “vorrei ma non posso” che riempie questo limbo, non manchiamo ogni giorno di servire su monitor a cristalli liquidi sempre più sofisticati le nostre chiacchiere quotidiane. È forse l’unico modo che conosciamo per affermare “Io esisto, mi vedete?”.

Eppure, qualcosa forse sta andando in controtendenza. A partire dalle manifestazioni di piazza delle ultime settimane fino alla decisione dei giovani del Collettivo Leodavinci di Genova che interviene dopo che la scuola che occupavano pacificamente è stata devastata da un gruppo di persone col volto coperto con svastiche e slogan neonazisti e fascisti e lancia un appello via social (sì, usano i social – ma per organizzare l’azione reale, non per sostituirla): “Invitiamo tutti i cittadini, studenti, genitori, istituzioni ad aiutarci a sistemare la scuola. La nostra è una risposta pacifica, determinata e collettiva. Ripariamo ciò che è andato distrutto perché per noi la scuola è un luogo da difendere e non da assaltare”.

La reazione degli studenti è immediata: non aspettano. Non chiacchierano inutilmente. Non si limitano a postare storie indignate. Agiscono. Erano decenni che la gente dormiva, un’altra generazione. Bisogna vederle queste azioni, chiedendosi anche cosa significa che buona parte della gente è uscita di casa per la Flotilla prima ancora che Cgil e Usb indicessero lo sciopero. Che cosa significa che gli studenti di Genova abbiano scelto di agire ancora prima che le istituzioni intervenissero per sistemare la scuola danneggiata. Siamo dentro una realtà dove conta anche la forza dell’esempio e tante convinzioni maturano fuori dalla politica, e anche contro a volte.

Leggo e ascolto commenti preoccupati su un ritorno di tensioni stragiste degli anni Settanta, del terrorismo, ma la Storia non fa repliche: bisogna sempre tenere conto delle enormi differenze del nostro tempo rispetto al tempo di Pasolini. Penso siano radicali i mutamenti che hanno investito tutto il mondo, a ogni livello, e hanno reso obsolete la vecchia politica e le vecchie culture. E non sono solo mutamenti economici. Anche, e hanno creato davanti agli occhi di tutti disparità inaccettabili tra privato e privato, tra privato e pubblico. Ma soprattutto culturali ed esistenziali.

balestrini-1971-vogliamo-tuttoAllora il sentimento prevalente di chi manifestava, mi riferisco agli anni ‘60 e ‘70, era sintetizzabile con “vogliamo tutto”, lo slogan coniato da Nanni Balestrini, cioè una redistribuzione dei poteri e dei benefici culturali che solo apparentemente metteva in discussione l’ordine costituito, ma in realtà chiedeva che aumentassero i posti a tavola. È la critica che fa anche Pasolini, che invece cominciava a intravedere mutamenti strutturali, che richiedevano un approccio più radicale dell’opposizione, più di sistema. Ora, il sentimento prevalente di chi manifesta mi sembra diverso e sintetizzabile in “vogliamo altro” Cosa sia quest’altro non è ancora chiaro, si capisce. Di certo, oggi è la vita stessa a essere minacciata, non solo dalle guerre ma dallo svuotamento delle democrazie, di qualsiasi idea di partecipazione, dalle tremende ingiustizie, dalle differenze ormai intollerabili che tutti possiamo vedere, dalla possibilità che una tecnologia incontrollata, intrecciata a dei poteri altrettanto incontrollati, distrugga le radici stesse dell’umanità.

Gaza è questo che ci sta dicendo, sapendo andare anche al di là di ciò che appare, e noi dobbiamo uscire dalla logica delle due fazioni: da una parte i giusti e dall’altra i nemici. È ora di non trattenere i cuori sulla soglia, di collegarli alla ragione, è ora di essere lucidi, di stare dentro la vita e la storia, non dentro i suoi simulacri costruiti da chi ha il potere di farlo. Forse è un pensiero troppo grande, dai confini indefiniti, ma non c’è più di mezzo solo il potere, oggi ormai c’è di mezzo l’intera esistenza, la vita. Chiudere occhi e orecchie è una colpa.

“Vogliamo altro” è frutto dell’incertezza del vivere quotidiano, tra vite reali più o meno schiavizzate e vite virtuali che inducono forti dipendenze, quindi anch’esse schiavizzanti. Il potere è tutto nelle mani di chi possiede e manovra gli algoritmi della vita e della morte e la politica che prevale è quella sovranista, dove la partecipazione non esiste più e c’è una continua oscillazione tra ribellismo inutile e condiscendenza verso il dittatorello di turno che tiene un rapporto diretto con la massa, intelligente o cretino che sia. Non è quindi solo una questione di potere ma di sopravvivenza dell’uomo in quanto tale, perché ormai la tecnologia consente distruzioni di massa (anche indolori) e sostituzioni dell’uomo con macchine pensanti; quindi, fanno meno presa purtroppo le parole che hanno a che fare con lo stato sociale, più sanità e scuola pubbliche, ad esempio, e più quelle che hanno a che fare con la sicurezza individuale. 

La domanda silenziosa è inespressa è: serve ancora l’uomo, l’uomo e la donna che sono io, che sei tu, che siamo noi? Perché i giovani erano così tanti nelle manifestazioni e in tutte le iniziative che le hanno precedute? I pochi giovani che ci sono, rispetto al periodo dei boomers, oggi avvertono che la loro vita non conta e non conterà nulla. Sembra che sia l’angoscia che li spinge fuori di casa, realmente o virtualmente, non la speranza di un futuro radioso. E l’odio, la divisione tra amico e nemico sono frutto di quest’angoscia che sale dal profondo e semplifica tutto impedendo che nasca una cultura della complessità che riempia di sé il futuro. I giovani manifestanti di oggi, di consapevolezza minima, ma d’intuito forte, come accade a tutti i ragazzi, soprattutto agli adolescenti, avvertono che la vita, comunque sia, ce l’hanno tutta davanti, misteriosa e carica di pericoli. 

Ho accennato al dubbio che Gaza possa essere sentita come un possibile loro destino, un domani di schiavitù (perché il mondo è sempre più diseguale, per la concentrazione di poteri in poche ciniche mani dove si sommano denaro e tecnologia ultra distruttiva, perché l’ultimo atto della specie umana potrebbe essere la creazione di una micidiale e apparentemente paradossale schiavitù: uomini al servizio di “uomini macchina” pensanti e viventi, a loro volta al servizio di grandi concentrazioni tecnologiche di potere). 

Quindi ci può essere la solidarietà nei confronti di Gaza, ma soprattutto di ciò che Gaza suggerisce cioè l’avvento di un mondo disumano, totalmente dispotico. Solidarietà quindi e oscura compartecipazione che porta a dire, questo mondo che sta arrivando noi non lo vogliamo. Giusto, ma cosa volete? Vogliamo altro. Ora non ci sono risposte, ma solo resistenza, e domande angosciose. Poi attraverso nuove domande e delle ricerche sul reale attuale e sulle potenzialità degli uomini, bisognerà aggiungere altri corpi, altre gambe, altri cuori a questa resistenza difficilmente manipolabile, che non può essere che genuina. 

  Marguerite Yourcenar a Villa Adriana, all’età di vent’anni


Marguerite Yourcenar a Villa Adriana, all’età di vent’anni

Sto andando a Tivoli e penso a Marguerite Yourcenar che dedica oltre trent’anni alla figura dell’imperatore Adriano. Chissà che cosa spinge una scrittrice a impegnarsi tanto, forse Memorie di Adriano serviva soprattutto a lei: «Questo libro è il condensato di un’opera enorme elaborata per me sola», scrive negli appunti. Sì, serve soprattutto a lei e non molla la presa per trent’anni, l’imperatore Adriano diventa quasi un’ossessione. Per me è uno dei misteri della letteratura: un’opera che nasce da un bisogno privato di comprendere diventa patrimonio universale e parla a lettori che l’autrice non aveva mai neppure immaginato… Trent’anni di bozze e appunti, poi messi da parte. Solo dopo i quarant’anni, diceva, si può scrivere un’opera simile. Quella che per me grosso modo è l’età della selva oscura, per lei è l’età della maturità artistica.

Ho letto molti di quegli appunti, alcuni sono dedicati a sé stessa che non riesce a trovare la formula adatta per far parlare Adriano. È anche una questione psicologica per lei… «Ai tempi nostri il romanzo storico, o quello che per comodità si vuol chiamare così, non può essere che immerso in un tempo ritrovato: la presa di possesso di un mondo interiore…», così scrive Marguerite e la capisco bene. Anch’io, nel mio piccolo, pur cercando di dialogare con un personaggio recente come Pasolini, morto quando io ero ancora bambina, non mi accontento dei suoi testi e delle testimonianze della sua epoca, ma ho sempre bisogno di dare più di uno sguardo al mio mondo interiore, interrogando anche Scout, il mio alter ego, che qualcosa ha ereditato da quel tempo, perché è l’oggi che mi assilla. «È nel presente, scrive ancora la Yourcenar, che tutto ci sfugge. Tutti. Anche noi stessi. La vita di mio padre la conosco meno di quella di Adriano. La mia stessa esistenza, se dovessi raccontarla per iscritto, la ricostruirei dall’esterno, a fatica, come quella di un altro. Dovrei andare in cerca di lettere, di fotografie, di ricordi d’altre persone, per fermare le mie vaghe memorie. Ci sono sempre mura crollate, zone d’ombra…». La sua selva oscura insomma. O forse no, lei non ne parla mai, non in questi termini comunque. Già, mi viene da pensare, siamo come sempre delle mosche in una bottiglia, a volte pensiamo di essere lucidissimi parlando di noi, e meno lo siamo e più siamo convinti di esserlo, ma è solo quello che ci serve al momento per avere stima di noi stessi. 

È questo che per un po’ di tempo ha fatto la fortuna degli psicanalisti e di tutti gli specialisti dell’anima. Pasolini sapeva che non si può essere lucidissimi e che buona parte di ciò che ci riguarda ci è sconosciuto… sì, come la Yourcenar, conosciamo le circostanze esterne, forse, e lui aveva eletto le sue contraddizioni a componenti regine del propria coscienza… il resto lo chiamava viscere, quelle viscere che rappresentano la fonte dei nostri desideri, anche dei meno pronunciabili, anche di quelli latenti che si attivano attraverso l’induzione del mondo che ci circonda e magari prendono forma nel sogno, quelle viscere che forse non sono solo personali, ma appartengono a un’intera cultura.

Pier Paolo Pasolini (© Ullstein Bild/Bild Studio)

Pier Paolo Pasolini (© Ullstein Bild/Bild Studio)

Quando ho iniziato questo mio Viaggio con Pasolini pensavo di intraprendere un cammino letterario, un’esplorazione critica, forse anche un dialogo pubblico con un autore che ho studiato e amato per anni. Non immaginavo che sarebbe diventato qualcosa di così diverso, di così profondamente personale. Il viaggio è andato oltre ogni previsione. Mi ha presa in un modo che non avevo previsto, scavando così in profondità da mettere in discussione la mia stessa vita. Ogni “passaggio”, ogni dialogo con Scout e con Pier Paolo ha smosso strati di cui neppure immaginavo l’esistenza. Anch’io “voglio altro”, anch’io come mi sembra che a suo tempo abbia fatto Pasolini, ho bisogno di stare dentro alcune domande senza l’obbligo di trovare subito delle risposte. Di lasciare che le viscere parlino, come diceva Pier Paolo, senza che la ragione intervenga subito a mettere ordine. Il mio viaggio con Pasolini durerà forse tutta la vita, almeno fin quando avrò trovato le parole per quell’altro che anch’io sto cercando. Sarà un viaggio lento, non so prevedere i tempi delle prossime soste e dei “passaggi”.

Oggi è il primo novembre, l’anniversario della morte di Pasolini. Cinquant’anni ormai da quella notte a Ostia. Da allora la sua opera non ha smesso di meravigliarci, interrogarci, provocarci, svelarci le menzogne con cui ci consoliamo. Non finirò mai di ringraziarlo per la sua capacità di vedere oltre le apparenze, il coraggio di mettere in discussione tutto e la necessità di cercare sempre, anche quando fa male, anche quando sarebbe più comodo voltarsi dall’altra parte.

Lui aveva cominciato a intravedere mutamenti strutturali che richiedevano un approccio più radicale. Parlava di mutazione antropologica quando ancora nessuno capiva cosa intendesse e magari lo ridicolizzava. Noi oggi siamo dentro quei mutamenti, fino al collo. Stiamo forse aprendo gli occhi, mi sembra di vedere qualche segnale. Su quell’altro che stiamo cercando bisogna discutere, con calore e intelligenza, senza dividerci per forza in amici/nemici, il destino è comune. O stiamo dentro la vita, con tutta la sua complessità e il suo dolore, o ci arrendiamo ai simulacri. Tertium non datur. No, non c’è una terza via. Quello che conta è il coraggio e non importa se ci perdiamo a volte lungo la strada, data la carestia di bussole, conta che il miracolo resista, che il respiro rimanga dono, il battito del cuore mistero. A volte, bisogna scegliere di cadere, come gli angeli dei miti e delle leggende, per diventare davvero umani.

Parco Pier Paolo Pasolini, Via dell’Idroscalo, Ostia (ph. Claudia Calabrese)

Parco Pier Paolo Pasolini, Via dell’Idroscalo, Ostia (ph. Claudia Calabrese)

Ma quello che conta di più, credo, per celebrare la sua memoria è coinvolgerlo nella nostra ricerca, sentirlo davvero come un compagno di viaggio. Forse così sarebbe contento di offrirci un contributo di consapevolezza, lui così lucido e profondo nel leggere il suo tempo nel quale includeva anche sé stesso. Solo così la morte – con tutte le sue commemorazioni – diventa occasione per il montaggio di una vita, come Pasolini ha detto più volte. Come ha scritto T.S. Eliot nei Quattro Quartetti, quel poema musicale per eccellenza composto nel frastuono della Seconda guerra mondiale, “nella mia fine è il mio principio”. L’incomparabile poeta non disdegna di scrivere, nello stesso componimento, anche il contrario: “nel mio principio è la mia fine”. Le due affermazioni costituiscono, insieme, la summa del vivere e del morire dentro l’eterna circolarità del tempo.

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
[*] “Vogliamo altro” fa parte di Viaggio con Pasolini, un’opera più ampia a metà tra romanzo e saggio. È il racconto di un viaggio narrato in prima persona, che attraversa luoghi geografici e interiori, in compagnia di Pasolini con cui dialogo per leggere il presente. Alcune tappe sono documentate anche su un blog e su YouTube. Cfr. www.youtube.com/@Pasolinielamusica e https://viaggioconpasolini.blogspot.com/ e anche https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/langelo-del-dolore-percorsi/
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Claudia Calabrese, dottore di ricerca in Storia e analisi delle culture musicali all’Università La Sapienza di Roma, studiosa di musica e letteratura, docente di lettere. Attratta dagli studi interdisciplinari, si è occupata di Giacomo Puccini e di Pier Paolo Pasolini. In Alchimie pucciniane (Accademia di Scienze lettere ed arti di Palermo, 1999) e Manon Lescaut, presagio di una trasmutazione (Avidi Lumi, rivista della Fondazione del Teatro Massimo, 2000) si è accostata all’opera e alla vita del compositore toscano con gli strumenti della psicoanalisi junghiana. Il suo Pasolini e la musica, la musica e Pasolini. Correspondances (Diastema Studi e Ricerche, Treviso 2019) ha ricevuto la menzione speciale per l’originalità e il rigore analitico dalla Giuria del XXXIV Premio Pasolini bandito dal Centro Studi – Archivio Pier Paolo Pasolini della Fondazione della Cineteca di Bologna.

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