di Nanni Sanna [*]
Ho conosciuto personalmente Emilio Lussu nel 1944, quando avevo 18 anni. Un amico sardista che aveva fatto parte, giovanissimo, dei gruppi di resistenza allo squadrismo fascista – gruppi organizzati da Lussu a Cagliari e nei dintorni di Monserrato, Sestu, ecc. – mi aveva trascinato a casa sua, a Cagliari, dove era arrivato, alcune settimane dopo la liberazione di Roma, per un breve periodo: la prima presa di contatto colla Sardegna dopo il lungo esilio. Già da molti anni avevo sentito parlare del capitano Lussu, l’eroe leggendario della Brigata Sassari durante la Grande Guerra, decorato con due medaglie d’argento e due di bronzo, rispettato e amato dai suoi soldati, che riponevano in lui una fiducia assoluta; ammirato anche dai suoi colleghi ufficiali e dai suoi stessi superiori. Anni dopo ho avuto la conferma della stima e del rispetto di cui era circondato.
L’ammirazione e l’affetto circolavano fra i reduci che, in non pochi casi erano persone di rilievo che, a loro volta, erano state soldati valorosissimi e superdecorati. Sentimenti manifestati, colle necessarie cautele, anche durante il ventennio fascista. Quanto, senza nominarlo, dice Leonardo Motzo nel suo libro Gli intrepidi sardi della Brigata Sassari, pubblicato nel 1930, in pieno regime fascista, quando era un ufficiale di carriera – la quale avrebbe potuto essere danneggiata dalla compiuta descrizione dell’ufficiale senza nome – è ovviamente riferito a Lussu.
Motzo aveva fatto parte, giovanissimo ufficiale, della Brigata Sassari durante la Grande Guerra e, cogli anni, avrebbe raggiunto il grado di Generale di Corpo d’annata. In guerra aveva meritato anche lui due medaglie d’argento, una di bronzo e la croce di guerra. Parla di un attacco delle truppe nemiche che stavano per accerchiare il 15mo reggimento della Brigata Sassari, il quale doveva, gradualmente e con meno perdite possibile, arrivare a sganciarsi dalla pericolosa situazione. Ma, ancora più grave era la minaccia di accerchiamento per 1’8a compagnia del 111 battaglione che si trovava parecchie centinaia di metri avanti a tutto il reggimento.
Ecco cosa dice di Lussu, ripeto senza nominarlo, Leonardo Motzo:
«Comanda 1’8a compagnia un uomo che, dal principio della guerra è al suo posto di combattimento, da Bosco Cappuccio alle Frasche, da Monte Fior a Monte Zebio, dalla Bainsizza alla ritirata, dal Col del Rosso al Piave, ha fatto tutti gli assalti, ha comandato decine di pattuglie, ha sfidato la morte più volte di quanti giorni non sia durata la guerra. È rimasto sempre miracolosamente incolume. È l’uomo più popolare della Brigata Sassari e della Sardegna, il generoso e severo capitano dal berretto calato sulla fronte pensierosa e onesta, dal sorriso lieve, dal pizzetto continuamente tormentato dalla mano nervosa, il più grande, il più valoroso fra i sardi della Brigata Sassari, colui il quale più di ogni altro ha contribuito a dare un volto particolare alla Brigata, che parlava ai fanti non delle lotte dell’oggi ma di quelle del domani quando, carichi di gloria e di ferite sarebbero ritornati alla loro terra a pretendere, da uomini, i loro diritti».
Discorsi su Lussu se ne facevano, all’occasione, un po’ dappertutto, nei luoghi di lavoro, per lo più in campagna e nelle case, fra persone tra le quali c’era fiducia. Io sono cresciuto tra i racconti dei reduci della Grande Guerra: mio padre, zii, qualche bracciante che veniva da noi la sera, dopo aver cenato in casa sua, per riferire sullo stato del vigneto nel quale aveva lavorato quel giorno e per bere qualche bicchiere di vino alla nostra tavola. Tutte queste persone erano cariche dei ricordi della guerra mondiale e delle lotte civili del dopoguerra e, ogni sera, i loro incancellabili ricordi affioravano e cominciava la rievocazione nella quale Lussu era il personaggio centrale.
In modo naturale, era diventato anche il mio eroe e si capisce che poterlo conoscere personalmente era considerato da me un grande privilegio. Tuttavia, al momento, Lussu non era più soltanto quanto ho detto prima. Ora era un uomo investito di grandi responsabilità nazionali, che gli competevano per essere stato, dopo l’assassinio di Carlo Rosselli e la propria guarnigione, il capo di Giustizia e Libertà e, perciò, custode del grande patrimonio morale e politico di questo movimento che ora ispirava una gran parte della gioventù partigiana.
Confluito, come i suoi compagni di G.L. nel Partito d’Azione, ne era uno dei capi e, pertanto, si trovava al centro della politica italiana, nella fase in cui si prendevano decisioni che dovevano predeterminare il futuro assetto istituzionale e politico dell’Italia. Dunque, pur molto desideroso di fare la sua conoscenza, io resistevo all’invito dell’amico sardista perché, anche giovane e inesperto com’ero, capivo benissimo che Lussu avesse ben altro cui dedicare il suo tempo che a ricevere la visita di due persone modestissime quali noi eravamo. Ma l’amico insisteva caparbiamente … e, così, finimmo per bussare alla sua porta. Ci ricevette con gentilezza e ci trattenne un quarto d’ora circa, impiegato ad illustrarci, per sommi capi, la situazione politica, coi problemi e le difficoltà del momento, per cui occorreva un forte impegno. Mi fece una grande impressione: aveva un modo convinto e chiaro di esporre i problemi che affascinava. La sua sicurezza nell’analisi della situazione mi veniva, per così dire trasmessa e mi aveva entusiasmato a tal punto che anche i gravi problemi di cui ci aveva parlato mi apparivano semplici, con soluzioni obbligate. Si capisce che semplice da portare a buon fine, al contrario di quanto mi era sembrato, non c’era proprio nulla. Il problema d’impostare una ricostruzione democratica dello Stato era cosa molto complessa e le mie certezze erano dovute soltanto al mio giovanile candore.
Lussu, chiamato dai suoi impegni a Roma, non si trattenne a lungo in Sardegna. Si occupò del Partito d’Azione e del governo, del quale fece parte per due volte. Quanto al Partito d’Azione, esso ebbe una vita molto breve e travagliata da contrasti sulla linea politica. Abbandonato da Parri, la Malfa e altri della minoranza, che passarono al partito repubblicano, il partito continuò la sua vita per un tempo breve, in capo al quale confluì nel P.S.I. nella sua maggioranza guidata da Riccardo Lombardi, Vittorio Foa, Tristano Codignola e altri. Lussu restò fuori da questo partito e si dedicò a provocare il chiarimento nel Partito Sardo d’Azione, del quale era fondatore e nel quale le diversità si erano manifestate sin dal suo rientro in Sardegna. Sarebbe lungo rievocare nei particolari quegli avvenimenti.
Ci fu una lotta accanita della destra sardista, in modo più deciso nelle province di Sassari e Nuoro. Questa destra era guidata da borghesi, che in molti casi erano avvocati, ottimi professionisti, onesti, qualcuno di altissimo livello e di grande prestigio, che non avevano mai aderito al fascismo. Questi uomini, tuttavia, per essere rimasti estranei, per tutto il ventennio fascista, alla lotta politica, dedicandosi alle loro professioni, si erano imborghesiti. Legati com’erano ai ceti proprietari del loro mondo, non capivano e non volevano un’alleanza del P.S. d’Az. col P.S.I., alleanza che Lussu proponeva onde collegare le masse lavoratrici sarde, costituite da minatori e operai, ma soprattutto di contadini e pastori, alle altre correnti progressiste d’Italia. Con Lussu si erano schierati molti vecchi sardisti della provincia di Cagliari particolarmente, ma anche di quella di Nuoro e molti giovani. In quel periodo, la presenza di Lussu in Sardegna, compatibilmente con il suo impegno di parlamentare, era molto frequente. La lotta interna al partito era molto aspra, senza possibilità di compromesso. Nel 1948, durante il congresso del partito, che si svolgeva a Cagliari, si arrivò alla rottura e alla scissione. La sinistra, guidata da Lussu, fondò il Partito sardo d’azione socialista.
Seguì un periodo di intensa attività per organizzare le sezioni di base e intensificare l’azione di propaganda. Non c’erano mezzi finanziari da spendere e, pertanto, si fece ricorso all’entusiasmo e al volontarismo, che furono adottati da tutti. Si conseguirono ottimi risultati quanto all’organizzazione e anche nelle verifiche elettorali: i due comuni agricoli interessati da elezioni amministrative – Ussana e Ortacesus – furono conquistati di slancio, per così dire, ed anche l’elezione del primo Consiglio Regionale della Sardegna autonoma, la quale fu affrontata senza l’emblema tradizionale dei quattro mori – rimasto per decisione giudiziaria alla destra sardista – andò bene: furono ottenuti quasi quarantamila voti e vennero eletti tre consiglieri.
Tutto in meno di un anno, col lavoro compiuto su base volontaria, con l’aiuto di un battagliero quindicinale – ‘Riscossa sardista’ – pure questo opera di volontari. Il primo era Lussu che contribuiva molto con articoli incisivi e corsivi che, venendo dalla penna intinta nella sua ironia, potevano essere molto pungenti ed efficaci. Lui ci consigliava e spronava all’azione, assumendo anche a volte un atteggiamento didascalico per correggere i nostri errori o le cattive abitudini. In questi casi, il tono era alquanto enfatico e veniva messa in mostra un artificiale stupore: «È inaudito! È inaudito!» per segnalare con I’enfasi che l’infrazione non era ammessa e che non si doveva ripetere, sia che si trattasse d’un ritardo ad una riunione o di atteggiamenti non appropriati. Ma anche esortazioni a coltivarsi leggendo o, se del caso, ad aver cura della propria salute quando l’aspetto di qualcuno di noi denunciava carenza di benessere o di riposo. Quando, però, non c’era il tempo di fare discorsi persuasivi per migliorare l’efficienza, interveniva la sua capacità di comando, che era molto grande ed era una sua dote naturale, che esercitava in un modo suo, per cui chi stava con lui eseguiva la direttiva o l’ordine senza esitazioni. Ho constatato questo più volte.
Nel gennaio dei 1950, di domenica, era indetto un comizio del P.S.I. – che era da poco tempo diventato il nostro partito – nel quale l’oratore doveva essere Pietro Nenni, il segretario generale. La mattina di quel giorno, io che ero il responsabile cittadino, mi ero recato nella sede del partito per controllare che nulla mancasse di quanto era necessario per la manifestazione del pomeriggio nella piazza Jenne, che era vicinissima alla sede del nostro partito. Arrivando, avevo subito notato una grande scritta inchiodata a due pali dentro il cantiere edile che era stato allestito da poco, nella parte opposta della non molto grande piazza, al balcone dal quale doveva parlare il nostro segretario. La scritta diceva: «Salve Nenni, fondatore dei fasci di Bologna». Era una provocazione intollerabile, resa possibile dal fatto che il cantiere apparteneva ad un impresario fascista noto. Bisognava impedirla. Ma come? Io ero solo. Alcuni gruppetti di fascisti, compresi tre o quattro dirigenti, parlavano lì vicino e ridacchiavano accennando alla scritta, della quale erano, visibilmente, molto soddisfatti. Conoscevo uno dei dirigenti e tentai di ottenere l’impossibile: il ritiro della scritta. Con tono fermo feci la mia richiesta di ritirarlo. Ottenni solo l’ovvio rifiuto accompagnato da un sorrisetto sfottente. Non c’era forza pubblica in vista cui segnalare la grave provocazione, probabile causa di conseguenze sull’ordine pubblico, e dovetti rassegnarmi alla ritirata, la più dignitosa possibile.
Andai al teatro “Massimo”, che era non molto distante, in fondo alla stessa strada della sede del partito. Nel teatro era in svolgimento una grande riunione popolare, convocata dalle Camere del lavoro delle tre province sarde, in preparazione del congresso regionale del popolo sardo per la Rinascita economica e sociale della Sardegna. Informai alcuni dirigenti di quanto accadeva nella piazza Jenne e chiesi che, alla fine della riunione, invitassero i compagni a venire nella piazza. Vennero in buon numero, a fine mattinata, ma si attardavano colle più varie proposte d’azione: chi voleva fare il cartello colla scritta bersaglio di un lancio di calamai pieni d’inchiostro, chi voleva apprestare qualche secchio di liquido colorato – difficile da procurare di domenica – da stendere sulla scritta con pennelli legati ad aste di bandiere, ed altre proposte ancora. Tornato sulla strada con quattro o cinque compagni che erano anche miei amici, proponevo di penetrare, comunque, nel cantiere. Lussu, che era distante da noi una decina di metri, si era mosso per avvicinarsi alla recinzione dietro la quale l’impresario fascista attendeva gli eventi. Lussu gli si rivolse presentandosi, anche se non ce n’era bisogno “Sono il senatore Lussu. Quella scritta è provocatoria e va ritirata!”. “Mi fa molto piacere” rispose con arroganza l’impresario “La scritta rimane dov’è”. Lussu retrocesse fino al centro della strada e vi si piantò, mentre i peli del pizzetto e dei baffi e un po’ anche i capelli gli si rizzavano come fossero elettrizzati. Si rivolse verso di noi che eravamo i più vicini e, indicando col braccio il cantiere, gridò: “Avanti!”. Senza neppure scambiarci uno sguardo, noi ci siamo buttati contro il cancello abbattendolo e ingaggiando una zuffa con quanti erano vicini. Intanto qualcuno scalava il muro al quale erano addossati i pali che reggevano la scritta per abbatterla, ma senza riuscire nell’intento, giacché tutto era stato preparato a regola d’arte. Non si riuscì, ma la nostra reazione era stata forte e aveva provocato la ritirata dei nostri avversari. Così, Lussu, con solo il suo deciso comando aveva ottenuto la risoluzione della situazione. Nenni, leggendo dal balcone la scritta provocatoria, sistemò il conto ai fascisti, con poche frasi bene aggiustate. Ad onor del vero, non tutti i fascisti cagliaritani mostravano, nei confronti di Lussu, atteggiamenti arroganti. Ancora un episodio, ma diverso.
Una mattina della primavera dello stesso anno, accompagnavo Lussu all’autobus che portava i passeggeri che dovevano prendere l’aereo per Roma all’aeroporto di Elmas. L’autobus attendeva nella via Roma. Avevamo percorso un breve tratto della via, che a quei tempi era il salotto della borghesia cagliaritana e, ad un tratto, nel vedere Lussu, da un tavolino del caffè Torino alquanto affollato, si alzò di scatto un signore di statura un po’ bassa che ci sbarrò la strada piazzandosi, rigido sull’attenti, davanti a Lussu, battendo più volte i tacchi e alzandosi sulla punta dei piedi per avvicinarsi col collo proteso in alto, verso quello di Lussu, ripetendo in modo concitato, con grande emozioni: “Agli ordini capitano, agli ordini!” Questi gli sorrideva tra il benevolo e il divertito e gli batteva la mano sulla spalla dicendogli: “Bravo soldato! Bravo soldato!”. Il signore si fece da parte per consentirci di continuare la nostra strada, ancora rigido sull’attenti, nel saluto militare. Poco oltre chiedevo a Lussu: “Ma chi è?” “Lonzu – mi disse – il colonnello (o maggiore, non ricordo), Lonzu”. Meravigliato perché costui, che io conoscevo soltanto di nome e sapevo fascista, guardavo Lussu dal quale attendevo una spiegazione. “È stato un soldato valoroso”, mi disse. Lo avevano candidato nella lista del M.S.I., certo come un ornamento che poteva conferirle una maggiore dignità. Successivamente ho appreso che il caso di Lonzu non era unico e che fra i reduci della Grande Guerra che avevano fatto parte, a guerra finita, dell’Associazione nazionale dei combattenti, i quali avevano magari aderito al fascismo, il ricordo e la stima per Lussu era tutt’altro che insolita. E, in casi come quello di Lonzu, era affetto evidente. Lussu veniva settimanalmente a Cagliari per presiedere le riunioni dell’esecutivo regionale del partito o per altri impegni politici. Io non avevo, all’epoca, incarichi esecutivi e, perciò, potevo disporre del tempo libero che il mio lavoro nella scuola mi lasciava e godermi la sua compagnia.
Parecchie volte l’ho accompagnato ad Armungia o sono andato lì per riaccompagnarlo a Cagliari. Ricordo diverse gite nei comuni rurali del Cagliaritano, alla ricerca di un buon cavallo da sella, possibilmente di razza e adatto ai percorsi montuosi del Gerrei. Dato che era un vero intenditore, era anche molto esigente, il che richiedeva una ricerca non breve. Queste gite erano occasione di suoi racconti, sempre molto interessanti che, a volte, vertevano sulla parte a me meno nota della sua vita, che era quella dell’esilio.
Quando si è discusso in modo più serrato del piano previsto dall’articolo 13 dello statuto per l’Autonomia della Sardegna, per la cui attuazione il parlamento italiano approvò, in seguito, la legge dell’11 Giugno 1962 numero 588, Lussu si è impegnato a fondo, intessendo una rete di rapporti coi dirigenti della Regione Sarda e parlamentari nazionali. Il compito di arrivare a soluzioni che potessero assicurare lo sviluppo economico e sociale della Sardegna in ogni aspetto della sua vita, richiedeva che si indicassero gli interventi nel territorio nei vari settori dell’economia agricola e industriale, dell’istruzione, ecc.
In questo periodo Lussu era arrivato forse a sperare che i sogni del riconoscimento, da parte dello Stato italiano, dei diritti del popolo sardo potessero avverarsi e che secoli di abbandono, ammesso e riconosciuto quando ai sardi, molte migliaia dei quali si erano immolati contro i reticolati delle trincee austriache, era stata promessa una nuova stagione di progresso e di rinascita. Per questo si era prodigato in interventi, contatti e sollecitazioni dei politici preposti alla determinazione e alla stesura delle linee del Piano di Rinascita. Tutto questo accresceva la sua volontà di impegnarsi, ma anche le preoccupazioni e l’ansia, come mi era sembrato.
Un giorno dell’estate del 1961 ero ad Armungia. Nel pomeriggio sedevo con Emilio nel suo studio la cui finestra si apriva verso una campagna arsa da un sole feroce, che provocava un tremolio dell’aria e sembrava annunciare la fine della speranza dì ottenere frutti sufficienti da qualsiasi coltura. Lui guardava fuori socchiudendo gli occhi e, intanto, si chiedeva con evidente angoscia:” Cosa fai qui? Cosa si può fare?” La sua preoccupazione non era infondata. Era il dubbio che neppure la spinta del Piano di Rinascita potesse riuscire a portare trasformazione, sviluppo e lavoro nelle avare terre del Gerrei.
Alla fine, la spinta neppure c’è stata. La promessa solenne fatta alla Brigata Sassari durante le giornate più dure della guerra 1915/18 è risultata vana. Per i sardi c’è stata l’emigrazione. La sinistra socialista, le cui posizioni avevano procurato, fra l’altro, a Lussu e a Pertini l’appellativo di “carristi”, dopo una lotta di anni all’interno del P.S.I., si era dovuta separare e costituirsi in P.S.I.U.P. Questo continuò la lotta per alcuni anni, in capo ai quali intensificò la sua azione, specie nel parlamento, ma senza ritrovare il mordente e l’efficacia che, talvolta, erano state possibili nel passato. Da quando – come scrisse Lussu in una delle sue contro tesi del marzo 1971 – questo partito è stato diretto nel modo sbagliato e burocratico, per cui la volontà politica non saliva dalla base al vertice, il quale ha il compito di tradurre questa volontà in parole d’ordine e direttive efficaci, ma al contrario la volontà politica si manifestava dall’alto, era come se nel partito ci fossero dei padroni. Questo modo di procedere, innaturale per un partito di classe, portava alla corruzione politica e finiva per distruggerne l’anima e la stessa organizzazione. Il gruppo dirigente autodistruttosi, cui accennava Lussu nelle sue contro tesi, che era stato compatto dalla sua origine nel 1948 fin verso la fine degli anni sessanta, era il nostro gruppo. Alla fine, anch’esso era stato attaccato dal tarlo della corruzione politica che fa anteporre i propri interessi, personali o di camarilla.
Un compagno ex dirigente mi ha detto, parecchio tempo fa, che un altro dirigente era andato a trovarlo per proporgli un’alleanza: “Saremo i padroni del partito” aveva detto. Avrei taciuto ma non potei trattenere un motto sarcastico: “Padroni del partito! Un bel programma, non c’è che dire!” Ho provato il dispiacere di non aver potuto contribuire ad ostacolare – perché ero troppo lontano – quella deriva, ma anche il conforto di aver potuto manifestare, prima di allontanarmi, la mia posizione favorevole alle decisioni assunte in modo democratico, che è stata anche la posizione di Lussu.
Il P.S.I.U.P., alle elezioni politiche del 1972, ha avuto un crollo. Non tanto per l’insufficienza dei consensi ricevuti, quanto per la sfortunata distribuzione di essi, giacché, avendo ottenuto (se non ricordo male) circa 900 mila voti, non raggiunse il quoziente elettorale in nessuno dei collegi e, pertanto, nessun eletto. Senza rappresentanza parlamentare, un partito di opposizione, a quell’epoca, non poteva sopravvivere. Oggi è diverso: ci sono i rimborsi elettorali.
Il congresso nazionale del P.S.I.U.P., celebrato a Roma successivamente, si era orientato, come si sa, nella sua maggioranza, per una confluenza nel P.C.I. Della minoranza, la più grande parte, guidata da Vittorio Foa, scelse di continuare autonomamente la lotta; altri, io fra questi – anche perché dovevo tornare per i miei impegni a Mogadiscio – scegliemmo di non aderire a nessuna delle proposte in campo. Mentre si celebrava, nel luglio 1972, il congresso che ha sancito la confluenza nel P.C.I., io mi trovavo a Roma per questioni mie, proprio nella zona dell’EUR in cui si svolgeva il congresso. Così, quando ero libero da impegni, potevo seguirlo abbastanza. Poiché ero certo che l’avvenimento era poco gradito a Lussu, avevo evitato di farmi vivo con lui. Non so come, ha saputo della mia presenza a Roma in quei giorni. Poiché non era riuscito a raggiungermi per telefono, mi ha inviato, per lettera, il suo scherzoso reclamo: “Per non esserti fatto vedere a Roma dal 12 al 16, meriti una multa”. Appreso dalla mia telefonata di chiarimento che dovevo passare da Roma per prendere il mio aereo per Mogadiscio, che partiva verso la mezzanotte, mi proponeva di venire a Roma dalla mattina per passare la giornata in sua compagnia. Dalla mattina, non potei, ma andai da lui nel pomeriggio. Gli dissi le mie impressioni sul congresso. Lui mi disse che Vittorio Foa era andato a trovarlo, anche per avere la sua opinione circa il suo progetto. Mi disse di avergli suggerito di stare attento: “Come sai, i comunisti fanno sloggiare chi si mette alla loro sinistra”. Chiese quale decisione avessi in animo di prendere. Gli risposi: “Di starmene per conto mio”. E lui approvò.
Emilio Lussu era un uomo incapace di coltivare odio o rancore, tanto meno politico. Aveva un grande valore umano. Sapeva che i compagni che avevano lavorato nel defunto P.S.I.U.P. a tempo pieno avevano famiglia, moglie e figli, e ciò gli procurava preoccupazione: “Questi compagni saranno inseriti nell’apparato o mantenuti nell’attività, quelli che ci lavoravano come membri del P.S.I.U.P., negli organismi di massa, sindacati, organizzazioni cooperative? Potevo fargli avere notizie in proposito?”. “Senza dubbio – dissi – pregherò un bravissimo compagno che ha le relazioni adatte e che ha preso la mia stessa decisione di stare in disparte, di mandarmi a Mogadiscio le informazioni ed io te ne scriverò»”. Come le notizie mi arrivavano io ne informavo Lussu. Quando questa informazione – positiva – fu completata, Emilio mi mandò, a commento, una cartolina che diceva soltanto: “Amen”. Quest’unica parola sintetizzava i suoi sentimenti: sollievo per la conclusione della vicenda P.S.I.U.P., sollievo per la sistemazione degli ex compagni nelle varie organizzazioni ed anche per non dovere più averci a che fare.
Ho continuato a godere dell’amicizia e benevolenza di Emilio Lussu fin quasi alla sua scomparsa. Quando, dopo la cessazione della sua attività politica, in certi fine settimana che cadevano nei miei mesi di vacanze in Italia – io risiedevo ancora all’estero – veniva a Cagliari, potevo incontrarlo e intrattenermi con lui o accompagnarlo da qualche parte. La sua compagnia era sempre interessantissima e altrettanto gradevole. Spesso capitavano osservazioni acute o ironiche su fatti o persone, che venivano descritte col modo essenziale e secco della sua ricchissima vena umoristica. Per esempio: il tale è riuscito a trasformare il tal altro in un opportunista, opportunandosi a sua volta. Oppure, riservando al sottoscritto la sua bonaria ma efficace critica per il fatto che non frequentavo intellettuali somali – cosa che riteneva indispensabile per una buona conoscenza della situazione del Paese – diceva: “Vivendo così isolato dall’ambiente che si occupa dei principali problemi del Paese, tu non sei in Somalia, ma in un baule”.
In questi incontri non mancavano il suo esame e giudizio della situazione politica, che erano sempre brevi e incisivi. A volte, se ce n’era lo spunto, raccontava della sua vita in Francia durante l’esilio, nella perenne scarsità di mezzi di sussistenza, ottenuti a fatica dagli articoli che amici – Gaetano Salvemini spesso – facevano pubblicare da riviste straniere, e dai suoi libri. Ma erano guadagni insufficienti: “Non si contano le volte che ho dovuto far cena con un franco di castagne”. Si capisce che un tale regime di vita aveva finito per aggravare molto la malattia polmonare contratta in carcere e mai curata a fondo né durante il confino a Lipari né successivamente. Fino a che ha dovuto rimetterci un polmone.
Lo hanno sostenuto, credo, le sue qualità morali. E la passione per la politica. Diceva: “Mi addormento colla mente rivolta alla politica e mi sveglio collo stesso pensiero”. La sua passione per la politica era nata durante la Grande Guerra, quando parlava ai suoi soldati delle battaglie civili da combattere a guerra finita, per riscattare la loro condizione di povertà e arretratezza; e l’impegno nella lotta contro il fascismo fino allo scontro fisico, giacché non ci poteva essere per i sardi e la Sardegna speranza di riscatto senza l’eliminazione del nemico mortale. Questa convinzione della necessità di distruggere il fascismo e lo Stato che, colla complicità del re, aveva costruito, si era rafforzata attraverso lo studio approfondito degli eventi insurrezionali proletari del secolo scorso in Francia, Spagna, Russia e in Austria e del secolo precedente colla vicenda del blanquismo.
Il risultato di questo studio era stato raccolto nel libro scritto nel 1936 in un sanatorio svizzero e pubblicato in Francia nelle edizioni di Giustizia e Libertà. Questo, mi disse, era il libro al quale teneva di più e al quale aveva dato il titolo di Teoria dell’insurrezione. Questi studi avevano ampliato di molto il suo orizzonte di interessi esteso, ormai, a tutta l’Europa e non solo. Molti dei suoi appunti, mi disse, erano andati perduti nell’urgenza e nel trambusto dell’abbandono, colla sua compagna Joyce, di Parigi che aveva le truppe naziste alle porte. Perdita rimpianta, specie di uno studio critico del leninismo. Quando ha lasciato l’attività politica (“a ottantadue anni – aveva detto – non si cambia la tessera né il partito”) ha continuato a lavorare ordinando i suoi appunti, precisando puntigliosamente gli avvenimenti della lotta clandestina a Roma e della mancata difesa della capitale. Lavorava fino al limite delle sue forze, finché, a volte, non gli è caduta la penna dalla mano. Non ha fatto in tempo a pubblicare il suo lavoro. Questo lo ha fatto, dopo la sua scomparsa, un gruppo di giovani studiosi del collettivo Lussu, con un impegno davvero benemerito, col titolo stesso che l’autore aveva pensato: La difesa di Roma.
Nel dicembre 1974 gli avevo scritto una lettera. Mi ha risposto Joyce con una sua, in cui diceva della debolezza di Emilio, che non gli consentiva di scrivere lettere, per cui l’aveva pregata di rispondere e ringraziarmi della mia. Avevo in animo di lasciar passare alcun tempo, sufficiente per una sua ripresa, e di andare a trovarlo in condizioni migliori. Sono stato troppo ottimista, anzi sventato. Non mi sono reso conto che il suo tempo poteva terminare così presto. Quando si è diffusa la notizia della sua morte, impreparato com’ero, ne sono stato colpito anche più duramente, come quelli che l’avevano conosciuto e ne avevano condiviso ideali e lotta. C’è stata una specie di sospensione e quasi di stupore fra noi. Questo avviene quando chi scompare lascia un vero vuoto. Quasi subito è cominciato un cercarsi fra vecchi compagni, per ricordare, parlare, provare a raccogliere i principali fatti della sua vita in una sintesi soddisfacente, una valutazione della sua figura, su quanto aveva saputo suscitare nei sardi: la consapevolezza delle ingiustizie che la Sardegna ha subìto lungo la sua storia e la volontà di opporvisi in collegamento cogli altri popoli che aspirano ad una vita più degna.
Rispetto a ciò la sua è certo la figura dominante del secolo scorso. Tutta la stampa che dedicava spazio alla notizia lo indicava come uno dei padri della Repubblica e della sua Costituzione. E questo è stato giusto. Anche se nelle nostre istituzioni c’è solo un riflesso della visione sua e di quella di buona parte di quanti avevano resistito al fascismo. La ricostruzione dello Stato non è avvenuta dal profondo, colla totale distruzione dello Stato centralizzato monarchico e fascista. Lussu indicava questa necessità nel lucidissimo scritto che aveva prodotto in rappresentanza di Giustizia e Libertà: La ricostruzione dello Stato. Anche le autonomie della Sardegna e di quasi tutte le altre regioni, per le limitazioni che avevano subìto e il sabotaggio dei governi centrali che si sono succeduti dalla loro istituzione, non hanno prodotto sostanziali realizzazioni degli scopi per cui sono state istituite.
La stampa non ha ricordato sufficientemente il contributo che Lussu ha fornito per la formazione democratica di una parte importante degli italiani colle ineguagliate rievocazioni critiche della guerra e della facile resa e sottomissione al fascismo dei ceti dirigenti trasformisti del nostro Paese. Non è stato ricordato abbastanza che è stato un raro esempio di fedeltà ai propri ideali e di lucida coerenza, immune da ogni forma di attaccamento o di fanatismo settario per le formazioni politiche delle quali, pure, è stato fondatore. Lui le ha abbandonate al loro mediocre destino quando ne ha riconosciuto l’inadeguatezza a conseguire progressi sostanziali nel raggiungimento degli scopi originari. Questo è stato il prodotto della sua lucidità e integrità. Ma quanti hanno scritto sui giornali hanno, in molti casi, preferito soffermarsi sui fatti della sua vita, che ne hanno costituito la leggenda, trascurando di sottolineare che lui ha fatto e detto soltanto ciò che riteneva più utile alla causa cui si era votato, senza preoccuparsi minimamente di cercare fama e popolarità.
A Indro Montanelli che gli chiedeva perché mai non impiegasse ancora la sua grande capacità di scrittore, aveva risposto semplicemente: “Io, quel che avevo da dire, l’ho già detto”, lasciando Montanelli molto meravigliato e quasi incredulo: “Non aveva alcun interesse per il successo!”. Io l’ho sentito più volte affermare che lui non era mai appartenuto alla “Repubblica delle lettere” e che il suo impegno come scrittore era unicamente in funzione della lotta politica. ‘Diverso’ è un aggettivo che è stato usato spesso quando si è voluto differenziare e definire il socialismo di Lussu rispetto a quello delle correnti dominanti: marxista ortodossa, socialdemocratica, laburista, riformista, ecc. La concezione del socialismo di Lussu include, fra le forze potenzialmente rivoluzionare, le masse contadine, che già, in vari momenti della storia e in diversi Paesi – Francia, Germania, Russia e altri – avevano dato luogo a insurrezioni, autonomamente o in occasione di pronunciamenti operai. Il socialismo di ispirazione “ruralista” di Lussu, com’è stato osservato da Vittorio Foa, è impermeabile a qualsiasi infiltrazione riformista e, quindi, piuttosto radicale e classista.
Lussu aveva una personalità rara: era un uomo. Con tutto ciò che questa sua essenza comporta di integrità, fermezza nelle proprie convinzioni, determinatezza, coraggio. Questa sua essenza lo ha sorretto in tutte le situazioni in cui si è trovato nella vita e gli ha dato la capacità di scegliere, in qualunque frangente difficile o pericoloso, gli atti necessari o utili per risolvere. La sua fedeltà alla lotta per l’emancipazione dei lavoratori, e dei contadini in particolare, derivava, credo, dalle sue origini territoriali, dalla vita e dall’educazione nell’ambiente armungese nella prima giovinezza e, ancora, dalla condivisione coi contadini e pastori sardi di anni di vita in trincea. 1 sacrifici disumani che furono imposti ai suoi compagni hanno determinato la
sua decisione di dedicare i più importanti atti della sua vita successiva alla lotta per il risarcimento di essi.
A me sembra che, nel panorama politico del nostro Paese, Lussu si sia distinto per la generosità con cui ha messo interamente a disposizione del suo nobile scopo le sue qualità morali e intellettuali, rinunciando alla possibilità di ottenere i successi personali che quasi sempre attraggono uomini dotati di requisiti notevoli, distraendoli da più generosi impieghi delle loro qualità. Un raro esempio, il suo. La sua passione e caparbietà lo hanno fatto ritenere da qualcuno un velleitario, specie quando ha perseguito il difficile obbiettivo di unificare le forze socialiste; o un romantico. Non era né l’uno, né l’altro. Era un uomo integro che univa alla passione la speranza. Una grande capacità di speranza. Il suo modo di essere e la sua dedizione lucida lo rendevano necessario. Di uomini cosi avrebbe bisogno anche l’Italia di oggi.
Caro Emilio Lussu, ho avuto il privilegio di conoscerlo da vicino e di godere della sua benevolenza e amicizia. Ho condiviso i suoi ideali e la sua lotta, cercando, quando ho potuto, di aiutarlo al meglio dei miei modesti mezzi, anche nei momenti difficili, che hanno accresciuto l’orgoglio per essere stato al fianco di un tale uomo. Sono stati occasioni e tempi indimenticabili che rimangono, assieme al protagonista, sempre vivi nella mente e nel cuore di quanti li hanno vissuti».
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
[*] Testo raccolto da Pietro Clemente in occasione di una conversazione-intervista con Antonio Sanna nel 2015. Si edita in co-pubblicazione con i “Quaderni Monserratini ” n. 5 (Maggio 2025), curati da Marco Sini.
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Antonio Sanna, noto Nanni, è nato a Monserrato il 18 giugno 1926 ed era figlio di Efisio Sanna e di Regina Masala. Il padre Efisio era stato Assessore e Consigliere comunale di Monserrato del Partito Sardo d’Azione dal novembre 1920 al 6 maggio 1924 con sindaci Francesco Nonnoi e Francesco Sarigu. Nanni Sanna è impegnato politicamente fin da ragazzo dell’immediato dopoguerra nel 1944 dall’età di diciotto anni. Era diventato naturalmente un giovane seguace di Emilio Lussu, di cui aveva sempre sentito parlare da suo padre Efisio, della loro conoscenza e del rapporto di Lussu con Monserrato. Nanni conosce personalmente Lussu nel 1944 e lo segue nel P.S.d’Az. e poi nel PSI e nel PSIUP. Per il PSI è stato segretario della Sezione di Cagliari negli anni ‘50, Consigliere Comunale e Consigliere Provinciale. È stato professore di Chimica negli Istituti Superiori a Cagliari e in scuole italiane all’estero (Egitto e Somalia). Dopo lo scioglimento del PSIUP nell’ottobre del 1972 ha cessato l’impegno politico attivo continuando però nell’impegno in una associazione culturale monserratina. Nanni Sanna è morto nel 2017.
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