Una lettura geografica oltre confine

copertinadi Giuseppe Sorce

Aprite a caso Google Maps, fate un giro con il vostro cursore sullo schermo ancora a caso, selezionate un punto, zumate, mette in modalità satellite, zumate ancora fino a finire in modalità street view: fatevi una camminata. Ovunque. Guardatevi attorno, fra le vie, fra gli alberi, non importa.

Un discorso cyberspaziale sui confini potrebbe finire qui. Un discorso sui confini del mondo sullo schermo non si può fare, i confini ci riportano forzatamente e letteralmente con i piedi per terra. Ed è paradossale, dato che i confini non esistono in quella porzione di realtà esperibile sensorialmente: il confine in quanto cosa in sé, il concetto di confine, ossia quella linea immaginaria destinata a separare due giurisdizioni, due domini su una medesima porzione di spazio terrestre. Con il confine si lascia qualcosa oltre e qualcosa entro, è il corrispettivo esperienziale di quando si passa dalla fenomenologia all’epistemologia, o no. Comprendere la parola confine, il concetto che esprime, l’oggetto a cui si riferisce, necessita di un procedimento di pura astrazione dal dato materiale al simbolico. Per utilizzare la parola confine ci si deve immaginare una linea, si deve tener conto di un insieme di nozioni astratte e contestuali.

1Ma allora quando a scuola si parlava di confini naturali sulle carte geografiche fisiche? Appunto. La carta geografica è pura astrazione, non a caso la nascita dello Stato moderno territoriale si colloca a seguire della “riscoperta” del metodo tolemaico di proiezione, più esattamente si tratta di una riduzione: dalla Terra alla mappa, dal globo alla sua rappresentazione in due dimensioni, in scala. Oggi ci pensa il satellite a offrirci un immagine dall’alto veritiera delle forme della terra e al satellite ritorniamo quando ci facciamo il nostro giro su Google Earth.

Nella modalità satellite non si vedono confini, nella modalità street view, versione “paesaggistica” [1] dal basso dell’esplorazione desensorializzata del mondo – ci “muoviamo” solo attraverso la vista e il cursore sullo schermo – spariscono infatti le linee che segnano i confini poiché, semplicemente, queste linee non esistono. Immaterialità del confine che si nota ancora di più in Europa per esempio, in cui tra uno Stato e l’altro non c’è nessun muro di cinta, nessuna barriera artificiale – al massimo dei cartelli stradali che segnano il nome dello Stato in cui si è all’interno – a ricalcare la linea immaginaria tracciata invece su una carta. Come funziona quindi un confine, il confine, dal momento che esso viene pensato attraverso la carta geografica, tracciato sulla carta e riportato poi nel luogo concreto? Quel qualcosa, quel segno che ci avverte, che significa fine o inizio, che stabilisce un “di qua” e un “di là”, cos’è?

2Se le passeggiate cyberspaziali ci permettono di vedere e percorrere una sorta di gigantesca fotografia del mondo, e quelle ci facciamo bastare, se per ragionare del mondo usiamo ancora la carta geografica, se per interfacciarsi con l’essere umano si è prediletto uno schermo e un linguaggio a base iconologica per ciò che oggi chiamiamo (personal) computer, se oggi milioni di persone seguono il demagogo di turno che con meme e vignette di basso gusto conquista un sempre più grande bacino elettorale, allora dobbiamo andare a rintracciare quei fenomeni attuali che nell’iscriversi in logiche prettamente visuali ne pagano un dazio strettamente vincolante. Parlo dell’idea di Stato-Nazione e parlo delle migrazioni. Da un lato un’elaborazione culturale di ordine concettuale relativamente recente nella storia dell’uomo, dall’altro un fenomeno che caratterizza propriamente Homo Sapiens.

«Il primo grande avvenimento storico è quindi anche geografico: si tratta della diffusione degli uomini sulla Terra e quindi dell’invenzione del Mondo come spazio degli umani. […]  Questo processo, certo, ha impiegato un tempo considerevole: dalla prima uscita dall’Africa (risalente a circa 95 mila anni fa) fino al 1200 i al 1400 d.C. per il popolamento delle ultime isole del Pacifico del Sud. Tuttavia, è il carattere scarsamente reversibile di questo fenomeno ciò che colpisce: là dove un giorno ci sono stati degli uomini, ce ne sono ancora oggi»[2]

Senza divagare troppo nel nostro ragionamento, è nella nascita perciò dello Stato-Nazione moderno che possiamo leggere l’imporsi del modello cartografico come modello dominante nell’interpretazione e nell’azione dell’uomo sul Mondo.[3] Un modello che è servito medesimamente da strumento e da epistemologia, da supporto e da base, per il potere politico, dal ‘500 a oggi. A pagare a enorme prezzo la dittatura cartografica nelle logiche di potere sono tutte le terre ex-coloniali. È nelle realtà, fin dal dopoguerra, post-coloniali di tutto il globo che si coglie palesemente la discrepanza fra logica cartografica e logica paesaggistica, fra sintassi geometrica lineare e grammatica culturale. Non resta che andare a vedere cosa succede lì, in quelle regioni che rimbalzano mediaticamente fra esotismo e tragedia, cosa c’è che non va fra la mappa e il suo rovescio, fra lo spazio euclideo e i luoghi dell’uomo, fra il confine disegnato e quello costruito con filo spinato e mattoni.

-Foto-di-Sonia-Bertinat.

Foto di Sonia Bertinat

Sconfinate, terre di confine e terre di frontiera, a cura di Emanuele Giordana, è una raccolta di saggi, edita da Rosenberg & Sellier, pubblicata il maggio scorso (2018), che esplora con estrema lucidità e fluidità narrativa alcuni luoghi e storie di alta criticità alla luce di un ragionamento necessario e urgente sulla natura dei confini. I contributi che compongono Sconfinate sono distribuiti per continente. All’inizio del volume troviamo una serie di carte geografiche dettagliate in cui sono raffigurati graficamente quei fenomeni che più da vicino influenzano la vita dei popoli che vi abitano e le dinamiche sociopolitiche che ne condizionano gli equilibri: gasdotti, confini, muri, vie delle droga e della tratta di migranti, strade, percorsi, regioni a densità particolare, zone militarizzate e cosi via. In Sconfinate la Geografia riprende il passo con la storia in quella Storia iniziata insieme. Con Sconfinate abbiamo la possibilità di leggere delle storie lontane e vicine e vedere dei luoghi anch’essi lontani e vicini grazie a una prosa nitida e agile dalla propensione narrativa senza rinunciare al rigore scientifico della ricerca. Sconfinate ci prepara all’esplorazione di genti e spazi attraverso degli itinerari che nel tempo seguono la rotta di quelle vicende che legano i popoli alle terre.

Il volume inizia e finisce sul bordo di un confine, nel tentativo, attraverso molteplici tappe variamente geolocalizzabili, di definire il rapporto spesso belligerante che una linea artificiale e arbitraria, immaginaria nella sua genesi, intrattiene con chi vive lo spazio-luogo nell’unico modo possibile e cioè   muovendosi. Grazie alla rimessa in discussione del concetto di confine e frontiera[4], siamo in grado di cogliere la problematicità di certe regioni del pianeta avendo però l’occasione di poter imparare a ridefinire, sulla carta e sulla pratica, alcuni topoi geografici. Fin dalle mitologie più antiche, che hanno cercato di trovare o attribuire un senso al mondo, sappiamo che dare un nome a una cosa vuol dire farla esistere. Oggi inoltre siamo in grado, in maniera legittima, di poter affermare che le immagini con cui si narra un fenomeno stabiliscono il come esso viene immaginato e quindi come viene rappresentato e percepito nel e dal contesto sociale in cui si è immersi.

4Sconfinate propone quindi una serie di sguardi attraverso i quali «il confine diventa a sua volta un punto di vista privilegiato sull’insieme dei processi globali», il confine, in sostanza, «diventa un metodo».[5] È da una diversa prospettiva sul confine che possiamo quindi rimettere in discussione anche quella tipologia di confine, il confine fisico, che più di tutti può ostacolare una completa revisione del concetto da una prospettiva che voglia prendere le distanze da un logica cartografica. Nessun confine è neutro, ogni confine si instilla in un immaginario contribuendo in maniera attiva – militante, potremmo azzardare a dire – alla sua perpetua formazione e funzione, ogni confine è il risultato di un atto deliberato di dominio allorquando si scontra con un’altra volontà di dominio su uno stesso spazio il quale, tradotto secondo il linguaggio politico moderno, in parole povere, diventa territorio [6].

«Il ruolo fondamentale che il confine – inteso come concetto e nondimeno nella sua esistenza materiale – gioca nella rideterminazione continua dell’ordine politico, sociale ed economico che interessa le nostre vite individuali e il futuro delle comunità in cui queste vite si organizzano, trovano – o mancano di – una dimensione collettiva, guadagnano lo spazio in cui esprimersi o in cui, sempre più spesso, sono costrette e assoggettate. […] Ora, sebbene il confine rimanga una sorta di costante, un dispositivo epistemologico caratteristico dell’agire umano, che ha una valenza psicologico-percettiva per l’attribuzione di senso nella costruzione dell’identità, esso è altresì un elemento che andrebbe indagato nella sua intrinseca “equivocità”, e dunque, anche, in ciò che di positivo inerisce alla sua performatività».[7]

Come voler dire che ogni confine, anche quello più lontano da noi, ci riguarda, e a riguardarci sono anche le storie che ruotano attorno qualsiasi confine. Capire un confine, anche lontano, ci aiuta a capire qualcosa in più della nostra comunità, la stessa (europea) che spesso quei confini li ha stabiliti. Sconfinate colleziona una serie di storie che riflettono alla perfezione ciò che è stato, e continua a essere, il colonialismo: in senso lato, quel fenomeno che consiste nell’assumere, esercitando, un ruolo di potere coercitivo basato sulla prevaricazione arbitraria delle libertà di qualcun altro. La storia dei confini dell’Africa e del Medio Oriente per esempio sono la riprova delle continue prevaricazioni dell’Occidente, e oggi anche della Cina, in quelle regioni del mondo e verso quei popoli. L’appropriazione delle terre deve passare dall’esercizio del potere, di qualsiasi forma, sui corpi e sui discorsi di chi vi abita.

In-Messico.

Ai confini del Messico

La storia dei confini se ascoltata attraverso la carta geografica ci appare muta, limitata esclusivamente alla rappresentazione di certe linee in certe aree del pianeta. Invece, come Sconfinate è abile a mostrare, uno studio dei confini a partire dalla storia dei popoli che li abitano può stravolgere la nostra visione del mondo spingendo all’esercizio di pensare la complessità modificando l’immaginario e con esso la percezione dei fenomeni stessi. Uno studio siffatto, un racconto che segue suddette trame, non solo modifica il nostro immaginarci quelle terre e quei popoli che sempre più spesso vengono costretti a lasciarle, ma è in grado di costituirsi come chiave epistemologica che permette anche soltanto di concepire che possa esistere un come il mondo funziona, tendendo così di avvicinarsi a una possibile comprensione di certi meccanismi che agiscono nel tempo e nello spazio.

Si tratta di indagare la «polisemia dei confini»[8] e quella capacità che hanno i confini di costituire spazi politici via via diversi. Limitandosi infatti al mappamondo, alla carta, allo sguardo eurocentrico, le radici a sud del Sahara finiscono per essere pensate come delle zone vuote, da dividere pertanto con la squadra: cosa che è stata realmente fatta dei Paesi colonialisti. Così si uccide un luogo, che per sua natura si può conoscere solo dall’interno, così si incatena un paesaggio, si attua così quella forma di dominio spaziale che si traduce in un dominio sui corpi, sulle vite, sulle storie. A tal proposito per esempio Sconfinate ci parla non del Sahara-confine, il Sahara limite fisico invalicabile, bensì del Sahel: la regione a sud del Sahara che, da porzione di deserto vuoto e mortifero, possiamo provare a descrivere come territorio nomade di culture nomadi, andando perciò a ricercare quegli strumenti analitici (quelli su cui lavora l’antropologia per esempio) adatti a problematizzare adeguatamente i conflitti e le tensioni etniche di quella regione.

6In modo analogo possiamo oggi osservare il Mediterraneo, non più solamente quell’oltre romantico che circonda l’Italia, ma anche «un cimitero liquido, il confine più pericoloso del mondo». Nel «silenzio abissale» di quello che un tempo era una regione ondosa di contatto multiculturale, oggi «affogano le storie che i media di tutto il mondo narrano, anche attraverso immagini forti e commoventi, capaci di indignare o suscitare pietà, ma che poi si dissolvono come qualsiasi vicenda consumata tra un click e qualche commento a margine».[9]

 «Il Mediterraneo è anche il mare divenuto teatro di diaspore e conflitti, di speranze naufragate sotto forma di stragi, di traffico di essere umani, di arresti e di solidarietà. Non solo luogo geografico, ma immaginario mutevole che contribuisce a influenzare la percezione dell’altro. A volte rappresentandolo come prossimo, simile, fratello dell’altra sponda. Altre categorizzandolo come alieno, disumanizzandolo, e alimentando così una indifferenza, quando non vera e propria xenofobia, che finisce per considerare inevitabili le tragedie del mare prodotte dalle politiche di respingimento». [10]

Il Mediterraneo, nonostante la vicinanza geografica, continua a essere frutto di narrazioni parziali e faziose da parte dei media. Il Mediterraneo è l’esempio di quel tipo di confine fisico non problematizzato ma perpetuamente rappresentato, come quel limite blu nella carta fra l’Occidente democratico e libero e un altrove barbaro ed esotico che, nel migliore dei casi, può far da sfondo nelle cartoline delle vacanze, quando invece, nel frattempo, si esercitano a livello di immaginario e storytelling delle forze di occultamento del dramma delle traversate dei migranti. Il fatto che “se ne parli troppo” non deve ingannarci, perché l’occultamento – il deviare l’attenzione o nascondere dall’evento le reali cause ed effetti – avviene per surplus mediatico e per slittamento semantico. Per capirci, riguardo al fenomeno migratorio che coinvolge Africa ed Europa: in Italia, nel dibattito pubblico e politico e nei media tradizionali si parla spesso|soltanto di invasione|migrazione. Una volta trasformato il fenomeno degli sbarchi in un argomento di cronaca quotidiana esso diventa un punto cruciale del dibattito politico, e non a proposito della sua rilevanza sul piano dei diritti umani e della risoluzione dei conflitti che imperversano nel continente africano, bensì divenendo argomento di propaganda. Una volta entrati nel territorio della propaganda, oggi xenofoba, squallidamente nazionalista e razzista, il migrante, cioè la persona che fugge da un contesto esistenziale precario, viene identificato come invasore, dal momento che viene ritratto e ripreso (cioè immaginato-narrato e percepito-mostrato) su una barca in mare. Eccoci così nella sfera semantica del conflitto, di cui la migrazione al massimo ne è una drammatica conseguenza, che spinge il pensiero verso la chiusura culturale, proietta l’immaginario verso scenari di pericolo, amplifica e direziona la percezione verso il dolore e la pura. La risposta a tutto ciò? la difesa di quella linea immaginaria che chiamiamo confine.

In questo modo, polarizzando il Mediterraneo se ne creano due immagini contrapposte – mare delle vacanze vs. mare che ci separa da un alterità spaventosa – che annullano qualsiasi tipo di narrazione alternativa su larga scala; il Mediterraneo «diventa muro, barricata, espressione della discrepanza tra il fuori e il dentro, la materializzazione di una chiusura identitaria che porta alla scomparsa dell’altro, alla sparizione di quell’alterità senza la quale le identità non hanno più un’esistenza sociale».[11] Questa ulteriore forma di occultamento di narrazioni (e quindi di realtà) viene perpetrato dai media tradizionali che cavalcano[12] il trend sociologico attuale imperversante in tutto il mondo occidentale: populismo, xenofobia, autoritarismo. Pertanto, nel caso dell’Italia odierna, i vuoti concettuali della retorica politica, le immagini che circolano in rete e in tv, il rifiuto del pensiero complesso e l’incapacità di sapersi difendere dal terrore dell’altro, creano terreno fertile per  un immaginario che vede il Mediterraneo come confine da difendere da un’invasione che non c’è, un confine che deve necessariamente separarci da un altrove terrificante, un confine sicuro, una grande vasca idromassaggio, dove poterci rilassare a bordo di un crociera guardando la terra dall’alto dell’oblo cromato della cabina royal.

In Confine Liquido, Musarò individua nel Mediterraneo «un dispositivo che si materializza in primis attraverso i media: dalle linee rigide della mappa geografica che intrappola i soggetti nelle divisioni spaziali create dagli Stati». Per tali motivi, una riflessione sull’immaginario e sulle trappole cognitive a cui la logica cartografica ci espone è necessaria per comprendere qualsiasi tipo di rappresentazione-discorso mediatico:

«la nostra percezione del Mediterraneo [è] sempre mediata da discorsi, fotografie, video e reportage che intercettano gli sguardi e interferiscono con la nostra sfera emotiva, ora dilatando ora restringendo la distanza fra lo spettatore e la trama degli eventi. Il Mediterraneo come confine, prima ancora che fisico, è narrato, mediatizzato, spettacolarizzato».[13]

7Pare assurdo, ma è reale: abbiamo dimenticato cosa è sempre stato il Mediterraneo. Abbiamo dimenticato quando un giono ci si affaccia da una riva sabbiosa a sud della Sicilia immaginando oltre l’orizzonte la casa dei venti di scirocco. Abbiamo dimenticato la frenetica apprensione quando qualcuno più audace dalla spiaggia si spingeva più in là degli altri fra le onde per recuperare il pallone alla deriva. Non è necessario però immaginarsi un luogo lontano, non è onesto intellettualmente né scientifico, continuare a legittimare una certa preminenza del benessere che l’Occidente è stato in grado di assicurare per sé alle spese del resto del mondo – così come la lucentezza di un centro città qualsiasi dell’Italia costa l’abbandono delle periferie. Basta infatti osservare il nostro qui e ora. Il confine è qui (in Occidente, in Europa, in Italia, nella nostra regione e nella nostra stessa città) e adesso sinonimo di ingiustizie, di sperequazione sociale, di colonialismo, di assoggettamento politico e ambientale, tutto ciò che cioè alimenta quegli stessi conflitti dai quali dovrebbe servire a separarci.

Il confine, quello lontano e quello vicino, «pare scomporsi prismaticamente per poi ricomporsi, spesso in modi letali sui corpi di donne e uomini in movimento»[14], basta andare a vedere cosa succede al confine alpino fra Italia e Francia, nei Balcani, fra Stati Uniti e Messico, Uganda e Congo, e Sconfinate ci offre proprio la possibilità di andare a vedere, seppur leggendo, cosa succede nei confini lontani e vicini, per rintracciare le criticità sociali e le vicende umane che si muovono vivendo invece una frontiera possibile. D’altronde, anche se Sconfinate rimane un libro, scopriremo facilmente ciò che nessuna camminata virtuale di Google Earth potrà mai mostrare, poiché l’immaginazione, che nasce dal non vedere, l’immaginazione che si nutre delle parole «pagina dopo pagina aiuta a “vedere” luoghi» e, cosa ancora più importante, aiuta «a vedersi nei luoghi»[15], in un modo in cui nessuna tecnologia del virtuale può ancora fare.

Dialoghi Mediterranei, n. 36, marzo 2019
 Note

[1] Mi si lasci passare questo termine, più per semplificazione retorica che per chiarezza analitica. Lo street view simula una camminata, o per meglio dire, una passeggiata in auto, attraverso un punto di vista in prima persona proietta l’utente in uno spazio visivo virtuale realizzato attraverso una serie infinitesima di fotografie di paesaggio reale, un paesaggio che può vedersi appunto dall’abitacolo di un’auto.
[2] Lévy J. 2010, Inventare il Mondo. Una geografia della mondializzazione, Bruno Mondadori, Milano: 65.
[3] Farinelli F. 2009, La crisi della ragione cartografica, Einaudi, Torino.
[4] «Se il confine (border) storicamente rimanda all’idea della spazialità lineare caratteristica dello stato moderno, una concezione centralizzata del potere politico che presuppone la divisione geometrica del territorio in unità uniche, localizzate, indipendenti e irriducibili – come messo bene in evidenza dalla consuetudine di rappresentare territori nazionali discreti attraverso l’uso di diversi colori sulla mappa –, la frontiera (frontier) esprime l’idea di una spazialità politica aperta, un  fronte mobile caratterizzato dall’indistinzione». Così scrivono Gianfrancesco e Morawski nel loro contributo, in Sconfinate. Terre di confine e terre di frontiera, a cura di Emanuele Giordana, Rosenberg & Sellier, 2018, dal titolo Confine/Frontiera, Letteratura, Miti, Idee : 163.
[5] Cosi scrive Mezzadra nella prefazione di Sconfinate: 7.
[6] Vedi Farinelli F. 2003, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Torino, Einaudi.
[7] Gianfrancesco e Morawski, Confine/Frontiera, Letteratura, Miti, Idee, in Sconfinate: 161-162.
[8][8] Il secondo elemento di equivocità, secondo Gianfrancesco e Morawski, «cioè il fatto che essi non esistono mai nello stesso modo per individui appartenenti a gruppi sociali differenti, dal momento che istituiscono differenti regimi di circolazione. Quest’aspetto è particolarmente rilevante per l’analisi delle nuove forme di migration management, dal momento che aiuta a chiarire in che modo gli stati si servano dei confini come strumenti di discriminazione e di cerniera, per differenziare attivamente gli individui secondo parametri sociali, economici, etnici o culturali» (Ivi: 162).
[9] In Confine Liquido, di Musarò, ivi: 148.
[10] Ivi: 149.
[11] Ivi: 152.
[12] Non potrebbero fare altrimenti, per quelle ragioni che sono intrinseche alle logiche di marketing perpetrate da qualsivoglia tipo di ente che si occupa di comunicazione su larga scala. Per questo motivo, e non solo, sarebbe necessario continuare, da parte di chi la esercita già, la battaglia contro le semplificazioni, le fake news, il complottismo, il razzismo, l’esclusivismo culturale.
[13] Ivi: 153.
[14] Sconfinate. Terre di confine e terre di frontiera, a cura di Emanuele Giordana, Rosenberg & Sellier, 2018: 6. Cfr. anche Sui confini, di Marco Truzzi, Exorma Roma 2017.
[15] Meschiari M. 2018, Nelle terre esterne. Geografie, Paesaggi, Scritture, Mucchi, Modena: 209.
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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Attualmente studia Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna.
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