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Un sillabario di calembour e un manuale per le parole

9791220504041_0_0_0_0_0di Mariza d’Anna

«E se c’è qualcosa di invidiabile nella Grammatica emozionale di Dino Petralia è proprio la geniale noncuranza con cui si mette a rendere sonoro l’ordine del linguaggio attraverso la teatralità enunciativa di tutte le soggettività parlanti, come se la lingua fosse messa sul palcoscenico della chiacchiera umana, dove i suoni friggono, anzi cigolano e spettegolano e dicono la propria in un gustoso autoritratto che vale sì l’atto di non pendersi sul serio, ma anche la più fervida ammissione del fatto che l’unica morale della vita sia sempre dire le cose ridendo».

 Non si potrebbero usare parole più consone di quelle scelte da Arnaldo Colasanti, tra i maggiori critici letterari, nella prefazione al libro di Petralia. Colasanti con una felice espressione definisce il volume edito da Luigi Pellegrini nel maggio di quest’anno “una cuccagna”. Una cuccagna nella quale possono tuffarsi linguisti, glottologi ma con loro appassionati lettori, curiosi delle parole, saggi e meno saggi, esperti e neofiti. Grammatica emozionale è un libro adatto a tutti coloro che ne sapranno cogliere con animo gentile il significato dichiarato dall’autore: divertirsi con le parole e con esse attraversare la loro anima scomponendole e declinandole nell’originalità di una quotidiana essenza. 

Alcune parole vanno spese sull’autore, Dino Petralia. Nato a Palermo ma trapanese, magistrato in pensione, ha ricoperto tutti i ruoli della carriera per concludere la sua attività professionale al Consiglio Superiore della Magistratura come capo dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Al rigore e all’equilibrio con cui si è contraddistinto nella sua professione da tempo ha sommato felicemente le sue passioni dell’anima: la musica jazz, il cinema e la scrittura tradotta in forma letteraria in blog e riviste, oltre che la scrittura di favole per bambini.

L’aria che ha respirato da adolescente deve aver giovato ai suoi molti interessi letterari: il padre, Costantino era stato professore di Storia e filosofia del liceo Ximenes di Trapani, del liceo Gian Giacomo Adria di Mazara e al liceo Garibaldi di Palermo, fondatore della casa editrice Celebes negli anni Sessanta, punto di riferimento per molti intellettuali siciliani che pubblicava saggi autorevoli di autori come Giuseppe Casarrubea, Nat Scammacca, Aldo Capitini, e molti volumi sull’arte, sulla critica letteraria e sul futurismo. Ma nel presente avrà tratto spunti anche dal fecondo rapporto intellettuale con la moglie Alessandra Camassa, anch’essa magistrato, a cui nell’esergo consegna una dedica che lascia intendere un’intesa intrisa di parole e ispirazioni.

12046824_912972175407042_5931682345678118598_nCon le parole si può tutto, scrive Petralia. Si può rievocare l’incanto dei primi insegnanti partendo dall’articolo “il e la sua famiglia. Storie di confronti, passioni e ribellioni” come titola il primo dei brevi capitoli di cui si compone l’agile libretto, facile nella lettura immediata e visiva. Leggendolo d’un fiato si torna indietro, sui banchi di scuola elementare per ritrovare un incanto che le parole restituiscono e che si sono perse strada facendo, disattenti fruitori parolai quotidiani che hanno perduto la luce del faro della lingua che illumina anche di notte.

Ormai è facile cadere nelle trappole, dimenticando il rigore, soggiacendo alla schiavitù della messaggistisca tecnologica, convinti magari di aver fatto un buon servizio solamente al tempo che fugge. Ecco, questo libretto spiega che non è tempo perduto soffermarsi sull’originale e originario significato di avverbi, preposizioni, verbi, aggettivi e pronomi, è anzi restituire ciò che siamo stati e come siamo stati formati per dare consapevolezza alle azioni in campo professionale, ai rapporti sociali con i nostri simili; un mettere ordine alle idee, partendo dal principio.

Petralia, con arguzia e fantasia, trova spiegazioni e semplici definizioni per inserire le parole in un contesto colloquiale di amicizia e cameratismo che tuttavia sono complesse e più profonde di quanto egli stesso vuol farci credere. I lemmi che passa in rassegna per tutto il libretto sono scelti con cura e attenzione, per nulla lasciati al caso come con leggerezza dell’analisi vorrebbe fare intendere al lettore. L’autore, per il suo scopo, utilizza allora una narrazione che si potrebbe definire teatrale, recitata, nella quale si immaginano i “cioè”, i “dove”, i “quando”, i “perché”, vestiti da saltimbanchi, teatranti, attori, figuranti e comparse che si muovono in uno stesso palcoscenico, dove – scrive ancora Colasanti – «i suoni friggono, anzi ciangolano e spettegolano e dicono la propria, in un gustoso autoritratto che vale sì l’atto di non prendersi sul serio, ma anche la più fervida ammissione del fatto che l’unica virtù morale della vita sia sempre dire le cose serie ridendo».

dadi-etruschi-foto-01-1-3870661725Il risultato che se ne trae da una lettura divertita e scanzonata è quello a cui l’autore voleva giungere: vale a dire che l’italiano è lingua ostica ma non troppo, profonda ma non troppo, scanzonata se si conosce a fondo. Ma che si deve conoscere, perché inutile è interpretare i significati, ricordarli con filastrocche e rimandi al tempo che fu, se poi le parole, quando prendono vita e si pronunciano o si scrivono, non sono messe al posto giusto. Come gli Avverbi in miniatura: qui e qua «in perenne dissidio tra loro su chi sia più prossimo dell’altro: a dire il vero, la differenza nel finale più che risolvere il contrasto lo alimenta – scrive Petralia – i tifosi della “a” sostengono l’alto rango della vocale, prima fra tutte e anche autonoma preposizione; i fautori della “i” si appellano invece alla tradizione che, a quanto si dice, riconosce al qui un’attitudine maggiore ad invocare vicinanza». Chi si vuol divertire, si diverta; chi vuole trovarne il punto di partenza si documenti meglio. “Chissà”, per chi non lo sapesse «è il dubbio fatto suono; ma anche mistero, riserbo, speranza, probabilità, amarezza, e finanche un vezzo di snobistico distacco. Insomma un campionario. Di tuttologismo che, in assenza di parole, risolve in modo provvidenziale un’impasse colloquiale». Chi ci aveva pensato? E si potrebbe andare avanti con pillole di spiegazioni che per ogni lettore che vorrà avvicinarsi alla lettura con un occhio non critico ma ironico, troverà utili da par suo.

Le postfazioni di Alessandro Bergonzoni e Sarantis Thanopulos chiudono la confezione di un libretto di centocinquanta pagine che riserva sorprese fino all’ultimo. «Lapparola, ambita, labisce. Sprigiona, migra, guarisce, cura e scioglie i nodi di dire, andando finalmente in analisi, bio logica, qui in queste pagine sfogliate. mai svogliate, da loro terapeuta» scrive Bergonzoni riportando il discorso ad un calembour, ad una figura della parola o del suono. Un gioco in grado di rafforzare il senso di un lavoro che, solo nell’immaginazione è divertito, ma ha alle spalle una padronanza di letture, di scritture e di atti giudiziari spulciati e scritti con la mente fresca di uno scrutatore.

pagani-libro«“Ogni lettore – scrive Sarantis Thanopulos – può far uso per costruire un suo vocabolario personale, uno “stradario” vivente del suo mondo interno, in cui ogni voce gli parli della sua relazione con le proprie emozioni e con gli altri». Se si deciderà la lettura, allora, si dovrà lasciare la mente libera e lo spazio all’immaginazione, facendosi suggestionare da ciò che può apparire come un suggerimento per seguire una strada personale, autonoma, che può colmare qualche lacuna, fare riflettere su ciò che si pensava fosse acquisito (ma non lo era), cullandosi nel letto di un fiume in piena ma di parole. Un altro aspetto singolare che resta dopo la lettura rimanda al rispetto, al carattere dell’avverbio e della preposizione che hanno un’anima irripetibile. Le preposizioni soprattutto che per gli stranieri della nostra lingua sono spesso insormontabili ostacoli, domande senza risposa, incomprensioni all’interno di un discorso composito.

Non va sottaciuto, infine, che la Grammatica emozionale di Petralia ha fatto il suo debutto alla Fiera del Libro di Torino co gli interventi del giurista Vladimiro Zagrebelsky e del direttore de “La Stampa” Andrea Malaguti. L’autore, che si definisce un «semplice fruitore di parole, ma che dalle parole è attratto e con le parole si diverte», ha deliziato gli ospiti presenti e presenterà le sue riflessioni nel corso dell’estate nelle rassegne letterarie della provincia, da Erice fino a Pantelleria. Chissà che anche nelle scuole non possano essere accolte queste parole, atte a dare agli studenti il senso di un linguaggio che con whatsapp e tik tok hanno quasi definitivamente perduto.

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025 

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Mariza D’Anna, giornalista professionista, lavora al giornale “La Sicilia”. Per anni responsabile della redazione di Trapani, coordina le pagine di cronaca e si occupa di cultura e spettacoli. Ha collaborato con la Rai e altre testate nazionali. Ha vissuto a Tripoli fino al 1970, poi a Roma e Genova dove si è laureata in Giurisprudenza e ha esercitato la professione di avvocato e di insegnante. Ha scritto i romanzi Specchi (Nulla Die), Il ricordo che se ne ha (Margana) e La casa di Shara Band Ong. Tripoli (Margana 2021), memorie familiari ambientate in Libia.

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