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Venezia, nella trama di un sogno antico

coverdi Fabio Sebastiani

Parola poetica e luoghi di città a partire dalla raccolta Rilegature veneziane di Clarissa Arvizzigno (Arcipelago Itaca, 2024) che non è soltanto una interessante e bella raccolta di poesie destinate intersecare in più punti la città di Venezia, luogo dell’anima – e luogo fisico, anche, definibile ben al di là del senso comune – e dell’anima poetica in particolare, che attraverso la metafora riesce ad unire fino ad esiti impensabili osservatore e osservato. Ma è una documentazione accurata e immaginifica, anche, di quella “esperienza di città” che l’uomo moderno va via via irrimediabilmente perdendo: la città come “testo” e come “contesto”, che per secoli ha caratterizzato l’avventura progressiva dell’uomo moderno sembra essere arrivata al capolinea.

Ora il bivio che abbiamo davanti è piuttosto netto: da un versante “Infernale Meccanismo”, necessario al submeccanismo/corpo per procurarsi energia necessaria e “mai sufficiente” alla vita, peraltro tutta spesa a rimanere ben saldi nel “meccanismo” stesso obbedendo al puro istinto della paura, oppure “Parco Giochi” dove spendere la “procedura del reset” a beneficio di un corpo sfinito dai meccanismi: alla fine anche il potere si rende conto che al di là di ogni possibile forzatura i corpi non sono ancora del tutto delle macchine e ogni tanto devono essere ricaricati. Nel parco giochi, però, non c’è la possibilità di alcuna esperienza, meno che mai di conoscenza: è solo una variante dell’ingranaggio.

In Rilegature veneziane ciò che Clarissa Arvizzigno riesce a portare a termine è proprio questo percorso dell’io poetico che a partire da un tema, quello dell’amore e della relazione con l’altro, arriva a riappropriarsi della città portandone a carne viva il vissuto, perno fondamentale del rapporto tra testo e contesto, soggetto e oggetto, osservatore e osservato.

Partiamo da una considerazione: Venezia è la “prova provata” che la storia dell’uomo ha nelle città uno straordinario fattore evolutivo, un punto nodale del suo sviluppo non solo economico ma soprattutto intellettuale che addirittura gli dona la possibilità di un legame indissolubile con l’universo (questo legame, del resto, è la procedura usata nella fondazione delle città antiche, nessuna esclusa). Venezia è l’eclatante evidenza che la città è a suo modo un “luogo sacro” in cui il rito è sempre attivo ed ha a che fare con il suo stesso farsi, e questo imprime al tutto un movimento straordinario improntato al raggiungimento e alla conservazione di un equilibrio costante. 

Venezia (Lotto)

Venezia (ph. Paolo Lotto)

Forzare l’equilibrio come sta avvenendo nelle metropoli/necropoli occidentali equivale a distruggere la città, oppure a distruggere l’umanità. Equivale a rendere i territori dei non-luoghi. Nel caso di Venezia l’aberrazione è già manifesta nei numeri: 50mila residenti su 25milioni di turisti in un anno. Da poco non la si può più frequentare come città, occorre pagare un biglietto: esattamente come in un qualsiasi parco giochi. Pagare solo per stare lì.

La Arvizzigno ci chiarisce in modo esemplare che questo equilibrio non può non essere improntato alla bellezza. Ma qui la bellezza è proprio il risultato di una esperienza e non la conseguenza di un dato. È questo che può fare, e fa, il linguaggio poetico che l’autrice squaderna pagina dopo pagina in una girandola di metafore e sinestesie, antitesi e ossimori di rara forza.

L’esergo posto nell’apertura di Rilegature ci indica, innanzitutto, il rapporto tra la città e la parola. «Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano – disse Polo –. Forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo». Non è difficile riconoscere un passo delle Città invisibili di Italo Calvino. Quanto mai opportuno questo richiamo, perché nella città, intesa come la summa, la parafrasi stellare, della contiguità tra individuo, comunità, spazio, e parola, il luogo e il “dire il luogo” interagiscono costantemente, l’immagine e il “dire l’immagine” risiedono uno nel grembo dell’altra essendo quasi interamente sovrapponibili.  Interagiscono così fortemente che qui è il tempo a dipendere dallo spazio.

Ogni città, infatti, dètta e possiede saldamente il suo tempo; addirittura ne produce la scansione secondo un suo proprio respiro. Forse nemmeno potrebbe essere pensata la città senza questa basilare contiguità tessente. E di conseguenza la memoria non è mai una reale memoria: senza soluzione di continuità, è presenza viva. Solo l’ipertrofia metropolitana ha rotto l’incantesimo e provocato il disperdersi, l’amnesia, la perdita di identità. Lo stesso Calvino in Le città invisibili divide la classificazione delle città in «quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati».

Venezia (ph. Paolo Lotto)

Venezia (ph. Paolo Lotto)

La bellezza è una operazione complessa, sembra quindi dirci Arvizzigno – che sposa in pieno questa tesi imbozzolando a Venezia l’amore – attraverso cui, innanzitutto, sbloccare la propria corona sensoriale, lasciar fluire, e poi cominciare a costruire un gioco di corrispondenze tra la propria memoria profonda, la realtà, magari attraversata dall’amore, come nell’impianto di Rilegature veneziane, il luogo, le sensazioni provate e quelle evocate e, ancora, quelle rese “narrazione sinestetica”.

L’ars mirabilis dell’autrice è ottenere questo effetto attraverso una pazzesca centrifuga di metafore, e similitudini come piovesse. E tutte tenute in piedi da stringenti coerenze. Siamo alle soglie della poesia di visione, a tratti anche ermetica, di nuovi mondi, che possono prodursi solo in quella condizione di serendepità tipica della città a “misura di umanità”, propria di Venezia sicuramente, e non per gli occhi del turista, non per i frequentatori del parco giochi. Arvizzigno raggiunge questo risultato grazie ad un uso accorto delle sinestesie, appunto, in diretta corrispondenza con quei luoghi, quelli di Venezia, che sanno conservare, ad una “mente/parola sinestetica” la “sorpresa” dell’accadere mettendo insieme passato e presente, dramma e ironia, bellezza e malinconia. Una scelta di campo, verrebbe da dire, perché, come accennato sopra, le sinestesie hanno bisogno di un atteggiamento “accogliente” da parte del soggetto, rispetto alle proprie sensazioni interne in relazione all’ambiente e all’accadere circostante.

Certo, si potrebbe osservare che la sinestesia a Venezia “gioca in casa”. È vero, ma tra le tante “Venezie” squadernate dal senso comune o dal “parco giochi” forse la capacità è proprio quella di riuscire nella fase iniziale a sgombrare il campo dal “pregiudizio”. Operazione doppiamente impegnativa quando poi si passa alla traduzione della sinestesia in parola e, per meglio dire, in parola poetica.
La sinestesia è rilegatura, appunto. È la capacità che abbiamo di attraversare i mondi sensoriali – a dire il vero, unici mondi possibili – creandone di nuovi. È proprio del poeta questo e, in parte, dello scienziato. Ma se lo scienziato deve tornare comunque alla durezza ontologica dei suoi assiomi da una parte e, dall’altra, alla verifica sperimentale, il poeta, nel suo andamento inverso, cerca di rendere il più possibile credibile e coerente il suo mondo interiore agli occhi dei lettori. Ma dicendo “lettori” diciamo linguaggio, e dicendo linguaggio diciamo segni e simboli, senso e significato, memorie, universi che in certe città – e a Venezia in particolare – vivono solo grazie alla loro continua e insostituibile “rilegatura”. Venezia, e certe città, per essere veri luoghi hanno bisogno di essere “reinventate” da chi le abita, e non consumate.

E partiamo proprio dalla La città invisibile, collocata dall’autrice in stretta relazione all’acqua. Forse non è sufficientemente adeguato descrivere Venezia come “città sull’acqua”. Uno slogan da parco giochi, relazione spaziale che tradisce una sottostima del valore e della funzione profonda che l’acqua ha per la città di Venezia (e per l’umanità intera) e Arvizzigno lo interpreta a pieno titolo. Scrive: «… città invisibile che dall’acqua prende forma». Qui c’è la fissazione del concetto di città d’acqua, che l’autrice coglie benissimo tanto da dedicargli una intera sezione della sua raccolta e tornando più volte nelle varie poesie e in uno dei capitoli finali “Acquatiche”.

Venezia (ph. Paolo Lotto)

Venezia (ph. Paolo Lotto)

L’acqua è la sostanza, la palafitta è il raggiunto equilibrio intimo e incancellabile fabbricato così penosamente ma vitalmente dall’uomo, e non il vistoso arretramento come in una “banale” città di mare dedita al solo approdo. In questo lasciarsi involvere in un corpo-madre, nella rassicurante natura amniotica dello spazio, c’è la premessa del progressivo strutturarsi dell’elemento ancestrale decisivo, il solo che possa tornare a rendere viva la tessitura tra testo e contesto, individuo e spazio/tempo, osservato e osservatore. «La città metafisica/ noi che uscivamo dal seminario/ liquido, il paratesto della città/ che sale e sloga un rubinetto/ circolare che stilla dall’infanzia/ parabole di acqua dai ricordi». E poi ancora, «Tu immergi lo sguardo nel canale/ e nel bacio avviene un’espansione:/ è l’avvitamento dell’istante nella storia, /questo sospiro lento che inchiocciola/ le ore in ovatta senza fondo». E, infine: «…Venezia si distende/ per noi nel bacino della sera».

In una delle ultime pagine di Rilegature Arvizzigno produce la sua dichiarazione programmatica sul nesso tra città e parola, tra contesto e “parlanti” e il ruolo, nemmeno tanto velato che la metafora, e quindi la forza maieutica del poeta può svolgere. Qui, in “Piazza Metafisica”, questo il titolo, lo stile è quello della prosa poetica, ma ciò nulla muta nella forza della formula scelta dall’autrice: «La città è una grande meridiana della mente: i confini sono lune di pensieri, il loro movimento è cadenza dei vissuti di chi percorre il grande rizoma mai scoperto». E ancora, in “Giardini”, prosa poetica che chiude la raccolta: «Amarsi è questo sillabare le lingue dal principio, al centro di un giardino di confine».

Sempre in “Piazza Metafisica” si rintraccia anche un altro indizio importante a coronamento delle caratteristiche “rilegate” in Venezia: il tempo. «L’omino attraversa il tempo e lo disegna nel raggio tracciato dalle gambe: dove muore l’ora – si domanda – dove seccano i minuti senza centro? La piazza è un orologio senza ore, le lancette le gambe dell’omino: dove sta il battito del tempo, in quale cono meridiano?».

Venezia (ph. Paolo Lotto)

Venezia (ph. Paolo Lotto)

In un altro passo, posto in “Cerchi”, nelle prime pagine della raccolta, invece, si trova: «Scorre il tempo e poi non sai/ dov’è quell’officina dei minuti/ che srotolano a picco in trasparenze,/ quest’elastico lento che ci tiene/ appena in quelle figurette/ puntiformi di cerchi meridiani».

Questi versi ci fanno toccare con mano come ciò che agli uomini appartiene veramente non è il tempo ma la nominazione del proprio tempo. Non la sua misura, la sua “officina”, che, fatalmente, smarriamo non appena «l’amore cucito in una sillaba» (sono sempre versi di Rilegature) ci coglie e ci costringe alla passione dell’uno, al riconoscimento dell’altro e “di altro”. Amore per una persona o per un luogo, una città come Venezia. «Venezia: le stoviglie di una casa/ nel pomeriggio di mattoni rossi», scrive l’autrice. Una “cosalizzazione”, per niente banale, necessaria di un miracolo della storia delle città, semmai un giorno saremo in grado di scriverne una, che ci aggredisce con tenerezza e dolcezza riportandoci, appunto, alle Rilegature veneziane – ma a questo punto di ogni città che sia stata in grado di tenersi sul filo di un equilibrio possibile – all’opportunità data solo agli uomini attraverso la parola e l’arte di inventare il proprio futuro e, contemporaneamente, il futuro proprio. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 

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Fabio Sebastiani, giornalista e poeta, è laureato in Filosofia nel 1988 con una tesi sulle lingue artificiali. Dal ’95 e fino al 2012 fa parte della redazione di Liberazione occupandosi del settore sindacale. Ha al suo attivo diverse iniziative giornalistiche come la creazione e la conduzione di alcune web radio come Radio Rete Edicole, Radio Iafue, Radio Mir e Radio Anmil Network. Come poeta ha pubblicato un libro di aforismi e una raccolta di poesie dal titolo Molecole semplici per rivoluzioni complesse. Ha curato insieme ad altri due poeti due poemi collettivi, Gabbia no e Amicizia Virale.

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