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Un pamphlet dell’Antropocene contro la Grande Cecità

copertina-librodi Giuseppe Sorce 

A spalancar il cuore più dello sguardo d’innanzi un’alba ventosa sul mare si fa presto. Così sono iniziati tutti questi giorni d’inverno al sud. Rincontro una terra che mi parla con una voce diversa. Ritrovo antichi profumi trasportati dal tempo di ritorno di venti che arrivano da chissà dove. Erano stati qui, io ero stato qui, ma non lo sapevo. Sulle coste, un porto maldestro pieno di senso per chi ci lavora ogni giorno. Stanno facendo dei lavori, ci prepariamo al nuovo volto della città – mi dicono. A me invece sembra tutto più vecchio. È già vecchio prima ancora di rinnovarsi. Avete presente quella sensazione? Qualcuno parlava di spettralità, un’idea fin troppo trasversale. Eppure alle volte ci si sente proprio abitati da qualcos’altro. L’intersezione fra una geografia immaginata, che sia del ricordo o di una fantasia, e una geografia sensibile è sempre generatrice di tensione drammatica. Che si risolva con un nulla di fatto o con una epopea eroica non frega a nessuno di solito. Tutte le storie, prima o poi si dimenticano o mutano talmente tanto da diventare altro da sé. In questo, forse, si racchiude tutto l’ineffabile dell’esperienza umana: finitezza nel tempo profondo, sensibilità in uno spazio che cambia sempre, eppure senso d’eterno e il pensiero di un infinito trascendente.

La Storia è scandita da “crisi”, ci hanno insegnato questo, momenti di svolta e personaggi spartiacque. Tutto molto bello e narrativamente interessante, più o meno. Nel nostro caso la faccenda è ben più banale, poco romanticizzabile. È una crisi vera, reale, concreta e per questo rimossa. Dopo la Grande Cecità [1] e dopo Iperoggetti [2] non ci sono più scuse per chi oggi scrive ancora romanzi da salotto; eppure lo sguardo, ancora, anche di quelli più smaliziati, fa fatica ad abituarsi alla luce del nuovo giorno.

51j3ubfaazlIn aiuto a questo processo di svelamento a cui non ci si può sottrarre, per onestà e dignità intellettuale, arriva Crimini ecologici e impunità di Salvatore Palidda (2025, edito da Multimage), un testo che farebbe cambiare prospettiva anche al più testardo degli osservatori. Il punto infatti è proprio questo ossia cambiare la lente attraverso la quale consideriamo certi fenomeni che riguardano il nostro Paese intimamente e drammaticamente. L’autore infatti, tracciandone le radici storiche, sociologiche e politiche, inquadra certi eventi etichettati come catastrofi sotto la definizione di “crimini”. Muovendosi fra documenti, analisi, dati, processi e inchieste, svela la natura criminosa che sta dietro eventi e fenomeni che una certa vulgata, culturale, politica e giornalistica, ha raccontato come incidenti, catastrofi, cataclismi naturali. Nel testo che è politicamente schietto e chirurgico, Palidda sostiene che dal dopoguerra  

«l’economia italiana è stata dominata (e resta dominata) da tre principali lobby: quella del trasporto privato su strada (a discapito delle ferrovie e del trasporto marittimo o fluviale), la lobby del cemento per le strade e autostrade, le grandi opere e la più devastante speculazione immobiliare nello spazio euro-mediterraneo; la lobby della petrolchimica (che produce non solo carburanti ma anche plastiche, fertilizzanti e ogni sorta di veleni); legata a queste lobby, l’industria siderurgica e alcune produzioni che multinazionali straniere crearono in Italia. […] Così il territorio italiano è stato devastato non solo dai giganteschi siti industriali con enorme consumo di suolo, ma anche dall’inquinamento tossico della loro produzione con le colate di cemento dappertutto (grazie anche alla tolleranza dell’abusivismo delle costruzioni a sprezzo della salute pubblica e dell’ambiente)» (ivi: 7). 

A ciò, ovviamente, aggiungiamo altre abitudini criminose molto diffuse come lo smaltimento illecito di rifiuti, l’abusivismo (l’atteggiamento tutto italiano della tendenza alla “pace fiscale”), la demonizzazione della lotta per contrastare il sistema di corruzione che gira attorno i crimini ecologici [3] e la conseguente pluridecennale impunità dei colpevoli. A sostegno di questa analisi l’autore passa in rassegna i disastri, gli incidenti, i fatti e le storie più emblematiche verificatesi nel nostro Paese dal ’45 in poi, rileggendole appunto sotto una luce diversa, rintracciandone cioè la natura quasi dolosa, le responsabilità, i silenzi, le connivenze, degli apparati privati e istituzionali coinvolti. In questo senso, Crimini ecologici e impunità si configura non solo come preziosa indagine storica ma anche come testo paradigmatico volto cioè a innescare uno shift cognitivo nel lettore il quale, rileggendo fatti e storie sotto questa lente, inevitabilmente è portato a riconsiderare l’idea di catastrofe ambientale come qualcosa di “indotto”, provocato, a volte con coscienza e con il chiaro intento di speculare.

La strage del Vajont, 1963

La strage del Vajont, 1963

È come leggere un noir preapocalittico. Il testo di Palidda sembra a tratti un romanzo dell’antropocene, ove il collasso è fiction alludendo il reale. Sembra, perché la realtà è proprio l’opposto e cioè il racconto del reale che ha legami, cause e implicazioni talmente dure da accettare da sembrare quasi romanzesche. Leggere della strage del Vajont [4], del terremoto della valle del Belice, dell’ILVA [5], dell’emergenza a Priolo [6] e a Gela ecc. sotto la prospettiva di questo testo produce infatti quasi una sospensione della “credulità”, poiché diventa difficile accettarne le dinamiche, le testimonianze, ma soprattutto l’immobilità dello stato delle cose, la deresponsabilizzazione, l’inscalfibile impunità dei colpevoli.

Siamo infatti abituati a pensare che tali eventi della storia e della geografia del nostro Paese in quanto associati a concetti vaghi come “ambiente”, “paesaggio”, “ecosistema”, presentano difficoltà epistemologiche per loro natura, perché si perdono nel tempo e nello spazio.

«Il 19 novembre 2014 la Corte di Cassazione dichiarò prescritto il reato di disastro ambientale, annullando le condanne e il risarcimento perché “a seguito della chiusura degli stabilimenti Eternit nel 1986 decorre il termine della prescrizione”. La legge italiana era quindi completamente lacunosa di fronte a un reato che, nel caso dell’amianto, può portare alla morte dopo 30 anni di incubazione. Da allora, con altre sentenze, altri quattro tribunali hanno sempre assolto gli imputati per le morti per amianto e questo ancora nel 2022» (ivi: 42-43).
Il terremoto del Belice, 1968

Il terremoto del Belice, 1968

In un passaggio come questo, Palidda infatti ci ricorda come è il concetto di tempo stesso a complicare la concezione di tali fenomeni anche per la giurisprudenza. Le conseguenze sono chiare: i colpevoli ne approfittano per uscirne impuniti; la narrazione del fenomeno stesso si presta a essere strumentalizzata. Allo stesso modo, il crollo di una montagna, un’alluvione, un terremoto, sono fenomeni spazialmente e temporalmente molto complessi ed è in tale complessità che l’impunità, il sotterfugio, la corruzione, la speculazione si annidano. La geografia è d’altronde qualcosa con cui quasi mai si fa i conti davvero, nonostante sia il cardine antropologico dell’esperienza umana, insieme al tempo.

Cambiare prospettiva sui cosiddetti disastri svela quindi il cieco lento suicidio ecologico della nostra specie, sondato già in testi preziosi come Collasso di Jared Diamond (2004). Certo, leggere del collasso di lontane, nel tempo e nello spazio, civiltà è un conto. Ci si possono scrivere articoli accademici o racconti d’avventura. Rintracciare però lo stesso fil rouge di autosabotaggio e cecità di specie in fatti, luoghi e tempi a noi vicinissimi è invece destabilizzante.

La frana di Niscemi, 2026

La frana di Niscemi, 2026

Per tali ragioni credo che questo testo possa ridestare anche gli animi che più tenacemente sono legati a un’idea di mondo e civiltà immobile ed immune al collasso. Ripensiamo, per esempio, a cosa sta accadendo a Niscemi in questi giorni. Ora, non è neanche più un discorso di responsabilità dirette e indirette, vicine o lontane nel tempo e nello spazio poiché, se applichiamo quanto si legge nel testo di Palidda, sappiamo che anche questo “disastro ambientale” verrà trattato come tale e non come crimine ecologico. Allora spingiamoci direttamente ancora più avanti, non nel tempo e nello spazio, ma nella narrazione trasversale di ciò che sta avvenendo.

Il punto quindi non è indignarsi sul probabilissimo futuro crollo della biblioteca del paese che giace già adesso sull’orlo del precipizio, drammatica realtà e metafora di tutto un Paese. Il punto è cominciare ad allenare il pensiero a riconsiderare tutta la geografia dell’Italia alla luce del cambiamento climatico che la scienza, ci dice adesso, porterà a una estremizzazione dell’esposizione al rischio di “catastrofe” nell’area di tutto il Mediterraneo [7].

 Appare infine chiaro che l’unico fronte sul quale è possibile per noi agire (lasciando alle autorità competenti la prevenzione, l’applicazione delle leggi e l’eventuale punizione dei colpevoli) è quello della rinarrazione e della sensibilizzazione. Al di là delle chiacchiere e dei dibattiti, l’Antropocene è questo: l’impatto ineludibile del cambiamento climatico. È su questa ineludibilità, e conseguente presa di coscienza e cambio di paradigma, che ci si deve concentrare per cercare di fare “damage control” sul piano della tutela dei luoghi e delle vite della geografia antropica italiana. Pensare al mondo, al pianeta e clima non è più un esercizio di stile o un colto divertissement pre-aperitivo bensì un’urgenza che riguarda il terreno sotto i nostri piedi, letteralmente. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note
[1] Ghosh A. 2017, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, Vicenza, Neri Pozza.
[2] Morton T. 2018, Iperoggetti, Roma, Nero.
[3] «In questo contesto i magistrati che hanno cercato di proteggere i lavoratori e la popolazione vittima di incidenti del lavoro, malattie professionali e disastri industriali e ambientali sono stati sabotati, isolati e persino perseguitati12(i casi dei “pretori d’assalto” contro la speculazione edilizia e gli abusi sul demanio e fra
gli altri quello di Guariniello sono emblematici). E i rari agenti delle polizie che hanno tentato di contrastare questa deriva sono stati isolati, emarginati e persino perseguitati e alcuni morti proprio da contaminazioni tossiche dei luoghi sui quali indagavano (è il caso di Roberto Mancini, il poliziotto morto di tumore dopo la battaglia della sua vita contro la Terra dei fuochi)» (ivi: 9-10)
[4] «La strage del Vajont è stata gestita con grande maestria cinica e criminale da avvocati abituati a eludere la legge, operazione ben supportata dai media e dagli esperti di “corruzione di massa”» (ivi: 30).
[5] «Il processo di Taranto dura da più di vent’anni e ancora non è finito, ma la storia della fabbrica di Taranto ha accumulato più di 50 anni di disastro ambientale69in un golfo che era magnifico e ricco anche di resti archeologici della Magna Grecia! I governi hanno fatto di tutto per salvare questo sito siderurgico, considerato il più importante d’Europa. Il tribunale ha oscillato tra l’ordine di chiudere l’impianto e il concedere la riapertura sotto la pressione dei governi succedutesi e dei lavoratori che non volevano perdere il lavoro70. La maggior parte della popolazione era favorevole alla chiusura, ma la stragrande maggioranza dei lavoratori e dei sindacati chiedeva che i propri posti di lavoro fossero salvaguardati; di fronte al dilemma: “morire di fame o morire di inquinamento?”, come diceva un residente di Gabès, la città tunisina devastata dall’inquinamento causato dalla produzione di fosfati: “Gli operai delle fabbriche inquinanti preferiscono mangiare cancro, piuttosto che non mangiare proprio niente”» (ivi: 46).
[6] «In questa zona (da Augusta a Priolo) l’aumento della mortalità comparata alla media italiana fu superiore dell’8.9% dal 1951 al 1955 e dell’oltre 23.7% e 30% nel 1980 (soprattutto tumori). L’alto numero di nati malformati fu attestato sin dall’inizio del 1970 ma rimase ignorato (nel 2000, il 5.6% delle nascite). Ad Augusta sono state registrate anche malformazioni genitali: nel 1980-1989 214 per mille mentre la media nazionale era di 100, nel 1990-2000, 303 per mille» (ivi: 36).
[7]https://www.greenreport.it/news/crisi-climatica-e-adattamento/59696-cosa-centra-il-cambiamento-climatico-col-ciclone-harry-che-si-abbattuto-sullitalia-del-sud; https://www.regionieambiente.it/ciclone-harry-climametyer-analisi/.

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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

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