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Verità e testimonianza. Su Gaza e le responsabilità dell’Occidente

coverdi Chiara Sebastiani 

Un momento di verità 

Arriviamo alla fine di questo smilzo, denso libretto “sul consenso all’annientamento di Gaza”, come recita il sottotitolo, con una sconsolata impressione: la fine della Seconda guerra mondiale, lungi dall’essere stata il trionfo del bene sul male – in fin dei conti l’abbiamo sempre studiata così – è stata come la festa di battesimo della Bella Addormentata nel Bosco: intorno alla neonata nuova Europa in seno all’impero occidentale che si voleva di pace, prosperità e leadership mondiale, una fata non è stata invitata perché vecchia, brutta, anzi creduta morta: la fata della memoria dello sterminio di sei milioni di ebrei. Quella dimenticanza in termini moderni si chiama rimozione e il suo veleno da tempo sta minando l’Occidente; ha prodotto, scrive Fassin, «un fallimento etico e politico senza precedenti fin dalla Seconda guerra mondiale».

La Giornata della Memoria venne istituita nel 2005, sessant’anni dopo l’entrata delle truppe sovietiche ad Auschwitz e la scoperta dei campi di sterminio, quando l’operazione di esportazione della colpa dell’Occidente sotto le parvenze di “riparazione” verso gli ebrei era già stata pienamente compiuta e alla rimozione si era accompagnata la proiezione della colpa – e del secolare antisemitismo occidentale – sugli abitanti della Palestina e per estensione sugli arabo-musulmani (peraltro semiti anch’essi). È per questo che, come leggiamo nella “Postfazione” datata 2025, gli eventi dei due anni trascorsi dal 7 ottobre 2023, rappresentano «un momento di verità per il mondo occidentale», mettendolo di fronte ad una scomoda verità: il sacrificio di «quattordici milioni di uomini, donne e bambini di Palestina per dare agli ebrei il rifugio nazionale che lui stesso gli aveva rifiutato» (ivi: 100) Per arrivare a questa scomoda verità ci è voluta la «distruzione di un territorio e del popolo che lo abita».

giorno-della-memoria-shoah-27-gennaio-1Nel frattempo altre scomode domande – per esempio: perché nessuno Stato ha accolto i rifugiati ebrei che tentavano disperatamente di fuggire dalla Germania nazista? – sono rimaste a tutt’oggi schivate. La rumorosa compassione per la sorte degli ebrei fa passare sotto silenzio la questione di chi l’ha resa possibile. L’esaltazione degli eroismi individuali (il Giardino dei Giusti, Schindler’s List ecc.) permette di eludere le responsabilità collettive.

La domanda centrale del lavoro di Fassin – perché il consenso, attivo o passivo, di Stati e Governi, intellettuali e media, alla distruzione di Gaza – non può che farci risalire a quel consenso precedente: il consenso, anch’esso attivo o passivo, allo sterminio degli ebrei in Europa, che ha coinvolto una parte degli stessi ebrei in Europa. E ciò che la ricerca mette in evidenza è come una parte almeno delle risposte plurime a questa domanda si iscriva nell’economia psichica degli attori coinvolti – i carnefici e le vittime – prima ancora che nella sfera dei loro interessi materiali. Con una scrupolosa ricostruzione non semplicemente dei “fatti” che sono ancora in fase di accertamento ma delle “parole” con i quali sono stati nominati – nei documenti ufficiali, nel sistema dei media, nei discorsi dei politici – Fassin si propone di «raccogliere alcuni pezzi per dare un modesto contributo alla creazione di un archivio» (ivi: 15).

Questo archivio raccoglie tre tipi di oggetti catalogabili rispettivamente sotto le voci parole, memoria e storia. Sono oggetti che riguardano il collettivo, inteso come qualcosa di più della somma di individui, nella sua componente non materiale (la si chiami anima, psiche, cultura, ideologia o inconscio collettivo), e che costituiscono la base tanto della coesione quanto della motivazione ad agire di un gruppo sociale. La catastrofe odierna è avvenuta e avviene tuttora al riparo dell’impenetrabile bosco di rovi di cui i potenti e i sapienti hanno circondato la bella Europa post-bellica nel tentativo di sfuggire alla maledizione della fata portatrice di rimorsi. La domanda sul consenso all’annientamento di Gaza richiede risposte che interroghino la psiche collettiva. Fassin risponde offrendo un catalogo di quelle “cose” che passo dopo passo, nell’indifferenza o inconsapevolezza o acquiescenza collettiva, hanno permesso l’implementazione di un processo di pulizia etnica con componenti genocidarie. Esso racconta una guerra silenziosa che si è svolta per decenni e si sta svolgendo oggi su tre fronti: quello delle parole, quello della memoria e quello della storia. 

L'attentato al King David Hotel, 2 luglio 1946

L’attentato al King David Hotel a Gerusalemme, 2 luglio 1946

La guerra delle parole 

Il linguaggio produce realtà, non si limita a descriverla. È questo l’assunto della “svolta linguistica” nel pensiero filosofico occidentale del ventesimo secolo, declinato secondo varie modalità e diramato in varie correnti. Il suo punto fondamentale è che l’uso delle parole è più efficace della censura, della repressione, della manipolazione. Invece di far sparire i testimoni – si continua a fare anche questo, e alla grande – li si priva delle parole per dirlo, «imponendo un vocabolario e una grammatica dei fatti» attraverso «una polizia del linguaggio» che è anche «una polizia del pensiero» (ivi:14).

L’elenco delle parole di cui si è cambiato il significato incomincia con una parola straniera che ci è diventata familiare: pogrom. “Pogrom” (“tumulto”) dice l’Enciclopedia Britannica, è una «parola russa che indica l’attacco, approvato o tollerato dalle autorità, da parte di una folla inferocita contro le persone e le proprietà di una minoranza religiosa, razziale o nazionale. Il termine viene solitamente usato per gli attacchi contro gli ebrei nell’impero russo tra la fine del 19° e l’inizio del 20° secolo».  Per quanto ne sia stato fatto un uso variegato – l’ex premier Ehud Olmert lo ha usato più di una volta in riferimento agli attacchi ai villaggi palestinesi da parte dei coloni israeliani [1]  – dopo il 7 ottobre “pogrom” è diventato esclusivamente sinonimo di “atto antisemita” volto a colpire le vittime “in quanto ebree”. L’uso ripetitivo, quasi ossessivo, della parola sui media mainstream, è servito fin da subito a impedire di qualificare il 7 ottobre come “atto di resistenza” – come pure era stato percepito [2] – prima ancora che le istituzioni provvedessero a rendere l’espressione penalmente perseguibile.

Segue, nell’elenco dei travisamenti più consueti delle parole, l’espressione “in quanto ebrei”: questa ormai viene usata con riferimento a quanti sono oggetto di qualunque azione sgradita, anche non violenta.  Essa nasconde una sottile aporia: coloro che si definiscono “ebrei” rivendicano il diritto di agire “in quanto ebrei” – per esempio i coloni che in Cisgiordania occupano le terre palestinesi e bruciano i loro campi – ma condannano ogni forma di resistenza al loro agire – per esempio il boicottaggio dei prodotti israeliani – come “antisemita” perché prenderebbe di mira gli israeliani non in quanto occupanti o aggressori ma “in quanto ebrei”.

Da un lato l’allargamento a dismisura della definizione di antisemitismo serve a supportare l’argomento sionista secondo il quale l’antisemitismo sarebbe in aumento (con conseguente “diritto alla difesa” di Israele). Dall’altro però ciò comporta che l’accusa di “antisemitismo”, una volta percepita come infamante, è diventata sempre più anodina, proprio per l’uso strumentale che ne viene fatto. Sicché, per essere ancora un’arma efficace nella guerra delle parole, “antisemitismo” è termine che deve essere definito per legge e riferito ad una fattispecie sanzionata penalmente: a tutt’oggi in Italia durante questa legislatura sono stati presentati ben una decina di disegni di legge sul contrasto all’antisemitismo.

In quanto alla terza parola, “terrorismo”, essa è ormai palesemente un puro fatto di “labeling” politico: il termine viene attribuito o tolto (esattamente come le “sanzioni”) in base alle relazioni di forza e al gioco delle alleanze. I Palestinesi peraltro hanno avuto a disposizione decenni per assimilare la scomoda verità che l’Occidente non ignora affatto ma tace: che sul terrorismo è nato lo Stato di Israele. Emblema iconico di ciò l’ammaino della bandiera britannica dal King David Hotel di Gerusalemme il 4 maggio 1948, cioè subito dopo la nascita dello Stato di Israele, immortalato in una foto d’epoca. Due anni prima, nel 1946, l’edificio era stato oggetto di un attentato da parte dell’organizzazione terroristica ebraica Irgun, che fece 91 vittime. Così è innegabile che: «L’attentato del 7 ottobre ha riportato brutalmente la questione palestinese sulla scena internazionale dalla qual era stata esclusa da Israele, dagli Stati Uniti, dalla maggior parte dei membri dell’Unione europea e da un numero sempre crescente di paesi africani», constata Fassin (ivi: 31-2). Che si continui a definire “terrorista” non solo Hamas ma chiunque con Hamas abbia a che fare non cambia nulla a questa “crudele ma innegabile” realtà o al fatto che la popolazione palestinese non abbia mai rinnegato l’operazione “Diluvio di al-Aqsa”, malgrado il prezzo immane che ha pagato e sta pagando. Introduce caso mai un’altra verità, nota quanto taciuta, ovvero che quando un Paese è occupato ed oppresso la sua popolazione non può che essere nemica dell’oppressore. Il diritto internazionale o umanitario, del resto, serve proprio a questo: a garantire le condizioni minime della popolazione non combattente senza esigerne il tradimento. Sarebbe meglio dire serviva: sotto le macerie di Gaza è scomparso anch’esso. 

9788834606162_0_536_0_75La battaglia della memoria 

Dietro alla guerra delle parole c’è la battaglia della memoria. Nello spazio pubblico, dove vigono le regole dell’argomentazione razionale, sarebbe facile smascherare l’uso improprio di termini come terrorismo o antisemitismo: occorre quindi che la loro definizione sia imposta per legge, che acquisti rilevanza penale e che per legge siano individuate le fattispecie riconducibili al crimine in oggetto. Questa lezione è stata ben colta anche da quei Paesi – il Sudafrica, l’Irlanda – che si oppongono alla distruzione di Gaza e nelle vicende della Palestina riconoscono fin troppo bene le proprie vicende. Presentando alla Corte Penale Internazionale dell’Aja una denuncia per “genocidio” a carico di Israele il Sudafrica si appella ad una fattispecie di crimine che gode di una definizione legale e ad una corte già esistente per trattarlo – caratteristiche che permettono di agire a livello internazionale – ma anche a precedenti storici. Fa irruzione così nel campo della “memoria”, contestandone l’esclusivo riferimento alle vicende della Seconda guerra mondiale e il monopolio che ne deriva delle politiche della memoria da parte dei governi tanto in Israele quanto in Occidente. Se così non fosse, ci si potrebbe accontentare tranquillamente di termini come “sterminio” o “pulizia etnica” che ci riportano a vicende europee vicine (lo scioglimento della ex-Jugoslavia) e lontane (il dominio coloniale in ampie porzioni del mondo) di cui balzano agli occhi le caratteristiche comuni: i sentimenti di superiorità culturale e razziale che non possono tollerare la ribellione di popolazioni considerate inferiori e sfociano in furia omicida e ferocia sadica.

La battaglia della memoria, infatti, non si svolge solo nel campo delle istituzioni politiche domestiche e internazionali dove la guerra delle parole viene sanzionata da leggi. Essa ricorda che gli odierni cittadini di Israele sono «i discendenti di un popolo perseguitato per secoli dall’Occidente cristiano e poi razzista» diventati oggi «sia i persecutori sia il bastione avanzato dell’Occidente nel mondo arabo» dice il sociologo Edgar Morin citato da Fassin (ivi: 44).  Anche su questo fronte peraltro stiamo assistendo ad una vera e propria falsificazione della memoria tramite le parole: il dibattito sulle “radici cristiane” dell’Europa – legato alla stesura della Costituzione europea – si è improvvisamente trasformato in dibattito intorno alle “radici giudaico-cristiane” europee cancellando con un trattino secoli di antigiudaismo popolare e istituzionale.

Alla domanda sollevata da Morin e sviluppata oggi da Fassin – cosa ha trasformato i perseguitati di ieri in persecutori di innocenti e alleati dei loro ex carnefici – ci sono due serie di risposte. Se storici, politologi, orientalisti, economisti possano indagare sul gioco degli interessi di potere e di mercato che hanno favorito la nascita di “un bastione avanzato dell’Occidente nel mondo arabo” occorre invece un antropologo come Fassin – sulla scia di psichiatri come Frantz Fanon o psicanalisti come Tobie Nathan – per spiegare come un popolo perseguitato in nome di una religione, il cristianesimo, e di una razza, quella bianca o “ariana”, possa diventare a sua volta persecutore di un altro popolo identificato in base ad una religione, l’islam, e a una razza, quella “araba”. Tra gli interessi Fassin ricorda quelli politici della Germania dopo la sua sconfitta – quel “filosemitismo strategico” che le ha permesso tanto ripristinare il suo “international standing” quanto da ultimo di procedere ad un massiccio riarmo – quelli economici europei e americani insieme a quelli di diversi Paesi mediorientali per la creazione di un grande mercato regionale, per non parlare di quelli dell’industria degli armamenti che dall’esistenza di Israele trae profitto tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra.

Ma al cuore del suo saggio vi sono altre motivazioni: il risentimento e il bisogno di rivalsa di un popolo per secoli umiliato e perseguitato, e l’opportunità datagli di soddisfare questo desiderio da «un elemento comune ai Paesi occidentali» che si manifesta «nell’ostilità verso i musulmani e nel razzismo verso le popolazioni arabe», entrambi «parte di un’eredità coloniale, in particolare per gli imperi francese e britannico, e persino pre-coloniale» nel caso dell’“Occidente cristiano” (ivi: 84-85). A documentare il bisogno di rivalsa Fassin elenca scrupolosamente – sulla base di testimonianze e video inclusi quelli girati dagli stessi soldati israeliani – «le forme di violenza, umiliazione e disumanizzazione che essi infliggono ai civili fatti prigionieri» (ivi: 48). Testimonianze peraltro corroborate da quelle degli equipaggi della Sumud Flotilla, ancora in navigazione mentre Fassin scrive la sua postfazione del 2025, ma che si trovano in abbondanza nella letteratura palestinese, per esempio nel romanzo di Adania Shibli, Un dettaglio minore (La nave di Teseo, 2021).

original-film-title-the-pianist-english-title-the-pianist-film-director-roman-polanski-year-2002-credit-focus-features-album-p0w30kNel film Il pianista Roman Polanski, sopravvissuto egli stesso ai campi di concentramento, rappresenta il passaggio dai checkpoint come un rituale di umiliazione e terrore imposto dai nazisti agli ebrei nel ghetto di Varsavia: una citazione così perfetta degli odierni checkpoint israeliani nei Territori occupati che ci lascia il dubbio se sia inconscia o voluta. Per quanto riguarda il razzismo dell’Occidente verso le popolazioni arabe e musulmane Fassin ricorda i discorsi sulla “grande sostituzione”, i divieti di simboli religiosi musulmani, il ritiro della nazionalità belga a figli di genitori palestinesi. Basta poi sfogliare i giornali italiani degli ultimi mesi per aggiungere a questo catalogo altre misure recenti: ritiro di nazionalità, provvedimenti di espulsione, arresti di promotori di raccolte di fondi di solidarietà per la popolazione di Gaza con l’accusa di sostegno ad organizzazioni terroristiche.

Tutto ciò porta Fassin a concludere che «la chiave di lettura definitiva del consenso dei Paesi occidentali all’annientamento di Gaza» è «l’espiazione per procura della loro partecipazione alla distruzione degli ebrei d’Europa» (ivi: 87). Per rendere possibile questa operazione è necessaria una operazione di rimozione della memoria dei Palestinesi, permettendo ad Israele «la cancellazione di tutto ciò che costituisce l’anima di un popolo, le sue scuole, le sue biblioteche, le sue librerie, i suoi musei, i suoi cimiteri, i suoi siti religiosi, i suoi monumenti storici, i suoi centri culturali» (ivi: 73) Uno scenario che abbiamo già visto, in un passato recente, in Bosnia – anche quello un Paese musulmano, cosa che i media hanno menzionato assai poco durante il conflitto – con il massacro di Srebrenica,  la distruzione della biblioteca di Sarajevo, sotto gli occhi dell’Occidente. Fassin mette a confronto lo sdegno mondiale per la distruzione dei Buddha di Bamiyan da parte dei talebani afghani e «l’insensibilità delle autorità europee e nordamericane di fronte alla distruzione della Grande Moschea di Gaza, risalente al XIII secolo» (ivi: 74). La battaglia per la memoria peraltro non implica solo la distruzione delle vestigia del passato ma anche tutte le azioni volte a impedire la futura produzione di cultura: l’assassinio sistematico e mirato di intellettuali, studenti, artisti, giornalisti, scrittori, poeti nonché, attraverso la sistematica presa di mira delle scuole e degli insegnanti, delle infrastrutture di comunicazione e delle pure condizioni di vita, la produzione di alcune generazioni di analfabeti, onde impedire la trasmissione della memoria ed avallare definitivamente la storia su cui si regge l’impresa sionista: la Palestina era un deserto, il popolo palestinese non esiste. 

diploIl fronte della storia 

La battaglia della memoria è dunque strettamente contigua al fronte della storia che non a caso Netanyahu chiama “l’ottavo fronte” [3]. Israele ha perso – in modo addirittura sorprendente per la sua rapidità – il favore dell’opinione pubblica. Saranno i ricercatori futuri a dover spiegare come mai, quasi da un giorno all’altro, abbiamo assistito al crollo della narrativa e della mitologia sionista e all’emergere in tutto il mondo di un movimento a favore della Palestina che ha riempito le piazze e le università, ha schierato intellettuali ed operai, ha moltiplicato pratiche non-violente quali il boicottaggio e la richiesta di annullare progetti di investimenti e cooperazione. Occorre quindi “riconquistare le menti”, ricostruire un progetto portato avanti meticolosamente per anni mediante la hasbara – una capillare pratica di propaganda, diplomazia, intelligence volta ad ottenere il consenso alle politiche di Israele. Tale pratica doveva in parte il suo successo al consenso generalizzato da parte dei governi e di buona parte dell’opinione pubblica: il rovesciamento repentino che Gaza ha provocato nell’opinione pubblica richiede di riparametrare la strategia comunicativa con particolare attenzione ai social media. Ne è un esempio la vicenda Tik Tok.

Nell’ottobre 2025 un articolo sul Washington Post riportava l’accusa a Tik Tok (di proprietà cinese) di favorire contenuti filo palestinesi [4]. È’ di gennaio di quest’anno la conclusione di un accordo con cui Tik Tok cede le proprie attività negli Usa ad un gruppo di investitori americani evitando così il bando nel Paese, alla fine di pressioni che hanno raggiunto l’apice con Donald Trump. A seguire, inizio febbraio, la Commissione Europea ha stabilito in modo preliminare che TikTok è in violazione della legge sui servizi digitali (Dsa) per la sua progettazione che porta ad assuefazione, minacciando una multa salatissima. Difficile stabilire una qualche correlazione ma apparentemente Netanyahu può contare, nel lavoro tempestivamente avviato di riscrittura della storia, non solo sul presidente americano ma anche su molti governi europei. Ne è esempio anche la recente intervista (14 gennaio 2026) rilasciata da Mike Pompeo, già Segretario di stato americano, in cui dichiara: «La prossima generazione di giovani non ricorderà il 7 ottobre allo stesso modo: questo è vero in Israele, in America e in generale nel mondo. Dobbiamo fare in modo che la storia venga raccontata nel modo giusto», che i futuri libri di storia «non parlino delle vittime di Gaza». Ci sono state vittime civili, come in ogni guerra, ma «erano le persone dello Stato-nazione di Israele. Questo richiede che ognuno di noi ne parli ogni giorno in tempo reale con i nostri figli, i nostri nipoti, in modo serio, ponderato, completo e morale» [5].

Nei futuri libri di storia la narrativa israeliana vorrebbe cancellare qualsiasi riferimento a quanto ha preceduto il 7 ottobre 2023. «Non c’è un passato. Anche peggio: ogni riferimento a quel passato è sospetto e riprovevole, perché sembra giustificare l’operazione contro civili e soldati israeliani» (ivi: 21) All’estremo opposto, si fa notare che la storia dovrebbe invece risalire alla Dichiarazione di Balfour del 2017 in cui la potenza coloniale britannica si dichiarava favorevole all’istituzione di “un focolare nazionale” per il popolo ebraico in Palestina e che siamo in presenza di una “guerra dei cent’anni”. Per quanto controverso, «Il punto di partenza di un racconto è importante» come dice la scrittrice e psicologa palestinese-americana Hala Alyan citata da Fassin.

Mentre l’espressione “7 ottobre” è ormai entrata nei media senza bisogno di contestualizzazione, l’espressione “Diluvio al-Aqsa” ne è uscita. Quanti oggi saprebbero dire da cosa prende origine quel nome? Su internet non si trovano spiegazioni. L’AI, di solito la prima a rispondere con la sua puntigliosa diligenza di prima della classe stavolta non si presenta nemmeno all’appello. Wikipedia parla solo di “tensioni nella moschea”. Google, per quanto uno si ostini a digitare “Diluvio al-Aqsa” fornisce solo una serie di contenuti sul diluvio universale. Alla censura è sfuggito soltanto un oscuro quotidiano di ecologia e economia sostenibile che alla vicenda dedica un lungo articolo intitolato: “Palestina in fiamme: i militari israeliani invadono la moschea sacra di al-Aqsa”. È datato 5 aprile 2023. In esso si legge: «Stanotte, decine di fedeli sono rimasti soffocati dopo che le forze di occupazione israeliane (IOF) hanno fatto irruzione nella sala di preghiera di al-Qibly nel complesso della moschea di al-Aqsa, e hanno sparato contro di loro proiettili di metallo rivestiti di gomma e bombe stordenti e lacrimogeni. … filmati e le immagini che circola sui social media mostrano soldati israeliani che aggrediscono e picchiano duramente i fedeli con i manganelli e i calci di fucile e poi arrestano molte persone facendole stendere ammanettate sul pavimento» [6]. 

arendtIl compito di testimoniare 

Il fronte della storia ingloba due campi di battaglia diversi, «uno locale, in Palestina, l’altro globale, in Occidente» scrive Fassin nelle sue conclusioni. Il suo “documento d’archivio” è destinato al secondo fronte. Per quanto quest’ultimo gli appaia una «catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine» (parole prese a prestito da Walter Benjamin[7]), dove «dal 7 ottobre è proprio la storia dei vincitori che viene scritta», tuttavia le sue ultime pagine sono intrise di un inatteso ottimismo. «Un giorno probabilmente verrà scritta un’altra storia, che metterà in prospettiva i decenni di oppressione e resistenza … Ai palestinesi verrà restituita una voce e con essa rinascerà una lingua» (ivi: 93) perché, e qui cita Reinhart Kosellek «a lungo termine, i vantaggi della conoscenza provengono dai vinti».

Una simile fiducia nel prevalere della verità la esprimeva sessant’anni fa Hannah Arendt in un famoso saggio pubblicato nel 1967 in The New Yorker, sulla scia delle polemiche suscitate dall’uscita del suo Eichman in Jerusalem (1963) [8]. Analizzando i cattivi rapporti che intercorrono attraverso i secoli tra verità e politica – quest’ultima pretendendo, in generale con successo, di assoggettare a sé la prima – la Arendt conclude che ciononostante «i fatti sono superiori al potere» avendo «la stessa irreversibilità che è il contrassegno di ogni azione umana». Tuttavia, ammette la Arendt, la verità fattuale deve la propria sopravvivenza anche all’esistenza di certe istituzioni pubbliche che, pur essendo sostenute dall’autorità costituita, sono «accuratamente» protette «nei confronti del potere sociale e politico»: in primis la magistratura e l’università [9]. Per quanto questi “rifugi di verità” siano esposti «a tutti i pericoli che derivano dal potere sociale e politico», cionondimeno «le probabilità che la verità prevalga in pubblico sono accresciute di molto dalla mera esistenza di tali luoghi e dall’organizzazione di studiosi, indipendenti e presumibilmente disinteressati, associati ad essi».    

Appare difficile condividere oggi la fiducia espressa dalla Arendt in un testo che risale a sessant’anni fa, mentre ancora l’Europa credeva di poter chiudere i conti con il nazismo – con la sua accettazione dello sterminio degli ebrei – attraverso processi talvolta spettacolari. Del resto proprio la messa in guardia da una simile illusione – «Qui si devono giudicare le sue azioni [di Eichmann], non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo» scrive ne La banalità del male – è all’origine di una profonda rottura tra la Arendt e la comunità ebraica. Inoltre la fiducia nella resilienza delle “verità fattuali” di fronte al potere, espressa dalla Arendt, non doveva confrontarsi con le tecnologie digitali, con le piattaforme virtuali ed i social media, ovvero con l’ampliamento a dismisura degli spazi in cui saltano i confini tra realtà e finzione mentre si restringono fin quasi a scomparire gli spazi di confronto faccia a faccia, o come si dice oggi “in presenza”, in cui le verità fattuali si materializzano e le finzioni virtuali si dissolvono. E facciamo fatica anche a condividere pienamente la fiducia di Fassin che scrive mentre le vittime di ieri si sono trasformate nei persecutori di oggi riproducendo con spaventosa simmetria sugli altri gli stessi meccanismi che hanno subìto e parla di una storia futura e diversa, «animata dalla verità e dalla speranza».

Forse la parola “verità”, applicata alla storia, è diventata una parola troppo grossa in un’epoca in cui la magistratura è entrata nell’agone della politica e le università vengono sospinte in quello del mercato e il potere interferisce in ambedue, negli Usa come in Europa come in Israele; forse dobbiamo sostituirla con “testimonianza”.  Nessun individuo isolato possiede la verità ma ognuno può offrire il suo pezzetto di testimonianza, il suo piccolo o piccolissimo “documento d’archivio”. Sul fronte occidentale quando i futuri ricercatori si misureranno con i media mainstream – i cui contenuti sono meno labili e più duraturi anche se meno ricchi di quelli dei social media – si confronteranno ancora una volta con la vergogna dell’Occidente, con i silenzi, le manipolazioni, il “linguaggio guastato” e il “pensiero soffocato.” Contrastare tutto questo è una responsabilità degli intellettuali; non farlo è complicità. Se coloro che dispongono del potere e della forza fanno tanti sforzi per mettere a tacere la testimonianza di centinaia di giornalisti, scrittori e artisti che a Gaza l’hanno pagata con la vita e quella dei loro cari dobbiamo pensare che a qualcosa essa serve, dobbiamo pensare che sia uno strumento temibile. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note
[1] http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/7770384.stm
[2] Nei primissimi video che hanno circolato sui social dopo l’attacco del 7 ottobre l’iconografia dei parapendii usati da Hamas era più fantastica che violenta
[3] Benoit Bréville, “L’ottavo fronte”, Le monde diplomatique – il manifesto, n. 12, dicembre 2025.
[4] Id.
[5] https://www.aljazeera.com/opinions/2026/2/2/the-next-stage-of-the-gaza-genocide-has-begun
[6]https://www.greenreport.it/news/approfondimenti/45067-palestina-in-fiamme-i-militari-israeliani-invadono-la-moschea-sacra-di-al-aqsa
[7] Walter Benjamin, Angelus Novus, tr. it. Torino, Einaudi, 1962
[8] Tr. it. Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, Feltrinelli, 2025.
[9] Cfr Hannah Arendt, Verità e politica, tr. it Torino, Bollati Boringhieri, 2026: 63.

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Chiara Sebastiani, sociologa, politologa, psicoanalista, è professore Alma Mater dell’Università di Bologna. Tra i suoi temi di interesse le politiche delle città, lo spazio pubblico, le questioni di genere. Ha vissuto e insegnato in Tunisia dove dal 2011 ha seguito sistematicamente le trasformazioni in corso, scrivendo numerosi articoli e un libro (Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico, Cosenza, Pellegrini Editore, 2014). Tra le sue altre pubblicazioni: La politica delle città, Bologna, Il Mulino, 2007 e La sfida delle parole. Lessico antiretorico per tempi di crisi, Bologna, Editrice Socialmente, 2014. Collabora a diverse riviste e webmagazines e lavora come psicoterapeuta a Milano.

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