di Alessandro D’Amato
Visionario, rivoluzionario, per certo versi eretico. È stato un antropologo, pur senza esserlo: per lo meno, non lo era per formazione né per professione. Lo è stato certamente per la sensibilità e l’attenzione con cui ha approcciato i temi che lo hanno reso noto. Lo è stato, altrettanto chiaramente, per innata vocazione e per lo spirito critico con cui è riuscito a costituire un modello, un’ideologia che si è fatta schema culturale.
Ideatore di un approccio al consumo consapevole, localistico e rispettoso del cibo, in un mondo dominato dai ritmi frenetici di quel sistema fast-food divenuto nel tempo una sorta di vera e propria religione passiva del mordi-e-fuggi senza possibilità di scampo. Come un contemporaneo Davide che, per buona parte della propria vita, ha scelto di ingaggiare una battaglia – apparentemente impari – contro quel Golia rappresentato dalle grandi major del cibo-spazzatura, portatrici, nell’ambito dell’enogastronomia, di interessi capitalistico-globalistici. Tanto che, ad inizio 2008, il «The Guardian» lo ha inserito – unico italiano nella lista – nel ristrettissimo novero delle 50 personalità del pianeta «che potrebbero salvare il mondo».
Morto recentemente all’età di 77 anni, Carlo Petrini era tutto questo. Ma era tanto, molto di più.
Banalizzarne, in poche righe, la figura e il ruolo esercitato in quarant’anni di attivismo sarebbe riduttivo. Sarebbe, soprattutto, ingeneroso nei confronti di ciò che il suo esempio e il suo impegno hanno rappresentato.
Fondatore, nel 1986, del modello Slow Food (inizialmente noto con il nome di Arcigola), il cui manifesto, tre anni dopo, fu firmato a Parigi da oltre venti delegazioni provenienti da vari Paesi del globo, Carlìn ne divenne presidente, ricoprendo tale carica fino al 2022. Nonostante le umili origini (mamma, ortolana; papà, ferroviere) o forse proprio grazie ad esse, Petrini ha compiuto un percorso straordinario che, tra le altre cose, lo ha condotto alla fondazione, nel suo Piemonte, dell’Università di Scienze Gastronomiche, a Pollenzo, capace di porsi, come si può leggere sul sito internet istituzionale, come «la prima istituzione accademica al mondo a offrire un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo, che farà da apripista a esperienze simili in altri atenei».
“Buono, pulito e giusto” [1]: queste sono le tre parole-chiave che sintetizzano il concetto di cibo secondo Petrini, il cui impegno ideologico ha avuto un forte impatto in termini di attivismo politico nel promuovere un modello alimentare che fosse, in primo luogo, sostenibile ed ecologico. Non a caso, il Forum Permanente delle Nazioni Unite sulle Questioni Indigene lo ha voluto, tra i propri relatori, in occasione della riunione tenutasi a New York nel maggio 2012, di fronte ad oltre duemila delegati di ogni provenienza [2]. Analogamente, poche settimane dopo, partecipò a Rio de Janeiro alla Conferenza ONU sullo Sviluppo Sostenibile (Rio+20), incentrata sui temi della sicurezza alimentare e della nutrizione. Quattro anni dopo, nel 2016, venne nominato Ambasciatore Speciale FAO per il programma “Fame Zero” in Europa, Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 2 dell’Agenda 2030 dell’ONU.
Sostenitore di una sorta di neo-ruralismo fondato sul recupero consapevole di valori e principi legati a un’etica del consumo sostenibile, Petrini ha approcciato il proprio impegno in modo visionario, sollevando nell’ambito della produzione di beni di prima necessità l’esigenza di far coesistere i due concetti di natura e cultura, auspicando un dialogo costruttivo, una proposta basata sul rispetto, prima di tutto, del nostro pianeta e dell’ambiente. Al di là dell’indiscusso riconoscimento che le idee e l’attivismo di Petrini hanno ricevuto nel corso degli anni [3], il suo impegno ha avuto un impatto sulla cultura alimentare di milioni di persone. A Petrini si deve senz’altro il merito di aver introdotto un nuovo sguardo, una inedita modalità di critica della ragione in grado di scardinare concezioni e pratiche connesse alla decennale affermazione di un modello ruotante attorno agli ideali dell’abbondanza e del consumo sfrenato, in nome dell’utopia del benessere e della ricchezza. «Cambiare con noi il sistema alimentare per disegnare un futuro migliore» è così diventato uno dei claim di più forte impatto e di maggiore risonanza delle campagne promosse da Slow Food Italia. Un impegno, quello nei confronti dei piccoli produttori e di un equo riconoscimento dei frutti del loro lavoro, portato avanti incessantemente e di fronte alle più eterogenee platee, affinché il ruolo esercitato dalle tante buone pratiche localistiche non sia soggiogato prepotentemente dal sistema fagocitante tipico delle multinazionali.
Cura del territorio, tutela dell’ambiente e del paesaggio, rispetto di buone pratiche, sostenibilità ed equa gestione del lavoro dell’uomo e del consumo di suolo: sono solo alcuni tra i focus della cultura del cibo secondo la visione Slow Flood pensata da Petrini. Una cultura che, con il passare degli anni, si è fatta comunità: sotto l’egida di Terra Madre, infatti, sin dal 2004 contadini, pescatori, pastori e artigiani di tutto il mondo possono fare rete e periodicamente riunirsi allo scopo di individuare gli strumenti politici e le strategie pratiche per tutelare la produzione alimentare sostenibile e le tradizioni locali legate al cibo, all’agricoltura e alla pesca.
A fare il controcanto alla macdonaldizzazione dei modelli alimentari – in voga soprattutto nelle grandi città e presso le fasce d’età più giovani – Petrini non proponeva soltanto uno stile alimentare. Nella sua concezione del cibo e della gastronomia, infatti, la chiave di volta era rappresentata dalla visione di un modello integrale, in grado di ammantare in modo originale e polisemico vari ambiti dell’esistenza. Probabilmente, tra le decine di ricordi scritti su di lui all’indomani della sua scomparsa, quello di Nicola Perullo, rettore dell’Università di Pallenzo, descrive meglio di ogni altro la personalità e il lascito del suo fondatore:
«(…) prima di ogni altra cosa, Carlo era un formidabile creatore di senso. Non separava il tempo del lavoro dal tempo del piacere, il dovere dalla gioia, neppure il pubblico dal privato. (…). Carlo era polifonico e contrappuntistico.
Carlo non era afferrabile né riducibile a definizioni, etichette, tipologie. Sgusciava l’ovvio e il prevedibile e andava oltre. (…). Prima le idee, poi i mezzi per realizzarli (…). Le idee vengono prima di ogni altra considerazione: con la forza delle idee si possono realizzare cattedrali bellissime. (…). Carlo era l’espressione più vivida di un’intelligenza artigianale: intuitiva, improvvisativa, immaginativa, empatica, simpatetica e creativa, pratica e operativa. Per questo, era ammirato dai professori e dagli intellettuali ma non se ne lasciava incantare: alla fine bisognava lavorare duro e aderire al progetto. Senza partecipazione affettiva non si arriva da nessuna parte» [4].
La difesa della natura come principio fondamentale per fronteggiare i danni prodotti dall’uomo, in anni e anni di sfruttamento antropico e sfrenato del suolo. La difesa della biodiversità come principio imprescindibile per la fondazione di un nuovo umanesimo, in cui il singolo contributo individuale vada a compenetrarsi in un più ampio modello culturale la cui affermazione non appare oltremodo procrastinabile, se si vuole alimentare la speranza di un futuro meno oscuro di quanto appaia oggi.
Carlìn ci ha indicato la strada. Ha costruito piattaforme per l’interconnessione di persone e azioni. Ha donato all’umanità idee e modelli, riflessioni e sensibilità. Visionario, rivoluzionario, per certi versi eretico: tutto questo, ma non solo, era Carlo Petrini.
Non lasciamo, adesso, che la sua eredità corra il rischio di disperdersi nel nulla.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] Buono, pulito e giusto è il titolo di un libro pubblicato da Carlo Petrini nel 2005. In breve tempo, il titolo dell’opera è divenuto un manifesto e, al tempo stesso, uno slogan per l’affermazione di una visione del mondo che fosse in grado di sradicare rapidamente e ribaltare – in chiave positiva – gli stereotipi relativi a cibo, ambiente, agricoltura, esortando i lettori a farsi eco-gastronomi e protagonisti partecipi di una rivoluzione culturale che prenda avvio da modelli sostenibili di consumo alimentare (C. Petrini, Buono, pulito e giusto. Principi di nuova gastronomia, Einaudi, Torino 2005).
[2] Il testo completo della relazione di Petrini al Forum newyorkese è consultabile on-line: https://www.slowfood.it/il-discorso-di-carlo-petrini-al-forum-permanente-onu-sulle-questioni-indigene/
[3] Non pochi, nel corso degli anni, sono stati i titoli onorifici concessi a Petrini, sia da università italiane che estere. Tra i principali, le lauree honoris causa in Conservazione dei beni culturali (Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli, 2003), in Humane Letters (University of New Hampshire – USA, 2006), in Scienze e tecnologie agrarie (Università di Palermo, 2008), in Legge comparata, economia e finanza (International University College di Torino, 2014), nonché i dottorati honoris causa da parte dell’Università Americana di Roma (2023) e dell’Università di Messina (2025).
[4] Il testo integrale della commemorazione di Nicola Perillo è consultabile on-line: https://www.unisg.it/per-carlo/
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Alessandro D’Amato, dottore di ricerca in Scienze Antropologiche e Analisi dei Mutamenti Culturali (Università L’Orientale – Napoli), dopo alcune collaborazioni con le Università di Roma e Catania, oggi lavora per il Ministero della Cultura. Tra i suoi ambiti privilegiati di ricerca, la storia degli studi demoetnoantropologici italiani e i simbolismi animali e vegetali nelle culture del sud Italia. Ha recentemente pubblicato il volume Tortuosi percorsi. Giuseppe Cocchiara negli anni della formazione (1922-1945), Edizioni Museo Pasqualino, 2023.
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