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Una storia esemplare


1diploma-comunita-israelitica_page-0001di Sebastiano Burgaretta

Egregio Signore,

su segnalazione del Sig. Prof. Bruno Maestro di Trieste, il Comitato per le Celebrazioni del Decennale della Liberazione ha deciso di iscrivere il Suo nome fra quelli dei benemeriti che negli anni 1943/45, con grave rischio, soccorsero in varia guisa i nostri correligionari perseguitati. Mi compiaccio con la S. V. per tale doveroso riconoscimento, ed ho il gradito incarico di inviare accluso il relativo diploma.

            Per la Comunità Israelitica

                                                                                       Il Presidente

                                                                                  (Dott. Mario Stock)

Con questa lettera, che porta la data del 3 ottobre 1954, la Comunità Israelitica di Trieste, a nome degli Ebrei d’Italia Riconoscenti, conferiva all’Egregio Signor Calabrò dott. Paolo il Diploma con il quale gli si riconosceva il merito di aver aiutato in vari modi, con grave rischio personale, alcuni cittadini italiani di religione ebraica che allora erano perseguitati dai fascisti e dai nazisti. La persona destinataria del riconoscimento è quella del Provveditore agli studi Paolo Calabrò, figura d’uomo che in tempi assai difficili, si distinse, in modo esemplare, per la sua umanità e per il suo coraggio civile, fondati su un rigore etico che gli fa onore. Fu persona discreta, che visse lontano dalle ribalte, scevro di ostentazioni e presenzialismi, tant’è vero che, finché fu in vita, non parlò mai di quanto ora è qui oggetto della nostra attenzione. Il suo riserbo è stato mantenuto anche dagli eredi, i quali solo recentemente, a vari decenni dalla sua morte [1], hanno gentilmente messo a mia disposizione le carte dell’archivio personale di Calabrò, dopo che avevo fortuitamente saputo del gesto, compiuto dal Provveditore, cui fa riferimento il documento col quale si apre questo scritto.

lettera-di-accompagnamento-diploma-comunita-israelitica_page-0001L’episodio cui si riferisce, in tale documento, la Comunità Israelitica di Trieste riguarda la persona del prof. Bruno Maestro, il quale, unitamente ai suoi familiari, ricevette aiuto e protezione per opera di varie persone, tra le quali appunto Paolo Calabrò. Su Bruno Maestro e sulla sua figura ha voluto fare le opportune ricerche il nipote di Calabrò, il dott. Paolo Emilio Russo, il quale, dopo numerosi contatti epistolari, si è recato presso la storica Comunità Israelitica di Trieste. Lì il bibliotecario, Livio Vasieri, gli ha consegnato una copia integrale della testimonianza che il prof. Maestro scrisse in favore di sei benefattori non ebrei. In essa, al numero due, compare il nome di Paolo Calabrò. Ulteriori ricerche, condotte sul web, hanno confermato, anche a me, che effettivamente il prof. Maestro, benemerito dell’antifascismo al cui nome oggi a Trieste è dedicata una Fondazione, perse il posto di lavoro nel 1938 a causa delle leggi razziali. Con una lettera, datata Trieste, 5 dicembre 1954, ecco quanto scrive Bruno Maestro:

All’On. Presidente della Comunità Israelitica di Trieste — segnalazione del prof. Dott. Bruno Maestro (Trieste, via Battisti, 31) da trasmettere all’apposito Comitato eletto dal Convegno di Milano.
In conformità all’invito ricevuto per iscritto, mi pregio segnalare ben 6 (sei) casi si solidarietà di non ebrei verso ebrei perseguitati, sulla verità dei quali sono in grado di testimoniare io stesso perché detta solidarietà si è esplicitata nei confronti o miei personali o a favore di miei familiari.
1)  Omissis
2) Il Provveditore agli studi, Dott. Paolo Calabrò, al quale mi rivolsi il 15 settembre del 1943 a Pesaro, chiedendogli di persona nel suo ufficio, se a un ebreo egli avrebbe conferito un incarico a supplente in una scuola media governativa nella circoscrizione di sua competenza, mi rispose con tutta cortesia e schiettezza che se il perseguitato razziale non avesse un cognome di quelli tipici come Levi o Coen, presentasse pure la domanda con la necessaria documentazione al suo segretario e che egli, nella speranza che non vi sarebbero malintenzionati pronti a produrre denunzia, avrebbe poi firmato la nomina, come poi effettivamente fece.
3)  Omissis
4)  Omissis
5)  Omissi
6)  Omissis
In fede di che
prof. dott. Bruno Maestro – Riccardo Maestro – Eugenia Maestro
Trieste, via Cesare Battisti, 31

Non sappiamo se e quanto quel gesto di umanità, di giustizia e di civile solidarietà abbia influito su quanto da lì a poco ebbe a patire il provveditore Calabrò, il quale, con una lettera riservata del 15 dicembre 1943, prot. n.1260, del cosiddetto Quartiere Generale del Ministro dell’Educazione Nazionale della Repubblica Sociale di Salò ricevette la comunicazione della sua destituzione dal suo ruolo di Provveditore agli Studi di Pesaro e declassato, per decisione di Pavolini, a quello di preside. Ecco il testo della secca comunicazione riservata a firma del ministro Carlo Alberto Biggini:

Al Prof. Paolo Calabrò Provveditore Studi Pesaro
Con provvedimento in corso, avente effetto dal 16 corrente, siete restituito alla presidenza ed assegnato quale preside al Liceo classico “Minghetti” di Bologna.
Vogliate dare assicurazione.
                                                                        IL MINISTRO
                                                                            Biggini
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Paolo Calabrò in divisa nella Grande Guerra 15-18

A Bologna Paolo Calabrò, dati i tempi, fu probabilmente mandato, per essere messo sotto sicura sorveglianza, se è vero, com’è vero, che Provveditore agli studi di Bologna era in quel periodo Aldo Andreoli, un ex deputato del Partito Nazionale Fascista, il quale successivamente, dopo la caduta del regime fascista, non a caso subì l’epurazione che toccò a molti degli sconfitti. In quella circostanza Andreoli ebbe a supplicare Calabrò, con una lunga lettera manoscritta che si conserva nell’archivio privato degli eredi di costui, affinché   testimoniasse in suo favore presso il Ministero dell’Istruzione. In questa lettera, datata Milano, 31 ottobre 1945, con un linguaggio, sia pur dettato da una disperata necessità, che va dalla lusinga alla velata rivendicazione di persecuzioni non messe in atto, Andreoli si rivolge a Calabrò, facendo appello non tanto ai sentimenti di umanità quanto al senso della giustizia. Scrive, infatti, fra le altre cose:

Ti prego di ricordare – secondo verità – qualche fatto concreto e preciso oltre il giudizio che tu ritenga di poter dare – non per amicizia né per umanità; ma per giustizia – di me. E, consapevole dei propri trascorsi, aggiunge: Mi pare affermazione obiettiva questa: che noi ci conoscemmo in un momento infelice, perché data la reciproca posizione di allora, se io fossi stato un fanatico, un fazioso anche quindi incivile, avrei avuto di certo qualche prevenzione su di te; e invece è verità che i rapporti divennero subito di cordiale colleganza e amicizia. E non appena tu mi facesti cenno delle tue vicende e mi manifestasti l’intenzione di andare al Ministero per chiarire la tua posizione e prevenire qualche tiro mancino, io come potei meglio e secondo i tuoi desideri ti aiutai.
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Paolo Calabrò, 1920

È da precisare che, dal suo punto di vista di allora, Andreoli aveva delle ragioni. Calabrò, uomo – avrebbe detto Sciascia – di tenace concetto, a Bologna non aveva mutato il suo DNA etico e civile. Là, infatti, si rifiutò di impartire lezioni di lingua italiana al Comandante militare tedesco della città, come risulta anche da una sua nota conservata nel suo archivio e nella quale si legge: Invitato e sollecitato dal Provveditore agli studi di Bologna, mio diretto superiore, nel settembre 1944 ad impartire lezioni di lingua italiana al Comandante Militare Tedesco di Bologna, mi rifiutai recisamente e sdegnosamente. A causa di questo suo comportamento ricevette una nota di addebito da parte del Ministero dell’Educazione Nazionale, con la quale gli si contestava di aver perseguitato i fascisti dipendenti dell’Amministrazione scolastica e in particolare quelli che rivestivano una carica politica, nonché di svolgere opera di ostruzionismo all’Opera Balilla, alla quale non inviava le tasse di educazione fisica versate dagli studenti. Ironia della sorte e del linguaggio di circostanza, Andreoli non s’accorgeva che, nel ricordargli velatamente i motivi per cui avrebbe potuto a suo tempo punirlo, in realtà gli conferiva patente di onestà e di rigore etico in quegli anni difficili. E nella lettera impotentemente aggiunge: Quante cose vorrei dirti: su persone e fatti di quell’ambiente (Bologna) e di questo (dal quale naturalmente sono fuori dal 25 aprile in poi). Sul bordo del primo foglio, a lettera chiusa, consapevolmente annota: Importante sarà la testimonianza tua in quanto riguarderà il periodo del mio provveditorato a Bologna (1944-genn.’45) che sarà per se stesso un capo d’accusa: periodo delicato del mio curriculum!

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Dedica di Luigi Russo sul libro firme dell’Istituto di cultura italiana a Budapest, 1940

Tra le carte conservate nell’archivio di Calabrò non c’è traccia di una risposta a questa lettera di Andreoli, ma è evidente che già da essa si evince la diversa collocazione ideologica e politica dei due, quella che vide Calabrò rifiutarsi di aderire alla Repubblica di Salò, così come fecero, del resto, lui ormai lontano dalla capitale ungherese, tutti i dirigenti dell’Istituto Italiano di Cultura di Budapest, cui Calabrò, che ne era stato il fondatore, aveva dato un forte impulso etico e culturale [2]. Se ne videro presto i risultati positivi, infatti, anche col successore di Calabrò, Aldo Bizzarri, il quale fondò e diresse dal 1942 il bimestrale italo-ungherese in lingua ungherese “Olasz Szernle”, edito appunto dall’Istituto Italiano di Cultura e dalla casa editrice Franklin di Budapest [3].

È del resto lo stesso Calabrò a documentare i suo trascorsi politico-professionali in una lettera datata 27 aprile 1945, all’indomani della Liberazione, e indirizzata al Prefetto di Bologna. In essa Paolo Calabrò scrive:

Ho il dovere di informare l’E.V. di quanto appresso: Nel dicembre del 1943 dal Ministero della Educazione Nazionale del Governo fascista repubblicano fui destituito, per ragioni politiche, in seguito ad una inchiesta, da R. Provveditore agli studi di Pesaro e restituito alla Presidenza del R. Liceo Minghetti di Bologna.
Nel mese di novembre del 1943 fui fermato dal comando Militare tedesco di Pesaro (come risulta dall’inchiesta che determinò la mia destituzione) perché accusato di “sobillare contro i tedeschi tutti gli intellettuali della provincia di Pesaro” – Seppi difendermi e per miracolo riuscii a salvarmi.
Nel marzo del 1944, in seguito a denunzia al Tribunale straordinario di Pesaro, fu spiccato contro di me mandato di cattura.
Non fui arrestato perché, avvertito in tempo dal dott. Angelo Minzioni, I° segretario del R. Provveditorato agli studi di Pesaro (da me sempre protetto e difeso di fronte alle persecuzioni dei Fascisti) venuto personalmente da Pesaro a Bologna per informarmi della denunzia al Tribunale e del mandato di cattura, mi resi irreperibile per diverso tempo finché la città di Pesaro non fu occupata dalle truppe Alleate…….
Omissis
                                                                            Paolo Calabrò
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Richiesta traduzione Grammatica italiana

Da quanto si sta qui enucleando si può dedurre che il gesto di umana solidarietà di Paolo Calabrò nei riguardi del prof. Bruno Maestro non fu un apax e non spuntò ex abrupto dal nulla. Esso fu invece il frutto di un lungo esercizio di autonomia di giudizio e di libertà personale, prerogative che riuscirono a mantenersi salde pur nel difficile contesto storico e politico del tempo, quello di un periodo nel quale, come succede sempre, standoci dentro non è facile pienamente discernere tra positivo e negativo, tra bene pubblico e interesse privato, tra la banalità del bene e la banalità perniciosa del male. Per quanto riguarda Calabrò c’è da precisare che il rigore etico applicato all’interesse pubblico veniva da lontano e aveva avuto modo di esprimersi con assoluta chiarezza e senza reticenze già a Budapest negli anni 1935-40, come s’è accennato, e poi nel breve periodo a Berlino, in qualità di addetto culturale all’Istituto Italiano di Cultura. E a tale proposito occorre aprire una parentesi, che dice molto della tempra morale di quest’uomo [4].

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Con Felice Felicioni, presidente Società nazionale Dante Alighieri, 1933

Nel suo archivio si conserva copia di una sua lettera, datata Berlino, 29 maggio 1941 (XIX) e indirizzata al Ministero degli Affari Esteri, oltre che, per conoscenza, alla regia Ambasciata d’Italia in Germania con sede nella stessa Berlino. Il documento consta di diciassette cartelle segnate progressivamente con numeri romani. In esso, che è una relazione ufficiale, c’è la precisa e analitica descrizione dei programmi didattici, delle lezioni, della durata dei corsi, degli esami finali, dei libri di testo, delle sedi dei corsi, del bilancio consuntivo e di quello preventivo, delle Biblioteche dei Comitati della Società “Dante Alighieri”. Per l’economia dell’argomento affrontato in questa sede e per quanto attiene ai tratti della personalità di Paolo Calabrò sono molto interessanti la parte introduttiva e quella conclusiva del documento. Ciò, per la loro puntuale analisi, che non tace di nulla, e per la chiarezza, che definirei coraggiosa, con la quale l’autore espone il suo pensiero e, a posteriori possiamo affermare, espone anche sé stesso, se è vero, com’è vero, che egli pagò l’audacia della sua autonomia di giudizio e della sua libertà di pensiero. Ecco il testo:

Conformemente a quanto richiesto da codesto on. Ministero con comunicazione in data 8 maggio, numero 53/38585/372, diretta alla R. Ambasciata, mi onoro di riferire qui appresso le mie osservazioni relative al regolamento attualmente vigente per i corsi di lingua italiana istituiti in Germania dai Fasci.
a) Applicazione pratica del regolamento: inconvenienti lamentati, risultati raggiunti
Il regolamento in questione ha ricevuto finora solo parziale applicazione principalmente per la mancanza in quasi ogni sede di corsi di un professore, direttore responsabile. Le sedi dei corsi non sono dovunque decorose né provviste del materiale e dei registri elencati nel paragrafo 9 del regolamento. In nessuna sede esiste un ufficio di segreteria e una biblioteca in funzione.
La ripartizione dell’anno scolastico non è stata rispettata da tutti i corsi, tanto che alcuni hanno iniziato il II semestre il I° febbraio, altri il 15, altri ancora il I° marzo e a Breslavia addirittura il I° aprile.
L’orario stesso delle lezioni non è stato omogeneo: alcuni corsi hanno avuto un’ora settimanale di lezione, altri solo 45 minuti.
Il programma didattico non è stato sempre tenuto presente nello svolgimento della materia e il numero degli iscritti alle singole classi non è stato sempre limitato a 30.
Molti corsi hanno usato differenti libri di testo ad arbitrio degli insegnanti.
Le relazioni non sono state sempre regolarmente inviate da tutte le sedi.
Una sola città, Lipsia, ha inviato il bilancio consuntivo del I° semestre ecc.
La causa di questo stato di cose è da ricercare indubbiamente, a parere dello scrivente, nei due capisaldi fondamentali sui quali si basa il regolamento e in genere l’intiera organizzazione dei corsi, e cioè:
1) La subordinazione dei direttori dei corsi ai rispettivi segretari dei Fasci; 2) la devoluzione dei proventi dei corsi non a beneficio del miglioramento e potenziamento dei corsi stessi, ma a beneficio di altre attività dei Fasci.
In quanto al primo punto, occorre rilevare ben chiaramente che, nonostante le grandi benemerenze che i Fasci in Germania si sono acquistate con l’organizzazione dei corsi in parola, allo stadio odierno cui questi sono giunti nel loro sviluppo è impossibile mantenere più a lungo il dualismo attualmente esistente fra il Segretario del Fascio e il Direttore dei corsi, dualismo che poi si risolve con la completa subordinazione del secondo al primo.
Ora è un dato di fatto che i Segretari dei Fasci, che sono per lo più modesti commercianti (fiorai, gelatieri, commercianti in agrumi e rappresentanti di stoffe ecc.) non hanno la cultura, la preparazione e spesso anche la levatura sociale necessarie per poter dirigere con buoni risultati un organismo didattico quale quello dei corsi. Questi sono un delicato mezzo di propaganda culturale che si rivolge a un pubblico qualificato, comprendente spesso dei laureati, dei professionisti, dei funzionari, degli studenti, e deve pertanto essere organizzato in modo ineccepibile, deve essere posto su una base culturale e deve essere insomma tale da poter costituire una rappresentanza modesta ma non indegna di una grande Nazione culturale quale l’Italia fascista.
È impossibile ottenere ciò da persone, per quanto volenterose, dotate di ben scarsa cultura quali sono spesso i Segretari dei Fasci in Germania, i quali del resto sono distratti da un tale compito, per sé non inerente al loro ufficio, dalle loro molteplici mansioni politiche.
Succede anzi di solito che i Segretari dei Fasci, per comprensibile abito mentale, siano indotti a considerare i Corsi, non per come sono, cioè un importantissimo mezzo di propaganda italiana, ma solamente come un sistema per ottenere dei proventi da devolvere unicamente a favore di attività del Fascio propriamente detto: tendenza, ripeto, comprensibile e forse lodevole, ma disastrosa dal punto di vista dei veri interessi dei corsi di lingua, che vengono così trascurati.
Aggiungasi che l’attuale subordinazione dei Direttori dei corsi ai rispettivi Segretari dei Fasci, praticamente anche in materia didattica e organizzativa, risulta spesso in una vera e grave mortificazione spirituale per i primi i quali, pur riconoscendo la preminenza della elevata posizione politica dei Segretari, non possono non sentirsi invece più competenti di essi per quanto riguarda i problemi appunto didattici. Ne risulta che essi si sentono avviliti e non si dedicano al proprio lavoro con quell’entusiasmo con quei buoni risultati che altrimenti sarebbe legittimo aspettarsi.
Sembra pertanto allo scrivente opportuno e anzi assolutamente necessario che si giunga a un nuovo e più logico ordinamento dei corsi di lingua italiana in Germania.
Essi dovrebbero essere ormai per così dire svincolati dai Fasci e sottoposti direttamente alla suprema autorità italiana delle varie città e cioè alle Regie Autorità Consolari. I meriti che i Fasci di Germania si sono acquistati con l’organizzare dal nulla i corsi, a prezzo talora di gravi sacrifici e con volenterosa ed entusiastica fatica durata molti anni, non possono essere negati da alcuno, ma questi, grazie a quegli stessi sforzi, sono ormai cresciuti talmente in importanza e in numero di allievi, la loro azione propagandistica è divenuta talmente fondamentale, il loro modo di essere e di funzionare impegna ormai in tal modo, di fronte all’opinione pubblica, che non è più  possibile tollerare alcuna manchevolezza o inadeguatezza o approssimazione.
La posizione che le truppe d’assalto hanno così brillantemente conquistato debbono essere ormai occupate, consolidate e sistemate definitivamente da truppe regolari.
Lo scrivente ha pertanto l’onore di esprimere subordinatamente l’avviso che i corsi di lingua italiana in Germania, cui potrebbe essere tuttavia conservata la denominazione di Corsi di lingua italiana dei Fasci, vengano sottoposti direttamente alle Regie Autorità Consolari e siano preposti ad essi, quali direttori, dei professori di ruolo.
b)  Modificazioni suggerite
In base all’esperienza di quest’anno lo scrivente si permette subordinatamente di proporre alcune norme che dovrebbero esser seguite in aggiunta e a parziale modificazione del “Regolamento provvisorio”, per ottenere una migliore organizzazione e un regolare funzionamento dei corsi di lingua italiana in Germania.

Seguono undici cartelle con suggerimenti e consigli riguardanti tutti gli aspetti dell’attività relativa ai corsi di lingua italiana. La parte finale della relazione conferma, per altri aspetti, quanto argomentato in quella introduttiva:

c)  Destinazione effettiva dei proventi dei corsi e loro eventuale migliore ripartizione
Non posso dare alcuna informazione sulla destinazione effettiva dei proventi dei corsi poiché tali proventi costituiscono una delle tante “voci” incluse nel bilancio di ogni Fascio e il Direttore dei Corsi è escluso da ogni ingerenza in questioni amministrative.
Non mi risulta sia stata devoluta quest’anno alcuna somma per il miglioramento didattico e scientifico dei Corsi. Mi permetto quindi subordinatamente proporre che sia concessa al Direttore dei Corsi anche una certa autonomia amministrativa, poiché col provento dei corsi si potrebbero organizzare in Germania, dove gli allievi pagano volentieri la quota alquanto elevata d’iscrizione, veri e propri centri di cultura italiana. Il Direttore dei Corsi, dopo aver provveduto alle spese generali di amministrazione, elevando anche il compenso agli insegnanti supplenti, potrebbe migliorare l’arredamento della sede, che dovrebbe essere sempre molto decorosa, dare incremento alla biblioteca e acquistare successivamente una macchina per proiezioni, con relative diapositive.
I Corsi potrebbero ospitare nella loro sede quei Fasci che non disponessero di mezzi propri e non potessero sostenere le spese di affitto dei locali e il Direttore dei Corsi inoltre potrebbe devolvere, alla fine di ogni semestre, una percentuale sugli utili all’amministrazione del Fascio locale. I Segretari di Fascio, a loro volta, verrebbero così spronati a cercare con maggior cura altre fonti per aumentare le entrate del bilancio, mentre alcuni attualmente attendono, senza altre preoccupazioni, la rendita sicura proveniente dai Corsi.
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con al centro l’Arciduchessa Anna d’Asburgo, nipote dell’imperatore Francesco Giuseppe, Budapest maggio 1937

Ahimè, si permetteva il funzionario Calabrò, il “tecnico” Calabrò di volersi “sostituire” ai politici, senza essere stato eletto dal popolo. Si facesse eleggere! qualcuno gli griderebbe oggi. E come non cogliere, tra le pieghe del linguaggio, sapientemente calibrato nel far ricorso nominale ai valori della “propaganda” fascista, una forte, ineludibile vena di ironia, compatibile, del resto, con la levatura culturale e con il rigore etico dell’autore della relazione?

La mossa era stata davvero audace e lo si constatò subito.  Se si tiene conto che Calabrò rimase a Berlino dal 16 settembre 1940 al 16 settembre 1941, quando fu fatto rientrare in Italia e nominato preside dell’Istituto Magistrale di Firenze, è facile arguire che, con la sua schietta onestà e con la sua autonomia di giudizio, quali sono evidenti in questa relazione, egli segnò la sua condanna, per cui fu praticamente rimosso – dovremmo dire cacciato — dall’incarico che aveva a Berlino e relegato in un istituto scolastico superiore in Italia. Aveva, in tutta evidenza, dichiarato ciò che non doveva essere palesato. In altri termini, il re, che era nudo, doveva apparire vestito. Eppure i rappresentanti del re erano stati formalmente chiari ed espliciti nella lettera con la quale si comunicava a Calabrò il trasferimento da Budapest a Berlino. Ecco il testo del telespresso del Ministero degli Affari Esteri [5]: Trasferimento da Budapest a Berlino

Con provvedimento in corso e decorrenza dal 16 settembre siete stato trasferito dalla Direzione dell’istituto Italiano di cultura di Budapest alla Direzione dell’Istituto di lingua italiana a Berlino. Il nuovo incarico importa anche la consulenza e il controllo su tutti i corsi di lingua e di cultura italiana istituiti nel territorio del Reich dai Fasci e dalla Dante.
Il nuovo ufficio a cui siete destinato riveste una grande importanza poiché nelle Vostre nuove funzioni dovrete non soltanto svolgere opera di docente nell’Istituto di lingua a Berlino con corsi di storia, di letteratura e d’arte, ma vigilare perché tutte le iniziative intese a diffondere la conoscenza della lingua italiana nel popolo tedesco, si svolgano con crescente serietà e profitto.
Lo scrivente confida che Voi apprezzerete nella debita misura questa prova di fiducia che Vi conferisce il Ministero e che saprete rispondere a tale atto con la consueta diligenza e capacità.
Prima di raggiungere Berlino dovrete recarvi a Budapest per effettuare le consegne al nuovo Direttore prof. Aldo Bizzarri. Le consegne stesse dovranno avere luogo al più presto possibile.
Appena giunto nella capitale del Reich avrete cura di presentarVi alle competenti Autorità Diplomatiche e all’Ispettorato dei fasci in Germania per ricevere istruzioni e per concordare la linea del Vostro lavoro.
                                                                                  Per il Ministro
                                                                                 firma illeggibile   

A tutti gli effetti si trattava di una promozione, che portava Calabrò a lavorare nella celebrata allora capitale tedesca, a meno che, dato l’esito “fallimentare” della permanenza di lui a Berlino, non si debba intendere che la postilla conclusiva di questa comunicazione ministeriale avesse ragione preminente sull’intero contenuto della missiva. 

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Paolo Calabrò (in basso a dx), con accanto Carlo Tagliavini, docente università e Paolo Arcari, rettore università di Friburgo

Successivamente da Firenze Paolo Calabrò, con nomina del 15 maggio 1942, passò a fare il Provveditore agli Studi a Pesaro, dove ebbe modo di aiutare il prof. Bruno Maestro, ma dove, per la sua linearità di vita e per la serietà professionale – come si vede, brutti vizi, da addebitare a colpe in quegli anni infelici –, non ebbe modo di restare a lungo. Infatti il 16 dicembre 1943 l’incorreggibile e ostinato Calabrò fu destituito dall’incarico di Provveditore agli Studi e declassato a preside del bolognese Liceo ginnasio “Minghetti”. Perché accadde ciò? Che cosa era successo? A chiarire la circostanza è lo stesso Calabrò nella succitata lettera inviata, non a caso quando il re era ormai nudo per tutti, al Prefetto di Bologna in data 27 aprile 1945, all’indomani cioè della Liberazione.

In un foglio manoscritto conservato fra le sue carte Calabrò ha lasciato scritto:

Durante il periodo trascorso in Pesaro, come R. Provveditore agli Studi, i miei rapporti con la Federazione dei fasci di quella città non furono buoni perché non volli mai cedere alle continue pressioni e alle imposizioni che mi pervenivano per indurmi a commettere atti illegali specialmente in occasione dei trasferimenti degli insegnanti e delle nomine dei supplenti.
Il rapporto inviato al Ministero D. g. P. d: V II N. 421 Ris., in data 11 aprile 1943, che allego in copia, lumeggia l’ambiente di quella federazione e i miei rapporti con i principali gerarchi fascisti di Pesaro, che diverse volte avevano chiesto al Ministero il mio trasferimento.

A Pesaro la vita gli fu resa difficile anche con l’allontanamento, che i fascisti, scontenti della condotta del Provveditore, volevano, della persona del succitato dott. Minzioni, primo segretario al Provveditorato di Pesaro, per la difesa dei cui diritti Calabrò si espose fermamente con una lettera al Ministero. In essa, difendendo l’operato del valido collaboratore, faceva appello ai criteri di giustizia con i quali si era operato in materia di trasferimenti e assegnazioni, eliminando

qualche posizione di privilegio acquisito non certo a meriti di lavoro e di capacità. Di ciò si è voluto far colpa al dott. Minzioni sia perché mi ha messo sinceramente al corrente della situazione e delle persone, sia perché collabora con me in quest’opera di moralizzazione intesa a rialzare il prestigio della Scuola nella Provincia, e a pretendere con assoluta rigidezza da tutti i dipendenti da questo Ufficio scolastico dignità, serietà e senso del dovere. Oggi, dopo quasi un anno di assiduo lavoro in tal senso, si può dire che la scuola cominci a funzionare regolarmente. È stato però necessario ricorrere qualche volta anche a provvedimenti disciplinari nei confronti di quegli elementi che nel passato avevano soltanto goduto lo stipendio senza preoccuparsi di compiere il proprio lavoro per la scuola.

E nella stessa pagina:

Questo Ufficio difatti avrebbe il torto di avere, quest’anno per la 1^ volta, resistito e respinto ogni forma di pressione, di raccomandazione o di segnalazione da parte così della Federazione, come di altri Uffici.

Conclude il documento, affermando che

un trasferimento del dott. Minzioni menomerebbe il prestigio dell’Ufficio scolastico poiché in lui si vorrebbe colpire la serietà del nostro lavoro ed il senso di assoluta giustizia a cui è improntato ogni nostro agire oltre a danneggiare moralmente e materialmente il dott. Minzioni che a Pesaro ha famiglia (è padre di un bimbo di 8 mesi) e casa, ed ha la sola colpa di compiere scrupolosamente il proprio dovere.

E così chiude:

Per un dovere quindi di umana giustizia nei riguardi del dott. Minzioni e nell’interesse superiore dell’Ufficio scolastico chiedo che il Minzioni sia lasciato al suo posto, al suo lavoro, alla sua famiglia con serenità e dignità.
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Con Francesco Orestano, Accademico d’Italia e presidente Società filosofica Istituto italiano di cultura a Budapest

Non essendogli bastate le persecuzioni del regime fascista in ordine alla carriera professionale, Calabrò dovette subire anche un procedimento disciplinare per opera della Commissione di epurazione istituita dal Governo alleato nei confronti di coloro che avevano ricoperto incarichi apicali nella pubblica amministrazione, in modo da dispensarli e allontanarli dal servizio. Gli fu comminata, il 2 agosto 1945, una censura, per aver preso parte ai campi estivi dei giovani fascisti col grado di centurione. In realtà, come ebbe a dimostrare, non rivestì il grado di centurione, ed era stato chiamato in quanto ufficiale in congedo del regio esercito, nel quale aveva militato anche nel corso della prima guerra mondiale. Egli scrive di esserne stato costretto, pena il rientro anticipato dall’incarico a Budapest, al quale egli teneva moltissimo. Ne uscì però indenne con decisione, datata 2 agosto 1947 del Consiglio di Stato, cui egli aveva fatto ricorso, anche se già il 18 settembre del 1945, a meno di un mese dalla inflizione, lo stesso Ministero della Pubblica Istruzione gli aveva revocato il provvedimento punitivo della censura:

…in accoglimento del ricorso dichiara di non esser luogo alla irrogazione di alcuna sanzione disciplinare nei confronti del ricorrente. Ordina la comunicazione della presente decisione alla Amministrazione interessata per i provvedimenti di sua competenza a ter mini di legge. Così deciso in camera di Consiglio del 18/9/45.

Passati gli anni difficili e complicati del ventennio fascista, la carriera di Paolo Calabrò continuò con la qualifica di Provveditore agli Studi nelle città di Ragusa (dal 1946 al 1948), Siracusa (dal 1848 al 1950), di Savona (dal 1950 al 1952), di Varese (dal 1952 al 1958).

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
Appendice con notizie bio-bibliografiche
Nato ad Avola (14 luglio 1895-6 febbraio 1986), Paolo Calabrò studiò al Ginnasio “T. Gargallo” di Siracusa e poi al Liceo classico “A. Di Rudinì” di Noto. Si laureò all’Università di Palermo col massimo dei voti in Lettere e filosofia il 27 gennaio 1920, dopo essere tornato nel 1918, dalla prigionia di guerra [6]. Tra il 1920 e il 1924 fu docente al Liceo classico di Noto, successivamente al Liceo Cutelli e allo Spedalieri di Catania (1923-1924), a Taranto (1924-1925) e a Perugia, città in cui conobbe Wanda Onesti, apprezzata scrittrice di novelle e diari di viaggio [7] pubblicati sotto il cognome del marito, che la sposò a Roma il 5 dicembre 1928, avendone una figlia, che ha portato lo stesso nome della madre e che rimase purtroppo orfana ancora bambina nell’agosto del 1934 per la sopravvenuta morte di tifo della Onesti. Nel 1923 Calabrò terminò gli esami del primo anno presso la facoltà di Giurisprudenza, ma non poté completarne gli studi. Vinse il concorso al Ministero degli Esteri e scelse l’Ungheria, dove fu destinato, nel 1926, come Lettore all’Università di Pècs prima e a Budapest dopo. A Pècs fu segretario della locale sezione della Società “Mattia Corvina”, di cui divenne successivamente socio onorario. Nella capitale magiara insegnò nel prestigioso Collegio Eotvos, equivalente per importanza alla nostra Scuola Normale Superiore di Pisa. Nel 1935, facendo opera di mediazione con il Ministero ungherese, contribuì, nelle vesti di presidente della “Dante Alighieri”, in modo efficace al riconoscimento, da parte del Governo ungherese, del diploma acquisito presso l’Università per stranieri di Perugia, come si evince dalla sua corrispondenza epistolare con Astorre Lupattelli [8].
copertina-grammatica-italiana_page-0001Nel corso della sua carriera professionale ebbe modo di incontrare e conoscere grandi personalità della cultura oltre che della politica: fra gli altri, Enrico Fermi, Ettore Romagnoli, padre Agostino Gemelli, Arturo Toscanini, Beniamino Gigli, Giuseppe Prezzolini, Luigi Pirandello, Luigi Russo, col quale ultimo tenne anche corrispondenza epistolare. Di vari altri si conservano nel suo archivio foto con dediche, come nel caso di Vittorio De Sica e dello stesso Luigi Russo. Ovviamente conobbe pure Mussolini, Ciano, Badoglio e, negli anni berlinesi, anche Hitler. Molte le sue pubblicazioni nel corso degli anni: Giovanni Verga e il realismo nella letteratura italiana, Budapest 1930; Poesie scelte e commentate per gli stranieri, Magyar Olasz Könyvtár Biblioteca Ungherese Italiana, Budapest 1931; Grammatica italiana per stranieri [9], Perugia 1932; Profili di scrittori contemporanei, I e I serie, Budapest 1933-1935; Antologia di prosa e poesia ad uso degli stranieri, I e II serie, Budapest 1934-1935; Manuale di conversazione italo-magiara, Budapest 1937; Compendio di storia della letteratura italiana ad uso degli stranieri, Perugia 1939; Idem-M. Oszkán, Rendszeres es Módszeres Olasz-Magyar Beszédgyakorlatok, Kiadja a Királyi magiar egyetemi nyomda, Budapest, VIII, s.d.; Idem, Lettere di Paolo Calabrò dai campi di prigionia, postumo, in “Avolesi nel mondo”, cit.: 39. La Grammatica italiana per stranieri fu adottata alla Colombia University di New York, all’Eastman School of music dell’Università di Rochester, all’Università in Australia, in Svizzera all’École Cantonale di Porrentruy e in un Istituto di Lugano, e inoltre nei Corsi di lingua italiana istituiti da Ministero in Portogallo, in Germania, in Brasile, in Egitto, in Turchia, in Argentina, in Inghilterra, e poi ufficialmente adottata all’Università per stranieri di Perugia, che ne curò l’edizione, per cui il testo fu poi tradotto anche il thailandese e in finlandese.
Calabrò ebbe degli importanti riconoscimenti. Dal Governo ungherese fu fatto Commendatore della Corona Ungherese. In Italia ricevette l’onorificenza di Commendatore del Regno d’Italia e successivamente quella di Commendatore al merito della Repubblica Italiana, dopo quella di Cavaliere e di Ufficiale.
Note                                                                                       

[1] Paolo Calabrò era nato ad Avola il 14 luglio 1895 e lì è morto il 6 febbraio 1986
[2] Cfr. E. Deaglio, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli, Milano 2002: 47.
[3] Cfr. S. Santoro, L’Italia e l’Europe orientale: Diplomazia culturale e propaganda 1918-1943, Franco Angeli, Milano 2005: 387.
[4] Ho avuto il privilegio di conoscerlo, essendo egli stato presidente della Commissione esaminatrice ai miei esami di stato per il conseguimento del diploma di maturità classica al Liceo “Manzoni” di Avola nel 1965. In quella circostanza ebbi modo di apprezzarne l’equilibrio umano, la serietà professionale e il senso della giustizia.
[5] Ministero degli Affari Esteri, Telespresso n.53/81543, Roma 12 settembre 1940.
[6] Sul servizio militare di Calabrò durante la prima guerra mondiale cfr. P. E. Russo, Calabrò Paolo nella guerra del 1915-1918, in “Avolesi nel mondo”, a. XIX, n. 2 (43): 37-39.
[7] W. Calabrò, Marisa: novelle e bozzetti, Gaetano Tinè Editore, Noto 1929; Idem, Ungheria: pagine di diario, Gaetano Tinè Editore, Noto 1932; Idem, Vienna: pagine di diario, Gaetano Tinè Editore, Noto 1935; Idem, Trittico siciliano, Gaetano Tinè Editore, Noto 1935. Si conserva tra le carte di famiglia anche un Diario, che è rimasto inedito.
[8] Cfr. P. Gheda, La promozione dell’Italia nel mondo, Il Mulino, Bologna 2004: 117-118.
[9] Ivi: 103 ss.

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Sebastiano Burgaretta, poeta e studioso di tradizioni popolari, ha collaborato con Antonino Uccello e, come cultore della materia, con la cattedra di Storia delle Tradizioni Popolari dell’Università di Catania. Ha curato varie mostre di argomento etnoantropologico in collaborazione col Museo delle Genti dell’Etna, con la Villa-museo di Nunzio Bruno, con la Casa-museo “A. Uccello”, col Museo teatrale alla Scala di Milano. Ha pubblicato centinaia di saggi e articoli su quotidiani, riviste e raccolte varie. Tra i suoi volumi di saggistica: Api e miele in Sicilia (1982); Avola festaiola (1988); Mattia Di Martino nelle lettere inedite al Pitrè (1992); Festa (1996); Sapienza del fare (1996); Retablo siciliano (1997); Cultura materiale e tradizioni popolari nel Siracusano (2002); Sicilia intima (2007); La memoria e la parola (2008); Non è cosa malcreata (2009); Avola. Note di cultura popolare (2012).

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