di Roberto Lazzaroni
Il 2025 è stato per il Museo Etnografico dell’Alta Brianza (MEAB) il ventesimo anniversario della rassegna “Voci, gesti e culture”, che ha proposto negli anni molti incontri con antropologi, direttori museali, ricercatori, esperti di cultura locale offrendo momenti di conoscenza, confronto e riflessione. L’edizione del 2025 non è stata da meno e, se possibile, ha offerto alcuni spunti unici su cui riflettere. Per questo motivo ho voluto parlarne con il direttore, Massimo Pirovano, per riflettere con lui su questo importante traguardo attraverso l’analisi delle singole tappe della rassegna.
Massimo è stato una guida insostituibile nel mio percorso di dottorato di ricerca, svolto proprio al MEAB e terminato a dicembre del 2025. Nel corso di questi anni di ricerca ho avuto modo di conoscere il museo nelle sue particolarità, per cui l’intervista a tratti ha preso la piega del dialogo, stimolandolo con domande mirate e riflessioni. Ognuno degli eventi di cui abbiamo discusso è stato condiviso sul sito del museo stesso, rendendo i contenuti degli incontri fruibili anche a coloro che non hanno potuto essere presenti di persona: https://meabparcobarro.weebly.com/eventi-2025.html
Il primo evento ha avuto luogo il 16 marzo e si è trattato di un appuntamento con due laboratori aperti ad un pubblico più vasto rispetto a quello a cui normalmente questo museo riesce a rivolgersi, ossia le scuole. Il primo laboratorio ha avuto come tema il canto popolare, di cui Massimo, che ha condotto quel momento, è studioso e praticante. Accanto all’esecuzione e all’ascolto si è sviluppata l’analisi delle differenze tra questo tipo di performance e la musica consumata quotidianamente, che negli ultimi anni ha subìto drastici cambiamenti spinti dalle nuove piattaforme di ascolto.
Il secondo laboratorio, condotto da Paola D’Ambrosio con Carlo Colombo e Agostino Cesana, ha trasformato la Sala Leydi in un luogo di incontro tra il mondo degli apicoltori e i presenti, curiosi di approfondire le proprie conoscenze sulla mostra temporanea in corso in quel periodo al museo. Il tema delle api e dell’apicoltura permette di riflettere sulle conoscenze e le pratiche sia a livello hobbistico che professionistico, per quanto, all’interno di questo ambito, la differenza sia solo nell’aspetto economico. Qual è il valore di questi momenti laboratoriali? «C’è, come dire, in questo appuntamento un elemento ricorrente delle nostre proposte che è quello di simulare in qualche modo la situazione di campo facendo incontrare i nostri interlocutori, ovvero i testimoni, con il pubblico». Non si tratta solo di aprire le porte a specifici mondi “esotici” per i visitatori, ma di condividere con loro le pratiche stesse dell’etnografia, su cui il museo stesso fonda la sua missione. Similare, ma rimodulato per un pubblico più giovane è stato l’evento del 12 aprile, intitolato “Cera, una volta: racconti in compagnia delle api”, nel quale hanno trovato posto una serie di letture per bambini dai 3 ai 9 anni che hanno attribuito all’ape un posto d’onore, con i pregi e difetti che gli umani assegnano loro. È l’abitudine alla scoperta dei diversi punti di vista che fa da filo conduttore tra le giornate del 16 marzo e del 12 aprile, chiedendo ai visitatori di percorrere quel “giro largo” che l’antropologia colloca al centro della sua ricerca.
Il giorno seguente, ovvero domenica 13 aprile 2025, Paola D’Ambrosio e Giosuè Bolis hanno presentato il documentario “Api – culture. Pratiche e riflessioni intorno all’alveare”. Paola D’Ambrosio ha svolto la ricerca con gli apicoltori della Brianza insieme a Giosuè Bolis, collaboratore del museo di lungo corso. Le ricerche di campo si sono tradotte in una mostra, inaugurata nel settembre 2024 e proseguita fino a settembre 2025, e in due documentari: il primo di questi è stato presentato in occasione dell’inaugurazione della mostra; il secondo è stato presentato – appunto – ad aprile 2025. Quest’opera ha seguito il lavoro degli apicoltori nel corso di un anno, evidenziando i saperi e i gesti dei protagonisti, così come le difficoltà incontrate nel corso del lavoro.
Massimo ha confermato una mia suggestione, ovvero che se il primo documentario del 2024 metteva in scena un punto di vista più biografico degli apicoltori, questo secondo lavoro, valorizzando i patrimoni immateriali che “ronzano” attorno all’apicoltura, restituisce un punto di vista più etnografico-patrimoniale. Ho trovato illuminante in questa proposta un punto in particolare, per ricordare ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto il locale e il globale siano intrecciati in profondità: si pensi ai parassiti, alle diverse specie di vespe che arrivano, alle scelte operate sulla pulizia dei boschi, ecc. Ogni elemento, dal piccolo insetto proveniente dall’altra parte del mondo, alle conseguenze climatiche delle attività produttive umane globali fino ad arrivare alle scelte sul taglio dell’erba della piccola località, si tratta dell’arrivo di nuove minacce e di nuove conoscenze che si contendono lo spazio di vita delle api e lo spazio di pratica degli apicoltori, che diventa una pratica di cura prima che di produzione.
L’8 giugno 2025 c’è stato un altro importante appuntamento al MEAB; importante per due motivi (come il precedente): per il tema e per colei che l’ha condotto. Sara De Toni, laureata magistrale in Antropologia Culturale a Milano-Bicocca ha presentato un intervento dal titolo: “Il disastro dell’Icmesa di Seveso-Meda del 1976 tra memoria e oblio”. La giovane studiosa, già legata al MEAB come volontaria, ha posto sotto i riflettori gli esiti della sua ricerca sulla memoria del disastro industriale del 1976, grazie a un lavoro condotto a Seveso tra il 2023 e il 2024. Attraverso la raccolta di memorie diverse, talvolta conflittuali, che, per alcune persone del territorio, ha coinciso con la concomitante necessità di dimenticare, emerge in tutta la sua forza il concetto di “difficult heritage” coniato da Sharon Macdonald [1]. Attraverso le parole di coloro che hanno partecipato alla ricerca di Sara De Toni si percepisce come il disastro del 1976 sia tuttora vivo nei territori, non solo perché la contaminazione è ancora presente nei terreni, ma per le rappresentazioni e l’oblio che si sono associati all’evento. Il valore di un incontro del genere al MEAB, oltre che nella memoria storica, si trova nella scelta di contestare l’abitudine a guardare i musei etnografici come a luoghi della memoria buona e della nostalgia, mettendo al centro le memorie politicamente scomode e non rassicuranti.
L’altro elemento importante di questo e di altri appuntamenti che, nel corso della nostra conversazione, Massimo ha voluto sottolineare, è la scelta di valorizzare le esperienze delle persone che nel tempo si sono avvicinate al museo, dapprima come curiose, poi volontarie, e infine, collaboratrici, come nel caso di Paola D’Ambrosio e Sara De Toni (non le uniche per la rassegna 2025). Si tratta di una scelta politica complessa, che intende mantenere il valore scientifico della ricerca di campo e al contempo di aprire l’ambito museale a pratiche dal basso, che possano valorizzare punti di vista nuovi, una partecipazione più democratica in particolare per enti museali che soffrono della scarsità di personale, anche offrendo spazi di confronto e di riflessione su questioni attuali.
La necessità della ricerca nella contemporaneità è fortemente sentito dal direttore del MEAB; davanti agli ostacoli, già manifestati in passato [2] e condivisi con altri istituti museali simili [3], rispetto al rinnovamento delle esposizioni e degli stimoli offerti al confronto culturale e alla riflessione come parte fondamentale della missione museale: come dice Pirovano «in queste scelte strategiche c’è anche la volontà di presentare la ricerca antropologica come una ricerca problematica, che pone all’attenzione dei visitatori esperienze tutt’altro che tranquillizzanti, specialmente se si parla del presente».
A corredo di questo impegno dal basso è arrivato l’appuntamento del 29 giugno 2025, nel quale il collettivo “Futuro MEAB” ha presentato un documentario dal titolo “Il futuro ha radici profonde: 20 anni di volontariato al MEAB”. Prima di parlare del documentario occorre presentare proprio “Futuro MEAB”, che raggruppa giovani volontarie e volontari del museo che, a partire dall’autunno del 2023, hanno deciso di produrre conoscenza e pratiche museali dal basso in maniera volontaria e collettiva, spinti dal desiderio di definire una traiettoria di vita migliore per il MEAB rispetto alle difficoltà strutturali che rischiamo di ridurne l’attività. Dopo aver realizzato una mostra phygital e un documentario nel 2024, all’inizio 2025 parte del collettivo si è ritrovato per lavorare ad un documentario che riproponesse il medesimo livello di sperimentazione digitale che aveva caratterizzato le pratiche dell’anno precedente. Con l’intenzione di sperimentare nuovi modi di produzione e di comunicazione rispetto alla storia del MEAB, è stato realizzato un documentario a budget zero, attraverso l’utilizzo di device personali di uso comune e software open-source. Il lavoro del gruppo, fin dal 2023, si è avvalso di due strategie in particolare: il bricolage digitale [4] e la cosiddetta “bring your own device” [5].
Questa sperimentazione ha fatto emergere sia le possibilità sia limiti di un approccio dal basso privo di supporti strutturali, che sono state oggetto primario di analisi nella mia ricerca di dottorato, conclusa al termine del 2025. Ho chiesto a Massimo se la realizzazione del documentario e la sua presentazione possano essere servite un po’ anche per dare autorevolezza ai giovani volontari da parte dei volontari storici: «credo e spero di sì anche se c’è stato un pudore generale da parte dei presenti intervistati che non osavano dire come si erano trovati rappresentati, mentre qualcuno che non era risultato tra i protagonisti può aver pensato “sarebbe piaciuto anche a me dire qualcosa”». Da parte mia, ho condiviso con il direttore lo scopo di creare un prodotto digitale che possa modificarsi nel tempo in maniera fluida, aggiungendo o modificando le voci seguendo l’andamento stesso del gruppo, come un racconto scritto su un foglio digitale che venga costantemente rimaneggiato, sempre simile a sé stesso ma mai uguale.
Il tema del documentario ha messo al centro i vent’anni di attività dell’Associazione dei volontari del MEAB, attraverso un racconto che affronta gli ambiti nei quali i volontari hanno dato il loro contributo, raccogliendo alcune voci significative tra le molte presenti. Ne emerge un quadro di profondo legame tra le guide e il museo, che attraversa in profondità il tema del dono fatto dai volontari nei confronti del museo e di ciò che il museo ha restituito loro. Questo lavoro apre, altresì, ad una domanda fondamentale ma inespressa: senza le forze dei volontari quali sarebbero state le possibilità per un museo come questo? Una domanda che prosegue nel solco delle riflessioni già sviluppate sul senso dei musei etnografici in Italia oggi e sul loro futuro. Massimo aggiunge che in altre edizioni di Voci, gesti, culture si è stato dato spazio a diversi incontri imperniati sulle storie di vita di alcune guide, protagonisti al posto degli studiosi più famosi o in dialogo con loro.
Il successivo ciclo di incontri ha riguardato un tema comune, ossia il turismo, e si è aperto con una conferenza tenuta il 18 maggio 2025 da Marco Aime dal titolo: “Antropologia del viaggio”. Grazie a questo importante antropologo italiano la riflessione è stata centrata non tanto sui luoghi dei viaggi contemporanei, quanto sui viaggi stessi come oggetto di analisi. Ne è emerso un quadro profondamente mutato dalle stesse piattaforme turistiche che hanno spostato il viaggio da un movimento carico di curiosità per la scoperta ad uno spostamento in cerca di conferma delle aspettative che si sono già costruite prima di partire; si tratta del cosiddetto “effetto Disneyland” di cui parla Marc Augè [6]. A partire da questo spostamento di senso, sono i luoghi turistici che cercano di adeguarsi alle aspettative estetiche e sensoriali dei turisti per cercare di intercettarli. Dentro questo spazio che è il luogo del viaggio vengono collocate le aspettative dei turisti, come la ricerca della “cosa antica” o del “primitivo” o ancora dell’“autentico”, ma trovano spazio anche le iniziative locali per costruire quello che il turista cerca.
Il viaggio, oggi, è diventato la ricerca dell’instagrammabilità, ossia del luogo da fotografare e postare sui social per poter testimoniare la propria presenza, svuotando però al tempo stesso l’esperienza dello spostamento e della relazione. Ma turismo, oggi, significa anche lotta politica, quando il terreno diventa i servizi che vengono dirottati verso i turisti a discapito dei residenti. Un primo e importante incontro per riflettere sul turismo come fenomeno sociale e culturale oggi e che è proseguito nei successivi tre eventi museali.
Il primo di questi momenti si è svolto il 20 luglio, grazie alla presenza di Paul Rösch che ha parlato di “Tutto il turismo in un museo: il Turiseum di Merano”. L’evento ha consentito una sorta di visita virtuale analogica, possibile grazie al racconto da parte di uno dei progettisti ed ex direttore del museo di Merano. Il museo tratta proprio il tema del turismo nella zona dell’Alto Adige, attraverso un continuo rimando ai fenomeni globali. Attraverso le parole di Rösch, è emerso come il turismo sia stato un potente motore di modernizzazione per la società altoatesina, che ha spinto la popolazione locale, ‘chiusa’, a confrontarsi con altre culture, facilitando la convivenza tra i gruppi linguistici.
In un museo che rivede l’idea di esposizione museale, trasformandola da un percorso educativo in un’attrazione, si riposiziona anche il rapporto tra il museo e il visitatore in un gioco tra ospite e ospitante. Il dibattito in chiusura dell’evento ha toccato le criticità odierne che sta vivendo la zona di Merano, relative ai fenomeni di overtourism, come l’aumento di automobili e motociclette sui passi alpini, che comportano l’aumento del traffico e l’inquinamento sonoro, la crescita dei costi in ambito immobiliare che rende difficile risiedere stabilmente e la gestione dei flussi turistici e del numero di affitti brevi. Questi fenomeni sono ormai parte di un tema che è condiviso a livello globale e che spinge a riflettere sulle necessità di un cambiamento nelle pratiche.
Il secondo appuntamento, il 6 settembre 2025, si è caratterizzato per un doppio laboratorio, già parte dell’offerta formativa per le scuole, e adattato per un pubblico più ampio, che è stato condotto da due giovani ricercatrici già volontarie e collaboratrici del MEAB. Il primo, dal titolo “Itinerario etnografico da Villa Bertarelli al MEAB” e condotto da Francesca Buti, ha proposto una passeggiata lungo la strada che separa il territorio comunale di Galbiate (LC) da Camporeso, l’abitato in cui ha sede il museo, per scoprire luoghi, edifici e pratiche di interesse etnografico. Un formato etnografico noto che utilizza la presenza fisica del corpo lungo un percorso molto accessibile, che viene reso denso dai racconti di chi ha abitato questi luoghi, dall’osservazione e dall’interazione. A seguire, il secondo laboratorio, condotto da Serena Meroni, era intitolato “Ogni mappa racconta una storia: laboratorio per un percorso interculturale”. Questo momento, attraverso una lezione frontale e un’attività laboratoriale, era volto ad indagare come la cartografia sia una disciplina che rispecchi narrazioni storiche e culturali dal valore relativo, e sia un prodotto dei rapporti di potere anziché l’esito di una pratica oggettiva.
Il quarto appuntamento dedicato al tema del viaggio e del turismo si è svolto domenica 21 settembre 2025 e ha visto l’inaugurazione della nuova mostra temporanea dal titolo “Souvenir. Turisti in Brianza e dalla Brianza in altri luoghi”, a cura di Massimo Pirovano, Francesca Butti, Serena Meroni. La presentazione è stata arricchita dalla visione del documentario realizzato a corredo della mostra e da una discussione sul tema. Si è così concretizzato un percorso di quattro appuntamenti, che hanno posto al centro delle analisi le pratiche di spostamento nella loro accezione ricreativa. La ricerca etnografica è partita dal dato storico della Brianza come meta di un turismo delle classi benestanti provenienti dagli ambienti urbani durante il Settecento e l’Ottocento, paragonabile per i riferimenti sociali al turismo d’élite della zona altoatesina presentata da Paul Rösch.
Questo fenomeno si è concretizzato nelle cosiddette “Ville di Delizia”, luoghi di vacanza e di svago arricchite da decori e giardini, ma anche di rappresentanza e di fuga dalle città con i suoi problemi. Tra queste, figura proprio Villa Bertarelli, sede attuale dell’Ente Parco Monte Barro. La presenza di queste residenze ha influito direttamente anche nel tessuto sociale locale, perché le famiglie possidenti sono le stesse che hanno iniziato ad investire nell’agricoltura e nelle attività manifatturiere. La Brianza, nella seconda metà del Novecento, poi, è passata dall’essere un luogo di turismo in ingresso a luogo di un turismo di massa “in uscita” sviluppatosi a partire dagli anni del boom economico.
Il documentario, prodotto da Francesca Butti, Serena Meroni, con la collaborazione di Giosuè Bolis, ha raccolto le testimonianze di coloro che vivono il turismo contemporaneo. Le testimonianze raccolte durante le interviste delle due ricercatrici provengono da persone che vanno dai 21 ai 92 anni: con storie, riferimenti impliciti alla storia sociale generale del nostro paese. Massimo precisa che «l’idea era quella di far capire che ci interessava un fenomeno storico ma anche l’attualità e una serie di esperienze e di problematiche che riguardano il turismo e il modo di vivere il viaggio della contemporaneità». Gli oggetti in mostra e le parole espresse nel documentario raccontano di un fenomeno recente ma che si sta fortemente caratterizzando a livello generazionale per le pratiche realizzate, con le possibilità di fruizione di alternative più sostenibili rispetto ai viaggi organizzati e alle mete classiche.

Particolare della mostra “Souvenir. Turisti in Brianza e dalla Brianza in altri luoghi “Souvenir. Turisti in Brianza e dalla Brianza in altri luoghi”
La mostra, che proseguirà almeno fino al mese di giugno 2026, è diventata anche terreno di sperimentazione dal punto di vista curatoriale; accanto ai souvenirs esposti, infatti, non sono state collocate delle didascalie ridotte che esplicitano la natura dell’oggetto ma, come dice Massimo, «questa volta tutti gli oggetti hanno una lunga didascalia che racconta la storia del souvenir, che in qualche modo fa conoscere, oltre all’occasione del viaggio, anche costituisca oggetto di un affezione particolare da parte del prestatore». Emerge tutta la densità degli oggetti che cessano di essere prodotti commerciali per diventare testimoni materiali di ricordi ed emozioni. Il desiderio, accanto a questa esposizione temporanea, sarebbe quello di realizzare una serie di eventi che mettano i prestatori al centro dei racconti sui viaggi da sviluppare attorno ai souvenir; momenti che riprendono l’idea del museo-forum, aperto alla partecipazione, orizzontale, che facilita gli scambi e che, dice Massimo, mette in luce le relazioni «dal punto di vista del rapporto tra oggetto e memoria e esperienza immateriale».
L’ultimo degli appuntamenti della rassegna “Voci, gesti e culture 2025”, condotto da Saul Casalone, si è intitolato “Tenere il tempo. Storia della fisarmonica in Brianza”. Duplici anche qui i motivi di interesse per questo evento al MEAB: per il tema della ricerca e per il ricercatore. Riguardo al primo, «la fisarmonica, dice Massimo, è generalmente considerata uno strumento della tradizione, ad esempio, rispetto alla chitarra, mentre Saul ha mostrato come abbia avuto un grande successo nella prima metà del Novecento per poi venire un po’ emarginato». Anche in questo appuntamento si è voluto spostare il punto di vista del senso comune: «Saul dimostra con la sua ricerca, che si tratta di uno strumento della modernità, perché a partire dalla fine dell’800 ha sostituito altri strumenti che si esibivano in organizzazione orchestrale [...] perché consente di presentare contemporaneamente la melodia e l’accompagnamento armonico e quindi riusciva a sostituire egregiamente appunto le bandelle, per esempio, per il ballo».
Il secondo motivo di interesse, secondo la politica culturale del MEAB, riguarda la figura del ricercatore che ha presentato l’incontro. Saul Casalone è un volontario e un collaboratore del MEAB che ha contribuito ad avviare l’archivio sonoro del museo attraverso la digitalizzazione dei nastri analogici e che ha svolto questa ricerca storica ed etnografica, soprattutto grazie all’incontro di Ezio Rigamonti, fisarmonicista ultracentenario e personaggio locale: c’è stato «anche qui il tentativo di valorizzare una ricerca condotta da diversi anni in maniera molto scrupolosa da Saul, che non aveva mai avuto occasione di essere presentata al pubblico. Quindi ancora una risorsa interna molto professionale».
Sono arrivati, quindi, i vent’anni della rassegna “Voci, gesti e culture”, che nel 2025 si è caratterizzata da una parte per un’attenzione ai temi della contemporaneità, dalle api come testimoni dei cambiamenti climatici alle evoluzioni del fenomeno turistico, dando sempre risalto all’ambito patrimoniale immateriale, così fortemente connesso con il sapere antropologico e dall’altra per la ricorrente valorizzazione delle professionalità “interne” al museo. L’esperienza del MEAB è molto particolare proprio per quest’ultimo aspetto, perché il museo ha saputo radunare fin dalla fondazione un gruppo di ricercatori appassionati. Negli ultimi anni a questi si sono aggiunte ricercatrici e ricercatori formati sui temi della pratica etnografica. Il desiderio di Massimo è quello di promuovere il lavoro dal valore scientifico di queste persone, realizzando così l’idea di un museo aperto e fondato sul dialogo e, al contempo, quello di avere delle persone in grado di prendere presto il suo posto. Questo potrebbe evitare l’ipotesi, osteggiata anche dall’Associazione dei volontari, di vedersi calare dall’alto una figura, ancorché competente, che non abbia una biografia legata al MEAB e una serie di relazioni umane e sociali decisive per un museo di società non localistico. Osservando questo anno di eventi penso si possa dire che anche se il futuro è ancora da scrivere, ha davvero “radici profonde».
Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] Macdonald, Sharon. Difficult heritage: Negotiating the Nazi past in Nuremberg and beyond. Routledge, 2010.
[2] Pirovano, Massimo. Giuseppe Panzeri, Storico Di Comunità: Alle Origini Del MEAB | Dialoghi Mediterranei. 1 Sept. 2024, www.istitutoeuroarabo.it/DM/giuseppe-panzeri-storico-di-comunita-alle-origini-del-meab .
[3] Broccolini, Alessandra. Abbiamo Ancora Bisogno Dei Musei Demoetnoantropologici? Riflessioni a Margine Di Un Volume | Dialoghi Mediterranei. 1 Nov. 2022, www.istitutoeuroarabo.it/DM/abbiamo-ancora-bisogno-dei-musei-demoetnoantropologici-riflessioni-a-margine-di-un-volume .
[4] Karanasios, Stan, et al. “Digital bricolage: creating a digital transformation from nothing.” International Conference on Information Systems, ICIS 2022:” Digitization for the Next Generation”. Association for Information Systems, 2022.
[5] Barlette, Yves, Annabelle Jaouen, and Paméla Baillette. “Bring Your Own Device (BYOD) as reversed IT adoption: Insights into managers’ coping strategies.” International journal of information management 56 (2021): 102212.
[6] Augé, Marc. Disneyland e altri nonluoghi. Bollati Boringhieri, 2024.
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Roberto Lazzaroni, è dottorando in Antropologia Culturale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Nel corso di dottorato in Patrimonio Immateriale nell’Innovazione Socio-Culturale si è occupato di ricerca in ambito di digitalizzazione del patrimonio culturale immateriale attraverso una ricerca sviluppata nel Museo Etnografico dell’Alta Brianza. Laureato magistrale in Antropologia Culturale con tesi in antropologia politica sulle politiche indigene nella Lapponia Svedese. Si occupa di ricerca con le comunità, di pratiche dal basso, democratizzazione del sapere, inclusività e analisi delle tecnologie digitali in ambito museale come strumenti per la costruzione di pratiche di cura sociale.
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