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Un’amicizia, in undici appunti

Cagliari, Liceo "Dettori"

Cagliari, Liceo “Dettori”

di Walter Porcedda 

Erano anni turbolenti, esaltanti e confusi quelli in cui nacque l’amicizia con Sergio. Un sentimento in grado di sfidare il tempo e le differenze. Che non erano poche. Caratteriali, politiche. Anche artistiche e musicali. Erano i giorni in cui covava la ribellione del Sessantotto. Eppure in una città di provincia che sta sul mare, con l’odore salmastro e pungente che dal porto si perdeva nelle viuzze degli antichi quartieri spagnoli, sino a raggiungere le alte mura del quartiere di Castello, circolava il vento che portava il seme della rivolta. Nei licei il primo nemico era l’autoritarismo di presidi e insegnanti, la differenza di classe e l’assenza del diritto allo studio.

Ne feci le spese personalmente al classico “Dettori”, la scuola della élite borghese e piccolo borghese dove con il Teatro Studio, fondato da un visionario regista, Pierfranco Zappareddu, si mise in scena, nell’aula magna dell’istituto, Storia dello zoo di Edward Albee e MacBird di Barbara Greson, satira sulla guerra del Vietnam. Due testi politici dal sapore forte, non certo roba da filodrammatica parrocchiale, come probabilmente si attendeva il preside – nacque così la mia passione per il teatro – che però accese l’ira funesta dell’autorità scolastica. Chi faceva parte di quella compagnia e frequentava il liceo venne silenziosamente espulso.

Bocciato mi iscrissi come altri al Liceo “Siotto Pintor”, più democratico e meta di pendolari in arrivo dall’hinterland cittadino e dalla provincia. Con Sergio Atzeni ci incontrammo così nell’istituto di piazza Dettori. La mia sezione era la “H” e la sua la “A”, che nel momento del trasferimento nei nuovi locali di viale Trento, accanto al palazzo della Regione, erano state lasciate nell’antico stabile di piazza Dettori, lo stesso dove aveva studiato Antonio Gramsci. 

01soc3-pintor-sardegna1 – Sergio aveva inciso negli occhi il suo futuro. A sedici anni si può già percepire come girerà la ruota del destino. E quei due occhi, braci sempre accese, punteggiavano uno sguardo insaziabile e febbrile, come radar che scrutavano il presente cercando con ansia di anticipare il futuro. Difficile resistere al suo carisma. Era uno tosto. Il corpo, magrissimo, era una centrale nervosa. Un fascio di nervi pronti a scattare, per un pericolo fisico come per uno scontro verbale. C’entrassero pure il proletariato e Marx, la diaspora del Manifesto di Luigi Pintor alla sezione “Lenin” di Cagliari (Atzeni concordava in buona parte con le tesi di quelli che vennero radiati dal Pci), la difesa del suo partito, il Partito comunista, dalle contestazioni degli “emmelle” (i gruppi marxisti-leninisti) e dei movimentisti. “Revisionisti”, era l’accusa a cui rispondeva sempre colpo su colpo.

Aveva una dialettica impetuosa che spiazzava chi gli si opponeva. Ascoltava in silenzio e poi scaricava il suo sapere, con una tremenda capacità di fare ironia coprendo di ridicolo chi osasse sfidarlo. Vederlo in azione era uno spettacolo. L’eloquio era inizialmente tranquillo, persino un po’ dottorale, frutto di decine di letture o appreso frequentando, fin da piccolo, le sezioni dove la madre e il padre facevano politica. Quel modo pacato di esporre e condurre una conversazione e un dialogo lo aveva preso dal padre Licio, un operaio diventato quadro rispettato nella nomenclatura nazionale del Pci – sedeva da anni nella Commissione centrale di controllo – e per lungo tempo segretario della Federazione cagliaritana. Ma l’inattesa e furiosa esplosione che giungeva spesso a sorpresa alla fine di un confronto senza vie d’uscita e in grado di annichilire chiunque si trovasse davanti, veniva probabilmente da qualche suo riottoso avo barbaricino. Nulla da fare, era un vero ribelle. Né più e né meno come tanti di quella generazione. La differenza è che aveva una capacità unica nel guardare oltre. 

Manifestazione del PCI a Cagliari,a nni Settanta

Manifestazione del PCI a Cagliari, anni Settanta

2 – Sentivamo il bisogno di correre veloci, di sognare cose importanti da realizzare. La rivoluzione. Questa era il sogno che girava attorno e tornava nei nostri discorsi. Nel prossimo futuro è tutto diverso. Ci saranno eguaglianza, pace. Niente più imperialismo, niente Vietnam. Si discuteva e si citava la Comune di Parigi e la rivolta d’Ottobre. A Sergio piaceva fare il botto con uscite sorprendenti che spiazzavano chi ascoltava. «Un giorno – diceva – quando avremo vinto, diventerà tutto più facile. A dire ai padroni che devono lasciare la fabbrica agli operai o la terra ai contadini basterà un solo carabiniere: andrà a bussare alle loro case consegnando un foglio dove ci sarà scritto che così ha deciso il Parlamento. Non ci sarà bisogno d’altro». Immaginare il futuro, questo era il disegno. E coltivare sogni che difficilmente si avverano. Così al fondo, giorno dopo giorno, cresceva l’amarezza, la disillusione e una crescente nostalgia. Per aver vissuto solo nelle nostre teste i sogni di giovani rivoluzionari…

Ma forte era comunque l’attrazione verso tutto ciò che legava noi giovani sardi d’allora alla Sardegna. Di cui, in verità, poco sapevamo. A scuola non se ne parlava. Nessuno ne insegnò. E per tanti i nuraghi erano solo dei fortini. Sergio aveva letto la Deledda, ma soprattutto amava visceralmente Salvatore Cambosu… «Vedrai – mi diceva spesso – mi faranno fare la sua fine». Sentiva una parte dell’ambiente cittadino a lui ostile. C’entrava anche e soprattutto un rapporto difficile con il Partito con cui continuava, nonostante le critiche, a coltivare una sorta di deferenza e rapporto filiale. Ciò non lo esimeva naturalmente dal fare critiche verso alcuni quadri del Pci e della Fgci, burocrati azzimati, con gli occhiali in bachelite nera e la cravatta. Dall’altra parte, una gioventù senza tante pretese economiche ma con una forte passione per libri e dischi, jeans e camicie a fiori, cappelli lunghi e disordinati che nel caso di Atzeni erano una intricata criniera rubata all’amato Battisti o, forse ancor di più, a Jimi Hendrix.

Quando si occupò di studenti medi per conto della Fgci, arruolò la sua banda e la portò nel cuore di un partito essenzialmente burocratico. L’intento era quello di farlo aprire al tempo della contestazione portando aria nuova. Ma non tutti erano pronti a scuotersi di dosso vecchi condizionamenti politici e culturali. Così la sua fu una sferzata improvvisa di nuovo che altrettanto velocemente lasciò il campo. Eppure si era gettato con passione in quell’opera di costruzione, anche se cosciente di quello che potevano essere gli ostacoli da incontrare. E che incontrò.

D’altra parte era persona franca e diretta, fatto che in un partito geloso della propria storia non era facile da gestire nel quotidiano dell’azione politica. Ad Atzeni però non interessava praticare l’arte del bambù: piegarsi, attendere e scattare di nuovo in piedi. Inutile girare attorno. Troppo lontano da lui: quello che pensava lo affermava senza filtri. E questo, forse, non a tutti piaceva. 

2562224135510_0_0_536_0_753 – I nemici. Non solo bonzi di partito e burocrati. Ma anche intellettuali. Stando chiusi nel loro orto non amavano che qualcun altro potesse emergere disturbando la quiete. Ma poi questi giovani che pensavano di sapere tutto cosa volevano mettere in discussione?

Il ragazzo che amava Hendrix, ma anche Battisti e Mia Martini, era uno dannatamente serio sul lavoro. Si documentava con rigore, andava lontano cercando di aprire più porte possibili. A vent’anni aveva dato l’addio a una carriera politica, aveva inghiottito con amarezza la difficoltà di diventare giornalista professionista ma credeva con determinazione ad un futuro di scrittore. Un buon scrittore. E questo lo diventò quasi in perfetta solitudine senza aiuti esterni. Circondato da invidia e un superiore distacco da parte di professori di atenei e sedicenti autori, riuscì a pubblicare il suo primo libro per Sellerio, casa editrice diretta da una donna capace di intuire le potenzialità e le doti di un giovane talento letterario. Era L’apologo del giudice bandito. Sergio mi chiamò. Il romanzo era stato appena pubblicato (1986) e a Cagliari si svolgeva la Festa dell’Unità, dove il romanzo sarebbe stato esposto nello stand dei libri. Mi chiese di fargli compagnia. «Ho bisogno di avere un amico accanto», mi disse. Quasi dovesse confrontarsi a un giudizio di merito. O affrontare chissà quali avversari. 

s-l12004 -Tutti i romanzi, le storie, i racconti brevi Sergio li aveva già dentro di sé. Ti dava sempre l’impressione di voler andare incontro al mondo, ostentando sicurezza. Come se conoscesse la direzione da prendere. Dentro aveva una cassaforte segreta costruita con metodo, in modo ostinato e disciplina interiore. Non eravamo stinchi di santo, ma avevamo codici d’onore che diventarono riferimento per una comune visione del mondo e di un futuro di cui a malapena si riusciva a immaginare i contorni. C’era un presente fatto di rabbia, molta rabbia quella sì.

Atzeni amava il rischio. Conoscere e stare dentro situazioni che potevano sfiorare anche il pericolo. In un attimo lo vedevi scomparire dentro un gruppo di giovani disoccupati di Is Mirrionis che procedeva in marcia a ranghi serrati verso il Castello di San Michele, allora luogo selvaggio al riparo. Non ci metteva molto a inabissarsi dentro un gruppo di ragazzi di strada, conoscere slang e parole d’ordine e condividerne i momenti. Conosceva bene quei posti dove ancora all’epoca abitava la nonna. Luoghi di deriva metropolitana ma anche spazi dove potevano fiorire amicizie.

Uno dei luoghi del cuore era il Poetto. Si marinava la scuola in una giornata di sole e si prendeva l’autobus “P” in direzione dell’arenile lunghissimo e bianco vicino la città. Al riparo di un casotto, Sergio prediligeva l’ombra, si tiravano fuori i libri dagli zaini e si trascorreva il tempo a leggere fino a quando qualcuno ti chiamava per fare una partita a biliardo in un baretto davanti al mare. Sport, il biliardo, dove per la verità eravamo un po’ negati, ma così “barrosi” d’accettare sfide impossibili a vincere. 

5 – Per amore di una donna era pronto a fare qualsiasi cosa. Anche se le sue storie, mentre si veleggiava attorno ai diciotto anni d’età, si dissolvevano in flirt intensi e leggeri o generavano rimpianti e rabbia, perché Sergio era egocentrico e fortemente possessivo nei sentimenti. Una mattina mi chiama al telefono: “Oggi andiamo al mare”. “Al mare? Ma se non ti schiodi mai.. al massimo solo per andare a marinare la scuola al Poetto?”. “Faremo l’autostop. Vedrai, ci divertiremo”. Prendemmo la linea “P” dalla piazza Matteotti e raggiungemmo l’ultima fermata dell’autobus davanti all’Ospedale Marino. In quei pressi iniziò un lungo calvario di richieste di passaggio mostrando il pollice. Che poi mica si sarebbe andati tanto lontano. A Torre… Capirai, di domenica mattina un lungo rosario di macchine e tutte piene. Era ormai giugno avanzato e i cagliaritani stavano entrando nel loro habitus ideale. Prendemmo una infinità di passaggi corti perché – diceva – ci avrebbe avvicinato di più al traguardo. Che raggiungemmo dopo circa tre ore sulla strada con il sole a picco. Arrivati a Torre mi diressi a casa di amici mentre Sergio scomparve sino a sera inoltrata dopo aver trascorso tutto il tempo con la sua amata M. «È forte – diceva – mi trovo bene con lei… e poi è carina no?». E finì da lì a qualche settimana dopo. Era sempre assai pudico nel raccontare le sue storie d’amore. Si percepivano un certo malessere e difficoltà nel parlarne. Molto meglio scriverne in poesie dalle rime corte e nervose che mi faceva leggere come fossero messaggi nascosti dell’anima. 

20230630_131256-4-e16881303618296 – Negli anni dall’esame di maturità ai primi dell’Università, iscritto in Lettere e Filosofia, Sergio Atzeni esprimeva spesso, e metteva in atto, portamenti contraddittori e quasi all’opposto. Rivoluzionari o perbenisti.  Anche visivamente. Alternando atteggiamenti da maudit, assumeva pose da antagonista, con sguardo sprezzante e perennemente ironico, sigaretta spenta sull’angolo della bocca. Oppure una mattina, potevi, strabuzzando gli occhi, trovarti davanti un impiegato di qualche grossa azienda con la camicia bianca, criniera scomparsa e tagliata di fresco… Fortunatamente questi atteggiamenti assunti con coraggio e in modo provocatorio duravano poco… Gratzias a Deus.

Forse in qualche modo c’entrava la palestra di giornalismo iniziata quei tempi con Giuseppe Podda corrispondente dalla Sardegna per l’Unità e factotum della rivista Rinascita Sarda. Podda era un buon giornalista, allevatore di cronisti e appassionato di storia del cinema, esperto del genere dei “telefoni bianchi” e delle storie anche personali di dive e divi, da lui riversato in centinaia di pagine di articoli e libri. Tra Sergio e Giuseppe il rapporto appariva solido ma, non so perché, si avvertiva sempre una leggera sottintesa tensione. Atzeni voleva rubare tutto il possibile del mestiere, anche perché il segreto desiderio era di diventare giornalista professionista. 

Una mattina mi condusse in un austero e signorile palazzo liberty sopra la via Roma nel tratto che fronteggiava la darsena. E lì, raggiunto credo il terzo piano, entrammo nella redazione dell’Unità. Mentre stavo seduto nella sala d’aspetto, come dal medico, sentii la voce di Giuseppe provenire dal suo ufficio stridula come una gallina a cui avessero appena tirato il collo. Uno scorrere torrenziale di parole a cui Sergio opponeva riflessioni e rimostranze senza, apparentemente, farsi intimidire. Sergio uscì comunque turbato e nervoso. Prendemmo le scale e uscimmo all’aria aperta, mentre a mozzichi mi raccontava dello scontro dovuto alle interpretazioni di un pezzo scritto per il giornale…

La botta dura arrivò qualche anno dopo con il concorso per aspiranti giornalisti in Rai. Atzeni visse sulla propria pelle il fatto che a governare in simili contesti fossero logiche spartitorie e di lottizzazione, pur avendo lui i numeri giusti per vincere.

C’è uno scrittore che ha ben fotografato il rapporto tra Atzeni e il mondo che lo circondava con il suo carico di malessere. È stato Giorgio Todde, di cui Francesco Forlani raccolse la memoria in un reportage di viaggio pubblicato nel 2012 sul sito di “Minima&moralia”, uscito per la prima volta nella rivista “Il Reportage”. Rintracciato in ospedale dove svolgeva il lavoro di oculista, Todde fu tombale. «Sergio Atzeni – raccontò – era nella mia sezione al liceo, ma di un anno più piccolo di me. Non l’ho mai conosciuto e al contrario del 90 per cento dei cagliaritani che dopo la morte hanno dichiarato di conoscerlo benissimo io non riesco a ricordare di averci parlato neppure all’ora di ricreazione. Per non dire di quelli che si sono impadroniti delle sue spoglie letterarie. Grazie a loro Atzeni è morto molto più di una volta. C’è chi si è costruito una carriera universitaria sulla sua morte». 

Cagiari, Convitto Nazionale

CagLiari, Convitto Nazionale

7 – Avevamo preso l’abitudine di andare al liceo assieme. Io prendevo l’autobus da Pirri e raggiungevo la via Sonnino da cui poi mi infrattavo nella via Garibaldi sino a raggiungere il Convitto nazionale di via Manno dove Sergio era residente. Da lì, uno sguardo verso il porto e pochi passi in discesa in direzione della piazzetta Dettori. Prima di entrare in classe con l’ultima campanella ci raccontavamo letture, sogni e passioncelle. Al centro era spesso e volentieri la musica. Non c’era tanto da scialare per i giovani sedicenni e diciottenni dell’epoca. La Rai si guardava bene dal mandare in onda brani di musica rock, italiana e internazionale. Per poterti rifare le orecchie aspettavi sempre che qualcuno di ritorno da Londra portasse qualche disco. Oppure ci si infilava in due o tre dentro le cabine alla Casa del Disco. Sotto i Portici della Via Roma o nel box dentro la Upim della via Manno per ascoltare le hit del momento: in verità sempre in astronomico ritardo. Restava, per fortuna, Radio Luxembourg che trasmetteva a onde medie. Ci si infilava la notte sotto le coperte con la radiolina incollata all’orecchio – la stessa in uso la domenica per le radiocronache del calcio – per seguire trasmissioni come la storica English Top Twenty o la Top Twenty dove tra le ventitré e le ventiquattro, e sino al 1966, Barry Alldis mandava le novità riprese dalle classifiche di vendita, diventate poi l’indomani oggetto di dibattito collettivo. Una vera manna.

Una mattina di marzo del 1967, dopo esserci ritrovati come al solito davanti al portone del Convitto quasi all’unisono ci domandammo: “Hai sentito questo Hendrix? Una bomba”. Jimi Hendrix venne intervistato quel tempo proprio da Radio Luxembourg. Scoprimmo brani iconici mai ascoltati prima in Italia come Hey Joe, Stone free… La nostra idea di musica e ribellione da quel giorno ebbe il volto e la musica di Jimi Hendrix. 

318943370-709204343898959-60128689927700486-n_orig8 – C’eravamo incontrati pochi giorni prima sulla via Roma a pochi passi dalla piazza Amendola, curiosamente a pochi metri dal palazzo che aveva ospitato la redazione regionale dell’Unità. Ero rientrato nell’isola dopo i miei vagabondaggi ed ero stato assunto come redattore dal quotidiano La Nuova Sardegna al termine di un periodo di precariato. Sergio mi raccontò della sua decisione di abbandonare l’isola e la città. C’era molta amarezza in quello che diceva. L’esperienza di impiegato all’Enel si era per lui conclusa e si apprestava a vivere quello che decine di altri giovani prima di lui avevano già sperimentato tempo prima. Per Atzeni quel momento arrivava allora. Era cosciente delle difficoltà e non aveva più l’incoscienza dei vent’anni. Gli ricordai sorridendo come accolse allora la mia decisione di lasciare l’isola molti anni addietro. Fu irremovibile. Mi accusò di essere un piccolo borghese che non comprendeva la situazione politica. «Vai via – mi disse – proprio quando potrebbe esplodere la rivoluzione da un giorno all’altro e ci sarebbe bisogno di tutti». Fortunatamente non ascoltai quel rimbrotto. Così durante l’incontro nella via Roma, sotto i rami del grande e pacifico baobab, al ricordo di quel richiamo ci facemmo una lunga e liberatoria risata. 

9 – L’amore. A metà del cammino della sua vita Sergio Atzeni ha una figlia di nove anni avuta dal suo unico matrimonio durato un pugno di anni, una serie non grande ma forte di delusioni: politiche, sentimentali e artistiche. Svolge il servizio militare ed entra a lavorare nel 1976, dopo aver vinto un concorso, nell’Ufficio personale dell’Enel.  «Che devo fare? – mi disse un giorno – ho una bambina, una mansarda dove vivo a Quartucciu, da pagare ogni mese e la macchina, un Pandino rosso con cui mi posso spostare. Ma a scrivere non rinuncio». Ed è quando meno lo aspettasse che irrompe nella sua vita un grande amore. Un sentimento forte, capace di scuotere le montagne, di lenire i drammi personali e illuminare le giornate. È una passione che cresce nel volgere di pochi anni: totale, assoluta, in grado di sigillare il mondo esterno. «Cerco di assaporare gli attimi come fossero gli ultimi». Sergio ha troppa amarezza dentro per vivere pienamente quella che è la felicità di un incontro. Ha paura di perdere e anziché edificare costruisce reti altissime con l’effimero intento di proteggere se stesso e il suo amore. Il risultato è di vivere come in una sospensione del tempo. Esplosioni di gelosia estrema, incomprensioni si alternano a vuoti di comunicazione. E il dramma è dietro l’angolo. Pronto a cancellare quella che era stata una indimenticabile stagione dell’amore. Non riesce a reggere anche a questo e così va via. Si lascia tutto alle spalle per navigare in mare aperto. 

Carloforte

Carloforte

10 – Non esistevano ancora i cellulari, ma siamo rimasti sempre in contatto anche a molta distanza. Qualche lettera e telefonate chilometriche a parlare di tutto, di musica e quello che stava scrivendo, e chiedermi di Cagliari. Tra noi non si era mai persa la voglia di sapere l’uno dell’altro. Di fare battute e sonore risate. Una domenica raggiunsi, a Carloforte, lui e la sua nuova compagna, Paola, adorabile donna incontrata a Torino, che si prendeva cura di Sergio. Atzeni mi rivelò la sua conversione al cattolicesimo. Dopo qualche battuta mi disse «Walter, l’importante è credere in qualcosa…».  Proprio così, una frase tenuta sospesa o forse interrotta come se non se la sentisse di chiudere il cerchio ma di tenerlo aperto. 

11- Prima di approdare nell’isola dell’isola, Carloforte, mi chiamò da Torino. Avrebbero trascorso qualche giorno di sole e poi Paola sarebbe ripartita. Così Sergio avrebbe potuto dedicarsi alla figlia Jenny che amava fortissimamente e trascorrere un po’ di tempo con i genitori (la sorella Rossana si era da anni trasferita in Emilia) e con i pochissimi amici rimasti in città. «Ho in mente di scrivere un racconto generazionale che parli di noi… le nostre storie…». Lo disse di getto come volesse liberarsi di un peso. Dopo quella vacanza al mare di Sardegna avrebbe iniziato a lavorarci. Quello era il suo romanzo incompleto. Il libro che avrebbe voluto scrivere. Erano trascorsi tantissimi giorni dai nostri vent’anni, ma il cuore batteva sempre lì… come una specie di inizio mitologico… 

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026

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Walter Porcedda, giornalista professionista, critico teatrale e musicale, scrive per Gli stati generali. Esperienze di lavoro a Londra e a Parigi. A lungo redattore delle pagine culturali della Nuova Sardegna. Ha collaborato con diverse riviste e quotidiani, da il manifesto a Scena, da Musica di Repubblica a Musica jazz.

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