Homo sapiens cammina sulla Terra da circa trecento mila anni. Cammina, letteralmente, giacché, come ricorda Matilde Callari Galli (2005), la sua storia è essenzialmente una storia di migrazione. Questa epopea di nomadismo è avvenuta per lo più a piedi e lungo la terra ferma: l’archeologia, infatti, ci dice che, per quanto molte testimonianze indirette collochino le prime navigazioni intenzionali nel periodo compreso tra il tardo Pleistocene e l’avvio dell’Olocene, le prime tracce certe di scafi monossili appositamente ricavati per solcare il mare risalgono grossomodo a soli diecimila anni prima di Cristo, un battito di ciglia temporale rispetto all’oggi e innumerevole tempo dopo la comparsa della nostra specie sul pianeta (Medas, 2024: 5-47).
Ovviamente l’esiguità dei reperti fin qui rinvenuti, unita alle difficoltà logistiche di questo tipo di ricerche, non consente di avere una parola definitiva sul tema e la nostra conoscenza attuale del rapporto tra i Sapiens e l’acqua, dunque, non può che essere parziale e lacunosa. Una cosa, tuttavia, appare evidente: per millenni il mare è stato un confine naturale pressoché invalicabile per gli esseri umani; o quantomeno una presenza, fonte di attrazione e preoccupazione, con cui fare i conti sempre tenendo la terra ben in vista. Uno spazio che, sebbene difficile da pensare, non è stato tuttavia impensabile. Uno spazio che, è lecito supporre, è stato semmai buono da pensare proprio perché misterioso e apparentemente senza limiti.
Uscendo dalle brume di ere troppo lontane per essere colte a pieno dagli odierni strumenti scientifici, si può comunque affermare che il fascino perturbante del mare si sia conservato anche in piena epoca storica, quando cioè l’arte del navigare è diventata, pur tra enormi difficoltà, una delle attività fondamentali degli esseri umani che risiedevano sulla costa e, di conseguenza, le distese marine sono state pienamente incluse nell’orizzonte materiale (non solo simbolico) di innumerevoli comunità. Il mare, infatti, a dispetto della sua progressiva conquista, è sempre rimasto – lo è tuttora – uno spazio ambiguo, non facile da inquadrare in rigide griglie interpretative. Anzi, come scriveva Antonino Buttitta introducendo l’opera di Maria Savi-Lopez, il mare è sempre stato un vero e proprio «crocevia di paradossi», tanto nella prassi quanto nella sua rappresentazione (Buttitta 2008: 411). Esso, continuava l’antropologo siciliano, «è vita che dà vita ma, allo stesso tempo, la sua immensità e le forze da cui è agito, sono permanentemente occasione di sciagura e morte»; esso, soprattutto, «divide e nello stesso tempo unisce» (Ivi: 412). Centrale in tanti sistemi di pensiero e cicli mitici, il mare è dunque uno dei grandi protagonisti dell’immaginario umano: un inesauribile serbatoio di simboli, intorno ai quali progettare viaggi impossibili o mappare luoghi prima ancora di raggiungerli.
Non è un caso, allora, che un oggetto così polisemico abbia alimentato sete di conoscenza e ricerca di terre straordinarie, intrecciando mito e storia. Circoscrivendo il discorso al sapere occidentale, ad esempio, gli straordinari sviluppi della navigazione che si ebbero nel Medioevo furono senza dubbio preparati e favoriti dalla voglia di trovare conferma alle parole delle auctoritas latine e greche. E sebbene l’inesorabile sviluppo della ragione cartografica, favorita dalle esplorazioni oceaniche, abbia lentamente contribuito al “disincanto del mondo”, soprattutto quando le terre favoleggiate non venivano effettivamente trovate o non si rivelavano come le fonti le descrivevano, esso ha comunque nutrito la narrazione attraverso il gusto del fantastico: «il mito suscita curiosità, stimolando l’impresa; la realtà alimenta il mito, incoraggiando l’affabulazione» (Musarra 2023).
Il mare, d’altra parte, ben prima di essere stato capillarmente esplorato, è sempre stato punteggiato di macchie, ovvero di isole. Isole reali, «scoperte, perdute, riscoperte» (Ibidem). Isole inventate. E, sulla scorta delle riflessioni di Gilles Deleuze (2002), che cosa ci può essere di più potente e allegorico dell’isola? Di quel pezzo di terra di mare che sembra emergere dai flutti e che è circondato interamente e senza soluzione di continuità dalle acque? Di quel dispositivo materiale e simbolico in cui tante collettività hanno collocato speranze e paure, pensando e ripensando senza posa sé stesse o immaginando nuovi modi di vivere e di stare al mondo? Di quel limite senza limiti perfetto per allargare le maglie dell’identità fino a diluirle in quelle dell’alterità?
Approdo salvifico per i naufraghi; terra incognita lontana dalla civiltà; scenario di rigenerazione dove cercare o ricreare modelli mitici di convivenza; perimetro del confino e del bando sovrano emesso dall’autorità della Terraferma; paesaggio della paura dell’ignoto o della voglia di evasione: l’isola sussume, amplificandoli, gli enigmi del mare che la sostiene e traccia, di nuovo con le parole di Buttitta, veri e propri «itinerari dell’ambiguità» (Buttitta, 1996) che hanno dato vita a innumerevoli rappresentazioni nel corso dei millenni. Rappresentazioni mitiche, letterarie, storiche.
Prendiamo ad esempio il Mar Mediterraneo, e nello specifico il Canale di Sicilia, recentemente così ben raccontato dal giornalista Luca Misculin (2025): «mare aperto ma allo stesso tempo quasi chiuso, eterogeneo, un mare “delle possibilità”» (Ivi: 6); «mare che è stato di incontro e di scontro, di pace e di guerra, di differenze apparentemente inconciliabili e di integrazione» (Ibidem); «mare imprevedibile, di rischi e opportunità improvvise, di isole e terre che diventano importantissime per un certo periodo e poi perdono rapidamente la propria rilevanza, per poi riottenerla magari a distanza di secoli» (Ivi: 26). E prendiamo, tra le isole che picchiettano questo bacino così eterogeneo, Lampedusa, che l’antinomia ce l’ha nella sua stessa conformazione fisica: estrema propaggine della placca africana che emerge nello spazio convenzionalmente denominato “europeo”, quasi a farsi beffe delle categorie culturali messe a punto dagli esseri umani. Un’isola la cui storia, come le acque imprevedibili che la circondano, è segnata dal paradosso. Un’isola che «non smette mai di muoversi», «un’isola viaggiatrice», il cui «nome circola di bocca in bocca, di pagina in pagina, assieme alla natura unica degli scambi che vi si svolgono» (Albera 2025: 92).
Sì, perché nel teatro della rappresentazione che gli esseri umani vi hanno messo in scena durante le diverse fasi storiche, non è mai esistita una sola Lampedusa ed essa, con la mutevolezza dettata dalla sua posizione liminale, ha da sempre incarnato l’idea di una frontiera mobile, di un’isola-ponte, che del Mediterraneo condivide lo stesso destino e la stessa vaghezza semantica. Un’«isola-mondo», in sintesi, cui guardare se si vuole capire fino in fondo che cosa sia questo spazio Mediterraneo.
A Lampedusa, divisa tra terra e mare, ricerca di identità e fuga verso l’alterità, movimento e frontiera, l’antropologo Dionigi Albera ha dedicato un importante volume pubblicato da Carocci nel marzo 2025: Lampedusa. Una storia mediterranea (2025). Una vera e propria storia culturale dell’isola che segue – in bilico tra osservazione etnografica, ricerca storiografica e diario di viaggio – i modi in cui essa appare e scompare nel paesaggio politico occidentale e i modi in cui i più svariati attori sociali (sovrani, avventurieri, navigatori, religiosi, laici, eremiti, pirati, corsari, naufraghi, coloni, militari, forze di polizia, operatori umanitari, migranti, turisti, residenti) le hanno conferito significati cangianti. Fin dall’alba della (sua) storia, infatti, Lampedusa rappresenta una faglia tra Occidente e Oriente e insieme un elastico orizzonte di pensabilità. A lungo tempo disabitata, ma da sempre contesa, è un limen in cui le genti s’incontrano; in cui identità multiple entrano in rotta di collisione o trovano un fragile, precario, equilibrio; in cui si mettono in scena, come a teatro, utopie, eterotopie, performance di rinascita, rinnovamento (religioso e laico), accoglienza o chiusura. Un luogo mitico che, per quanto piccolo e apparentemente lontano dai grandi palcoscenici della storia, ha attraversato le ere, dalla preistoria all’età contemporanea, con le sue bizzarrie apparentemente inspiegabili: «un ombelico segreto del Mediterraneo» (Ivi: 11) che oggi come ieri interpella (e turba) le coscienze (Ivi: 13) con domande decisive: Chi siamo? Chi vogliamo essere?
Nella sua ricognizione storico-antropologica della più grande isola delle Pelagie, Albera intende raccontare una vicenda che metta insieme, riprendendo la lezione di Ferdinand Braudel, diverse temporalità. Lo fa collocando gli eventi lampedusani all’interno di una “storia di lunga durata” che tiene in considerazione non solo lo strato quasi immobile del tempo geografico, ma anche il lento tempo sociale con «le sue correnti profonde che si distribuiscono su diversi secoli» (Ivi: 32). Al centro di tutto, per evitare ogni forma di determinismo, non c’è Lampedusa in quanto tale, che chissà, magari è irraggiungibile come, a proposito degli enigmi della misurazione del tempo e dello spazio, la vicinissima e lontanissima «isola del giorno prima» raccontata da Umberto Eco (1994) in uno dei suoi romanzi più memorabili. Al centro di tutto, al contrario, c’è quel che Lampedusa ha rappresentato per chi l’ha percorsa, l’ha attraversata, l’ha sfiorata o l’ha solo sognata.
Il mito dell’isola, scrive Albera, inizia nel Medioevo, quando è ormai abbandonata da un po’, ovvero dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, dalla fine del sogno bizantino di riconquista occidentale e dall’arrivo in Europa degli Arabi. In uno scenario mediterraneo sempre più irrequieto, non pochi viaggiatori cominciano a narrare di questo scoglio deserto, ma non disertato, e della felice posizione di un luogo che si offre come approdo naturale ai naviganti in difficoltà. Su tale basi, complice anche la grandissima letteratura che ne estende la fama in tutte le corti d’Europa (Ludovico Ariosto, ad esempio, ambienta diversi episodi dell’Orlando furioso a Lampedusa, o comunque nell’arcipelago delle Pelagie), l’isola si guadagna a poco a poco una sorta di patentino di extra-territorialità: a dispetto della sua traiettoria politico-amministrativa – possedimento dei baroni di Montechiaro, viene concessa nel 1436 dal re Alfonso V di Aragona alla famiglia Caro e passa ai Tomasi alla fine del XVI secolo – e della più ampia contrapposizione tra cristianesimo e islam che allontana senza appello le sponde del fu Mare Nostrum, diventa infatti un unicum in cui gli opposti si attraggono. Incredibilmente, cioè, proprio nel momento in cui, dopo il crollo della pax romana, l’isola torna ad avere un padrone, e proprio mentre le acque intorno si fanno sempre più agitate (non solo letteralmente), ecco che Lampedusa si apre a tutti, indipendentemente dalla propria fede e appartenenza.
A forgiare questa isola mitica sono essenzialmente le relazioni di viaggio, che con dovizia di particolari, soprattutto a partire dalla metà del XVI secolo, ne veicolano la fama di porto franco. Epitome di questo luogo incredibile è un santuario, esattamente diviso a metà, in cui vengono venerati la Vergine Maria e un marabutto islamico, in cui i naufraghi di qualsiasi credo trovano riparo e scorte per riprendere il loro viaggio, in cui gli schiavi possono riguadagnare la libertà. Le fonti (Tommaso Fazello, Giovanni Lorenzo Anania, Martin Krauss/Crusius, Alonso de Contreras, Jean-Bernard de Larrocan d’Aiguebére, Francesco Capranica) raccontano un’area sospesa in cui le tante soggettività coinvolte – sovrani e nobili europei, autorità turche e barbaresche, Cavalieri di Malta, ecclesiastici trapanesi, religiosi islamici, naviganti, pirati, naufraghi e schiavi – accettano l’extraterritorialità di Lampedusa come un fatto compiuto, dando vita a uno straordinario come se: come se lì e solo lì le ostilità che rendevano il Mediterraneo un mare pericolosissimo fossero neutralizzate; come se fosse la cosa più naturale del mondo prestare aiuto al nemico che si tentava di speronare in mare aperto solo qualche giorno prima; come se una società «dove i principi dell’ospitalità e dello scambio vi sono praticati giorno dopo giorno» (Albera 2025: 77) fosse pienamente realizzabile su questo mondo.
Le riflessioni di Albera sono, a tal proposito, molto interessanti, perché estendono la loro luce sull’attualità: citando George Simmel, l’antropologo italiano afferma che nonostante il conflitto sia da sempre costitutivo del Mediterraneo, esso abbia (ancora un paradosso!) per ciò stesso contribuito «a fondare l’unità di questo mondo» (Ivi: 80). Anzi, se possiamo parlare di “mondo mediterraneo”, «è perché si è costruito – molto penosamente, a prezzo di lunghi sforzi – articolando il movimento e la frontiera» (Ibidem) in un regime di mobilità in cui nulla – persone, idee, merci, acque, frontiere, persino isole – è mai stato veramente fermo. Il Mediterraneo, mi verrebbe dunque da dire, come laboratorio in cui in certi momenti particolarmente felici si è realizzata, parafrasando Tim Ingold (2024), la nascita di una comunità autentica: quella «di coloro che non hanno nulla in comune» e in cui proprio «non avendo nulla in comune, ognuno ha qualcosa da dare».
Certo, come precisa Albera, non ci troviamo in presenza di un locus amoenus: nei secoli XVI-XVII, infatti, nessuno vuole stabilirsi definitivamente sull’isola, né fondarvi una società ideale nella quale vivere in armonia e concordia. Non si sviluppa, inoltre, un vero e proprio sincretismo tra folklore devozionale cristiano e musulmano all’interno del santuario, ma ci troviamo piuttosto in presenza di una zona di giustapposizione, rigorosamente temporanea, i cui poli, pur rispettandosi e aiutandosi a vicenda, non si mescolano mai. La frontiera, insomma, per quanto porosa, esiste e i soggetti la attraversano consapevoli di varcare porte che conducono a mondi distinti, e che essi stessi intendono tenere distinti (Albera 2025: 84-89).
Lampedusa, cionondimeno, mette in scena ogni giorno un piccolo grande incantesimo, non pianificato a tavolino ma prodotto e riprodotto attraverso le pratiche dal basso e il tacito assenso delle autorità civili e religiose, che produce «una zona di contatto stabile, conficcata nello spazio e inscritta nella successione del tempo» (Ivi: 89); una zona di contatto in cui «si manifestano apertamente delle propensioni che, in molti altri casi, rimangono transitorie: scambi più o meno clandestini, fragili promiscuità, fraternizzazioni effimere» (Ibidem); una zona di contatto che alimenta il mito e lo trasmette, attraverso il racconto (anche quello più critico e scandalizzato di matrice confessionale), di bocca in bocca.
Questo mito/incantesimo è talmente potente da attraversare i secoli e da non restare confinato al Canale di Sicilia. Esso percorre l’Europa (gira addirittura il mondo, visto che un culto della “Nossa Senhora da Lampadosa”, comprensibilmente depurato da ogni accostamento a ingombranti vicini musulmani, giunge anche sull’altra sponda dell’Atlantico, in Brasile), fino ad esondare le acque e a diventare un tropo sfruttato dai più grandi intellettuali continentali. I philosophes francesi o i pionieri del movimento fisiocratico, ad esempio, lo utilizzano per speculare sui loro progetti di rinnovamento civile, politico ed economico. Denis Diderot, una delle menti dell’Encyclopédie, parla di Lampedusa ne Il figlio naturale ovvero le prove della virtù del 1757, facendone la culla di una rinata società nella quale «l’arte teatrale è chiamata a diventare il fondamento stesso della vita collettiva, come una nuova religione civica» (Ivi: 121). Jean-Jacques Rousseau la evoca nell’incompiuto Emilio e Sofia o i solitari del 1762, trasformandola nel «rifugio di un popolo felice sperduto in mezzo al mare», a metà tra lo stato di natura e il contratto sociale (Ivi: 130).
Si tratta di vere e proprie utopie illuministe, le quali segnano l’apice della fortuna di Lampedusa, mettendola al centro della vita culturale dei più importanti salotti europei. Un’importanza, di cui il santuario bicefalo (per quanto laicamente declinato dai philosophes) è simbolo incontrastato, che però non è destinata a durare, sempre più in difficoltà davanti al progressivo disincanto del mondo moderno e all’inesorabile riassetto politico-istituzionale dello spazio mediterraneo.
Con la piena modernità le cancellerie europee si risvegliano, mentre il secolare scontro con la Sublime Porta volge ormai appannaggio della cristianità. Il Mediterraneo, fin lì così fluido e instabile, si placa (metaforicamente), come non accadeva dall’apogeo della Roma imperiale: Lampedusa, ancorché ancora appetita, comincia silenziosamente ad uscire dalla grande storia proprio nel momento in cui torna a popolarsi. Dapprima diventa meta di eremiti attratti dalla carica simbolica del luogo o da più prosaici interessi (le mire francesi sul Mediterraneo), quindi, quando l’Inghilterra si fa garante dell’equilibrio politico e commerciale dell’intero bacino, è oggetto di un vero e proprio programma di colonizzazione attuato dai Borbone di Napoli, i quali l’hanno nel frattempo acquistata dai Tomasi. Infine, ma non è certo la fine, dopo il 1861, essa si ritira nelle retrovie del neonato Regno d’Italia e vive l’ennesima metamorfosi: «se in un mare pacificato dalle potenze europee, l’isola non è più un luogo-frontiera, essa diventa un luogo di confino, perso nel mare, dove lo Stato sceglie di relegare i delinquenti e gli oppositori politici, costretti a risiedervi sotto sorveglianza» (Ivi: 168). Sempre di soggetti marginali, dallo statuto paragonabile a quello di naufraghi, disperati e schiavi che l’avevano fin lì frequentata, si tratta, ma questa volta viene meno la possibilità di riscatto attraverso l’incontro, mediato dal simbolo religioso, con l’altro.
L’incantesimo, insomma, smette pian piano di funzionare, il mito di Lampedusa «si assopisce» (Ivi: 159). Il famoso santuario, per secoli simbolo della prodigiosa sintesi tra universi teoricamente incommensurabili, perde la sua vocazione interreligiosa per diventare uno spazio esclusivamente cattolico (l’attuale Santuario della Madonna di Porto Salvo), consacrato a un generico culto mariano che non può più, i tempi non lo consentono, convivere serenamente con la fede islamica. È l’ennesimo paradosso di questa lunga e intricata epopea: Lampedusa isola aperta a pratiche dal basso in tempo di guerra, Lampedusa isola chiusa dall’alto in tempo di pace/pacificazione.
Ma quest’«isola-mondo» ferma non sa stare e riemerge dalle acque qualche decennio più tardi, dopo la Seconda guerra mondiale. Dapprima quando un Paese non allineato alla logica del mondo bipolare, la Libia di Mu’ammar Gheddafi, osa minacciare (più retoricamente che militarmente) i confini della NATO, poi quando alla fine del XX secolo l’insanabile frattura economica e sociale tra Nord e Sud la rimette al centro dell’arena pubblica internazionale: avamposto e limes a presidio della “Fortezza Europa” per alcuni, primo e disperato approdo per altri; meta turistica da sogno per chi arriva da nord, cimitero a cielo aperto o centro di reclusione per chi arriva da sud. Oggi come sempre, allora, la mutevole “storia evenemenziale” di Lampedusa si inscrive in più ampie strutture di “lunga durata”, come avrebbe sostenuto Braudel. Ancora una volta, conclude Albera, l’isola «è stata ghermita da quello che […] sembra essere il suo destino storico: di nuovo, è divenuta un’isola frontiera» (Ivi: 178).
L’affascinante storia culturale narrata dall’antropologo italiano ci dice che la peculiare posizione geografica di Lampedusa, nel bel mezzo del Canale di Sicilia, ha notevolmente influenzato i modi in cui essa è stata vissuta, raccontata e di volta in volta inventata. Ma, per quanto sia possibile individuare dei pattern nel susseguirsi delle vicende che l’hanno interessata, ci dice anche che l’isola fugge ogni determinismo o spiegazione necessaria. Lampedusa, infatti, è «una riserva di immaginazione» (Ivi: 184): un serbatoio di mitemi buoni da pensare che si nutrono delle tracce diseguali, sovente contraddittorie, depositate sulla sua superficie (e nei suoi fondali) dal passaggio di chi vi ha messo piede, di chi l’ha sfiorata, di chi l’ha narrata, di chi l’ha immaginata, di chi l’ha sognata. La sua identità, modellata dalla geologia fin dalla notte dei tempi, resta dunque un cantiere aperto: non è cristallizzata e muta, pur in un regime di continuità, al mutare delle epoche e delle azioni che vi si svolgono. Il suo essere uno spazio-soglia, incistato nel Canale di Sicilia a dividere/unire Africa, Asia ed Europa, la rende una porta verso l’altrove. Il suo essere uno spazio-frontiera ne fa un luogo privilegiato – pacifico e conflittuale, fermo e mobile – del confronto tra Nord e Sud. Il suo essere uno spazio-mondo la eleva a sineddoche dell’intero bacino Mediterraneo, un mare aperto e chiuso.
Nulla in fondo è deciso una volta per tutte quando si parla di Lampedusa. Nonostante l’esistenza di strutture profonde, la sua vicenda mostra quanto creativi siano gli esseri umani, quanto il destino degli universi simbolici e materiali che essi creano e ricreano continuamente sia sempre nelle loro mani, anche se di ciò perdono spesso contezza. Un insegnamento più che mai attuale.
Da questo punto di vista, allora, il suggestivo racconto di Albera non si accontenta di rispondere a mere curiosità erudite. Esso, come testimonia anche l’appassionata Postfazione all’edizione italiana del settembre 2024, vuole interrogare le coscienze dei lettori, sbattendo loro in faccia questioni che riguardano direttamente il peso etico-politico delle decisioni prese oggi in Italia, in Europa e nei Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo. Si tratta di temi dirimenti che, per quanto spesso possano apparire lontani, esplodono negli schermi dei nostri televisori e dei nostri smartphone soprattutto in estate, quando Lampedusa campeggia sulle prime pagine dei notiziari con la sua strutturale antinomia. Nei suoi circa 20 km quadrati, infatti, si muovono, lanciandosi occhiate furtive e imbarazzate, due tipi di viaggiatori: i turisti che arrivano in aereo, pronti a iniziare le tanto attese vacanze, e i migranti che sbarcano (quando ci riescono) su mezzi di fortuna per essere risucchiati dal sistema di accoglienza italiano. E con loro una pletora di attori sociali piuttosto variegata che produce una polifonia (spesso cacofonica) di voci e visioni del mondo: residenti, operatori umanitari, volontari, rappresentanti di agenzie internazionali, membri di ONG, forze di polizia, politici, religiosi, mediatori culturali, giornalisti, ricercatori, artisti. E con loro tutto il precipitato – uso qui le categorie di Arjun Appadurai (1996), così pertinenti quando si parla di flussi diasporici contemporanei in bilico tra locale e globale, e di Jurij Lotman (1985) – di «ethnoscapes», «mediascapes», «technoscapes», «financescapes», «ideoscapes» che costituiscono la «semiosfera» mobile di questa «isola-mondo» così inquieta.
A Lampedusa, insomma, si ridefiniscono ancora una volta confini e natura dell’Occidente. Di un Occidente che si specchia in questa negletta escrescenza sul mare per pensare sé stesso, oscillando, come su una barca senza una rotta precisa, tra apertura e chiusura, accoglienza e respingimento.
A Lampedusa, infine, ma non è la fine, si gioca la definizione di Mar Mediterraneo e il suo ruolo nell’odierna, dirimente, partita identitaria che si gioca tra le sue sponde. Scioglierne le antinomie sarà probabilmente impossibile, ma le azioni che saranno implementate nei mesi e negli anni che ci si parano davanti, dall’alto e dal basso, ci diranno che significato verrà dato, stavolta, a questo perturbante crocevia di paradossi.
I Greci, ricorda Tommaso Braccini, avevano superato l’impasse del loro problematico rapporto col mare grazie a un decisivo slittamento semantico: Giasone e i suoi Argonauti, i primi navigatori, veleggiando in lungo e in largo, riuscirono nell’impresa di trasformare «la thalassa, il mare infecondo, invalicabile, il pelagos, distesa sconfinata, l’hals, sterile acqua salata, in pontos, sentiero, anzi “ponte” aperto nonostante ostacoli, mostri e pericoli» (Braccini 2024: 214).
Saremo in grado noi di ripercorrerne le orme? La storia di Lampedusa evocata da Dionigi Albera potrebbe aiutarci a scrivere miti che facciano nuovamente del Mediterraneo un pontos tra isole e terre. Racconti in grado di dare un senso alle nostre esistenze ed egual valore a tutte le vite.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Riferimenti bibliografici
Appadurai A., 1996, Modernità in polvere, Meltemi, Milano.
Albera D., 2025, Lampedusa. Una storia mediterranea, Carocci, Milano.
Braccini T., 2024, Il viaggio più pericoloso della storia. Sulla rotta degli Argonauti, il Mulino, Bologna.
Braudel F., 1976, Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell’età di Filippo II, vol. I, Einaudi, Torino.
Buttitta A., 1996, De insula o di un itinerario dell’ambiguità, in Buttitta A., Dei segni e dei miti. Una introduzione all’antropologia simbolica, Sellerio, Palermo.
Buttitta A., 2008, Ambiguità del mare, in Savi-Lopez M., Leggende del mare, Sellerio, Palermo.
Callari Galli M., 2005, Antropologia senza confini. Percorsi nella contemporaneità, Sellerio, Palermo.
Eco U., 1994, L’isola del giorno dopo, Bompiani, Milano.
Deleuze G., 2002, L’isola deserta e altri scritti. Testi e interviste 1953-1974, Einaudi, Torino.
Ingold T., 2024, Il futuro alle spalle. Ripensare le generazioni, Meltemi, Milano.
Medas S., 2024, Archeologia della navigazione, Carocci, Milano.
Lotman Jurij M., 1985, La Semiosfera, Marsilio, Venezia.
Misculin L., 2025, Mare aperto. Storia umana del Mediterraneo centrale, Einaudi, Torino.
Musarra A., 2023, L’isola che non c’è. Geografie immaginarie fra Mediterraneo e Atlantico, il Mulino, Bologna.
_____________________________________________________________
Dario Inglese, ha conseguito la laurea triennale in Beni Demo-etnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo e la laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Si è occupato di folklore siciliano, cultura materiale e cicli festivi. A Milano, dove insegna in un istituto superiore, si è interessato di antropologia delle migrazioni e ha discusso una tesi sull’esperimento di etnografia bellica Human Terrain System. Ha recentemente pubblicato presso le Edizioni del Museo Pasqualino nella collana “Dialoghi” il volume Antropologia a tutto campo. Discorsi sulla contemporaneità.
______________________________________________________________







