
Yemen,.Aratura nella piana, dopo aver rimosso tutte le pietre vulcaniche, con l’ausilio di un cammello (ph. Giovanni Canova)
di Giovanni Canova
Nell’ambito del progetto di ricerca del Dipartimento di Studi Umani dell’Università di Catania “Narrare l’ambiente fra Oriente e Occidente” (2024), ho avuto la possibilità di allestire presso l’ex-Monastero dei Benedettini una esposizione comprendente sessanta fotografie sul tema “Uomo e natura in Yemen: un esempio di coesistenza”. Lo Yemen è stato al centro di varie missioni di ricerca negli anni tra il 1982 e il 1996, che mi hanno permesso di raccogliere una significativa documentazione sull’ambiente naturale, sulle strategie di adattamento umano e sulla vita sociale. Tra questi materiali figura una originale documentazione fotografica sulla vita tradizionale di villaggio.
La presente sintesi dei temi trattati, corredata da una decina di immagini, vorrebbe offrire un’idea del contenuto dell’esposizione, corredata da pannelli descrittivi delle singole sezioni tematiche.
L’ambiente naturale
L’area di ricerca prescelta negli anni 1982-1986, in accordo con le autorità yemenite, comprendeva la regione di al-Hada’, nel Governatorato di Dhamar, a circa un centinaio di chilometri a sud-est della capitale Sanaa. Si tratta di un vasto altopiano dove si elevano monti che superano i tremila metri d’altezza (Gebel Isbil, 3217 m). Solo con una intima conoscenza del terreno e un costante lavoro, utilizzando sapientemente le risorse disponibili in una prospettiva ecologicamente integrata, è stato possibile creare le condizioni di vita in un territorio altrimenti inospitale: montagne elevate che cingono vallate apparentemente semi-desertiche, nere per le estensioni di rocce vulcaniche, antichi letti di sterili wadi incuneati tra i monti. Il passaggio di una via carovaniera per la fornitura di salgemma dal deserto della Ramlat al-Sab‘atayn alle città dell’altopiano ha favorito la creazione di insediamenti e lo stanziamento di genti nomadi, laddove le condizioni del terreno offrivano risorse idriche o antiche opere idrauliche ancora utilizzabili.

Yemen. Il ghayl di al-Baraddun: l’acqua scorre da una grande sorgente a fianco della montagna lungo un canale sotterraneo fino al livello dei campi (ph. Giovanni Canova)
Gli insediamenti
I villaggi si trovano sulle pendici montuose o in grandi vallate, in genere su una elevazione del terreno che sovrasta le sottostanti coltivazioni. Questi insediamenti, per lo più di antica fondazione, si sono sviluppati in luoghi dove era presente una sorgente d’acqua, o dove gli abitanti, con secolare esperienza e perizia tecnica erano riusciti a raccogliere l’acqua piovana e conservarla per i periodi di siccità con ingegnose opere idrauliche. Come dicono gli yemeniti, “l’acqua riunisce la gente”, ma non solo, poiché distingue la parlata di chi la beve da quella di chi vive in altro luogo. È il caso del villaggio di al-Baraddun, dove si è svolta principalmente la nostra ricerca, e dei paesi vicini. L’altopiano è alto mediamente 2500 metri, il che permette il mantenimento di una temperatura mite anche d’estate.

Yemen.. Rilievo di una testa di toro (bucranio) scoperta all’inizio del canale sotterraneo. La gente del posto lo interpreta come le ali di un’aquila (ph. Giovanni Canova)
L’acqua e l’irrigazione
L’Arabia meridionale è una terra relativamente fertile, rispetto al resto della Penisola Arabica, grazie ai monsoni. Le piogge si concentrano in due periodi dell’anno, in primavera e alla fine dell’estate, ma interessano soprattutto le regioni costiere dello Yemen, dove la repentina violenza dell’acqua viene regolata con sbarramenti e incanalata (tecnica del sayl). Nell’altopiano il loro influsso è molto più modesto, ma sin dall’antichità gli yemeniti hanno sviluppato tecniche idrauliche di controllo e conservazione dell’acqua con la costruzione di dighe (pensiamo alla celebre diga di Marib, menzionata anche nel Corano), canalizzazioni, pozzi, cisterne. Caratteristica è la presenza del ghayl, simile per certi aspetti ai qanat iranici. Si tratta di una sorgente perenne che capta l’acqua piovana da un pendio montuoso e la raccoglie in un grande bacino, per poi defluire lungo un canale sotterraneo fino al livello dei campi. Esplorando il ghayl di al-Baraddun, ho scoperto a circa 6-7 m sotto la superficie del suolo un rilievo con la rappresentazione di una testa di toro e un’iscrizione sud-arabica, testimonianza dell’antica e florida civiltà dell’Arabia Felix preislamica.
L’agricoltura
Un altro elemento che caratterizza l’altopiano interno è la presenza di estesi terrazzamenti, che sfruttano l’umidità che si forma nei conoidi di deiezione lungo le vallate. Il terreno coltivabile viene ricavato grazie a un secolare lavoro di rimozione delle pietre vulcaniche. Queste servono per la formazione di muretti per contenere le terrazze con la terra utile per la semina, terra portata da fondo valle a dorso di asino, la costruzione di recinzioni dei campi a valle e attorno alle abitazioni nei villaggi. La pianta maggiormente coltivata nelle zone più aride è il sorgo (Sorghum durra L.), che esiste in diverse varietà, in particolare bianca e bruna. Con il sorgo si fa una specie di polenta, mentre i gambi costituiscono l’alimento principale degli animali. Nei villaggi esiste uno spazio comunitario dove ha luogo la trebbiatura e la spulatura, eliminando con la ventilazione i residui di paglia. Se il terreno è abbastanza ampio, queste operazioni avvengono già nei campi, in aree delimitate.
Il lavoro agricolo è opera collettiva, effettuato da uomini e donne, con l’aiuto di animali (asini, buoi, cammelli) per il livellamento del terreno, l’aratura, il trasporto dei materiali. Particolare importanza assume la pastorizia, esercitata sui versanti sassosi delle alture lasciando a valle il terreno coltivato. Verso il tramonto il gregge rientra nel villaggio. I possessori di mucche o cammelli si siedono prima di sera davanti ai loro animali e letteralmente li imboccano con erba medica o gambi di sorgo spezzettati.

Yemen. Rientro al villaggio del gregge dopo una giornata di pascolo nei versanti impervi delle alture (ph. Giovanni Canova)
I villaggi e le abitazioni
Anche i villaggi riflettono la natura vulcanica del territorio, poiché tutte le opere, le abitazioni, i muretti di confine, i canali, sono costruiti con la pietra, come pure le torri e i massicci edifici fortificati che costituivano (e ancora costituiscono) un riparo nei momenti di turbolenza tra le tribù. Gli edifici antichi rivelano una grande abilità nel lavorare la pietra, con la formazione e il posizionamento di grandi blocchi ben squadrati. Questo è visibile soprattutto nella parte inferiore delle case-fortezza tradizionali, la cui costruzione risale a epoche remote. Le porte sono molto basse e massicce, a scopo difensivo. Negli edifici più recenti il piano superiore può comprendere un ampio salone, come nelle case di città, dove gli uomini si raccolgono nel pomeriggio in una riunione conviviale masticando foglie di qat, una pianta leggermente stupefacente.

Yemen. Prima del tramonto, la gente si siede davanti al proprio animale e gli dà da mangiare (ph. Giovanni Canova)
La gente
Nell’altopiano yemenita esistono due grandi confederazioni tribali, gli Hashid e i Bakil. La popolazione in area marginale come i villaggi della regione di al-Hada’ è composita, originaria da varie tribù anche beduine come gli ‘Abida provenienti da Marib. Le tribù difendono fieramente la loro indipendenza e seguono leggi consuetudinarie che regolamentano la loro vita sociale. Sono di antica origine e assai più severe rispetto alle norme della shari‘a vigenti nelle città, in particolare per quanto riguarda omicidi e offese personali. Questa maggiore severità è giustificata dallo stato di continua turbolenza regnante tra le tribù. Lo shaykh del villaggio, una persona nota per la dirittura morale e l’equilibrio di giudizio, rappresenta l’autorità cui gli abitanti si rivolgono per dirimere le dispute. Solo nei casi più gravi si ricorre ai tribunali di Dhamar o di Sanaa. I qabili sono in genere agricoltori; altre classi sociali, di livello inferiore, si occupano di lavori considerati indegni o di far musica in occasione delle feste. La popolazione yemenita dell’altopiano è di rito zaydita, una forma moderata di shiismo diffusasi nel Paese sin dal ix secolo. Anche piccoli villaggi hanno una moschea, spesso accompagnata da una vasca che raccoglie l’acqua piovana per le abluzioni e l’uso alimentare, o un semplice luogo di preghiera.

Yemen. Pasto comune con polenta di sorgo, burro fuso e talvolta pezzettini di carne. Nelle abitazioni non ci sono mobili, ma solo stuoie e cuscini (ph. Giovanni Canova)
Le feste
In occasione di circoncisioni, matrimoni, ricorrenze religiose quali la nascita del Profeta o il mese di Ramadan, hanno luogo festeggiamenti con la presenza di musicisti. Nelle feste di nozze, lo sposo è attorniato dai suoi compagni e dai parenti. Mentre grandi pentole sono poste sul fuoco, si forma un lungo corteo con i musicisti e alcune ragazze, che portano sul capo un recipiente con piante e fiori, auspicio di fertilità. Seguono gli uomini, armati di fucili, mentre le donne procedono alla fine del corteo o si limitano a osservare dall’alto. I musicisti, chiamati per l’occasione, appartengono alla classe inferiore dei muzayyin.

Yemen. Pranzo in occasione di un matrimonio. Notare il cerchio di persone che si forma attorno al vassoio del cibo, quale segno di posizione egualitaria tra i membri della comunità tribale (ph. Giovanni Canova)
La carne degli animali sgozzati è accompagnata dalla tradizionale polenta di sorgo. Gli invitati, seduti attorno a grandi vassoi, prendono il cibo con tre dita della mano destra. Il pranzo collettivo costituisce un rafforzamento dei vincoli famigliari e tribali. L’ospitalità presso i qabili è considerata un dovere. In tutti i villaggi le feste sono caratterizzate da una danza tribale al ritmo incalzante dei tamburi. Gli uomini si alternano davanti ai musicisti facendo volteggiare la loro jambiyya, il pugnale ricurvo portato alla cintura quale simbolo di virilità, con ampi movimenti che mimano un duello.

Yemen. Momento culminante di una festa con la danza della jambiyya (il pugnale ricurvo che tutti gli yemeniti portano alla cintura) al ritmo incalzante dei tamburi. La danza imita un duello (ph. Giovanni Canova)
Le vestigia degli antichi imperi sudarabici
I grandi regni dell’Arabia Felix si estendevano lungo la via dell’incenso che lambiva i bordi del deserto orientale. Anche sull’altopiano nell’area oggetto della nostra ricerca sono numerose le vestigia risalenti all’antica Sudarabia, con rilievi talvolta inseriti in edifici quali elementi decorativi e affiancati da testimonianze islamiche. Frequente è la presenza nel territorio del crescente lunare e del sole (o Venere), divinità dell’antico pantheon sudarabico. La gente li interpreta tuttavia come una testimonianza dei Banu Hilal, “i Figli della Luna”, una leggendaria tribù beduina che si ritiene originaria da Wadi Markha. A loro è fatta risalire la costruzione di fortezze, dighe, cisterne; numerosi sono i racconti fioriti attorno alle loro gesta, diffusi in tutto il mondo arabo.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
______________________________________________________________
Giovanni Canova, è stato docente di Arabo e di Islamistica all’Università Ca’ Foscari di Venezia (1971-2003) e ordinario di Lingua e Letteratura araba all’Orientale di Napoli (2003-2014). Principali campi di ricerca: oralità e poesia epica; leggende religiose islamiche; tradizioni sugli animali; epigrafia e cultura del libro arabo. Le sue ricerche sul terreno si sono svolte principalmente in Egitto e in Arabia meridionale (Yemen e Oman). Tra le pubblicazioni più recenti figura Piazza Tahrir. Graffiti 2011-2017, Venezia 2024.
______________________________________________________________








