di Rossana Salerno
Introduzione
Alcune storie di vita non si possono trasmettere solo con le parole: hanno bisogno di suoni, di silenzi rotti da una voce che graffia, che piange, che urla. La musica, il canto, il ritmo scandiscono le azioni nel tempo, che sembra non passare mai, straziante, arido e lento.
La storia di Rosa Balistreri è una di quelle storie o di “cunti” che si possono cantare solo attraverso il dialetto siciliano. È la storia di una donna nata in una Sicilia ferita, chiusa nel controllo degli uomini, del potere politico e della religione. Il “cunto” attraversa il contesto socioculturale siciliano dal 1927, anno di nascita a Licata, al 1990, anno della sua morte a Palermo.
Una donna che ha trasformato la sua sofferenza in canto, il suo dolore in memoria collettiva. Il film L’amore che ho, diretto da Paolo Licata, non è legato strettamente alla realtà biografica dell’artista licatese, ma è una libera narrazione poetica, romanzata, che cattura il nucleo profondo della vicenda umana e sociale di Rosa, unitamente ad alcuni fatti realmente accaduti – il film è tratto dal libro biografico realmente fedele alla vita vissuta dalla cantastorie.
Attraverso la sua figura di donna siciliana si apre un varco su una Sicilia patriarcale fatta di silenzi imposti, di ruoli obbligati, di obbedienze codificate. Ed è proprio il canto, in questa cornice, a diventare il gesto politico più radicale: un lamento liberatorio, un atto di disobbedienza e resistenza. Rosa, nella sua esistenza e nella sua arte, incarna la figura ancestrale e rivoluzionaria del cantastorie: colui – o, in questo caso, colei – che restituisce voce a chi non l’ha mai avuta.
Il cantastorie ha rappresentato per secoli, nel contesto popolare mediterraneo e soprattutto siciliano, una figura cruciale nella trasmissione orale della cultura, della cronaca e del dolore collettivo. Nelle piazze e nei mercati, il cantastorie si faceva portavoce delle ingiustizie, delle tragedie familiari, delle storie d’amore e di lutto, spesso sfidando il potere costituito e l’ordine sociale.
Rosa Balistreri è l’erede di questa tradizione, ma ne è anche una frattura. Non esistevano cantastorie donne. In un mondo dove i cantastorie erano solo uomini, la sua presenza femminile è già una ribellione. E se il cantastorie cantava la vita degli altri, Rosa canta la propria, facendo di sé e della sua biografia un terreno di lotta, di denuncia, di riscatto.
La sua voce ruvida, inconfondibile, non è estetica: è testimonianza. È il grido antico di tutte le donne sottomesse, abusate, ignorate: “Terra ca nun senti, ca nun voi sentiri / cu la testa china si fa ‘mbrugliari”. Un’accusa contro la sua terra e la sua gente, ma anche una lettura in chiave sociologica: un popolo educato all’obbedienza cieca, dove le ingiustizie si accettano e si perpetuano. Una vita sotto il segno dell’obbligo e della sudditanza, il film non pretende di raccontare tutta la vita di Rosa. Non ci sono tutti i passaggi, le date, gli eventi. Ma ciò che conta è ben presente: la trama fitta di costrizioni, umiliazioni e disgrazie che hanno segnato e lacerato la sua esistenza.
Tra narrazione romanzata e realtà: il film
La sua infanzia è intrisa di una povertà radicale, di quelle che non concedono riparo né tregua: segnata dalla violenza domestica, dal peso precoce del lavoro nei campi, dove da bambina toglieva le pietre dalla terra fino a ferirsi i piedi, tornando a casa insanguinata. L’ambiente familiare era un’unica stanza angusta che accoglieva tutto: sonno, pasti, rabbia, dolore e persino gli atti sessuali dei genitori, vissuti davanti ai figli senza possibilità di protezione né di distanza. In quel focolare senza confini, Rosa non poteva permettersi di essere bambina: veniva adultizzata precocemente, spettatrice forzata di un mondo adulto fatto di bisogni primari, soprusi e silenzi imposti.
Il matrimonio forzato, l’esperienza carceraria, la perdita della figlia. Ogni fase della sua vita nel film è un capitolo di resistenza femminile. Il canto non è intrattenimento. È un lamento che scava nella carne della società. È un gesto di rottura: Rosa non canta per consolare, canta per denunciare, per disturbare, per gridare che quella felicità imposta è una menzogna.
Il rapporto con il nipote Luca Torregrossa, cresciuto come un figlio, è un’altra forma di sovversione. Rosa sfida l’idea di famiglia tradizionale – “normale”. Mette in discussione l’autorità materna biologica e si assume la responsabilità affettiva. In una società dove la madre è sacra ma solo in quanto ubbidiente, Rosa si prende la maternità come atto d’amore, non di dovere.
Anche la religione, nel film come nella realtà, appare come un altro strumento di controllo. Non è salvezza, è giudizio. I preti, sempre uomini, benedicono i padroni e condannano le donne che sbagliano, che reagiscono, che escono dal seminato. Nella Sicilia raccontata da Rosa Balistreri, nulla è neutro, neppure la fede. Le chiese non sono luoghi di consolazione, ma di silenzio omertoso. L’altare non è rifugio per le donne che soffrono, ma trono per uomini che predicano la sottomissione. In questa terra aspra, la religione non consola, giudica. Non libera, trattiene. Non protegge, punisce. La croce, simbolo universale di redenzione, diventa allora fardello, viatico, dolore che non salva, ma si accumula sulle spalle di chi già porta il peso della fame, della vergogna, dell’obbedienza. I preti assolvono i violenti, ma tacciono davanti al pianto delle donne. Rosa lo sa. L’ha visto con i suoi occhi, da bambina, quando la povertà e la paura si mescolavano nell’odore acre dell’incenso e del sudore. L’ha sentito sulla pelle, quando non c’era confessione che potesse sciogliere il nodo alla gola, nessuna preghiera che potesse valere quanto un lamento cantato.
In una delle sue interpretazioni più crude, Rosa fa risuonare parole che sono pugni: “Unu iva la cruci – l’autru punta e spara / unu minaccia l’infernu – l’autru la lupara”. Un’immagine forte, quasi profetica: da un lato il prete, con la sua croce, che minaccia l’inferno; dall’altro il mafioso, con la sua lupara, che impone l’ordine con il sangue. Due strumenti diversi, ma una stessa intenzione: mantenere il potere, governare la paura.
Anche nel film questa dimensione emerge con chiarezza. La religione non appare come via di salvezza, ma come braccio ideologico del patriarcato. Le donne che si ribellano vengono punite due volte: dagli uomini e da Dio, o almeno da chi lo rappresenta. Rosa non accetta questa narrazione. Lei crede in un Dio che ascolta, che sente, che ama senza giudicare. La sua spiritualità è fatta di terra e di vento, non di dogmi. Nelle sue canzoni, la fede non è mai rituale, è respiro, è disperazione, è invocazione. Non chiede perdono, ma giustizia.
La Sicilia che emerge è una terra senza scampo, dove anche le anime sono in catene. Un luogo che non offre rinascita, ma solo espiazione. Ed è proprio contro questa idea che Rosa canta. Il suo lamento non è supplica, ma atto di ribellione. Perché mentre la Chiesa taceva o assolveva chi comandava, lei, donna del popolo, saliva sui palchi a raccontare la verità. E lo faceva con voce ferita ma potente, come se ogni nota fosse una denuncia, ogni parola una verità negata.
Rosa, che crede in un Dio della giustizia più che della morale, si imbatte contro il potere della Chiesa: un potere concreto, carnale, intriso di violenza. Nel film un episodio mostra in maniera sconvolgente fino a che punto il sacro può travestirsi da mostro: un prete tenta di abusare di Rosa ancora giovanissima. Lei, impavida e furiosa, si ribella. Reagisce, come farà per tutta la vita. Difende il proprio corpo, la propria dignità di donna. E per questo finisce in carcere. Non l’aggressore, ma lei. Non chi ha cercato di violarla, ma chi ha osato dire di no. La legge degli uomini, protetta dalla tonaca e dall’altare, ha parlato: la colpa è sempre della donna che si oppone, resiste alla violenza psicologica e fisica attraverso il racconto e nel canto.
Quella prima incarcerazione segna profondamente Rosa. Non solo per l’ingiustizia subita, ma perché le svela il meccanismo perfetto del potere patriarcale: chi ha autorità spirituale può abusarne senza conseguenze, chi non ha voce paga anche per difendersi. È un copione antico quanto il mondo, ma nella Sicilia di metà Novecento, dove il peccato è femminile e la colpa si eredita col sangue, quel copione è legge. Anche per questo Rosa smette di credere in una religione fatta di gerarchie maschili. Non smette di credere in Dio, ma lo cerca altrove: nei canti, nella verità nuda della vita, nell’ingiustizia che brucia e che trova sfogo solo nella musica. La croce, per lei, non è redenzione. È solo l’ennesimo bastone alzato sulle spalle di chi non si piega.
Nel suo canto, in quel lamento profondo che sembra venire dalla terra stessa, Rosa racconta non solo la propria storia, ma quella di tutte le donne silenziate, condannate, fraintese. E lo fa con la voce rotta ma chiara, che non chiede pietà, ma pretende memoria. È la Sicilia come luogo di espiazione, non di rinascita.
Il film L’amore che ho, pur non potendo (né volendo) raccontare tutta la complessità della vita di Rosa Balistreri, riesce nell’intento più alto: restituire la voce a una donna che è stata voce per tutte. Non si tratta di fedeltà biografica, ma di verità esistenziale e sociale. La Rosa che vediamo sullo schermo è la stessa che ascoltiamo nei suoi canti: fragile, arrabbiata, amorevole, lucida.
La Sicilia patriarcale raccontata nel film non è un semplice scenario folclorico, ma un microcosmo paradigmatico in cui si manifesta con chiarezza il funzionamento di un ordine sociale basato sulla naturalizzazione delle gerarchie di genere. In questo contesto, come accade in molte altre società tradizionali e moderne, gli strumenti del potere non si limitano alla coercizione fisica, ma si fondano su meccanismi di interiorizzazione delle norme e dei ruoli.
Come ha spiega il sociologo Pierre Bourdieu nel suo concetto di habitus, il dominio maschile si perpetua proprio perché viene incorporato nelle posture dei corpi, nei gesti, nelle parole e nei silenzi degli individui. Il potere non si impone solo “dall’alto”, ma si radica nel quotidiano, si introietta come “modo naturale di stare al mondo”. In questo senso, la figura del padre che comanda, del marito che punisce e del prete che assolve non è solo una realtà storica, ma un dispositivo simbolico, un ordine sociale che si legittima da sé.
Allo stesso modo il film mostra come il genere sia un atto ripetuto, un copione appreso e imposto socialmente. Le donne di questa Sicilia sono educate – fin dalla nascita – a interpretare un ruolo preciso: obbedire, tacere, sopportare. La ribellione a questi atti performativi diventa non solo uno scandalo sociale, ma anche un atto di resistenza politica. Rosa Balistreri, nel suo essere cantastorie donna, autodidatta, popolare, incarna una rottura performativa: interrompe il copione, inventa un altro linguaggio. E lo fa nel modo più radicale: cantando la propria storia.
L’oppressione descritta nel film ha anche una dimensione economica e storica: il controllo sul corpo e sul lavoro delle donne – incluso quello riproduttivo ed emotivo – è stato fondamentale per la costruzione dell’ordine capitalistico. In una società rurale e povera come quella della cantastorie Balistreri, la donna è funzionale alla riproduzione della forza lavoro, ma invisibile e non riconosciuta. È moglie, madre, lavoratrice nei campi, ma non soggetto. Rosa canta proprio questa invisibilità: la trasforma in linguaggio, in denuncia.
La frase in una canzone “le donne devono tacere, servire, restare” sintetizza un’intera architettura sociale fondata sull’asimmetria del potere. La madre è l’anello che tiene insieme tutto, ma non ha voce; la figlia impara a ripetere; la sposa, a sottomettersi. Il rifiuto di queste regole – espresso da Rosa non solo nella vita, ma nel canto – viene sanzionato con l’isolamento, lo stigma, l’espulsione. In questo senso, il canto di Rosa Balistreri non è mai solo espressione artistica: è un atto politico. È la presa di parola da parte di chi non dovrebbe parlare. È il gesto che rompe il silenzio. Attraverso il canto, Rosa si riappropria del proprio corpo, della propria voce, della propria storia. Lo fa nonostante la Sicilia patriarcale, la povertà, la vergogna. E in questo, parla ancora oggi alle donne che vivono dinamiche simili in contesti diversi: nelle reticenze domestiche, nei sensi di colpa ereditati, negli spazi dove il corpo femminile è ancora controllato.
Rosa Balistreri è stata una cantastorie controcorrente, una figura simbolica in grado di portare la denuncia sociale nelle case, nei teatri, nelle anime. Il suo canto, ancora oggi, rompe la dura scorza di un silenzio secolare. È un grido che viene da lontano, ma parla di noi, di adesso. Perché quella Sicilia patriarcale non è scomparsa. È mutata, si è dissimulata. E per questo, serve ancora ascoltare Rosa, ancora una volta. E ancora cantarla tutti, in coro, per esistere, per resistere. Il film di Paolo Licata rappresenta in questo senso un prezioso contributo alla conoscenza storica della vita di una donna coraggiosa e alla promozione di una coscienza collettiva fondata su un rinnovato impegno morale e civile.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Rossana Salerno, ha studiato presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli studi di Trento, si laurea in Sociologia Territorio ed Ambiente nel settembre 2008. Prosegue i suoi studi con il Master I in Comunicazione, Educazione ed Interpretazione Ambientale presso il Dipartimento Ethos e Dismot dell’Università degli studi di Palermo. Nel 2010 vince il Dottorato di Ricerca in Sociologia, seguita dal prof. Salvatore Abbruzzese nello svolgimento delle attività di ricerca, presso la Libera Università “Kore” degli studi di Enna. Nel 2013 diviene membro di diverse associazioni accademiche nazionali ed internazionali e nel 2014 consegue il Dottorato di Ricerca in Sociologia dell’Innovazione e dello Sviluppo. Nel 2016 si specializza con il master universitario internazionale di II livello in Sociologia – teoria, metodologia e ricerca – interuniversitario Roma tre, La Sapienza di Roma e Tor Vergata sotto la tutela direttiva del prof. Roberto Cipriani. Nel 2017 è impegnata come “Researcher” in Francia in partenariato con A.R.S – Università di Lille2 (France) e Università Kore degli studi di Enna. Ad oggi è autrice di testi ed articoli sulla Sociologia della Religione, del Territorio e dell’Ambiente. Nel 2023 riceve da parte della Scuola di Medicina e Chirurgia di Palermo con sede presso il Policlinico Universitario “Paolo Giaccone” un incarico a contratto di docenza in Sociologia dei processi culturali e comunicativi in ambito lavorativo.
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