Quell’io non sono io: una premessa
Nel 1908 Proust inizia la stesura di un saggio che, frammentario e incompiuto, verrà pubblicato postumo solo nel 1954, con il titolo Contre Sainte-Beuve. Scrittore e critico letterario, Charles Augustin de Sainte-Beuve fu autore dell’imponente Port-Royal (1840-1859), opera di tutta una vita, annoverata fra i testi capitali della letteratura francese, tuttora libro di culto (Gianfranco Contini: «…per me è il più gran libro che sia stato scritto, il più nutriente per qualunque momento della vita»). Quale letterario furore spingeva uno sconosciuto Proust a prendersela con l’illustre collega, già accademico di Francia dal 1844, e già defunto? Ma quelli erano tempi di sana irriverenza, quando per tenere il punto di una teoria letteraria non si guardava ai piedistalli. E il punto era infatti questo: Sainte-Beuve riteneva che la biografia dell’autore fosse la chiave d’accesso privilegiata alla conoscenza dell’opera. Il suo metodo critico procedeva dal privato, approccio che Proust riteneva ozioso, sostenendo il primato del solo giudizio estetico, a prescindere da come lo scrittore avesse condotto la propria esistenza. L’arte è autonoma dalla vita, colui che scrive è altra cosa da colui che vive.
Mentre il dibattito dei critici di mestiere è tuttora aperto (e noi, pur non facendovi parte, riteniamo che la vita dell’autore lascia sempre delle tracce nella sua opera, ma quanto peso vi abbia e se e come possa segnarne lo stile – anche a contrariis, per sconfessione e nascondimento del suo percorso biografico – non è cosa da potersi statuire in via generale, ma per lunga frequentazione e studio del singolo scrittore), siamo certi che Proust avrebbe esibito come prova inoppugnabile della sua tesi la lettera che Leopardi indirizzò a Louis de Sinner nel 1832. Ne estraiamo poche righe: «(…) si è voluto considerare le mie opinioni filosofiche come il risultato delle mie sofferenze personali (…) prima di morire, protesterò contro questa invenzione della debolezza e della volgarità e pregherò i miei lettori di dedicarsi a demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti piuttosto che accusare le mie malattie». Come a dire, non è perché sono gobbo che sono pessimista (e siccome generazioni di studenti sono convinti del contrario, si dovrebbe raccomandare che la suddetta lettera comparisse finalmente nelle antologie scolastiche).
Il libro di Nino De Vita (si parva licet…), Noi ci ricorderemo. Vent’anni di amicizia con Leonardo Sciascia (Editoriale Le Lettere, Firenze, 2025), è a suo speciale modo un efficace contributo a questa querelle, almeno per un singolo soggetto. Sapremo, infatti, dopo averlo letto, se la vita di Sciascia, per quella ventennale assidua frequentazione che Nino De Vita ebbe con il grande racalmutese, e per quel molto che poté conoscere di lui, stridette con la sua scrittura, e se e in che modo la sua vita ispirò le sue pagine che ancora non ci stanchiamo di leggere (e rileggere).
Il prescelto
Quale che sia (e non può che essere multiforme) l’opinione dei critici sul rapporto fra l’uomo che vive e l’uomo che scrive, il lettore comune, che nutra affezione per uno scrittore in ragione dei libri che gli hanno dischiuso l’orizzonte di bellezza delle parole e l’abbiano rapito alle angustie di certi giorni per effetto di storie e di personaggi, questo lettore convertirà la disputa accademica con il desiderio, e non importa se fantasticato, di fare viva conoscenza dell’autore, per ringraziarlo, trascorrere qualche ora in conversazione e saperne la voce, le opinioni, le fattezze, dirimere un dubbio su una certa pagina, correndo tuttavia il rischio di ritornarsene deluso, come potrebbe succedere a chi, entusiasta del menu di un cuoco, decida di entrare di soppiatto nella cucina retrostante. Non è forse preferibile che uno scrittore rimanga avvolto nella fantasia delle pagine che ci hanno avvinto e commosso? Non ci hanno forse avvertito i miti di temperare le nostre curiosità perché non ci si rivolgano contro?
Nella realtà avviene che gli scrittori di buoni libri vengano raggiunti da lettere (illo tempore) o mail, e che da queste nascano sodalizi epistolari e, per così dire, una letteratura secondaria e sommersa, quando invece, questa stessa incidentale letteratura (pronube, appunto, l’incidere del caso), non sia il frutto di fortunosi e privilegiati incontri che segnano una vita. Ne fa esempio l’ottimo libro di Nino De Vita.
Nino De Vita, scrittore e poeta, in lingua e in dialetto, vincitore di prestigiosi premi, vanta una vasta collana di opere e una bibliografia di tutto riguardo. Poco o nulla potremmo aggiungere di interessante a quanto non sia già stato scritto su di lui, se non soffermarci sulle ragioni e sulla sostanza di questa sua recente opera. Poiché qui impera la biografia (per la gioia di Sainte-Beuve) e lo scorrere del tempo, ricorriamo alle date, ai luoghi e alla temperie del periodo. Siamo nel 1969, a Cutusìu, una delle cento contrade di Marsala, di fronte al mare di Mozia, ma già quasi più Trapani che Marsala, divise dal pronome io – che nel lilibetano suona eu, a testimoniare, riecheggiandolo, l’ego di Cicerone (che a Marsala fu appunto questore nel 75 a.C.) – e a Trapani è lo spagnolesco iò. Il giovane poeta in pectore ottiene dai genitori un sofferto consenso ad emigrare come studente nella tentacolare Palermo. Nonostante l’ambito scientifico dei suoi studi, che porterà a termine con onore, il demone che abita De Vita predilige l’arte e le lettere. Comincia a frequentare (è quel fruttuoso bighellonare, che i francesi chiamano flânerie, pur in assenza dei parigini passages resi celebri da Walter Benjamin,) librerie e gallerie d’arte, e in una di questa conosce Enzo Sellerio, che lì espone le sue foto. L’editore-fotografo non si sottrae alla conversazione con quel giovane sconosciuto, ne apprezza il candido ardore per le alte cose, lo invita ad andarlo a trovare nel suo studio.
Qualche giorno dopo, De Vita suona il campanello al numero 50 di via Siracusa. Siamo nel novembre del ’69, e lì ha sede la casa editrice Sellerio, che in quell’anno viene fondata e inizia a far gemere i torchi per i suoi primissimi titoli, con la vigile cura di Leonardo Sciascia, che ne diverrà, oltre che autore, una sorta di direttore editoriale. Già a quel tempo Sciascia ha pubblicato, fra altri cospicui scritti, libri che ne fanno uno scrittore di grande levatura: Le parrocchie di Regalpetra, Gli zii di Sicilia, Il giorno della civetta, Il consiglio d’Egitto.
Furono, quei testi, soprattutto per i giovani siciliani del tempo (e potremmo chiamarli “la generazione Sciascia”), che meglio ne assaporavano, da conterranei iniziati, il costrutto stilistico marezzato di allusioni e ironie, di silenzi fra le parole, inudibili per chi non fosse cresciuto fra gli equivoci di cui la Sicilia andava disastrosamente fiera (tutto ciò apparve ai non siciliani deliziosamente oleografico). Si può dire che tutta l’opera di Sciascia sia stata una paziente opera di scioglimento di quei nodi. La sua intelligenza, politica e letteraria, non si occupò di reciderli, semmai di ingrandirli perché ne venisse alla luce tutta la secolare aporia. La mafia era l’aporia per eccellenza: l’ordine nell’anarchia, la chiarezza dei fini nel torbidume della corruzione. Con l’istinto del grande scrittore, di questi ossimori Sciascia seppe corredare la sua scrittura, perché se ne sciogliesse il senso, se ne facesse metafora dei tempi.
Ora immagiamoci quale non fu la sorpresa e l’emozione che prese il giovane De Vita trovandosi, quel pomeriggio del novembre del ’69, dinnanzi a un uomo che si aggirava per le stanze di via Siracusa quando gli fu detto che si trattava di Sciascia. Gli fu presentato, gli protestò la sua ammirazione, gli disse che studiava a Palermo, che viaggiava con la sua Cinquecento. E il racalmutese, sorridendo: «E io che invece che non guido. Non posseggo nemmeno la macchina». Il destino trasse dal mazzo in quel frangente l’arcano maggiore che suggella un incontro. De Vita si offrì di dargli passaggio, e furono più di uno, fu l’inizio di una frequentazione sfociata in una amicizia ventennale, sino alla morte dello scrittore. L’oscuro provinciale Nino De Vita (poi assurto alla chiarità conclamata delle sue opere) fu il prescelto dal caso fra la falange di giovani e meno giovani che avrebbero voluto stare al suo posto, accanto al “Professore”, appellativo di deferenza con cui il quale il poeta si rivolse allo scrittore per tutto il tempo della loro amicizia.
Sciascia auspicava la memoria dei torti della storia, affinché fossero smascherati e resi irripetibili dalla persistenza della memoria. Alla memoria veniva dunque assegnato non solo il ruolo di giustizia riparativa ma anche generativa. In questo egli fu pienamente uno scrittore “civile”. Di una civitas hominum. La sua poetica sottintende il ricordo delle colonne infami che si celano tanto negli archivi, dal cui scavo nasceranno alcune sue opere, quanto nelle pieghe del presente. Egli è, a questo riguardo, un epigono del manzonismo, salvo, si capisce, la provvidenza, la cui funzione egli delega al coraggio della ragione degli uomini incorrotti che popolano i suoi romanzi, dove pure si magnificano le loro sconfitte. È significativo che l’ultima raccolta dei suoi saggi rechi il titolo A futura memoria (sempreché il futuro abbia una memoria), titolo che può considerarsi il cartiglio della sua poetica, di scrittore saggista e polemista.
La parte di sicilianità di Sciascia, il suo pessimismo, sta nel dubbio della resistenza della memoria all’oblio della reità. Quel “Ce ne ricorderemo di questo pianeta”, mutuato da Villiers de l’Isle-Adam, che Sciascia volle come epitaffio della sua tomba, è una folgorante sinossi dell’intero suo scrivere. E chissà se non andrebbe altresì intesa come monito del dies illa di una potenza trascendente, dall’infinita memoria, e nei più intimi voti del Professore. Chi può dire di conoscere l’ultimo pensiero di un uomo prima che i suoi occhi si chiudano al mondo? E su questo ci ritorneremo grazie ai ricordi dell’autore.
Non poteva, questo libro di Nino De Vita, avere quindi miglior titolo se non commemorando l’iscrizione del cenotafio declinata nell’assertività del ricordo. Questo Noi ci ricorderemo è, se si potesse dire, un “futuro continuato”, che scioglie la riserva della postilla “se la memoria ha un futuro” e ne mantiene la promessa, avvalorata dal fatto che questa pubblicazione vede, da resistente alla dimenticanza, la luce a oltre trent’anni dalla morte di Sciascia. Invero l’autore avverte nell’avantesto che alcuni episodi erano già stati sparsamente editi. Restava a Nino De Vita la non trascurabile scelta sul come strutturare la narrazione di vent’anni di sodalizio con lo scrittore, di difficile restituzione nella loro completezza e complessità di sentimenti. Per raccontare la “biografia” di quell’amicizia l’autore, potendo far conto di giudiziosi appunti, ha scelto l’aneddotica della frequentazione.
Il libro si compone di venticinque quadri di vita. Questa pinacoteca dei ricordi inizia con il racconto del primo incontro fra il giovane e il Professore nel lontano novembre del 1969 alla Sellerio («Sciascia salì così sulla mia macchina»: 13-16). Vale la pena di riportante un breve (per l’appunto) “passaggio”.
«L’occasione ci fu – e si può dire presto, dopo i nostri incontri in via Siracusa – di “dargli un passaggio”: da casa sua a quella dei Sellerio. E concordammo. Una situazione che mi apparve grande, anzi immensa: con me, in macchina, il grande scrittore siciliano (l’amico poi, il professore Sciascia, con il quale, così chiamandolo, avrei per vent’anni conversato). Il giorno dell’appuntamento portai di mattina presto la mia cinquecento in un lavaggio vicino al pensionato “Santi Romano” di viale delle Scienze, dove ora alloggiavo. Non alle 16, l’ora concordata, arrivai nei giardini di Villa Sperlinga, in via Scaduto, ma una buona mezz’ora prima. Passeggiavo, ansioso, temevo qualcosa potesse non andare bene. Alle 16 in punto lo feci chiamare dal portiere, al citofono. Solo pochi minuti aspettai. Sciascia salì così sulla mia macchina».
Parlarono pochissimo. Alle poche osservazioni che De Vita propose a Sciascia per instaurare un dialogo (il tempo, il traffico…) lo scrittore rispose con un invariabile e laconico “Eh sì”. Andò meglio con le uscite che vennero dopo, perché
«…scoprii, a poco a poco, con questa nostra assidua frequenza – le uscite, le pomeridiane passeggiate, gli incontri con altri suoi amici – che Sciascia era uno che parlava, raccontava, che amava anche scherzare. Si poteva con lui conversare. E il suo silenzio, quando in silenzio stava, a me non creava più imbarazzo».
Si sa che il racalmutese era un amatore e un collezionista di incisioni, litografie e stampe antiche. De Vita ce lo mostra nelle vesti di intraprendente bricoleur, abile negli attrezzi, disposizione che una certa tradizione rimprovera con corrivo dileggio l’essere assente in chi maneggia la penna ed è svagato in grandi pensieri.
«Ne aveva tante, disposte alle pareti e ordinate in ampie cassettiere. E si era addirittura, nel tempo in cui stava a Caltanissetta, riservato una stanzetta dove – munito di martello, tagliavetro, pinza, chiodi – amorosamente da sé le incorniciava» (ivi: 18).
Né il professore si negava a farsi complice delle bizzarrie di Ignazio Buttitta, firmando in bianco cartoline che poi il poeta inviava a comuni conoscenze corredate di distici salaci (“A Ninu, [De Vita] pueta/e marsalisi,/saluti e cabbasisi”: 32-33); o, in una sola occasione, anche a riconoscente prestanome di una nota introduttiva («Ho accettato…» dice Sciascia. «Quello che si fa per amicizia! Va bene, scrivila tu, gli dissi, e io te la firmo»: 19-20).
Fra i tanti nomi eccellenti della cultura italiana di quel tempo, incontriamo anche Pasolini, che procurò, con un atto di censura, una certa amarezza al Professore, rifiutandosi di pubblicare in una antologia della poesia dialettale i versi del siciliano Francesco Guglielmino. Le forbici di Pasolini si accanirono contro una quartina che così recitava “E poi lu cumunismu/non sarà mai fraternu/si carità evangelica/non forma lu so pernu”. Per questa infrazione “evangelica” la poesia Ju ridu ma t’invidiu non vide la luce nella raccolta pasoliniana. «Bisognava pubblicarla» mi dice [Sciascia]. «Sarebbe stato un atto di coraggio, di onestà, nei confronti di un poeta. Bisognava insistere con Pasolini e non l’ho fatto» (ivi: 42). Siamo certi che il lettore gradirà l’intelligente richiamo che in questa occasione Nino De Vita fa a un articolo di Sciascia, intitolato “Quando l’indice fa bene” (ivi: 42-43), uscito sul quotidiano “L’Ora” di Palermo in data 6 dicembre 1979. Ne riportiamo le righe finali, raccomandando l’integrale lettura:
«Ben venga, dunque, quale ne sia la nuova forma, il ripristino dell’Indice: ci certifica di una salutare frontiera – e tutto sommato di un’esistenza, di una identità. Vuol dire che il mondo laico, in aria cattolica, esiste ancora: là dove, nell’area del socialismo reale, si ha modo di non farlo esistere più».
Ci permettiamo di aggiungere che oggi quella censura non è più salutare politica delle idee, ma insalubre politica da libro mastro. L’osare una scrittura diversa dal “commercialmente corretto” (con qualche eccezione da riserva indiana) è il nuovo e invisibile Index, sul cui falò bruciano molti inediti, rei di portare lanterne che rischiano di svelare le ombre di scritture sciatte ma molto redditizie. E questa è una delle molte questioni a proposito delle quali verrebbe fatalmente, proverbialmente, da chiedersi “chissà cosa ne penserebbe Sciascia?”.
È bene precisare, e il lettore ne avrà contezza, che il titolo dei singoli episodi non è necessariamente sinottico dell’accaduto, del fatto, né l’eponimo di un personaggio che occupa la scena. Ciascuno dei titoli si sofferma piuttosto in un gesto, una parola, un’ambiente. Raccoglitore di memorie, Nino De Vita rimane poeta anche in questo genere letterario. Mai dimentica il guizzo di un sentimento, come nell’esemplare “Ha come un gemito” (ivi: 47-48), dove racconta il luttuoso scoramento che invase Sciascia, sino alle lacrime, nell’apprendere le gravi condizioni di salute di Calvino.
Non si creda che questo quaderno di ventennali rimembranze sia un lungo idillio. Asprezze talvolta se ne colgono, soprattutto nel capitolo “No. Questo non ti è permesso” (ivi: 72-75): vi si stende l’ombra di un sospetto che germina dall’ostinata purezza di una domanda di Nino De Vita, domanda che rimane impigliata fra le pagine, insoluta e gravosa. Si affaccia qui improvvisa la Sicilia dei silenzi. La ragione d’un tratto si inceppa, e il volto della memoria diventa il ghigno teriomorfo di una statua di villa Palagonia, la lingua fuoriuscita nello sberleffo di un segreto sepolto, il volto di mostro altrove ritorto.
È appena il caso di dire che in questo Noi ci ricorderemo molto si parla di libri seppure, per felice scelta dell’autore, non risultano ingombrare i fatti e le persone che lo popolano. Sono gli amabili arredi delle stanze della memoria dove vale più il conversare. Ma di almeno due libri ci piace riferire, in quanto di Sciascia lettore ci riporta qualche avversione (a cui noi aggiungiamo nostre chiose, e preventivamente chiediamo vena dell’inferenza, se risultasse oziosa).
Il primo di questi due libri è un romanzo, oggi pressoché dimenticato, e già al tempo del fatto “un libro particolare, si può dire sconosciuto, di Angelina Lanza: La casa sulla montagna”. Nino De Vita, che ne aveva avuto sentore e curiosità, riuscì nella cerca, lo lesse e ne parlò con passione a Sciascia durante uno dei loro spostamenti.
«Angelina era figlia, e lei professore credo lo sappia, di Giuseppe Damiani Almeyda, il famoso architetto del Politeama. È morta che era ancora giovane. Ora le dico una cosa che lei di sicuro non sa. A un certo punto della sua vita Angelina si offre come vittima. Questa scelta – che è come una vocazione – avviene dopo un percorso di preparazione e di discernimento. Si svolge a tal proposito in chiesa una funzione religiosa. Da quel momento, così dicono, Cristo continua la sua passione in quell’uomo, in quella donna nel nostro caso, che si è fatta vittima. (…) Ha mai letto lei qualcosa di questa nostra, si può dire anomala, scrittrice?». “Non ne sono interessato” mi dice, in modo pacato, ma deciso. “Eppure, professore, leggerla magari come una semplice scrittrice siciliana…”. “Non ne sono interessato” ripete, ancora più deciso. Smetto di parlare di Angelina Lanza» (ivi: 92-93).
Uomo che, come si diceva una volta, a lu tous les livres, Sciascia si mostra qui inappetente nei confronti di un libro che sottintende una teologia del dolore, come direbbero i dotti in materia. Una fede, uno zelo in un valore che fosse, che esigesse l’obolo della sofferenza non appartenne alla sua opera. Se il coraggio della verità, dello stare dalla parte della verità e degli offesi, può comportare il sacrificio, o la perdita di un bene, non è conseguenza da ascrivere alla volontà del giusto ma alla violenza dell’ingiusto, alla prepotenza dell’iniquo. Sciascia non si pronunciò mai pubblicamente, per un sì o per un no nei confronti della religione intesa come tensione verso il trascendente. Non disse mai di essere ateo o credente. Non gli apparteneva, da neo illuminista, la presunzione riguardo a qualunque certezza. L’agitò, semmai, per le testimonianze che ce ne dà Nino De Vita, il dubbio, che è un valore fondante dell’illuminismo, l’antiporta della tolleranza.
E se è vero, com’è vero, che amava la lettura dei Miserabili e che patrocinò in Sellerio la pubblicazione de Il procuratore della Giudea di Anatole France, della cui traduzione si incaricò (fu il quarto titolo della neonata collana “La memoria”, nel lontano 1980), si può ragionevolmente pensare che Sciascia non avrebbe dissentito da William Faulkner quanto dice che «Nessun genere di letteratura ha successo senza una concezione di Dio, chiamatelo con il nome che vi pare». E aggiungerei, per corollario, che gli stessi scrittori, lo vogliano o meno (e ancor più se non lo vogliono) stanno nel recinto del sacer, dove la parola interroga il senso ultimo della vita e astrae dalla folla l’individuo, ne celebra la sua assoluta singolarità.
Diversamente dal primo, il secondo di questi due libri, A la recherche du temps perdu, è talmente noto da esser diventato il suo stesso titolo una locuzione popolare, così decretandone l’ignoranza più che la conoscenza. Sulla Recherche vennero a questione Sciascia e Bufalino, come ci racconta Nino De Vita.
«Ricordo un particolare del loro conversare intorno a Proust e Stendhal. Sciascia non amava, pur considerandolo grande, Proust, e amava invece Stendhal; al contrario: Bufalino amava Proust e non amava, per considerandolo grande, Stendhal. Non riusciva Bufalino a capacitarsi del fatto che Sciascia non lo amasse e cercava in tutti i modi di spiegare l’importanza dello scrittore della Recherche. Sciascia ascoltava, non diceva niente. A un certo punto Bufalino chiese, secco: “Ma tu Leonardo devi dirmi, anche con una semplice frase, perché non ami Proust”. E Sciascia rispose: “Perché è uno scrittore dalla frase lunga e dal pensiero corto”» (ivi: 121-122).
Questa apostrofe Sciascia la mutua da una pagina dei Souvenirs di Alberto Savinio, libro che Sellerio pubblica nel 1976 su suggerimento dello stesso Sciascia. La lunghezza della frase proustiana sarebbe un’ovvietà se al sostantivo “lunghezza” non apparentassimo il termine più appropriato di “durata”. Il tempo della frase proustiana non è quello lineare del tempo oggettivo di un orologio, tempo che si misura in ore e giorni (nel nostro caso in numero di parole), bensì la memoria che dura e si accumula nel tempo soggettivo della coscienza. Il periodare per lunghi incisi è d’altronde il portamento tipico della memoria quando conversa con sé stessa, di cui tutti facciamo peraltro con noi stessi esperienza. Eppure ciò che, al di là delle incomparabili differenze, flebilmente potrebbe congiungere i due scrittori è appunto la “memoria”, a cui entrambi attribuiscono (e i critici vi attribuiranno) un valore fondativo delle rispettive opere. Senonché in Proust la memoria non è teleologica, ovvero non serve a uno scopo, non è ancillare a un fine, ma è in funzione del tempo abitato dal soggetto. In punta di filosofia è una memoria ontologica.
Per Sciascia, lo sappiamo, la memoria ha invece un valore etico: è il ricordo dei torti sofferti dai giusti e dagli innocenti. Il “tempo ritrovato” nei libri di Sciascia è il tempo della consapevolezza delle iniquità di cui è lastricata la storia degli uomini. La memoria di Proust non può non apparire a Sciascia che pura decadenza (e di questo aggettivo ornò pure la sua critica a Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Non stupisce che, di contro, Bufalino avesse una sua predilezione per Proust: da letterato e lettore che non anteponeva uno scopo alla raffinatezza della scrittura, non comprese (o se ne fece una ragione) che l’amico Sciascia sottendeva, sia pure in senso lato, la polis e la istoria come sostrato della letteratura, declinata dalla prosa ironica (gli irridenti “e si capisce”, l’effetto sentenzioso dell’enjambement conseguito ponendo il verbo alla fine della frase) e una purezza della lingua. Segnacoli linguistici di un idioma narrativo che apparve, alla “generazione Sciascia” nuovo e irriverente, quand’anche concettoso e saggistico, annuncio di una speranza, avvisaglia di un mutamento. Ed è difficile oggi spiegare in quale cangiamento si sperasse per chi in quegli anni non c’era o non aveva l’età del sentimento: è già storia, ma non “semplice”.
Il libro di Nino De Vita, come tutti gli ottimi libri, trascina il lettore, e l’improvvido recensore, verso i territori più vasti che ogni singolo capitolo fa intravedere. Ognuno dei suoi ricordi diventa inevitabilmente occasione di divagazione e di nostalgico ritorno a quel periodo d’oro della cultura siciliana, a quel ventennio di frequentazione con un grande. Il suo libro ha l’aspetto di quei ritratti che immortalano le fila di una studentesca che il fotografo fa allineare con mestiere sui gradoni della scuola perché tutti vi abbiano la parte di un volto. Oltre a Sciascia, che del libro è il protagonista, vi troviamo molti nomi che a ricordarli oggi, per quelli di noi di una certa età, ci riportano a letture, ideali, posture morali e artistiche andate disperse. Certo, Sciascia; certo, Bufalino e Consolo; certo, Enzo ed Elvira Sellerio. Tutti in prima fila. Ma poi anche Natale Tedesco, Ferdinando Scianna, Domenico Porzio, Luca Liguori, Enzo Siciliano, Piero Guccione, Giuseppe Leone, Sebastiano Addamo, Andrzej Kuśniewicz, e tanti altri personaggi di rilievo di quel tempo. Il lettore si potrà concedere il gusto di ritrovarli sparsi nelle pagine illuminati da lampi di umanissime sorprese.
Eravamo partiti dall’invadente premessa sulla disputa fra Proust (vivente) e Sainte-Beuve (contumace) inerente al rapporto fra biografia e opera, e su quanto la prima possa illuminarci sulla seconda. Qui Nino De Vita è provvidenziale, almeno per quanto riguarda il nostro Sciascia, a dirimere la questione: vanamente si cercherà in queste memorie un solo episodio perturbante di una esistenza condotta fra i confini di rassicuranti virtù. Non vi è l’eccesso, né il molto buffo, né il tragico, né l’irrompere di un sentimento fatale. O la meraviglia di una qualche inaspettata assenza. Certo, immaginiamo che Sainte-Beuve avrebbe obiettato che si vuol sapere in che modo, e per quali occasioni biografiche, la vita di Sciascia, prima che diventasse lo scrittore che conosciamo, poté essere fonte della sua scrittura: dei suoi contenuti, e persino del suo stile. Non sappiamo se Nino De Vita e Sciascia ne abbiano qualche volta parlato. Ritengo che venga un giorno in cui uno scrittore si chiede: “Perché scrivo? Quale necessità mi spinge a farlo?”. E penso che in genere fugge da questa domanda, perché v’intravede un’insidia. È bene, per uno scrittore, come per un qualsiasi artista, che la risposta rimanga impigliata nella sua opera.
“Una lettera a mia figlia” (ivi: 118-125) è il capitolo più lungo del libro di De Vita. Vi si narra della scoperta a casa Sellerio di Bufalino, delle conversazioni fra i due grandi scrittori, della morte di entrambi e di una singolare missiva. La postura cronachistica che contraddistingue il libro diventa qui a tratti intimista, scorre per composti sentimenti, con la mano lieve del poeta. Apprendiamo, fra le altre cose, di come il caso abbia tessuto abilmente e benevolmente i suoi fili (e lasciamo ai lettori di scoprirlo) perché infine Bufalino sciogliesse le sue riserve interiori e si decidesse a inviare a Elvira Sellerio il manoscritto di Diceria dell’untore in cui De Vita si imbatte.
«Ho avuto, per la mia costante frequenza con gli amici della casa editrice Sellerio, l’opportunità, il privilegio posso dire, di vedere, nel 1980, appena arrivato, il dattiloscritto di Gesualdo Bufalino Diceria dell’untore. Mi avvicinai al tavolo dove stava posato e lo guardai, timidamente ne sfogliai alcune pagine. Ero preso dalla curiosità, dal desiderio di leggerlo; e questo, me ne rendevo conto, non mi era possibile. Chissà perché – ma non lo feci, altri erano con me – mi venne a un certo punto la voglia di chinarmi per odorarne la carta» (ivi: 118).
Oltre a scrivere i romanzi che sappiamo, Bufalino seppe essere anche un gentiluomo verso una creatura appena venuta al mondo.
«Il 12 agosto del 1987 è nata mia figlia. Passata appena una settimana il postino mi consegnò una lettera così intestata: “Alla signorina Francesca De Vita, Contrada Cutusìo 80, Marsala”. Io presi in mano questa lettera e meravigliato mi chiesi: ma è una lettera per mia figlia, mia figlia che ha pochi giorni di vita. E chi è che può scriverle? Girai la busta, per guardare il mittente, ed era di Gesualdo Bufalino. Gesualdo Bufalino che scriveva una lettera a mia figlia» (ivi: 125).
È certo che quella lettera, una reliquia letteraria, rimarrà fra i ricordi più cari non soltanto dei genitori ma anche e soprattutto della figlia che ne fu la destinataria.
E siccome la morte e la vita si tengono per mano in un girotondo infinito, toccherà brevemente riferire quanto De Vita ci racconta sulla morte dei Sciascia, l’amico che il destino gli aveva dato in dono. Avevamo detto, nelle righe precedenti, che sull’atteggiamento che Sciascia ebbe verso la religione saremmo ritornati a parlane. Non c’è solitudine più profonda e solenne di un uomo consapevole di avvicinarsi alla soglia ultima della vita. Molte certezze si sbriciolano dinnanzi all’angoscia della fine. Lasciamo la parola a Nino De Vita che fu vicino al suo amico Sciascia in quei suoi ultimi giorni.
«Io, qualche mese prima della morte di Sciascia, mi sono accorto che sul comodino della sua camera da letto era poggiato un piccolo crocifisso. Ho cominciato a entrare in quella camera quando lui iniziò a stare male e io andavo, spesso in compagnia di Stefano Vilardo, a trovarlo. Dopo qualche settimana notai che Leonardo aveva sistemato sulla parete, vicino al capezzale, una riproduzione del volto di Gesù di Redon e sul comodino i crocifissi erano due: piccoli, in argento. Poi ancora, ritornando a trovarlo, ne contai tre. Ed era in quella stanza, in quella camera che, quando andavo da lui, mi ripeteva la frase di Pascal che spesso gli batteva nella mente: “Tu non mi cercheresti se non mi avessi già trovato”. E una volta, fissandomi negli occhi, emozionato: “Ma allora, giacché io lo cerco, lo avrò già trovato?” mi disse» (ivi: 122).
Mors aut finis aut transitus, scriveva Seneca. Ed è la speranza del transitus a consolare la coscienza. Il vero viaggio della speranza Sciascia lo compie nella primavera del 1989. Accompagnato dall’arciprete di Racalmuto va a trovare il vescovo di Agrigento. È un colloquio a due. Nessuno saprà mai cosa si siano detti. Nella messa funebre il vescovo racconterà soltanto che lo scrittore gli aveva portato in dono un calice d’oro, esprimendo il desiderio che con quel calice venisse officiata la messa. È sciocco chiedersi se Leonardo Sciascia si sia convertito o meno. Cercò sempre di schierarsi dalla parte della verità, della giustizia, della ragione, degli offesi. E dunque, ritornando alle parole di William Faulkner (ricordate?), si può affermare che anche la sua opera fu “religiosa”, anche la sua opera discende da ta bibla, come tutti i libri di tutti gli scrittori che affondano le loro parole e le loro storie nella carne viva della vita e raccontano come possono “le intermittenze del cuore” (il titolo che Proust aveva dato in origine alla sua Recherche) degli uomini.
«Sciascia è morto la mattina del 20 novembre 1989, alle sette. Le ultime parole che ha pronunciato, riferisce la signora Maria, sono state queste, soffiate con un poco di voce: “È l’alba… “» (ivi: 123).
E a noi, lettori che adolescenti abbiamo letto e amato Sciascia, noi della “generazione Sciascia”, cosa possiamo augurarci se non che quella sua alba sia stata, sarà per ogni uomo giusto, l’alba del transitus senechiano.
Di questa silloge di ricordi di Nino De Vita non possiamo non menzionare le felicissime pagine di poesia dialettale (a ogni poesia segue la traduzione), che sono cronache anch’esse di incontri speciali. La visita all’Ospedale di Trapani a un Vincenzo Consolo che teme virus malevoli insinuarsi in una lettera scritta a Sciascia (Sta littra a Sciascia è mmegghiu ch’un cci ’a porti: 22-31); uno Sciascia superstizioso (’A data ri ddu jornu: 34-39); uno straziante ritratto dello scrittore Angelo Fiore, morto in solitaria miseria (Chi cci havi, ’un cci havi nenti: 56-71); un fotografo sciupafemmine e indelicato, e un pittore che sconosciuto vuole rimanere nella sua piccola casa (Nno n’ tavùlu vacanti:78-91); una cena con Enzo Sellerio che regala a Nino De Vita un libretto scritto da Elvira Sellerio per il matrimonio di Bufalino; una premiazione con la presenza di un uomo politico controverso (Sunnu palori comu linzittati:. 96-115); e infine una lunga poesia che narra con passo dolente gli ultimi giorni dello scrittore Antonio Castelli, che trova nell’affetto di Leonardo Sciascia conforto alla sua mente smarrita (Rìcinu ch’era nettu ’u celu: 126-145).
Sulla poesia di Nino De Vita. pluripremiata, molto è stato scritto, e per chi non avesse avuto ancora la ventura di leggere qualcuna delle sue raccolte, questi inserti sono una speciale antologia nella quale si ritrovano molti dei suoi temi, come la ritrattistica, attenta ai personaggi e alle situazioni dove s’affacciano il dolore dell’anima, la solitudine, la perdita, il vacillamento della vita. Si può dire, più brevemente, la pietas.
E siccome impariamo a “dire” il mondo attraverso la lingua madre – prima matrice del sentimento, balia del ricordo, latte dei suoni abissali della memoria, lallazione che ci rivelò il potere della parola come strumento del desiderio –, il dialetto diventa “necessario”: è quella vasta distesa di resti archeologici della lingua che vanno disseppelliti e custoditi, è il concetto di Lalangue (“lalingua”) di Jacques Lacan, ovvero la nostra lingua più antica, censurata nel divenire adulti.
Ci fu un tempo in cui il dialetto era considerato una specie di familiare gravato da un handicap, che bisognava relegare in qualche stanzuccia quando veniva qualcuno in visita. Perciò dobbiamo essere grati ai poeti dialettali, e in Sicilia al nostro De Vita, di questa “resistenza” della memoria, della memoria del dialetto che ha diritto a un futuro. Va da sé che non basta scrivere in dialetto per essere poeti. Occorre una speciale disposizione, un talento, affinché la parola dialettale resusciti la sua forza antica, cosicché dalle ceneri quasi spente del linguaggio dei padri risorga il fuoco del perduto “significato”.
Le testimonianze sulla vita di Leonardo Sciascia costituiscono ormai una corposa bibliografia. Questo libro di De Vita occuperà nelle biblioteche degli amanti di Sciascia un posto particolare: è una biografia per ricordi e per scene, un susseguirsi di tele in una quadreria, come in una di quelle gallerie dove l’autore incontrò Enzo Sellerio e da cui, a quel punto, si dipana quella molteplicità di fatti e di persone che Sciascia avrebbe chiamato Cronachette: ma affettuosamente curiose, familiari, rispettose, evocatrici di una biografia per figure, per “stampe” (tanto amate dal Professore), che potevano trasformarsi nelle insidie di vieti bozzetti, se Nino De Vita non avesse steso, fra un margine e l’altro degli inciampi, il camminatoio di una lingua piana e conversevole, nella quale si sente l’eco dei vezzi sciasciani, ulteriore e consapevole omaggio di un amico devoto, che “si è ricordato”.
P.S. Correva l’anno 1974, l’anno del referendum sul divorzio, l’anno del mio diploma liceale, l’anno in cui incontrai Sciascia. Lo scrittore partecipò alla campagna per il “NO” all’abrogazione della legge Fortuna-Baslini del 1970 (con un’affluenza oggi inimmaginabile dell’88%) e venne anche a Trapani a sostenerne le ragioni. Il comizio si svolse, lo ricordo bene, al cinema Ariston. In quegli anni ero riuscito ad asserragliarmi dietro una scrivania dell’ufficio di corrispondenza del “Giornale di Sicilia”, addetto alle brevi e a qualche articolo di colore. Assistetti all’intervento di Sciascia (di cui avevo già letto, ammirato, tutti i suoi libri di allora) e quando scese dal palco degli oratori e il pubblico cominciò a defluire, riuscii a raggiungerlo. Avevo in mano un taccuino e una penna. Non so se fossi credibile nei panni di giornalista. Sciascia me ne fece credito, ma con qualche scetticismo, strizzando gli occhi avvolti dal fumo e ascoltando una mia stupidissima domanda: “Cosa spinge uno scrittore come lei a partecipare alla campagna sul referendum?”. Non so se fu la cortesia o l’indulgenza per la mia giovane età, Sciascia comunque mi rispose, brevemente, citando, ma dissentendo, la turris eburnea (avevo la faccia di uno che un minimo di latino doveva conoscerlo) di Alfred de Vigny (che io invece sconoscevo). Insomma, uno scrittore non può starsene rinserrato in una solitudine di ignavia. Non feci nemmeno finta di annotare la sua risposta, intento a guardare come un allocco l’uomo sui cui libri si stava formando la mia coscienza. Non ricordo se lo ringraziai. Lui riprese a camminare verso l’uscita, io lo seguii con lo sguardo. La sua sagoma e il filo di fumo che lo contrassegnava si persero fra la folla.
È passato mezzo secolo da allora, ma ancora oggi non ho smesso di rimproverarmi di non avere portato con me qualcuno dei suoi libri che stavano nella mia biblioteca per un autografo, perso nella mia vanagloria di improbabile giornalista che fa una domanda al grand’uomo, per sentirmi un po’ più adulto di quell’adolescente provinciale che ero.
Dialoghi Mediterranei, n. 77, gennaio 2026
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Alberto Genovese, nato a Trapani, dove vive, è laureato in Filosofia. Ha collaborato con la casa editrice “Novecento” di Palermo, per la quale è stato co-curatore della prima edizione italiana (1989) del Nachsommer (Tarda estate) di Adalbert Stifter. Come scrittore ha esordito nel 2022 con la casa editrice Manni (L’alternativa del cavaliere), segnalato nell’edizione 2019 del Premio Calvino, e finalista alla VI edizione del Premio letterario “Città di Erice” (2024). Collabora per le recensioni di libri con “tuttatoscanalibri” e “Azioni Parallele”.
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