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Una giornalista inglese tra i poveri di Napoli dopo l’Unità

2075di Cosetta Seno

Introduzione

Jessie White Mario (1832-1906) è ricordata soprattutto per le sue biografie di figure centrali del Risorgimento [1], come Mazzini, Garibaldi e Cattaneo. La sua biografia di Garibaldi, la prima redatta in inglese, rimane ancora oggi una delle più influenti nel mondo anglosassone. Tuttavia, ridurre la sua opera al solo ambito biografico significherebbe trascurare la portata politica e sociale del suo lavoro. Gli storici hanno sottolineato come White Mario abbia svolto un ruolo essenziale nel dare visibilità internazionale alla “questione italiana”, contribuendo a trasformarla da tema nazionale a problema europeo.

Il suo impegno non si esaurì con l’unificazione: al contrario, ella continuò a denunciare le contraddizioni della nuova Italia, ponendo l’accento sulle condizioni di vita delle classi subalterne. In questo senso, la sua inchiesta La miseria in Napoli (1877) non è soltanto un documento giornalistico, ma un atto politico. La prima parte del testo, dedicata alle abitazioni degli indigenti, assume un valore emblematico: essa incarna quel giornalismo militante che non si limita a descrivere, ma intende scuotere le coscienze e mettere in discussione la retorica trionfalistica del post-unità. Seguendo la lezione di Pasquale Villari, White Mario utilizza la scrittura come strumento di intervento critico, trasformando l’osservazione sociale in denuncia e la cronaca in azione politica. 

71pspkhnyll-_ac_uf10001000_ql80_Napoli dopo il 1861 

L’unificazione dell’Italia segnò l’inizio di un periodo particolarmente complesso per Napoli. Un tempo capitale e terza città più grande d’Europa, Napoli subì un significativo declino della sua importanza politica ed economica. Sebbene la città, con i suoi 450.000 abitanti, rimanesse la più popolosa d’Italia e la terza città più grande d’Europa, divenne sempre più evidente che l’assenza di infrastrutture adeguate e le cattive condizioni igieniche affliggevano la sua popolazione in modo più acuto che in altre città italiane. Queste sfide persistenti, esacerbate dall’analfabetismo diffuso e dalla criminalità, attirarono l’attenzione dei principali intellettuali, che iniziarono a riflettere sulle prospettive future dell’Italia meridionale.

Molti studiosi si interrogarono sui possibili interventi per migliorare le condizioni della città. I problemi di Napoli e del Meridione venivano percepiti dall’opinione pubblica non solo come ‘pericolosi’, ma anche potenzialmente ‘infettivi’, ovvero trasmissibili alle regioni più ‘sane’ del Nord [2]. In risposta a queste ansie, emerse il pensiero meridionalista che si trasformò poi nella questione meridionale. Evidenziando le disparità economiche, sociali e politiche tra le regioni più prospere del Nord e un Sud visto come povero e arretrato, la questione meridionale divenne così un tema centrale che coinvolse storici, politici, scrittori e giornalisti impegnati ad analizzarne le origini e a proporre rimedi concreti.

2560005012234_0_0_536_0_75Tra i commentatori più influenti vi fu Pasquale Villari; le sue Lettere meridionali [3], pubblicate nel 1875, offrirono un’analisi attenta delle difficoltà prevalenti nel Sud e misero in guardia il governo del nuovo Regno d’Italia contro l’adozione di politiche autoritarie che avrebbero finito, secondo lo storico, per peggiorare la situazione [4].

Jessie White Mario, giornalista britannica e moglie del patriota italiano Alberto Mario, pur essendo di opinioni politiche diverse, concordava in gran parte con il punto di vista di Villari, in particolare per quanto riguardava la povertà estrema in cui versavano molti italiani, specialmente, ma non solo, a Napoli. 

La sua conoscenza di queste realtà risaliva già al 1867; mentre prestava servizio come autista di ambulanze a Monterotondo, aveva osservato in prima persona la miseria dei contadini. Proprio nelle prime pagine de la Miseria in Napoli, Jessie White Mario scrive: 

«Mi ricordo che la prima volta in cui la mia mente rimase impressionata, che guai diversi da quelli derivanti dallo straniero opprimevano questo popolo, fu nella campagna del 1867, quando fermandoci tra Monte Rotondo e Roma, per piantare un’ambulanza, ci trovammo a Marcigliana in uno dei poderi della campagna romana. Qui vivevano e morivano i lavoranti del suolo in stanzuccie sudicie, malsane, ammucchiati peggio delle bestie nelle stalle, nutrite con cibo pessimo e insufficiente, ed obbligati (…) a bere acqua cattiva ed in certe stagioni putrida» (ivi: 9). 

A queste osservazioni ne seguirono altre che riguardavano la Lombardia: 

«A rinforzare le impressioni del 1867, seguirono le visite che feci lungo il Po, nella ricca e fertile Lombardia, durante le inondazioni del 1872. Quale miseria permanente, assoluta, sopportata con una pazienza che sapeva della disperata pace, pazienza di gente che nulla sperava da alcuno sulla terra!» (ivi: 10). 

E infine anche una visita a Venezia, confermò le sue preoccupazioni: 

«Ancora più triste mi riuscì una visita al manicomio femminile di San Clemente di Venezia, ove il chiaro filantropo e medico primario di quel luogo di dolore mi disse che (…) fra le pazze (…) due terzi erano alienate per “pellagra”, cioè per essere esclusivamente, e spesso insufficientemente, nutrite di polenta e d’acqua non sempre sana e pura» (ivi: 11). 

5In sintesi, l’Italia in cui Jessie White Mario visse all’indomani dell’unificazione non era affatto la nazione per cui la giovane aveva lottato quando – per via della sua indole coraggiosa e instancabile – era conosciuta come “Miss Uragano”, il soprannome che le aveva attribuito lo stesso Mazzini [5]. Riflettendo sulle nuove responsabilità della nazione, la giornalista ragionava anche sul fatto che se in passato bisognava creare una patria, ora quella patria esisteva e bisognava renderla una fonte di bene per tutti. Le sue parole articolavano un nuovo imperativo per l’Italia: lo Stato appena unificato non doveva solo esistere come entità politica, ma doveva anche sforzarsi di promuovere il benessere e il progresso di tutti i suoi cittadini. Le Lettere meridionali di Pasquale Villari, pubblicate nel 1875, fecero una grande impressione su Jessie White Mario, la quale era già convinta che «in nessun paese della terra il povero è più laborioso e più miserabile dell’italiano» (ivi: 11) e la convinsero ad approfondire la sua conoscenza del meridione e di Napoli. 

«Quelle lettere mi fecero un senso grandissimo perché non dettate da poeta che sogna l’ideale, né da romanziere che scruta il segreto delle commozioni drammatiche, né da critico politico, solitamente partigiano, perocché ogni parola di quelle lettere era una terribile, e probabilmente involontaria, accusa al partito di cui lo scrittore fu uno dei più incliti membri» (ivi: 12). 

s-l400Jessie White Mario a Napoli 

Le osservazioni di Villari suscitarono grande interesse in tutta l’opinione pubblica italiana, ma furono anche viste come il risultato di una visione esagerata ed allarmista della realtà e quindi duramente criticate.

Quando Villari si vide attaccato decise di dimostrare la sua obiettività mettendo in discussione le sue stesse opinioni sulle condizioni reali di Napoli. A questo scopo, Lo storico decise di commissionare due indagini esterne. Una fu condotta da Renato Fucini, che avrebbe poi pubblicato il suo famoso Napoli a occhio nudo nel 1878; l’altra indagine fu affidata a Jessie White Mario, che era già stata a Napoli con Garibaldi e il suo esercito subito dopo l’unificazione. L’indagine di White Mario fu pubblicata a puntate nel 1876 su Il Pungolo, il giornale napoletano più diffuso all’epoca, e successivamente ripubblicata in un libro intitolato appunto La miseria in Napoli [6].

A suo merito, bisogna riconoscere che White Mario diede la priorità all’imparzialità, conducendo ricerche direttamente sul posto prima di esaminare altre fonti e scritti sulla città, e produsse un vero e proprio reportage scritto giorno per giorno al ritorno dalle sue ispezioni nei quartieri più poveri.

È essenziale ricordare che nel contesto dell’Italia post-unitaria, il concetto di reportage assunse il significato non solo di osservazione spassionata dei fatti, ma anche di vera e propria denuncia sociale. Jessie White Mario si trasformò in una vera e propria “scienziata” che non si limitava a descrivere, ma aspirava a offrire una soluzione ai problemi discussi nella sua opera [7].

L’indagine di Jessie White Mario era divisa in quattro parti: le prime due («Gli ipogei» e «La ricchezza dei poveri») dedicate ad un’analisi della specifica situazione napoletana e alle opere di carità dedicate al soccorso degli indigenti; le ultime due («Proposte e tentativi fatti per migliorare le condizioni di Napoli» e «Altri rimedi per Napoli») destinate alla ricerca di possibili soluzioni.

Come c’era da aspettarsi, gli articoli pubblicati sul «Pungolo» generarono polemiche e numerose lettere di protesta. Molti furono quelli che sentendosi accusati dalla scrittrice inglese, se ne risentirono, e manifestarono il loro dissenso. Il libro, pubblicato l’anno dopo, fu invece accolto positivamente soprattutto dai critici. In una recensione, apparsa su «Nuova Antologia» una delle riviste più celebri del tempo [8], Baer scrisse

«La White Mario ha voluto studiare da sé le condizioni delle classi più derelitte e abiette della città di Napoli, è discesa nelle grotte, ne’ fondachi, ne’ bassi dove quella popolazione vive, l’ha interrogata su’ suoi mali, ne ha indagato i sentimenti, ed ha potuto porgerci un quadro vero e non di fantasia (…). E le sue proposte meritano di essere accolte in massima parte, perché ispirate principalmente dal sentimento che non già col sollievo momentaneo della miseria, ma col perfezionamento morale si può giovare seriamente e permanentemente alle classi inferiori» (ivi: 329).
Anche Pasquale Turiello scrisse una recensione complessivamente positiva sul «Giornale Napoletano» [9] rilevando che proprio nel saper differenziare tra «la condizione dell’infima plebe, e quella degli artigiani e dei ceti sociali superiori» (ivi: 160) l’autrice aveva saputo cogliere «il carattere, la fisionomia speciale della città di cui essa parla» (ibidem).

Villari, nel suo articolo, pubblicato nel 1878 su La Rassegna settimanale [10], trovò eccellente soprattutto la prima parte del libro e criticò, in vena polemica, coloro che erano principalmente desiderosi di scoprire quali soluzioni avesse potuto proporre la giornalista inglese ai problemi napoletani:

«Secondo i critici più volgari, quelli specialmente che non vogliono far nulla, che non vorrebbero neppure che si studiasse in Italia il problema, la parte più importante, la sola importante dovrebbe esser l’ultima, quella dei rimedi –V’aspetto ai rimedi –, essi dicono sempre, colla speranza di poter poi aggiungere: – Qui mi casca l’asino –. (…) Noi crediamo, invece, che la parte più importante di questo libro sia la prima, là dove vediamo la signora Mario entrare in mezzo ai poveri e descrivere la loro miseria, senza che il sudicio, i cenci, il fetore, l’abbrutimento, il tifo la spaventino»  (ivi: 146).

Anche chi scrive è convinto che la prima parte dell’inchiesta sia particolarmente significativa, in quanto esempio di quel giornalismo militante che divenne parte integrante della migliore cultura post unitaria [11]. 

Pasquale Villari

Pasquale Villari

Londra e Napoli

Il confronto tra Londra e Napoli costituisce il filo conduttore del primo capitolo e si articola lungo tutta la prima sezione dell’indagine condotta da White Mario. Nell’impostare i parametri della sua analisi, probabilmente risultava naturale per l’autrice mettere a paragone la capitale britannica con l’ex capitale del Regno delle Due Sicilie. Londra rappresentava infatti una metropoli di dimensioni simili, ben conosciuta dalla giornalista, e soggetta – seppur in modo differente – a problematiche analoghe a quelle riscontrate a Napoli. Inoltre, la scelta di questa metodologia le permetteva di evitare possibili contestazioni di parzialità o pregiudizio verso la città partenopea, dove lei stessa era comunque considerata straniera. Tale finalità viene confermata dall’autrice nelle pagine introduttive della sua inchiesta.

«Eppure, arrivato il momento di lasciar Napoli, io sentiva di aver visto troppo poco, e la paura mi assalse che, se cominciassi a scrivere anche quel poco, mi si risponderebbe: “medico, cura te stesso”. Ossia, andate al vostro paese e ne vedrete di peggio» (ivi: 12).

La scelta di Londra offrì a White Mario, scienziata sociale e giornalista, una base per un confronto scientifico tra Londra e Napoli. Pasquale Villari, che le affidò l’indagine, si impegnò a rivedere Londra e a darle pareri sinceri. Su richiesta di White Mario, Villari confrontò le condizioni degli indigenti nelle due città.

«I miei giudizi, come tutti i giudizi umani, possono essere erronei. Una sola cosa posso dirle. Grande, immensa è la miseria di Londra: ma mi sono persuaso, che chi dice che i poveri di Londra sono in condizioni peggiori di quelli di Napoli, o non conosce gli uni o non conosce gli altri (…) – Il Parlamento inglese ha fatto leggi sopra leggi pei poveri –. Quando le faremo noi? Per ora stiamo sempre al “lasciate fare, lasciate passare”» (ivi: 19).

La franca opinione di Villari sullo stato significativamente peggiore degli indigenti napoletani non solo anticipò e prevenne qualsiasi critica diretta a White Mario ma diede alla giornalista anche l’autorità di condurre un’inchiesta senza dubbio delicata e difficile, e per più di un motivo. Villari le scrisse:

«E se qualcuno mi chiedesse ora: Perché tu che sei Italiano dici queste cose ad una signora che è inglese? Io gli ricorderei che ella è nata in Inghilterra, ma ha speso la sua vita in favore dell’unità e dell’indipendenza della patria nostra. E se poi mi si ricordasse, che ella ha sempre militato sotto la bandiera di un partito politico che non è il mio, allora io non risponderei nulla a chi mostrasse d’ignorare che per certe quistioni tutti gli onesti appartengono ad un solo partito» (ivi: 19).

La trascrizione integrale della lettera di Villari, posta da White Mario all’inizio della sua indagine, svolge una duplice funzione: da un lato conferisce autorevolezza e legittimazione al suo lavoro, dall’altro costituisce la premessa necessaria per intraprendere nuovamente, in prima persona, l’esplorazione di quelle stesse abitazioni, fondaci e bassi popolati dagli indigenti napoletani. Si tratta degli ambienti che Villari aveva già descritto con grande efficacia in più occasioni. Scrive White Mario:

«Questa lettera ha saldate le mie convinzioni; cioè che in nessun paese d’Italia e d’oltralpe la miseria umana giunga al grado assoluto di quella di Napoli e che giunta a quel grado, il peso di un sol grano di sabbia di più significhi la morte. Accettai dunque l’offerta del proprietario del “Pungolo” di descrivere le mie impressioni sul suo giornale» (ivi: 23).

Accompagnando la giornalista alla scoperta di alcuni dei quartieri più poveri di Napoli, scopriamo che ciò che infastidiva White Mario – come d’altronde lo stesso Villari – non era tanto la condizione reale, spesso desolante, dei meno privilegiati, ma l’atteggiamento di indifferenza e silenzio mostrato da coloro che, pur essendo in una posizione di potere, preferivano ignorare tale realtà. «Dobbiamo credere che gli italiani stessi siano in gran parte ignari delle condizioni di gran parte della loro famiglia?» (ivi: 7). White Mario prosegue con la sua critica, osservando che per più di un secolo la passione politica ha assorbito le anime più raffinate nella missione di creare una patria) [12]. E scrive:

«Ora la patria è stata creata, il raccolto è stato mietuto e diviso. Al popolo sono rimaste nuove tasse, prezzi più alti per i beni di prima necessità e poche scuole per chi ha scarpe decenti da indossare. Nient’altro. Poiché non speravano in nulla, la delusione non si è aggiunta alla loro sofferenza. Ignari dei propri diritti, abituati all’ingiustizia, o accettano il loro duro destino con rassegnazione, oppure, dovendo sopportare qualche nuova oppressione (…) dicono solo con patetica ironia: “Stavamo meglio quando stavamo peggio!”» (ivi: 8).

In Inghilterra, secondo White Mario, sono stati fatti progressi nei confronti degli indigenti grazie a una significativa differenza di comportamento: i responsabili non cercano di nascondere i problemi del loro Paese, ma al contrario lavorano continuamente per portarli alla luce.

«Ed i pensatori, nei libri e nei giornali, speculano teorie, e narrano fatti e avvertono dei pericoli. I rappresentanti del popolo, che prendono sempre dalla stampa il “do” della solfa, anch’essi narrano, discutono e propongono, né verrebbe mai in alcuno la fantasia di dire “Zitto, parlate sotto voce, non propalate che esiste tutto questo male” (…) Qui invece, appena si scrive o si parla delle enormità che uno vede o sente, gridasi d’intorno “acqua in bocca”, non svegliate il leone che dorme. Ma il bendare gli occhi per non vedere il fucile appuntato non impedisce al condannato di ricevere in pieno petto le palle, né il silenzio oggi sull’inaudita miseria esistente in Italia impedirebbe che il misero, quando un barlume di diritto gli penetri nel cervello, od uno spasimo troppo acuto gli trafigga il corpo, non salti addosso all’incauto gaudente, gridando: “Dammi la mia parte della comune eredità, ché troppo tempo l’hai sfruttata per tuo proprio conto!”» (ivi: 8-9).

La giornalista osserva come il persistente silenzio che avvolge i gravi problemi di Napoli non sia soltanto un segno di indifferenza, ma rappresenti anche una forma di complicità da parte delle élite. Tale rimozione sistematica delle condizioni di vita degli strati più poveri della popolazione, ignorati e marginalizzati per troppo tempo, non può che condurre, secondo White Mario, a una ribellione inevitabile. Essa sarebbe l’esito naturale di una tensione sociale accumulata negli anni, alimentata dalla sofferenza quotidiana e dall’assenza di riconoscimento, e destinata a esplodere contro un ordine che ha preferito occultare piuttosto che affrontare la realtà. 

White Mario

White Mario

Gli ipogei e i trogloditi

White Mario dedica la prima parte del suo libro all’esplorazione dei quartieri abitati dagli indigenti napoletani. In questa sede vogliamo soffermarci sul linguaggio da lei impiegato, che rivela molto del suo modo di pensare e della sua personalità di scrittrice, capace di vivacizzare un contesto giornalistico altrimenti piuttosto arido. È importante rilevare che White Mario non concepì la propria indagine come un tentativo di trasformare il confine tra giornalismo e narrativa in un terreno estetico, volto alla creazione di un’opera d’arte. La sua scrittura rimase saldamente ancorata alla funzione documentaria e critica, distinguendosi così da alcuni reportage contemporanei, nei quali l’intreccio tra cronaca e letteratura diventa parte integrante della costruzione artistica. Al contrario, interpretò l’invito di Villari in senso strettamente letterale, assumendo l’imparzialità e l’obiettività come condizioni epistemologiche imprescindibili per una scienziata sociale che ambiva a contribuire al progresso civile dell’Italia.

In tale cornice metodologica, la scelta del termine Ipogei – che dà il titolo a tutta la prima parte dell’inchiesta – si rivela particolarmente significativa e merita un’analisi approfondita. È plausibile che Mario abbia deliberatamente adottato questa voce rara per sottrarsi alle connotazioni immediatamente negative associate a termini come “bassi” e “fondaci”, segnalando così tanto una distanza emotiva quanto l’intento di conferire al proprio discorso una sfumatura di scientificità. Tuttavia, la selezione lessicale apre la strada a ulteriori considerazioni di ordine semantico e culturale.

Il lemma Hypogeum deriva dal greco “ýπó” (sotto) e “γaía” (terra), e designa in senso generale una cavità sotterranea, naturale o artificiale. In ambito geologico, l’ipogeo indica una formazione naturale – grotta o caverna vulcanica – che, per la sua natura liminale e sotterranea, offre uno sguardo insieme affascinante e perturbante sul mondo nascosto sotto la superficie terrestre. In estensione semantica, l’aggettivo “ipogeo” qualifica anche quelle specie biologiche che si sviluppano e prosperano nel sottosuolo. La scelta di Mario, dunque, non si limita a un espediente linguistico neutrale, ma si colloca all’incrocio tra esigenze di rigore scientifico, strategie di distanziamento emotivo e suggestioni culturali che ampliano il campo interpretativo del suo discorso.

Alcune delle interpretazioni proposte consentono di avvicinarsi alle sensazioni che White Mario intendeva suscitare nei suoi lettori. La scelta di un termine tanto specifico quanto insolito, raramente impiegato nella prosa giornalistica, non soltanto introduce il lettore in un universo sotterraneo che si estende al di sotto della superficie urbana, ma stabilisce anche un inquietante parallelismo tra tali spazi e gli indigenti napoletani che vi dimorano. In questo contesto, Mario descrive la formazione di una sorta di “specie umana” che cresce e si moltiplica in ambienti malsani e sotterranei, distinta – come ella stessa sottolinea nell’ultimo capitolo della prima parte – dai napoletani eleganti e luminosi che passeggiano lungo la riviera di Chiaia [13] nei pomeriggi domenicali.

Privati della luce e dell’aria, costretti a vivere in luoghi umidi e insalubri, gli abitanti dell’ipogeo finiscono per ammalarsi non solo nel corpo, ma talvolta anche nello spirito. La precisione delle descrizioni di White Mario rivela la sua formazione medica e l’esperienza maturata come infermiera, competenze che le consentono di osservare e restituire con rigore quasi clinico le condizioni di vita di questa popolazione ai margini. Ella scrive:

«Chi non passeggia che per Toledo e per Chiaia esclama: “Che superba stirpe questi napoletani, siano essi poveri o ricchi, operai o signori!”. Ma ove si scenda nei quartieri bassi, avvertonsi subito il colore linfatico, le glandule enfiate, cicatrici di piaghe, nasi rosicchiati: i quali segni indicano che il temperamento linfatico traligna in iscrofoloso. V’è differenza persino nella struttura ossea. Mi fu fatto osservare, e realmente osservai, che gli uomini dei quartieri bassi hanno le gambe storte in dentro, mentre quelli dei quartieri alti sono dritti e ben piantati. E nelle donne, mentre quelle dell’alto sono sempre snelle e ben formate, hanno la vita proporzionata, il petto ampio, quelle dei quartieri bassi sono goffe, con spalle curve, petto angusto, collo incassato» (ivi: 63).

Grazie alla sua amicizia con Pasquale Villari e al sostegno di alcune lettere di presentazione fornite dal Ministero dell’Interno, Jessie White Mario ebbe accesso ai quartieri napoletani segnati da condizioni di povertà estrema, luoghi difficilmente raggiungibili e raramente descritti da giornalisti e scrittori. L’impressione che ne ricavò fu profonda. Prima di analizzare le descrizioni dei luoghi visitati, è opportuno soffermarsi sul titolo del secondo capitolo dell’inchiesta: I trogloditi. La scelta di questo termine appare infatti coerente con l’uso di Ipogei e merita un chiarimento semantico.

lamiseriainnapoliNell’uso contemporaneo, “troglodita” è spesso impiegato in senso dispregiativo per indicare individui rozzi o arretrati; tuttavia, tale accezione fu registrata per la prima volta soltanto nel 1905 nel Dizionario moderno di Alfredo Panzini. È dunque improbabile che White Mario intendesse attribuire un giudizio denigratorio alla popolazione napoletana. Secondo la tradizione classica, i Trogloditi erano comunità stanziate sulle rive del Mar Rosso, che abitavano grotte e cavità naturali. È plausibile, pertanto, che – analogamente alla scelta di Ipogei – White Mario abbia voluto conferire alla propria indagine un taglio scientifico, adottando un termine che designasse semplicemente persone costrette a vivere in ambienti sotterranei.

Ciò che risulta evidente, nella rilettura del testo, è l’uso ironico di un termine di matrice archeologica per descrivere una condizione sociale ancora attuale. L’autrice sottolinea così l’assurdità di una città che, pur proclamandosi parte del moderno e glorioso Regno d’Italia, costringe i suoi indigenti a vivere in “caverne”, come se fossero reperti di un passato remoto. Il contrasto tra il lessico archeologico e la retorica nazionale dell’Italia unita mette in luce la distanza tra l’ideale politico e la realtà quotidiana, rivelando una contraddizione che mina la stessa narrazione del progresso. La sua indagine si configura come un intervento critico sulle questioni urgenti della nuova Italia ed evidenzia una situazione intollerabile e paradossale.

«Io credo che una qualunque Commissione sanitaria ordinerebbe la distruzione dei moltissimi “fondaci” di Napoli, o almeno decreterebbe che essi non debbano servire se non come magazzini di mercanzia e non di carne umana. Visitai parecchi sotterranei: per arrivare ad uno, passando per il chiassuolo, fu difficile vicere il ribrezzo che mi assaliva per quattro dei cinque sensi, perché solo il gusto non c’entrava» (ivi: 29-31).

Nonostante la grande ammirazione che l’autrice nutriva pr Villari, vogliamo notare come ella mantenga sempre un’autonomia di giudizio che riserva a volte delle sorprese. Dall’analisi puntuale di White Mario emerge infatti che l’area delle grotte delle Spagare – già descritta da Villari nelle Lettere meridionali e da lui considerata emblematica – non rappresenta, in realtà, una delle zone più degradate. Gli abitanti rimasti nelle grotte possono infatti beneficiare, almeno durante il giorno, di aria pura, di un’ampia veduta sul mare e sulla città, e della luce del cielo azzurro; elementi che contrastano con la situazione dei quartieri bassi, dove l’aria è scarsa e le alte costruzioni impediscono la vista del sole e del cielo.

Nonostante le rassicurazioni ricevute dall’accompagnatore e dai funzionari municipali circa il fatto che le grotte non fossero più utilizzate come abitazioni, White Mario sospetta che gli indigenti siano stati trasferiti in luoghi ancora più insalubri. Tale sospetto trova conferma quando un anziano, «con la fisionomia beffarda ma non cattiva» (ivi: 26), le propone di condurla al cosiddetto «Paradiso», una zona di Napoli ritenuta più sana e riservata ai cittadini relativamente più fortunati.

«Ma rientrando al vecchio quartiere si giunse ad un vicolo in figura di scalinata; in fondo del quale la bocca aperta di una fogna esalava i più mefitici odori. Bambini quasi nudi vi brulicavano intorno. (…) Presi alcuni bambini in braccio, essi serbavano appena sembianza umana; teste sproporzionate, occhi infossati, rachitici tutti, magri da inorridire. (…) Quasi soffocata mi ritirai col cuore gonfio, pensando quanto sarebbe stato meglio averle lasciate sul Monte Calvario, ove almeno se dovevano passare la notte nelle grotte, potevano di giorno, sotto il baldacchino dei cieli, rimfrescarsi il corpo e lo spirito coll’aria balsamica» (ivi: 26-27).

 L’esplorazione continua con una visita ad altri quartieri difficili, dove White Mario trova conferma che il tanto screditato Monte Calvario (dove si trovavano le grotte delle Spagare) è una delle zone meno infelici, soprattutto se paragonata ai quartieri di Porto, Pensino e Mercato. White Mario descrive così il quartiere di Porto:

«Esteriormente la sezione di Porto è migliorata dal 1860, quando uomini, bestie, legumi in istato di putrefazione, carne corrotta e pesce puzzolente, facevano miscuglio in mezzo alla strada. Ora l’abbiamo girata di giorno e di notte, ed il giorno di mercato abbiamo visto gli asini relegati in una piazza, i banchi e i bottegjini confinati sui lastrici, la carne ed il pesce esposti per la vendita sani e freschi» (ivi: 27). 

Ma proprio quando la giornalista sembra notare un effettivo miglioramento nel quartiere, si rivela una situazione assurda e White Mario usa la sua maliziosa ironia per rivelare una delle incomprensibili contraddizioni della società napoletana che lei fatica davvero a comprendere. 

«Moltissime case imbiancate facevano risaltare di più l’indecenza di certi palazzi coll’accumulata sporcizia di secoli sulla facciata. E la gente ci disse che questi miglioramenti si devono ad un ex vice-sindaco molto energico e probabilmente un tantino prepotente. Il fatto sta che egli fu troppo equo per un paese ove la camorra domina. Ebbe l’assurda pretesa che, avendo fatto imbiancare tutte le catapecchie, anche un gran signore, consigliere, commendatore, deputato, imbiancasse il palazzo proprio. Costui si appellò al sindaco di allora, il quale rispose che un napoletano con tanti titoli aveva il diritto di conservarsi sporco a suo piacimento (…) Il vice-sindaco, con la pelle fina, proverbiale in Italia, si dimise dall’officio. Così fece gli interessi dell’avversario, lasciando incompiuta l’opera propria e molto desiderio di sé nel quartiere. La storia delle dimissioni è, del resto, una singolarità di questa penisola. Un Anglo-Sassone non può capirla» (ivi: 27-28). 

Il confronto tracciato da White Mario tra la cultura politica italiana e quella anglosassone si rivela particolarmente pungente. In Gran Bretagna, osserva, i politici sconfitti non si dimettono se convinti della giustezza delle proprie cause: al contrario, perseverano fino alla fine, trasformando la sconfitta in un terreno di lotta. In Italia, invece, la prassi appare rovesciata: i politici scelgono di abbandonare l’incarico proprio quando avrebbero ragioni per restare e combattere l’ingiustizia.

81sr0ipg3jl-_uf10001000_ql80_La domanda che sorge oggi è inevitabile: quale giudizio avrebbe White Mario di fronte alla realtà contemporanea? L’Italia sembra aver invertito il paradigma, ma non in senso virtuoso. I politici odierni non rassegnano quasi mai spontaneamente le dimissioni, e non certo per difendere principi di giustizia, bensì per salvaguardare interessi personali. L’ironia è evidente: ciò che un tempo appariva come debolezza – la rinuncia – si è trasformato in ostinazione, ma un’ostinazione piegata all’egoismo e alla tutela di privilegi. In questo rovesciamento, la denuncia di White Mario acquista una forza ancora più attuale, rivelando quanto la distanza tra ideale e realtà politica resti, purtroppo, abissale.

Giungendo ad una conclusione ancora provvisoria [14], è necessario evidenziare che il quarto capitolo della prima parte dell’inchiesta, intitolato La condizione speciale di Napoli e già parzialmente citato, si concentra sulla distinzione tra due gruppi sociali: i Lazzaroni e i Galantuomini. White Mario descrive tali differenze non solo attraverso le pratiche quotidiane – abbigliamento, alimentazione, linguaggio, relazioni affettive e attività lavorative – ma anche attraverso i tratti fisici che renderebbero immediatamente riconoscibile l’appartenenza a uno dei due gruppi. Tuttavia, l’uso della categoria “razze” per designare tali distinzioni rivela un impianto concettuale problematico, che riflette le modalità di classificazione sociale e antropologica proprie del XIX secolo, più che una reale analisi scientifica.

Il lettore contemporaneo non può non provare perplessità di fronte ad una descrizione così precisa e definitiva delle “differenze razziali” tra le classi sociali napoletane, così come le definì anche Villari nella sua recensione. White Mario fu criticata per aver accolto, almeno in parte, le teorie di Lombroso, Ferri e di altri scienziati positivisti che attribuivano i problemi del Mezzogiorno alla razza. Si tratta di un limite comune a molti autori dell’epoca. Tuttavia non bisogna dimenticare nelle sue pagine, la rappresentazione delle condizioni fisiche e morali dei poveri non si traduce mai in rassegnazione o pessimismo, né in un giudizio irrevocabile sul loro destino. Al contrario, tale atteggiamento è più evidente in alcuni suoi colleghi, come ad esempio Fucini, che in Napoli a occhio nudo (un’opera che ha riscosso e mantenuto nel tempo un successo notevole) ricorre spesso a cliché, o come lo stesso Villari, che talvolta accentua la ‘spettacolarizzazione’ della miseria per suscitare indignazione e stimolare riforme. Sia in Fucini che in Villari, però, si avverte una certa rassegnazione a uno stato di cose percepito come immutabile.

White Mario, invece, mostra un pragmatismo singolare e rifiuta l’idea dell’inevitabilità. Per lei, la povertà e la cattiva salute non equivalgono a pigrizia: «Mi convinsi da ultimo che in nessun paese della terra il povero è più laborioso e più miserabile dell’italiano» (ivi: 11); e sui Lazzaroni osserva: «quando trovano lavoro, lavorano molto e sono mal pagati» (ivi: 61). Le sezioni successive de La miseria di Napoli saranno dedicate a proporre critiche costruttive e possibili soluzioni, individuando con chiarezza nella mentalità della classe dirigente e del clero – e non nel popolo – i principali responsabili della miseria cittadina.

Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026 
Note
[1] Jessie White Mario, La miseria in Napoli, con una prefazione di Antonio Ghirelli e introduzione e note di Gianni Infusino. (Napoli, Quarto Potere, 1978). Tutte le citazioni saranno tratte da questa edizione.
[2] È evidente che questo tipo di analisi includeva, inevitabilmente, un pregiudizio che tendeva a dipingere il Meridione come implicitamente inferiore al Nord. Per un’analisi su questo tema rimandiamo a Carmine Conelli, Il rovescio della nazione: La costruzione coloniale dell’idea di Mezzogiorno. (Napoli, Tamu Edizioni, 2022).
[3] Pasquale Villari, Le lettere meridionali e altri scritti. A cura di Luigi Marseglia. (Bari, Palomar, 2007).
[4] Gaetano Fimiani, curatore di Napoli ad occhi aperti (Scafati, Francesco D’amato Editore, 2020) sottolinea come proprio il 1875 segni l’inizio ufficiale della questione meridionale. I tre anni successivi videro infatti, con il lavoro della White Mario e con il saggio di Fucini l’accentuarsi dell’opposizione tra una linea di studi orientata verso una militanza civile fondata sulla conoscenza scientifica dei problemi del Mezzogiorno, (seguita appunto da Villari e da White Mario) e «le rappresentazioni artistiche di una città sospesa tra reale e mistero che caratterizzano la produzione successiva, secondo l’archetipo e il registro emozionale di Renato Fucini» (ivi: 33)
[5] Vedi, a questo proposito, tra le poche biografie dedicate a Jessie White Mario. Paolo Ciampi, Miss Uragano. La donna che fece l’Italia. (Firenze, Romano Editore, 2010). Il riferimento ai soprannomi a lei attribuiti da Mazzini si trova a p. 54.
[6] L’indagine fu raccolta in un volume e ripubblicata l’anno successivo (1877) da I Successori- Le Monnier.
[7] Vale la pena ricordare che le cause della povertà e le condizioni di vita degli indigenti nelle grandi città erano un tema cruciale di analisi alla fine del XIX secolo. Tra le numerose fonti disponibili, citiamo The Poor in Great Cities. Their Problems and What is Doing to Solve Them. A cura di Robert A. Woods (New York, Charles Scribner’s Sons, 1895). Questo volume contiene anche un contributo di Jessie White Mario, intitolato “I poveri a Napoli” (ivi: 300-339). Secondo Robert A. Woods, il tema della povertà è uno dei più vitali e discussi dell’epoca. üÈ infatti il tema centrale di tutte le questioni sociali, poiché tutte queste, sotto qualsiasi nome, trattano dei mezzi per migliorare le condizioni di vita e alleviare le sofferenze come precursori necessari di tutte le altre riforme» (VII, Introduzione).
[8] Baer, «Nuova Antologia», Vol. IX, Serie II- 15 maggio 1878.
[9] Pasquale Turiello, Critica bibliografica in «Giornale Napoletano» , febbraio 1878.
[10] Pasquale Villari, La miseria in Napoli in «Rassegna settimanale» del 3 marzo 1878.
[11] Vedi a questo proposito anche, sempre di Jessie White Mario, Le inchieste sociali, a cura di Pier Luigi Bagatin, (Padova, Antilia, 2015)
[12] Nella critica che segue ravvisiamo un parallelo con le parole di Anna Maria Ortese, che molti anni dopo riconobbe gli stessi problemi in “Attraversando un paese sconosciuto” (Corpo celeste, Milano, Adelphi, 1997) e scrisse: «L’Italia nacque come regno nel 1861. (…) Da bambina, o meglio da ragazzina, infelice, cresciuta all’ombra di quei bassifondi, mi ero sentita ferocemente repubblicana. Nella mia tristezza, avevo contestato le grandi classi, i privilegi che continuavano – almeno nella zona di Napoli – lo stile borbonico; l’oscurità delle altre classi. Avevo protestato, anche se in silenzio, perché non andavo a scuola e nella mia classe sociale non si parlava. (…) Mi ero chiesta perché, dall’inizio del secolo, l’Italia dei Savoia non avesse provveduto meglio alla vita di chi non era nato in condizioni vantaggiose. E non c’era risposta a questi problemi, (…) o era questa: i poveri non avevano bisogno della scuola; né era più possibile la proprietà: la proprietà apparteneva già a tutti coloro che l’avevano ereditata dai vecchi regni. E per tutti gli altri non c’era nulla. Ora vedevo non solo l’ingiustizia, ma anche un grande pericolo e un grande male in questo fatalistico ordine delle cose» (ivi: 39).
[13] Nell’ultimo capitolo della prima parte dell’inchiesta, intitolato: “La condizione speciale di Napoli” si trova una descrizione dettagliata delle distinte classi sociali. Sarebbe sicuramente interessante indagare l’eredità di White Mario tra le scrittrici moderne e contemporanee che hanno descritto nelle loro opere le classi sociali meno abbienti. Anna Maria Ortese, ad esempio, in “Oro a Forcella” in Il mare non bagna Napoli (Torino, Einaudi, 1953) offre una descrizione desolante della plebe napoletana. Durante la sua passeggiata, racconta di aver visto non solo molti volti sfigurati dal vaiolo, ma anche: «Da tutte le parti, intanto, passavano nani e nane, vestiti in modo decoroso di nero, con volti pallidi e deformi, grandi occhi pietosi, dita simili a rami sul petto, che si guardavano bene dall’urtare bambini e cani che li urtavano» (ivi: 64). Anche Elena Ferrante (L’amica geniale, Roma, Edizioni E/O, 2011) nel descrivere le passeggiate domenicali di Lila ed Elena – dal loro quartiere popolare periferico situato nella parte orientale della città le ragazze e i loro amici finiscono per andare proprio a Chiaia – sottolinea le discrepanze ancora visibili tra le classi sociali abbienti e quelle più povere. Sebbene non si indulga in una descrizione fisica specifica – dopotutto siamo negli anni ‘60 e possiamo supporre che le differenze tra i due gruppi sociali, così visibili per Jessie White Mario, si fossero in qualche modo attenuate – la prosa della Ferrante rende il lettore dolorosamente consapevole dell’enorme divario che ancora esiste tra loro. Questo è ciò che apprendiamo attraverso la voce di Elena: «Fu come passare un confine. Mi ricordo un fitto passeggio e una sorta di umiliante diversità. Non guardavo i ragazzi, ma le ragazze, le signore: erano assolutamente diverse da noi. Sembravano aver respirato un’altra aria, aver mangiato altri cibi, essersi vestite su qualche altro pianeta, aver imparato a camminare su fili di vento. Ero a bocca aperta. (…) Non vedevano nessuno di noi cinque. Eravamo non percepibili. O ininteressanti. E anzi, se a volte lo sguardo cadeva su di noi, si giravano subito da un’altra parte come infastidite. Si guardavano solo tra di loro» (ivi: 188).
[14] Come già osservato, l’inchiesta di White Mario si articola in quattro sezioni ed è caratterizzata da una notevole complessità. Il presente saggio si inserisce in un progetto ancora in fase di elaborazione, volto a offrire un’analisi complessiva de La miseria in Napoli.

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Cosetta Seno, ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università della California, Berkeley. È attualmente professore associato di letteratura italiana all’Università del Colorado, Boulder dove insegna corsi di letteratura dell’Ottocento e Novecento. Ha pubblicato due libri e numerosi articoli. Il primo libro (in collaborazione con il Professor Paolo Cherchi) è intitolato Gli italiani e l’italiano nel nord America. Il secondo libro è una monografia dedicata ad Anna Maria Ortese ed è intitolato: Anna Maria Ortese. Un avventuroso realismo.

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